La biblioteca segreta di Timbuctù
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La biblioteca segreta di Timbuctù

  1. 336 pagine
  2. Italian
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La biblioteca segreta di Timbuctù

Informazioni su questo libro

Quando nel 1826 l'esploratore Alexander Gordon Laing arrivò a Timbuctù, primo europeo a mettervi piede, scoprì che la capitale del Mali era da secoli il cuore intellettuale dell'Africa subsahariana, un luogo di straordinaria ricchezza culturale nel quale era fiorito un tesoro inestimabile di testi religiosi, di algebra, fisica, medicina, giurisprudenza, botanica, geografia, astronomia, persino di educazione sessuale. Testi preziosi anche perché vergati con varietà di stili calligrafici, di inchiostri e colori. È questo immenso patrimonio di manoscritti - recuperati rocambolescamente in tutta l'Africa da Abdel Kader Haidara, archivista e bibliotecario - che improvvisamente, nel 2012, si ritrova minacciato dall'avanzata della jihad. I fondamentalisti prendono Timbuctù, impongono la Sharia, distruggono le vestigia degli antichi templi e diventa chiaro che anche i manoscritti saranno dati alle fiamme. Per salvarli Abdel Kader recluta un manipolo di coraggiosi bibliofili e organizza un'incredibile operazione alla Monuments Men: oltre 350.000 manoscritti vengono nascosti in casse e bauli, portati al sicuro su carretti trainati da muli, contrabbandati oltre i posti di blocco. E quando a Timbuctù arrivano i militari francesi, nel gennaio 2013, la gran parte del tesoro è in salvo. La biblioteca segreta di Timbuctù è una straordinaria storia vera, che si legge come un romanzo e che afferma il valore della cultura come unico baluardo possibile contro la barbarie del fondamentalismo.

