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Genesi segreta
Steve Eisman entrò nel mondo della finanza più o meno nello stesso periodo in cui io ne uscii. Era cresciuto a New York, aveva frequentato scuole ebraiche ortodosse e si era laureato magna cum laude presso la University of Pennsylvania, poi si era specializzato alla Harvard Law School. Nel 1991 era un avvocato aziendale di trent’anni, e si chiedeva perché mai aveva pensato che gli sarebbe piaciuto fare quel mestiere. «Lo odiavo» racconta. «Odiavo il fatto di essere un avvocato. I miei genitori facevano i broker in Oppenheimer. Grazie ai loro intrallazzi riuscirono a trovarmi un lavoro. Non è una bella cosa, ma fu così che andò.»
Oppenheimer era una delle ultime società della vecchia guardia di Wall Street e sopravviveva grazie alle briciole lasciate da Goldman Sachs e Morgan Stanley. Più che a una grande azienda assomigliava a un’impresa a conduzione familiare. Lillian ed Elliot Eisman vi fornivano consulenze finanziarie a investitori privati fin dai primi anni Sessanta (Lillian aveva creato il loro giro d’affari all’interno della società ed Elliot, che era entrato nel mondo del lavoro come penalista, era andato a lavorare con lei dopo essersi preso qualche spavento di troppo per colpa di alcuni clienti mafiosi di piccolo calibro).
I due, amati e rispettati tanto dai colleghi quanto dai clienti, potevano assumere chiunque volessero. Prima di soccorrere il figlio, permettendogli di scampare alla carriera legale, avevano piazzato la sua vecchia nonna nella sala delle contrattazioni. Così, la gavetta di Steve consisté in un periodo alle dipendenze della donna che un tempo gli aveva cambiato i pannolini. All’interno di Oppenheimer, però, vigeva una regola riguardo al nepotismo: se Lillian ed Elliot volevano assumere il figlio, dovevano sborsare di tasca propria il suo stipendio del primo anno, mentre gli altri stabilivano se era abbastanza in gamba da meritarne uno.
I genitori di Eisman, due broker vecchio stampo e appassionati, gli avevano sempre detto che il modo migliore per imparare i segreti di Wall Street era lavorare come equity analyst, ovvero come analista per investimenti. Steve iniziò proprio in questo campo, affiancando le persone incaricate di orientare l’opinione pubblica in relazione alle società quotate in Borsa. Oppenheimer aveva alle proprie dipendenze circa venticinque analisti, i cui studi venivano perlopiù ignorati dal resto degli operatori di Wall Street. «L’unico modo per essere pagati, quindi, era azzeccarci e fare abbastanza rumore perché tutti se ne accorgessero» spiega Alice Schroeder, che si è occupata di compagnie assicurative in Oppenheimer, è poi passata a Morgan Stanley e ha finito per diventare la biografa ufficiale del ricchissimo imprenditore e investitore Warren Buffett. Aggiunge la donna: «In Oppenheimer c’era un elemento improntato alla controcultura, mentre le persone che lavoravano nelle grandi società erano tutte pagate per rispettare le opinioni prevalenti». Eisman dimostrò di avere un talento particolare per far rumore e incrinare visioni consolidate. Il suo primo ruolo fu quello di junior equity analyst, un assistente a cui nessuno chiedeva come la pensasse. Le cose cambiarono nel dicembre del 1991, meno di un anno dopo che aveva intrapreso quel nuovo lavoro. Una società specializzata in obbligazioni ipotecarie chiamata Aames Financial fu quotata in Borsa e nessuno, in particolare da Oppenheimer, si preoccupò di esprimere un’opinione al riguardo. Così uno dei banchieri di Oppenheimer, che sperava di ricevere un’offerta di lavoro da Aames, si presentò nel dipartimento di ricerca con l’intenzione di parlare con chiunque sapesse qualcosa sull’area di business dei mutui. «Ero un analista junior e stavo semplicemente cercando di capire l’abc» ricorda Eisman, «ma gli raccontai che quando facevo l’avvocato mi ero occupato di un accordo per la società di mutui The Money Store.» Fu prontamente nominato analista capo per Aames Financial. «Ciò che non gli dissi fu che il mio compito era stato quello di correggere le bozze dei documenti e che non capivo una sola parola di quella maledetta roba.»
