Color fuoco
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Color fuoco

  1. 200 pagine
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Color fuoco

Informazioni su questo libro

Iris, 16 anni, non ha mai conosciuto il padre Ernest, celebre collezionista d'arte, ma soprattutto uomo inaffidabile, a detta della madre Hannah. Ernest ha però una malattia incurabile, e Iris viene spedita al suo capezzale per mettere un'ipoteca sull'eredità che Hannah considera il giusto risarcimento all'irresponsabilità del marito. Ma quando arriva alla villa-museo di Ernest, Iris trova una persona lontana dai ritratti della madre, e d'un tratto tutto ciò che credeva di sapere – su di lei e sul padre – sfuma nel nero. A Ernest non rimangono molti giorni, ma saranno sufficienti a Iris per capire che c'è un nocciolo di bellezza purissima nei segreti che velano la sua infanzia, e che ce n'è uno altrettanto sfolgorante nel suo futuro tutto da scoprire. Un inno ai legami che uniscono padri e figli, e allo straordinario potere dell'Arte, in qualsiasi sua forma, di unirci, cambiarci, renderci eterni.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
eBook ISBN
9788858687697

Ventuno

Ogni volta che penso a un incendio lo ricostruisco dall’inizio, quando non c’è ancora nulla e nulla è ancora accaduto. Un fiammifero intatto, un mozzicone di sigaretta gettato via, ogni umile oggetto sull’orlo della grandezza, esaltato nella vertigine delle sue potenzialità. Penso a incendi nelle foreste, nelle città, lungo le colline. Quando tornammo in Inghilterra, visitai il monumento che commemora il grande incendio di Londra, dritto come una candela e alto esattamente quanto la distanza dalla sua base al punto in cui partì l’incendio. Salii i 311 gradini fino alla piattaforma panoramica. Vidi un filmato su quello stesso panorama, un video della città in timelapse, in cui le luci si accendono e si spengono come le faville sprigionate da un tizzone e le gru ondeggiano come zampe di insetti mentre il cielo scorre.
Pensai ai minuscoli semi di odio che Hannah piantò in me la prima volta che mi parlò del mio vero padre, le piccole scintille di rabbia che attizzava dicendomi che lui non mi voleva, che non gli interessavo, che non gli importava di me.
Facevo gli stessi pensieri su Thurston, cercando di isolare il momento in cui le cose avevano iniziato ad andare a rotoli, alla carta sbilenca che aveva fatto crollare il nostro castello. Riguardo alle malefatte di mia madre non potevo farci niente, ma Thurston era colpa mia. In fondo al cuore ne avevo la certezza.
Thurston aveva fatto una cosa per me. Tutto qui. Mi aveva chiesto di vederci, raccomandandomi di portare una candela.
«Ma niente petrolio. Non è la Notte dei Falò.»
«E allora cos’è?»
«È un regalo. Devi vederlo. È tutto per te.»
L’indirizzo che mi aveva dato era in centro, vicino alla chiesa di Hill Street, quella che sembra un locale. Thurston non era lì, ma all’angolo brillavano le luci intermittenti di altre candele sparse sul marciapiede, così andai da quella parte. C’erano alcune persone, soprattutto fedeli usciti dalla chiesa: si capiva dagli slogan gridati sulle loro magliette – DIO CI AMA e NON ABBIATE PAURA –, si capiva da quei sorrisi troppo buoni per essere veri. Doveva essere una veglia per qualcuno. Continuai a camminare, e quando arrivai alla chiesa mi resi conto che era una veglia per me.
Thurston aveva legato fiori alle ringhiere, e oltre alle candele aveva disposto bigliettini e foto. Quasi tutti erano suoi, una dozzina di foto e disegni con me come soggetto, di diverse dimensioni, alcuni protetti da un foglio di plastica, altri sbiaditi e afflosciati dal calore del sole e dall’umidità notturna. Dovevano essere lì da qualche giorno. La gente aveva iniziato ad aggiungere i propri auguri e pensieri. Qualcuno lasciò una rosa. Una donna e sua figlia si fermarono a osservare, si guardarono e, dopo essersi messe una mano sul cuore con aria triste, proseguirono. Un uomo accese la mia candela e la posò a terra insieme alle altre. Lessi alcuni dei messaggi: LASCIATE CHE I PICCOLI VENGANO A ME E NON GLIELO IMPEDITE. ACCENDI UN FUOCO IN CIELO IRIS B. NON PIÙ SULLA TERRA, PER SEMPRE NEL CUORE XXX. Aveva anche disegnato il mio occhio, lì sull’asfalto, la penetrante pupilla nera, il globo bianchissimo, il vivido cerchio di colori turbinanti.
