DECIMA STAZIONE
Il Papa va al mare
Stremato dalle emozioni della serata, Arcadio si addormenta in macchina poco prima del Nomentano. In poche ore ha sperimentato tutte le gradazioni del cuore, dal terrore all’euforia.
«Lo svegliamo?» chiede padre Gabriel. «Siamo arrivati.»
«No, lascialo dormire. Ha bisogno di pace» risponde il Papa. «Lo porto in braccio.»
«Faccio io» si offre Napoleone.
Francesco porge un altro no. «Grazie, mi serve come allenamento.»
Il Pontefice raccoglie il corpo del bambino, come nel bassorilievo di una Deposizione, e s’incammina verso il portone di via Reggio Calabria.
I coniugi Santucci sono ancora sulla soglia di casa, come se non si fossero mai mossi in tutte queste ore. Il medico prende in consegna il figlio, lo trasporta in camera, lo deposita delicatamente sul letto e lo lascia alle cure di Martina. Poi accompagna l’ospite all’ingresso.
«Quando abbiamo sentito alla TV della guerriglia con i tifosi tedeschi, ci è salito il cuore il gola» confessa Santucci.
«Noi non abbiamo avuto problemi» mente il Pontefice. «La Roma è in semifinale di Champions League, Arcadio ha vinto. Tutto perfetto.»
«Il Papa ha strappato un’altra città a quelli del terrore: lo stadio» sorride il chirurgo.
«Lo stadio e i fuochi d’artificio» precisa il Papa. «Li guardava con gli occhi spalancati. Non gli fanno più paura.»
«Un contrattacco irresistibile, direi. Di questo passo presto arriveremo al mare» deduce il signor Santucci, che indica il puzzle di una spiaggia caraibica appeso al muro.
«Più in fretta di quanto s’immagini» risponde Francesco mostrando la figurina ricevuta in auto dal bambino.
«Mi deve aiutare. Il calcio per me vale l’alfabeto coreano» confessa il chirurgo.
«Marek Hamšík, centrocampista slovacco del Napoli, soprannominato Marechiaro» spiega il Pontefice. «È una richiesta di Arcadio. Dove lo porto?»
«Facile! A Fregene, sulla nostra spiaggia: Villaggio dei Pescatori» risponde il signor Santucci. «Domani cominciano le vacanze di Pasqua. Arcadio è libero tutto il giorno. Vi presto la mia Panda.»
Il Papa sorride e annuisce, poi si avvicina a un puzzle appeso alla parete: «Perché lo ha incorniciato prima di averlo completato?».
«Le ho dato retta. Ho voluto salvare la volpe» spiega il chirurgo. «Come vede, c’è libertà anche nei puzzle.»
«Si sbaglia, questa non è libertà. Questo è il nulla» lo corregge Francesco. «Senza vita non esiste libertà. Lei doveva far nascere la volpe, mettere insieme le tessere e poi provare a salvarla.»
«Ma è impossibile.»
«Appunto. Lasci fare all’uomo che salirà in croce tra due giorni.»
All’ingresso della Porta del Perugino, il Pontefice chiede ad Alvaro di fermarsi e abbassa il finestrino: «Contento?».
«È già Pasqua, Santità. Detto con tutto il rispetto» risponde la guardia svizzera, senza spostare lo sguardo e il mento.
«Avete festeggiato?»
«Lui no. È svizzero tedesco: soffre.»
La seconda guardia svizzera resta imperturbabile come una statua di cera.
«Come ti chiami?» chiede il Papa.
«Armando.»
«Armando, posso chiederti un piacere per domani?»
«Tutto quello che vuole, Santità, dopo che ha portato la Roma in semifinale» risponde il soldato che impugna un’alabarda.
Nel suo appartamento, Francesco si veste con la talare bianca, si inginocchia e prega a lungo prima di andare a letto.
La mattina seguente, Giovedì Santo, dopo la messa delle sette e la colazione a Casa Santa Marta, il Pontefice presiede due riunioni nello studio al terzo piano del Palazzo Apostolico, mentre, a pochi metri di distanza, nella basilica vaticana, il Vicario per la Città del Vaticano celebra la funzione della consacrazione degli olii in vece del Pontefice.