Aames Financial, come The Money Store, apparteneva a una nuova categoria di società che concedevano prestiti a cittadini statunitensi a corto di soldi. Il settore, noto con il nome eufemistico di «finanza specializzata», non comprendeva Goldman Sachs né J.P. Morgan, bensì istituti poco noti che si erano trovati coinvolti in un modo o nell’altro nel boom vissuto dal settore del credito ipotecario subprime nei primi anni Novanta. Aames fu la prima società che se ne occupava a essere quotata in Borsa. In seguito Eisman fu nominato unico responsabile anche per Lomas Financial Corp, una società appena riemersa dalla bancarotta. «Le attribuii un rating sell, perché era una schifezza. Non sapevo che in teoria non si doveva fare. Pensavo che ci fossero tre scatoloni – buy, hold, sell: comprare, tenere, vendere – e che potessi scegliere quello che sembrava più opportuno.» Gli fecero pressioni affinché fosse un po’ più ottimista, ma l’ottimismo non era un atteggiamento spontaneo per Steve Eisman. Poteva fingere di essere ottimista, e a volte lo faceva, ma preferiva non prendersi il disturbo. «Riuscivo a sentirlo gridare al telefono dal lato opposto della sala» spiega un ex collega. «Tutto preso a demolire allegramente le società di cui si occupava. È fatto così: qualunque cosa pensi, gli esce dalla bocca.» Eisman si ostinò a mantenere il suo rating sell su Lomas Financial, anche dopo che la società annunciò agli investitori di non preoccuparsi per le sue condizioni finanziarie, in quanto aveva coperto il suo rischio di mercato. «Scrissi la mia frase migliore, in qualità di analista» ricorda Eisman, «dopo che Lomas dichiarò di essere coperta.» La recita a memoria: «“Lomas Financial Corporation è un istituto finanziario perfettamente coperto: perde soldi in ogni contesto concepibile legato ai tassi d’interesse.” Di tutti i giudizi che ho dato, è stato quello che mi ha fatto godere di più». Pochi mesi dopo che l’ebbe pubblicato, Lomas Financial Corporation finì di nuovo in bancarotta.
Eisman si affermò rapidamente come uno dei pochi analisti di Oppenheimer le cui opinioni avevano il potere di mettere in subbuglio i mercati. «Fu come tornare a scuola, per me» ha spiegato. «Imparavo i segreti di un settore, dopodiché scrivevo un rapporto su di esso.» La gente di Wall Street finì per considerarlo un vero personaggio. Aveva stile nel vestire, ma solo a metà: come se qualcuno avesse fatto grossi sforzi per comprargli un po’ di vestiti nuovi, ma non gli avesse detto esattamente come indossarli. I suoi capelli biondi a spazzola sembravano tagliati in casa. Aveva un volto espressivo, dai lineamenti aggraziati. Ad attirare lo sguardo era soprattutto la bocca, specie perché di solito era aperta perlomeno a metà, anche mentre mangiava. Come temesse di non fare in tempo a esprimere il pensiero che gli aveva appena attraversato il cervello, prima che sopraggiungesse quello successivo; così i tratti del viso si disponevano, quasi con disciplina, attorno al pensiero incipiente. La sua era l’esatto opposto di quella che in inglese si chiama poker face: l’imperscrutabile faccia da poker.
Nei suoi rapporti con il mondo esterno, emergeva un modello ricorrente. Le persone – sempre più numerose – che lavoravano per lui l’adoravano, o perlomeno lo trovavano divertente, e apprezzavano il fatto che fosse disposto, nonché capace, a separarsi tanto dai soldi quanto dalle conoscenze. «È un insegnante nato» commenta una donna che è stata alle sue dipendenze. «Ed è un uomo che protegge accanitamente le donne.» Si identificava con i pesci piccoli e i perdenti, pur non essendo mai appartenuto a una di queste categorie. Invece gli uomini importanti, che avrebbero potuto aspettarsi da lui qualche segnale di deferenza o di rispetto, spesso se ne andavano scioccati e furibondi dopo averlo incontrato. «In tanti non capiscono Steve» mi aveva detto Meredith Whitney. «Ma chi lo capisce lo apprezza molto.» Tra chi non l’ha capito c’è anche il direttore di una grande società d’intermediazione statunitense: durante un pranzo, si trovò ad ascoltarlo mentre spiegava a un pubblico di svariate decine d’investitori i motivi per cui egli, il suddetto direttore, non capiva il suo stesso settore; dopodiché il malcapitato vide Eisman abbandonare la sala nel bel mezzo dell’evento, senza farvi più ritorno. («Dovevo andare alla toilette» spiega il nostro. «Non so perché non sono più rientrato.») Dopo il pranzo, il dirigente dichiarò che non avrebbe mai più accettato di entrare in una stanza se Eisman si fosse trovato al suo interno.