«Merda» dissi sottovoce, e stavo pensando che questa Iris morta per finta aveva più amici di me. Pensavo che se fossi veramente morta, nessuno avrebbe lasciato quei biglietti né quei fiori. Non ci sarebbero stati disegni, foto o pupazzi. Ero quasi gelosa di lei. Ma soprattutto ero triste. Che regalo da bastardi.
Mi guardai intorno in cerca di Thurston: doveva essere da qualche parte lì dietro, gongolante, che si beava vedendo che quel che aveva fatto era diventato più della somma delle sue parti. Avrei fatto meglio a tenere la testa bassa, perché proprio in quel momento qualcuno mi riconobbe. Una ragazza della mia età, con una coda di cavallo strettissima e occhioni neri come voragini, mi indicò a bocca aperta. E un istante dopo lo capii: era questo ciò che Thurston aveva sperato succedesse fin dall’inizio. Ero la ragazza che si presentava alla propria veglia funebre. Ero Lazzaro. Qualcuno si fece avanti per toccarmi. Qualcun altro mi fotografò. La notizia attraversò la folla come una scarica elettrica. Non staccavano gli occhi da me e parlavano fra loro come se io non potessi sentirli, come se non fossi lì per davvero. «È lei?» «Ha detto qualcosa?» «Ha un messaggio?» «Che sta succedendo?»
Uno si fece il segno della croce. Un altro mi cadde in ginocchio ai piedi.
«Non è vero» dissi. «È solo uno scherzo. Uno scherzo di pessimo gusto.» E cercai di indietreggiare, ma li avevo anche alle mie spalle, e mi fermarono, e poi erano diventati più di prima. Ero bloccata. Circondata.
Percepii la presenza di Thurston prima di vederlo. Spuntò dietro di me, mi coprì la testa con qualcosa e in men che non si dica mi portò via, fuori dalla loro visuale. Ci gridarono dietro. Alcuni ci seguirono. Ci nascondemmo in un androne poco più avanti lungo l’isolato.
Avevo ancora il cappuccio sulla testa e Thurston mi faceva scudo perché non mi vedessero dalla strada, il suo petto premuto contro la mia schiena. Sentivo che stava per succedere qualcosa, proprio lì in quell’androne, mancava tanto così perché accadesse… ma invece ebbi un accesso di rabbia, perché arrabbiarsi era molto più facile. Gli piantai un gomito nelle costole.
«Ma perché, accidenti?» disse staccandosi subito. La mia furia l’aveva scioccato. Non credo l’avesse vista mai.
«Vaffanculo!» dissi.
«Non ti è piaciuto?»
«No, per niente!»
«La gente ti ha reso omaggio per giorni» disse.
«E questo è il tuo regalo per me, vero?»
Disse che ero il miracolo che quella gente poteva portarsi a casa, e per cui avrebbe ringraziato prima di ogni pasto. Disse: «Per loro sei la prova che Dio esiste».
«Mi prendi in giro?» chiesi. «Non osare, Thurston. Non osare.»
«Non capisci, Iris? Credevo che avresti capito.»
Aveva ragione. Capivo. Era una classica cosa alla Thurston e avrei dovuto stare al gioco e recitare la mia parte. Ma per qualche ragione avevo deciso di litigare con lui e anche se solo metà di me lo voleva, non riuscii a fare marcia indietro.
«Tu credi che la gente non ti veda» disse. «Che ti si possa dimenticare. Ma quelle persone ti hanno visto. E non dimenticheranno.»
«Non voglio che mi vedano. Non in quel modo.»
«Sì che lo vuoi, invece. Ne parli sempre.»