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Informazioni

eBook ISBN
9788858688755

1

Eredità

Abdel Kader Haidara era un bambino quando venne a sapere dei tesori nascosti di Timbuctù. Nella grande casa di Sankoré, il quartiere più antico della città, sentiva spesso il padre menzionarli sottovoce, come se, esitante, stesse rivelando un segreto di famiglia. Dal Sahel, la vasta fascia arida del continente africano che si estende dall’Atlantico al Mar Rosso, giovani convittori arrivavano a decine per studiare matematica, scienze, astrologia, giurisprudenza, arabo e il Corano nella scuola tradizionale, che il padre mandava avanti nel vestibolo di casa. Basata su tre sedute quotidiane di tre ore ciascuna, che iniziavano prima dell’alba e proseguivano con vari intervalli fino alle prime ore della sera, la scuola si ispirava alle università informali fiorite a Timbuctù nel sedicesimo secolo, quando la città era un centro culturale di primo piano. In casa c’erano migliaia di manoscritti, chiusi a chiave in casse di stagno in un ripostiglio dietro una pesante porta di quercia. Haidara aveva la sensazione che fossero importanti, ma sapeva pochissimo al riguardo.
A volte il padre rovistava nel ripostiglio e ne emergeva con un volume della collezione di famiglia: un trattato di diritto islamico dell’inizio del dodicesimo secolo; un Corano del tredicesimo secolo vergato su pergamena fatta con pelle di antilope; un altro libro sacro del dodicesimo secolo, non più grande del palmo di una mano, redatto su pelle di pesce nell’intricata grafia maghrebina e illuminato da frammenti di foglia d’oro. Una delle opere più pregiate era il diario di viaggio originale del maggiore scozzese Alexander Gordon Laing, il primo esploratore europeo a raggiungere Timbuctù passando per Tripoli e il Sahara, che nel 1826, poco dopo aver lasciato la città, fu tradito, derubato e ucciso dai nomadi arabi che lo accompagnavano. Alcuni anni dopo la morte di Laing, un copista scrisse un manuale di grammatica araba sui documenti dell’esploratore: uno dei primi esempi di carta riciclata. Quando il padre radunava gli studenti intorno a sé, Haidara sbirciava da sopra la sua spalla e osservava con curiosità i delicati manoscritti. Con il tempo ne apprese la storia e imparò ad averne cura. Abdel Kader parlava il songhai, la lingua dell’omonima etnia del Mali, la più numerosa tra quelle stanziate lungo l’ansa settentrionale del Niger, e a scuola studiava il francese, la lingua degli ex padroni coloniali. Ma da ragazzo imparò anche a leggere l’arabo da autodidatta, e il suo interesse per i manoscritti aumentò.
All’epoca – tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta – a collegare Timbuctù al mondo esterno c’erano solo le barche che solcavano il Niger quando il livello dell’acqua era abbastanza alto e i voli della compagnia di bandiera che una volta alla settimana raggiungevano Bamako, la capitale del Paese, a quattrocentoquaranta miglia aeree di distanza. Haidara, il sesto di dodici figli, non si rendeva conto di quanto fosse isolata la città. Lui, i fratelli e gli amici andavano a pesca e facevano il bagno in un canale lungo otto chilometri, che dal margine occidentale di Timbuctù arrivava fino al Niger. Terzo fiume più lungo dell’Africa, con un corso a forma di boomerang, il Niger nasce sugli altipiani della Guinea e si snoda per milleseicento chilometri in Mali, formando laghi e golene, per poi curvare a sudest appena sotto Timbuctù, attraversare il Niger e la Nigeria e sfociare nel Golfo di Guinea. Il canale era l’angolo più vivo della città, un punto di ritrovo per i bambini, le venditrici del mercato e i commercianti nelle piroghe, canoe ricavate da tronchi d’albero cariche di frutti e ortaggi coltivati nei terreni irrigui lungo il fiume. In passato era stato anche teatro di un episodio sanguinoso: il giorno di Natale del 1893, nascosti fra i canneti della riva, i guerrieri tuareg avevano teso un agguato a due ufficiali francesi, giunti dal Niger su una canoa con diciotto vogatori africani, e avevano massacrato tutti.