Un’altra persona che non l’ha capito è stato il presidente di una grande azienda immobiliare giapponese. Gli aveva inviato i rendiconti finanziari della sua impresa e poi lo aveva contattato, attraverso un interprete, per convincerlo a investire in essa. «Lei stesso non detiene quote azionarie nella sua società» commentò Eisman dopo le elaborate presentazioni tipiche degli uomini d’affari giapponesi. L’interprete parlottò con il Ceo. «In Giappone non è comune che il management possieda azioni» ribatté quindi con una lunga perifrasi. Eisman aveva inoltre notato che i rendiconti, in effetti, non svelavano i dettagli realmente importanti in merito alla sua azienda; invece di limitarsi a dirlo, però, prese uno dei documenti dalla scrivania e lo sollevò come se stesse gettando i bisognini di un cane. «Questa... questa è carta igienica» concluse. «Glielo traduca.»
«Il giapponese si tolse gli occhiali» ricorda una persona che era presente allo strano incontro. «Le labbra gli tremavano. Stava per scoppiare la terza guerra mondiale. “Carta igienica? Carta igienica?”»
Il gestore di un hedge fund – un fondo speculativo – che considerava Eisman un amico ha provato a spiegarmi il suo carattere, ma ha desistito dopo appena un minuto. Subito dopo avermi raccontato di vari casi in cui aveva fatto capire chiaramente che questo o quel personaggio importante, in realtà, era solo un bugiardo o un idiota, si è messo a ridere. «È un po’ insopportabile, in certo qual modo, ma è intelligente, onesto e coraggioso.»
«Anche a Wall Street la gente lo considera sgarbato, sgradevole e aggressivo» commenta la moglie di Eisman, Valerie Feigen, che ha lavorato in J.P. Morgan prima di dimettersi per aprire il negozio di abbigliamento femminile Edit New York, nonché per crescere i loro figli. «Non gli importa nulla delle buone maniere. Mi creda: ci ho provato e riprovato.» Quando lo presentò ai genitori per la prima volta, sua madre commentò: «Be’, non ce ne faremo granché, ma di certo potremmo metterlo all’asta alla Uja».1 Eisman era un vero asso quando c’era da offendere qualcuno. «Il fatto di essere sgarbato non è una tattica» spiega la moglie. «È sinceramente sgarbato. Sa che tutti lo considerano un personaggio, ma lui non si vede in quel modo. Steven vive in un mondo tutto suo.»
Se gli si chiede un commento riguardo allo sconcerto che suscita invariabilmente attorno a sé, Eisman si limita ad assumere un’espressione perplessa, addirittura un po’ offesa. «A volte mi lascio un po’ andare» sostiene, scrollando le spalle.
Ecco la prima di numerose teorie che sono state formulate su di lui: in parole povere, sarebbe ben più interessato a un qualunque proprio pensiero, per quanto fugace, che a chi si trovi di fronte a lui in quel momento; il primo elemento dell’equazione soverchierebbe il secondo. Questa teoria è stata considerata incompleta dalle persone che lo conoscono bene. Sua madre Lillian ne ha proposta un’altra. «In realtà Steven ha una doppia personalità» ha spiegato in tono misurato. Una è quella del ragazzo a cui lei regalò la bicicletta nuova di zecca che desiderava ardentemente, tanti anni fa, per poi vederlo inoltrarsi pedalando in Central Park, prestarla a un ragazzino che non conosceva affatto e seguirla con lo sguardo mentre si allontanava per sempre. L’altra si manifestò nel ragazzo che si era proposto di studiare il Talmud, non perché avesse il minimo interesse in Dio, ma perché era curioso di approfondire le contraddizioni interne da cui era viziato. Lillian era stata nominata presidentessa del comitato degli educatori ebrei di New York, e Steve si era messo a setacciare il testo sacro in cerca di contenuti incongruenti. «Chi altro studia il Talmud per trovarci degli errori?» domanda la madre. In seguito, quando divenne veramente ricco e decise di dedicarsi alla beneficenza, si imbatté in un’organizzazione chiamata Footsteps: aiutava gli ebrei hassidici ad abbandonare la loro religione. Non era neppure in grado di donare soldi senza mettere zizzania.