Nella prima riunione, il Comandante della Gendarmeria Vaticana relaziona sulle operazioni di bonifica nell’area del Colosseo e sugli ultimi allarmi lanciati dalle polizie europee che ingombrano le prime pagine dei giornali. “Il mondo con il fiato sospeso” titola un quotidiano sintetizzando lo spirito di tutti gli altri.
Con il fiato sospeso per i rischi di un possibile attentato durante la Via Crucis di domani, ma anche per le condizioni di salute del Papa che da giorni non si fa vedere né sentire.
E ad aumentare la tensione, ci si è messa l’improvvisa rinuncia di tre capi di Stato alla cerimonia del Colosseo, giustificata da ragioni di politica interna, ma interpretata da tutti i commentatori come misura di sicurezza dopo le ultime segnalazioni delle rispettive intelligence.
Il mondo con il fiato sospeso, Maria Pilar seduta sul bordo della sedia, pronta a scattare e a prendere appunti.
«Credo che prima di considerare nei dettagli il piano di sicurezza per la Via Crucis di domani al Colosseo, vada presa una decisione definita a monte: dobbiamo farla?» esordisce monsignor Klaus alla sua maniera, in modo clamoroso.
Il Papa risponde con un’eco di parole che non sfugge a nessuno: «Ci è concesso di abbandonare la cura del bosco?».
«Penso proprio al bosco, Santità» risponde il Prefetto della Casa Pontificia. «Per quanto possa essere bonificato il Colosseo, sarà impossibile proteggere dai rischi le centinaia di fedeli che accorreranno, prenderanno la metropolitana e i mezzi pubblici. Ci fosse davvero un attentato nel corso di una cerimonia trasmessa in mondovisione, quale onda di terrore si diffonderebbe in un mondo già così spaventato? Un Papa convalescente, che è rimasto a letto indisposto per tutta la settimana, giustifica ampiamente un cambio di programma che non sembrerà una fuga. Penso a una Via Crucis trasmessa al mondo, ma senza pubblico, all’interno delle mura vaticane.»
Francesco scuote la testa. «Io penso invece ai fratelli che testimoniano la fede ogni giorno in ogni parte del mondo a rischio del martirio. È per loro che dobbiamo portare la croce con coraggio. Non possiamo tornare nelle catacombe. Domani trasmetteremo al mondo un’onda di conforto e di speranza. Con o senza di me. Ma conto proprio di esserci. Non è facile fermare un Francesco. Come ha sperimentato anche ieri sera il nostro Klaus…»
Il prefetto tedesco, simpatizzante del Bayern Monaco, è costretto ad arrangiare un mezzo sorriso.
«Bene. La decisione a monte è stata presa. Torniamo a valle» conclude il Pontefice.
Napoleone illustra nei dettagli il piano di sicurezza che è stato studiato in collaborazione con la polizia italiana e che comprende il trasferimento dei porporati al Colosseo, lo svolgimento della cerimonia religiosa e l’assistenza agli spettatori della Via Crucis.
Il Papa verrà trasportato in auto fino al gazebo rosso montato all’esterno dell’antico tempio di Venere ai Fori Imperiali, nell’area compresa tra la basilica di Massenzio e il Colosseo, dominata da una croce infuocata. Qui il Santo Padre avvierà la cerimonia, ne seguirà una parte seduto su una poltrona rossa e leggerà alcune meditazioni.
All’interno dell’anfiteatro, bonificato nei giorni scorsi dal servizio di sicurezza, ci saranno solo un centinaio di persone accreditate: giornalisti, fotografi, operatori e cronisti della diretta televisiva, il coro della diocesi di Roma, i responsabili della sicurezza e i custodi del Colosseo.
La processione della Via Crucis percorrerà un quarto del perimetro interno, al piano terra, dove un tempo c’era l’arena per i combattimenti, poi uscirà all’esterno del Colosseo dove si raccoglieranno i fedeli con le fiaccole in mano.
Il Papa seguirà solo le prime stazioni poi sarà prelevato dall’auto blindata, che attenderà accanto al gazebo, e riportato in Vaticano.