Haidara e i suoi amici esploravano ogni angolo del quartiere di Sankoré, un labirinto di vicoli sabbiosi fiancheggiati dai mausolei dei santi sufi e dominati dall’omonima moschea del quattordicesimo secolo, una piramide di fango asimmetrica con una sorta di impalcatura permanente fatta di rami di palma conficcati nell’argilla. Giocavano a pallone nel campo di sabbia davanti alla moschea e si arrampicavano sui manghi lussureggianti che all’epoca proliferavano a Timbuctù, prima che l’avanzamento verso sud della desertificazione facesse morire la maggior parte degli alberi e prosciugasse il canale riempiendolo di sabbia. C’erano poche automobili, nessun turista, nessuna interferenza dal mondo esterno; come ricorderà Haidara decenni dopo, era un’esistenza spensierata e felice.
Il padre di Abdel Kader, Mohammed “Mamma” Haidara, era un uomo devoto, colto e avventuroso, che esercitò una profonda influenza sul figlio. Nato sul finire del diciannovesimo secolo a Bamba, un villaggio che abbraccia la riva sinistra del Niger, quasi duecento chilometri a est di Timbuctù, Mamma Haidara crebbe nel periodo in cui il Mali si chiamava Sudan Francese – un miscuglio di etnie che si estendeva dalle foreste e dalle savane a sud, vicino a Guinea e Senegal, fino alle zone aride a nord, verso il confine algerino – e non era ancora del tutto sotto il controllo dei francesi. I tuareg del Sahara, nomadi che difendevano accanitamente la loro indipendenza, opposero una resistenza armata all’esercito coloniale, tendendo agguati nel deserto ai soldati e attaccandoli con lance e spade a dorso di cammello. Furono soggiogati solo nel 1916. Dopo aver imparato a leggere e a scrivere nelle scuole coloniali francesi, Mamma Haidara si diede a una vita di studi e viaggi. Di soldi ne aveva pochi, ma riusciva sempre a farsi dare un passaggio dalle carovane di cammelli, e grazie alla sua erudizione si manteneva tenendo lezioni informali sul Corano e su altre materie.
A diciassette anni visitò Gao, l’antica capitale dell’impero, trecentoventi chilometri a est di Timbuctù lungo il fiume, e l’oasi di Araouane, una cittadina cinta da mura nota per i suoi intellettuali e punto di sosta sull’antica via del sale che attraversava il Sahara. Spinto dalla sete di conoscenza e dal desiderio di capire il mondo, Mamma Haidara si recò a Sokoto, nell’odierna Nigeria, capitale di un potente regno musulmano del diciannovesimo secolo; ad Alessandria e al Cairo; a Khartoum, la capitale del Sudan, che sorge sulla confluenza del Nilo Bianco con il Nilo Azzurro, e a Omdurman, la città gemella sull’altra sponda del fiume, dove nel 1895 l’esercito del generale Horatio Herbert Kitchener sconfisse i mahdisti, fautori di un movimento anticolonialista per la restaurazione dell’Islam, e impose il dominio britannico sul Sudan.
Quando tornò a casa dopo un decennio di peregrinazioni, Mamma Haidara era ormai un uomo di vasta esperienza, al punto che i sapienti di Bamba lo nominarono cadì, il magistrato musulmano che si occupa di mediare nelle dispute sulla proprietà e sovrintende a matrimoni e divorzi. Dai suoi viaggi in Sudan, Egitto, Nigeria e Ciad aveva portato Corani miniati e altri manoscritti che accrebbero la biblioteca di famiglia a Bamba, avviata dai suoi antenati nel sedicesimo secolo. In seguito si trasferì a Timbuctù, aprì una scuola, si arricchì con il commercio di granaglie e bestiame, acquistò dei terreni e stilò egli stesso alcuni manoscritti sulla lettura delle stelle e sulla genealogia dei clan cittadini. La famiglia ospitava spesso studiosi provenienti dall’intera regione, e la popolazione locale consultava Mamma Haidara per ricevere dal dotto musulmano una fatwa, un responso su una questione di diritto islamico.