In buona sostanza, chiunque abbia mai avuto a che fare con Eisman lo considera quantomeno un personaggio bizzarro. Ed era entrato nel mondo della Borsa proprio all’inizio di una fase altrettanto bizzarra. La creazione di un mercato per le obbligazioni ipotecarie, un decennio prima, aveva ampliato gli interessi di Wall Street a un’area di cui non si era mai occupata in precedenza: i debiti contratti dai comuni cittadini statunitensi. Inizialmente ci si era interessati al 50% più solvente della popolazione statunitense. Da quel momento, invece, il mercato delle obbligazioni ipotecarie – quindi emesse avendo a garanzia i flussi generati da un mutuo ipotecario – si ampliò, prendendo in considerazione i cittadini meno meritevoli di credito e iniziando dunque ad alimentarsi tramite i debiti del 50% meno solvente.
Le obbligazioni ipotecarie erano diverse, sotto vari e rilevanti aspetti, dai titoli aziendali e dai titoli di Stato «vecchio stampo». Un’obbligazione ipotecaria non aveva «alle spalle» un unico mutuo di grossa entità, con una scadenza fissa predeterminata, ma un bacino di un migliaio di mutui residenziali privati, raggruppati in un unico portafoglio. E i flussi di cassa generati da simili mutui erano sempre problematici, poiché i mutuatari avevano il diritto di saldare il debito quando volevano. Proprio per questo, chi investiva in obbligazioni era stato inizialmente riluttante a puntare sui mutui residenziali: tipicamente i mutuatari li rifondevano solo quando i tassi d’interesse calavano; o, volendo, potevano rifinanziarli a condizioni più convenienti. In ogni caso, lasciavano in mano al detentore dell’obbligazione ipotecaria un cumulo di soldi da investire a tassi meno redditizi. Questi, in sostanza, non sapeva quanto tempo sarebbe durato l’investimento, ma soltanto che avrebbe riavuto indietro i suoi soldi nel momento meno opportuno.
Per porre un freno a quest’incertezza, le persone con cui avevo lavorato in Salomon Brothers – e che avevano creato il mercato per le obbligazioni ipotecarie – avevano studiato un’astuta soluzione. Prendevano enormi bacini di mutui residenziali e suddividevano le rate corrisposte dai proprietari delle abitazioni in pezzi, chiamati «tranche». L’acquirente della prima tranche era come il proprietario di un appartamento situato al piano terra di un edificio, in caso di alluvione: veniva sommerso dalla prima ondata di estinzioni anticipate dei mutui. In cambio, otteneva un tasso d’interesse più alto. L’acquirente della seconda tranche – ovvero il secondo piano del palazzo – riceveva l’ondata successiva di estinzioni anticipate, ricevendo in cambio il tasso d’interesse immediatamente inferiore, e così via. Chi aveva investito nel piano più alto dell’edificio riceveva il tasso d’interesse più basso, ma aveva maggiori garanzie che il suo investimento non si sarebbe estinto prima del termine da lui auspicato.
Il grande timore delle persone che investivano in obbligazioni ipotecarie, negli anni Ottanta, era quello di essere ripagate troppo rapidamente, non di non esserlo affatto. Il bacino ipotecario su cui era fondata l’obbligazione doveva essere conforme, in termini di entità e qualità creditizia, agli standard definiti da uno dei numerosi enti pubblici preposti: Freddie Mac, Fannie Mae e Ginnie Mae. I mutui, in effetti, erano garantiti dallo Stato: se i proprietari delle abitazioni andavano in default, cioè erano insolventi, il governo ne saldava i debiti.
Quando però Steve Eisman entrò in contatto con il nuovo settore della finanza specializzata, in rapida crescita, lo strumento dell’obbligazione ipotecaria stava per essere usato a un altro fine: concedere prestiti che non avevano i requisiti necessari per essere garantiti dallo Stato. Lo scopo era estendere il credito a proprietari di abitazioni sempre meno meritevoli di credito; e non perché potessero comprarsi una casa, ma perché potessero monetizzare tutto il patrimonio che avevano: la casa che possedevano già.
Le obbligazioni ipotecarie create sui mutui subprime estesero la logica studiata per risolvere il problema dell’estinzione anticipata per far fronte a un altro problema, quello dei mutui mai estinti e non garantiti dallo Stato. Chi investiva nel primo piano del palazzo, ovvero nella prima tranche, correva non il rischio di assistere a un’estinzione anticipata, bensì quello di soffrire perdite effettive. Si accollava le prime perdite finché il suo investimento non veniva spazzato via del tutto, dopodiché le perdite ricadevano sulle spalle di chi aveva investito nel secondo piano. E così via.