«Non mettermi più in mezzo a una delle tue pagliacciate. Non senza chiedermelo.»
«Iris» disse. «Cosa c’è?»
Non risposi.
«Non siamo amici? Anzi, più che amici?»
«Non so. Non so che cosa siamo.»
«E questo cosa significa?»
Mi strinsi nelle spalle.
«Cosa vuoi da me, Thurston?» dissi. «Gratitudine?»
Scosse il capo. «Come fai a non vedere quanto amore c’è in tutto questo?»
Non riuscivo a guardarlo. Dissi a me stessa: Quando ti mettono su un piedistallo così alto, è solo per farti cadere ancora più in basso.
«Lasciami in pace» dissi.
«IRIS. Cosa stai dicendo?»
«Credo che sia meglio se non ci vediamo per un po’» dissi. Non avevo idea del perché. Non volevo. Forse stavo cercando di rompere qualcosa prima che lo rompesse qualcun altro, uno stupido errore che pagherò per tutta la vita, per quel che importa.
«Dici sul serio?» disse Thurston.
«Sì, sul serio» mentii. «Perché non dovrei?»
«Mi DISPIACE» disse. «Davvero, mi dispiace tanto.»
«Non basta.»
«Se tu distruggi questa cosa» disse, «giuro su Dio che io…»
«Tu che cosa, Thurston? Che cosa, cazzo?»
E siccome ero arrabbiata con lui, presi su e me ne andai prima che potesse dirmelo.
Non avrei dovuto dire quello che avevo detto. Avrei dovuto ridere, prenderlo per mano e andare insieme a lui in spiaggia o sulle colline o dovunque lui mi proponesse di andare. Ma quelle furono le ultime parole che dissi a Thurston. Quella fu l’ultima volta che lo vidi prima di andare in Inghilterra.
La settimana della partenza lo cercai in tutti i soliti posti, invano. Non era in panetteria il lunedì, al Griffith Park il martedì, o sotto casa mia il mercoledì o il giovedì, o fuori dalla scuola il venerdì con un progetto, come sempre. Mi evitava perché gliel’avevo detto io quando in realtà era l’ultima cosa che volevo.
Il venerdì pomeriggio, a lezione, stavo impazzendo. Sentivo di averne abbastanza. Rubai la chiave di uno dei ripostigli al piano di sopra. Attraversai i corridoi, vuoti e silenziosi, a parte il rumore dei miei passi, perché tutti erano nelle aule. Il ripostiglio era in realtà una stanzetta con le pareti scaffalate dal pavimento al soffitto, silenziosa, buia e piena di polvere, zeppa di libri scolastici, carta da collage, vecchi costumi e attrezzature da teatro. La porta era pesante e si chiuse subito da sola dietro di me. Avrei dovuto accertarmi se potevo riaprirla ma non l’avevo fatto. Avevo troppa fretta. Non avevo nemmeno cercato l’interruttore della luce. Al buio, mi appoggiai contro la parete.
La bustina di fiammiferi era nella mia tasca, schiacciata contro il fianco. Piatta, nero-bluastra, lucida, stava perfettamente nel palmo della mia mano. I fiammiferi erano disposti in due file strette, una dietro l’altra, allineate sotto la custodia, bianchi con le punte nere. Lowell li aveva dimenticati nella tasca del cappotto. C’era sopra un numero di telefono scarabocchiato e uno sbaffo di rossetto, non quello di Hannah. Mancava un fiammifero. Sulla base c’era un segno dov’era stato strofinato, come una cicatrice. Ne rimanevano tredici.
Ne accesi uno e lo avvicinai all’angolo di uno dei vecchi poster appesi alla parete dietro di me. Uno lo lasciai cadere su un mucchietto di scartoffie. Strappai le pagine di alcuni libri posati su uno scaffale, li accartocciai e incendiai pure quelli. Era tutta materia secca e felice di bruciare. L’unica luce nella stanza proveniva dalle fiamme.