Nel 1964, quattro anni dopo che il Mali ebbe proclamato l’indipendenza dalla Francia, una delegazione parigina dell’UNESCO si riunì a Timbuctù. Gli storici dell’organizzazione avevano letto le opere di Ibn Battuta, forse il più grande esploratore del mondo medievale, che nella prima metà del quattordicesimo secolo aveva visitato il territorio corrispondente all’odierno Mali, e di Hassan Mohammed Al Wazzan Al Zayati, che nel sedicesimo secolo, prigioniero del papa a Roma, scriveva con lo pseudonimo di Leone l’Africano. Quei viaggiatori descrivevano una cultura vivace, fatta di uomini che redigevano manoscritti e collezionavano libri, il cui centro si trovava a Timbuctù. Gli storici e i filosofi europei avevano sempre sostenuto che l’Africa Nera fosse una terra di analfabeti senza storia, ma i manoscritti di Timbuctù dimostravano il contrario: quando gran parte dell’Europa era ancora immersa nel Medioevo, a sud del Sahara si era sviluppata una società raffinata e di liberi pensatori. Repressa dopo la conquista marocchina di Timbuctù nel 1591, quella cultura era rifiorita nel diciottesimo secolo, solo per svanire di nuovo nei settant’anni del dominio coloniale francese. I collezionisti avevano nascosto i manoscritti in buche scavate nel terreno e in stanze e depositi segreti. Gli esperti dell’UNESCO decisero di creare un centro per recuperare il patrimonio perduto della regione, restituire a Timbuctù una parvenza della gloria passata e provare al mondo che un tempo l’Africa subsahariana aveva prodotto capolavori. Così chiesero ai notabili della città di incoraggiare i proprietari a tirar fuori i manoscritti dai nascondigli.
Nove anni dopo Mamma Haidara, che all’epoca era sulla settantina, cominciò a lavorare per l’Istituto di Istruzione Superiore e Ricerca Islamica Ahmed Baba, fondato a Timbuctù dall’UNESCO e finanziato dalle famiglie reali del Kuwait e dell’Arabia Saudita. Lo studioso prestò quindici dei suoi volumi per la prima mostra aperta al pubblico allestita nell’istituto, poi andò di casa in casa, bussando a tutte le porte di Timbuctù, per convincere gli altri collezionisti a donare i loro manoscritti. Partecipava a una grande campagna culturale, ricorderà il figlio Abdel Kader, che fu accolta perlopiù con sospetto e ostilità. Abdel Kader lo ammirava, ma non aveva nessuna intenzione di seguire le orme del padre in quella che sembrava un’impresa senza futuro.
Nel 1981, quando Abdel Kader aveva diciassette anni, l’anziano Mamma Haidara morì dopo una lunga malattia. I notabili della città e i funzionari responsabili delle successioni ereditarie convocarono una riunione con la famiglia Haidara. Abdel Kader, sua madre, la maggior parte dei suoi fratelli, e i rappresentanti di quelli che non potevano essere presenti, si assieparono nel vestibolo della casa di famiglia, nel quartiere di Sankoré, per assistere alla lettura del testamento. Il vecchio Haidara lasciava i terreni di Bamba, parecchio bestiame, un discreto gruzzolo derivante dal commercio delle granaglie e, naturalmente, una vasta collezione di manoscritti: cinquemila opere a Timbuctù e forse otto volte tanto nella casa dei suoi avi a Bamba. L’esecutore testamentario suddivise tra i fratelli le attività del patriarca, gli animali, le proprietà e il denaro. Poi comunicò che, secondo una tradizione consolidata della tribù songhai, Mamma Haidara aveva designato un solo erede come custode della biblioteca di famiglia. L’uomo alzò lo sguardo dalle carte. I fratelli si protesero in avanti.
«Abdel Kader» annunciò l’uomo, «sei tu il prescelto.»1
Calò un silenzio attonito. Anche se era il più studioso dei dodici fratelli, sapeva leggere e scrivere in arabo e aveva sempre subito il fascino dei manoscritti, Haidara non poteva immaginare che il padre li affidasse a una persona così giovane. L’esecutore testamentario gli elencò le sue responsabilità. «Non sei autorizzato a dare via i manoscritti, né a venderli»2 disse. «Hai il dovere di conservarli e proteggerli.» Haidara non aveva idea di cosa avrebbe comportato il suo nuovo ruolo, e si chiedeva se sarebbe stato all’altezza. Sapeva solo che era un fardello pesante.