Nei primi anni Novanta, solo un paio di analisti di Wall Street dedicarono la loro carriera al tentativo di comprendere gli effetti dell’estensione del credito ad aree su cui il sole non splendeva spesso. Uno fu Steve Eisman; l’altro Sy Jacobs. Questi aveva affrontato il mio stesso percorso di formazione in Salomon Brothers e in quel periodo lavorava per una piccola banca d’investimento chiamata Alex Brown. «Mi ero sorbito il corso di formazione di Salomon e mi ero sentito spiegare quali sarebbero stati gli effetti di questo nuovo, splendido modello di cartolarizzazione che Lewie Ranieri aveva creato» ricorda. (Ranieri fu quanto di più vicino a un padre fondatore si possa individuare per il mercato delle obbligazioni ipotecarie.) Le implicazioni della trasformazione dei mutui residenziali in obbligazioni erano state incredibilmente vaste. Succedeva da sempre che passività di una persona equivalessero ad asset, ovvero a voci attive di bilancio, di un’altra; adesso, però, sempre più passività potevano essere trasformate in pezzi di carta vendibili a chiunque. In breve tempo, il trading desk di Salomon Brothers diede vita a piccoli mercati per obbligazioni finanziate da ogni genere di bizzarria: movimenti su carte di credito, leasing relativi ad aeroplani, finanziamenti per l’acquisto di automobili, rate d’iscrizione a palestre. Per inventare un mercato bastava trovare un nuovo asset da dare in pegno. E, fra gli asset non sfruttati, il più ovvio negli Stati Uniti era ancora la casa. Le persone che avevano contratto un primo mutuo avevano un ingente capitale bloccato nelle loro abitazioni; perché non cartolarizzare – ovvero creare obbligazioni, sulla base di un’attività finanziaria – anch’esso? «La mentalità diffusa, nel campo dei subprime» spiega Jacobs, «era che il contrarre un secondo mutuo venisse ingiustamente stigmatizzato dalla società. Se il tuo rating di credito era un po’ meno positivo, pagavi di più. Molto più di quanto avresti dovuto pagare. Ma se fossimo riusciti a dar vita a un mercato di massa per le obbligazioni ipotecarie, avremmo potuto ridurre il costo per i mutuatari: essi avrebbero potuto sostituire i debiti legati alle proprie carte di credito, caratterizzati da tassi d’interesse elevati, con debiti ipotecari di tasso inferiore.»
L’opinione più comune era che la crescente interfaccia tra alta finanza e cittadini statunitensi del ceto mediobasso fosse positiva per questi ultimi. La nuova efficienza dei mercati di capitali avrebbe permesso loro di pagare interessi sempre meno onerosi sui debiti. All’inizio degli anni Novanta, le prime società ipotecarie che offrirono mutui subprime – The Money Store, Greentree, Aames – lanciarono offerte pubbliche di azioni, in modo da poter crescere più rapidamente. Alla metà del decennio, ogni anno entravano in quel mercato decine di piccole società di credito al consumo. Il settore dei mutui subprime era quindi molto frammentato. Inoltre, dato che le società finanziarie vendevano la gran parte dei mutui che concedevano – benché non tutti – ad altri investitori, sotto forma appunto di obbligazioni ipotecarie, il settore era anche gravato dal rischio morale. «Era un business che permetteva di arricchirsi in tempi rapidi» osserva Jacobs. «E qualunque business in cui si possa vendere un prodotto e guadagnare soldi senza doversi preoccupare del suo effettivo rendimento non può far altro che attirare avvoltoi. Era il lato oscuro di quella buona idea. Eisman e io eravamo entrambi convinti che fosse un’idea grandiosa, ed entrambi ci imbattemmo in alcuni personaggi realmente squallidi. Era il nostro compito: capire chi fosse la gente giusta per realizzare quella grande idea.»
Il credito ipotecario subprime rappresentava ancora una fetta insignificante dei mercati del credito statunitensi – generava prestiti per qualche decina di miliardi di dollari all’anno – ma la sua esistenza era sensata, anche per Steve Eisman. «Pensavo che si trattasse, in parte, di una reazione alla crescente diseguaglianza di reddito» ha commentato. «La distribuzione del reddito in questo Paese, già squilibrata, lo stava diventando ancor più, e il risultato era che c’erano più clienti di categoria subprime.» Naturalmente, Eisman veniva pagato prop...