Viene poi concordato con Maria Pilar il testo che verrà diffuso nel pomeriggio dalla Sala Stampa: il Papa sta meglio e domani presiederà regolarmente alla cerimonia che avrà luogo all’interno dell’Anfiteatro Flavio. Data la convalescenza del Santo Padre, la celebrazione della Passione di Cristo nella Cattedrale di San Pietro sarà invece officiata dal Vicario per la Città del Vaticano alle ore 17.00.
Dopo una breve pausa che consente al Pontefice di gustarsi un po’ di mate, i lavori riprendono nello studio del terzo piano alla presenza di soli religiosi. Vengono messi a punto i momenti della liturgia, dalle letture alle riflessioni sulle varie stazioni che il Papa quest’anno ha affidato al vescovo di Rieti, rappresentante delle terre martoriate dal terribile terremoto. Un omaggio, una testimonianza di solidarietà a tanta povera gente che ha sopportato la croce delle macerie.
A portare la croce della prima e dell’ultima stazione, come tradizione, sarà il vicario per la Città del Vaticano. A collegare le altre stazioni ci penserà una sorta di staffetta di soggetti deboli, vicini al cuore di Cristo nella sofferenza: uno sfollato di Amatrice, un profugo ospitato in un centro di accoglienza, un disabile in carrozzina…
A fine lavori, padre Gabriel chiede al Papa se intende pranzare alla mensa di Casa Santa Marta.
«No, devo andare in un villaggio di pescatori» spiega Francesco. «Come nostro Signore.»
«Il Vangelo.»
«Certo, Gabriel. Il Vangelo è tutto.»
Arcadio indica il cruscotto dell’auto rossa.
«Hai ragione» dice il Papa che tira fuori dalla tasca il magnete, lo attacca e mette in moto.
Per l’ultimo giorno in borghese ha scelto ancora i pantaloni blu con le grandi tasche laterali e si è tolto una voglia che gli è montata durante la settimana: le scarpe da ginnastica. Sono tutte bianche, quasi papali, con un piccolo orlo verde nella parte posteriore.
Da quanto tempo non calzava un paio di scarpe del genere? Sono leggere e comode, la suola di gomma aiuta la camminata. Ha la sensazione di aver fatto un bel regalo ai suoi vecchi piedi che tanta strada hanno percorso nel mondo. Arcadio calza quelle con le suole che lampeggiano. Si è preparato un mazzetto di parole romaniste immaginando di dover sostenere una conversazione sul trionfo di ieri e sulle emozioni dell’Olimpico, ancora così fresche. Infatti, appena il Papa accenna alla partita e si srotolano i ricordi dell’impresa, il bambino sgrana una figurina dietro l’altra: Salah, Džeko, Totti, ma anche il sampdoriano Álvarez per comunicare che l’autista dalla faccia da salumiere gli sta proprio simpatico.
È un’altra giornata splendida, di sole caldo e cielo sgombro. Una spinta in più verso il mare nonostante il traffico selvaggio sulla Circonvallazione Tiburtina. La Panda rossa del dottor Santucci procede a piccoli scatti, come una gocciolina di sangue in una vena ostruita. L’occlusione si scioglie all’imbocco del Raccordo che conduce al cartello di Fregene.
«Qui mi devi aiutare» dice il Pontefice. «Tuo papà mi ha suggerito di andare alla vostra spiaggia nel Villaggio dei Pescatori. Sai fare da navigatore?»
Arcadio abbassa il mento e recupera la figurina di Mattia Destro, quella che gli ha consentito di parare il rigore del Faraone.
Destro significa destra, il retro della figurina significa sinistra.
Di svolta in svolta arrivano alla meta, nella zona nord di Fregene dove un tempo i pescatori avevano piazzato le loro capanne che negli anni sono diventate le eleganti ville dei vacanzieri.
Il Papa, che ha uno zaino in spalla, e il bambino camminano lentamente sulla sabbia verso la riva.
Il mare è docile come un lago e sussurra piccole onde. L’aria è ferma.
A un certo punto, Arcadio si mette a sedere. Il Papa lo imita e con un istinto da nonno, nuovo di zecca, sbottona il giubbotto del bambino per impedirgli di sudare sotto i raggi caldi. Il movimento gli costa una fitta prolungata al fianco, ma ancora più male gli fa il sospetto che questa potrebbe anche essere l’ultima volta che vede il mare. È un pensiero che gli entra profondamente nella carne e gli fa...