Nel 1984 anche la madre di Haidara morì dopo una malattia di cinque mesi, una grave perdita per lui. Tenera e premurosa, la donna aveva fatto da contrappeso alla severità di Mamma Haidara. A sei anni Abdel Kader faceva spesso a botte con i bambini del vicinato e il padre, per raddrizzarlo, lo aveva mandato a studiare in una scuola coranica nel bel mezzo del Sahara, un austero accampamento duecentoquaranta chilometri a nord di Timbuctù. Anni dopo Haidara descriverà con affetto la madre mentre si affaccendava davanti al focolare nel cortile di casa, intenta a preparare riso profumato, cuscus e altri manicaretti. Poi aveva messo tutto in un cesto che aveva consegnato al figlio per sostenerlo durante il viaggio e nel corso del mese di studi sul Corano. Una volta finito il cibo della madre, il giovane Haidara aveva smesso di mangiare e lo sceicco responsabile della scuola, esasperato, lo aveva rispedito a Timbuctù dai genitori.
Subito dopo il funerale della madre di Haidara, il direttore dell’Istituto Ahmed Baba andò a casa della famiglia per fare le condoglianze. «Devi venire a trovarmi»3 disse ad Abdel Kader in tono sibillino. Un mese dopo Haidara non si era ancora fatto vedere. Immerso nel suo dolore, si era completamente dimenticato della richiesta. Il direttore mandò il suo autista a prenderlo. «La prego di venire con me» lo invitò l’uomo.
Mahmoud Zouber, il direttore, accolse Haidara nell’istituto, un complesso di edifici in pietra calcarea con portici in stile moresco, che racchiudevano un cortile di sabbia con palme da datteri e acacie del deserto. All’epoca Zouber aveva qualcosa più di trent’anni ed era già considerato uno degli studiosi più eminenti del Nord Africa. Dopo aver fatto l’insegnante in una scuola franco-araba di Timbuctù, aveva ottenuto una borsa di studio finanziata dal governo del Mali per frequentare l’Università Al Azhar del Cairo, il centro di studi islamici più prestigioso del mondo, e aveva conseguito il dottorato in Storia dell’Africa occidentale alla Sorbona. La sua tesi di dottorato era incentrata sulla vita di Ahmed Baba, un famoso intellettuale dell’Età dell’Oro di Timbuctù, catturato dagli invasori marocchini nel 1591 e portato a Marrakech come schiavo. Nominato direttore dell’Istituto Ahmed Baba nel 1973, quando non aveva ancora trent’anni, Zouber aveva convinto il Kuwait e l’Iraq a donare centinaia di migliaia di dollari per costruire la sede dell’istituto. Poi aveva creato l’archivio dal nulla, iniziando con i quindici manoscritti presi in prestito dalla collezione di Mamma Haidara.
Zouber era un uomo minuto e cortese di etnia fulani, costituita tradizionalmente da agricoltori e pastori che vivevano lungo l’ansa del Niger compresa fra Timbuctù e Gao. Prese Haidara sottobraccio, attraversò con lui il cortile e lo condusse nel suo ufficio. «Ascolta» esordì. «Tuo padre ha sempre collaborato con noi. È stato fondamentale per raccogliere i manoscritti ed educare la popolazione su questo tema. Spero che anche tu verrai a lavorare con noi.»
«Grazie, ma ho altri progetti»4 replicò Haidara. Stava pensando di entrare in affari, di darsi magari al commercio di bestiame e granaglie come il padre. Voleva diventare ricco, spiegherà anni dopo. Di sicuro non voleva passare la vita a sgobbare in una biblioteca.
Alcuni mesi dopo il direttore ricominciò a incalzare Haidara. Gli mandò di nuovo l’autista a casa e lo convocò all’istituto. «Devi venire»5 gli disse. «Ti insegnerò tutto. Hai una grande responsabilità.»
Anche stavolta Haidara mormorò qualche parola di ringraziamento, ma declinò con garbo l’offerta.
«Sei il custode di una grande tradizione intellettuale»6 insistette Zouber.
L’istituto era in difficoltà, gli confidò il direttore. Nei dieci anni precedenti otto agenti avevano intrapreso un centinaio di missioni alla ricerca dei manoscritti. In un decennio di viaggi nel deserto con un convoglio di jeep, avevano recuperato solo duemilacinquecento opere, meno di una al giorno. Dopo decenni di ladrocini da parte dell’esercito coloniale francese, i collezionisti erano molto gelosi dei loro volumi e non si fidavano per niente delle istituzioni governative. La comparsa degli agenti dell’istituto metteva tutti in allarme, per il timore che rubassero i preziosi cimeli di famiglia. «Ogni volta che arrivano in un villaggio la gente è terrorizzata e nasconde tutto»7 raccontò Zouber guardando Haidara dritto negli occhi. «Se vieni a lavorare per noi, sono convinto che ci aiuterai a ritrovare i manoscritti. Sarà una bella sfida, ma ce la puoi fare.»

2

I manoscritti di Timbuctù

Nel 1509 Hassan Mohammed Al Wazzan Al Zayati, uno studente sedicenne appartenente a una famiglia di nobili musulmani di Granada, che si era stabilita a Fès dopo l’espulsione dei Mori dalla Spagna, arrivò a Timbuctù con suo zio, un diplomatico marocchino, e vi trovò un vivace crocevia commerciale e culturale. In un diario di viaggio divenuto un classico, pubblicato nel 1526 con lo pseudonimo di Leone l’Africano e intitolato Descrizione dell’Affrica e delle cose notabili che quivi sono, riferiva di mercati traboccanti di prodotti da tutto il mondo, di botteghe di tessitori piene di stoffe europee e di un maestoso palazzo in pietra calcarea abitato da un «re [che] possiede gran ricchezza in piastre e verghe d’oro, delle quali alcuna è di peso di milletrecento libbre».1
Al Zayati rimase sbalordito per l’effervescenza culturale di Timbuctù. Su una popolazione di centomila persone, circa un quarto era costituito da studenti giunti da luoghi lontani come la penisola arabica per imparare ai piedi dei maestri di diritto, letteratura e scienze dell’Impero songhai. Il re Al Hajj Askia Mohammed Touré concesse terre e denaro ai sapienti e invitò in città i migliori architetti per costruire moschee e palazzi. L’Università di Sankoré, una libera unione di moschee e case private, si sviluppò fino a diventare la più prestigiosa delle centottanta istituzioni accademiche cittadine. «Il sale viene dal Nord, l’oro dal Sud e l’argento dal Paese degli uomini bianchi, ma la parola di Dio e i tesori della saggezza si trovano solo a Timbuctù»2 recitava un proverbio sudanese dell’epoca. Secondo il Tariq Al Fattash, una cronaca della città redatta nel diciassettesimo secolo, la fama di Timbuctù come polo culturale era tale che un noto professore tunisino, giunto in città per insegnare all’Università di Sankoré, si rese subito conto di non essere abbastanza qualificato e si ritirò a Fès per prepararsi altri quattordici anni.
A colpire Al Zayati, in particolare, fu il fiorente commercio di manoscritti nei mercati cittadini. I libri erano fatti di carta ricavata da stracci, venduta dai mercanti che attraversavano il deserto da Marocco, Tunisia, Libia e Algeria, i Paesi in cui si era affermato quel tipo di lavorazione originario della Cina e dell’Asia centrale. Alla fine del dodicesimo secolo solo a Fès si contavano 472 cartiere, che esportavano sia a sud, nel Sahel, sia a nord, verso Maiorca e l’Andalusia. Ben presto il Maghreb, la regione del Nord Africa a ovest dell’Egitto che prende il nome dalla parola araba per “tramonto”, fu conquistato dalla carta italiana di qualità superiore che passava dai porti del Mediterraneo come Il Cairo e Tripoli. (Alcuni marchi italiani recavano in filigrana la croce cristiana, e questo ne rendeva difficile la vendita nei mercati islamici.) Quando Al Zayati visitò Timbuc...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La biblioteca segreta di Timbuctù
  4. Dedica
  5. Prologo
  6. 1. Eredità
  7. 2. I manoscritti di Timbuctù
  8. 3. Una grande ricerca
  9. 4. La costruzione della Biblioteca Mamma Haidara
  10. 5. La rinascita
  11. 6. Facciamo un passo indietro: le radici delle crisi
  12. 7. Il cammino verso il terrore
  13. 8. La fine di un’amicizia
  14. 9. Un matrimonio di convenienza
  15. 10. L’attacco
  16. 11. La presa di Timbuctù
  17. 12. Salvataggio
  18. 13. La situazione precipita
  19. 14. Il trasferimento
  20. 15. Il destino di Konna
  21. 16. La risposta francese
  22. 17. Ritirata
  23. 18. Colpo di coda
  24. 19. Liberazione
  25. Epilogo
  26. Ringraziamenti
  27. Note
  28. Indice