Accesi fuochi in tutti e quattro gli angoli del ripostiglio e poi mi misi al centro, a osservare le lingue di fuoco che schioccavano e si allargavano tutte insieme. Lunghe ombre si impennarono sulle pareti. Presero fuoco gli scaffali, e poi i tavolini impilati e lo stipite della porta. Il calore mi si arrotolava intorno sempre più stretto e gli oggetti iniziarono a rompersi, esplodendo come petardi. Il rumore del fuoco cresceva e cresceva, come un tuono distante, come una mandria di bestiame in lontananza, e poi l’aria stessa iniziò a sputacchiare, a ronzare e a scricchiolare. Armeggiai con la maniglia della porta, ma non si muoveva. Ci riprovai ma la serratura era bloccata. Non potevo aprirla. I capelli cominciarono a contrarsi e a sfrigolare per il calore. Sentivo in bocca il sapore del fuoco. Avevo gli occhi secchi e irritati e i polmoni invasi dal fumo che mi accorciava il respiro.
Nessuno mi sentì battere sulla porta, non subito. Forse stavo tossendo, piegata in due sul pavimento nell’oscurità fiammeggiante, quando la sfondarono. Forse ruppero la serratura con un’ascia. Il fuoco si avventò nel corridoio, un leone che fugge dalla gabbia. Sentivo tutte quelle persone come se fossi sott’acqua. Le vedevo come da dietro un vetro. Il sangue nelle mie vene era più denso della melassa, tutto era rallentato e appiccicoso. La gola mi bruciava da morire e sentivo pesarmi sul petto una tonnellata di cemento rivestito di ghisa.
Stava suonando l’allarme e mi resi conto che ululava da ben prima che me ne accorgessi io. Il bidello e due insegnanti si lanciarono nella stanza con gli occhi fuori dalle orbite e gli estintori che sciuparono tutto con quella schiuma bianca. Quando mi videro si misero a urlare, mi trascinarono nel corridoio e mi coprirono con un cappotto, o forse una coperta. Uno di loro rimase con me. Non mi toccava ma sentivo la sua voce. Mi ripeteva in continuazione: «Andrà tutto bene, andrà tutto bene» come se ne fosse certo.
Quando il camion dei pompieri e l’ambulanza arrivarono, tutto l’edificio era già stato evacuato. Ovunque nell’aria ristagnava un tanfo sgradevole di fumo umido. Schiuma e cenere mescolati come liquame. Tutti ci camminavano sopra per uscire, spargendola ovunque, come un tappeto di neve caduta di notte, pura e incontaminata finché al mattino la gente esce di casa e la rovina, trasformandola in sporcizia grigia.
Stavo lì, immobile e senza dire una parola, e ripensai alla veglia di Thurston, ai biglietti e alle foto, ai disegni, ai fiori. Mi dissi che se fossi morta ora, se quel fuoco mi avesse ucciso, lui avrebbe pensato che avevo voluto punirlo. Questo avrebbe pensato Thurston di me, anche se non era vero.
«Tutto per te» aveva detto, e io ero sconvolta da me stessa, da come avevo reagito, e da quello che per poco non avevo fatto.
All’ospedale dovetti aspettare che qualcuno venisse a prendermi. Lo stesso insegnante che mi aveva trovato rimase con me tipo guardia carceraria. Era Banks, quello di biologia. Tutto di lui aveva il colore del cemento, la camicia, i pantaloni, la canottiera, le scarpe, i capelli, la pelle. Sembrava proprio una statua sistemata contro la parete. Così feci finta che lo fosse per davvero e lo ignorai.
Ebbi un colloquio psichiatrico. Anzi, tre. L’infermiera, poi i medici, poi un’assistente sociale mi fecero le stesse, scontate e invadenti domande su quanto ero infelice e sui problemi a casa. Mi chiesero se avevo voluto fare del male a me stessa o agli altri. Dissi di no. Dissi che era stato uno stupido incidente. Non ero un’autolesionista, per niente. Mi guardarono come se questa l’avessero già sentita, il che probabilmente era vero, ma non l’avevano sentita da me. Mi medicarono, mi fasciarono le ustioni e mi riempirono di cannule e antibiotici. Curarono i miei polmoni bruciati con ossigeno puro e si scambiarono l’un l’altro compunte alzate di sopracciglia al di sopra della mia testa. Non volevo parlare a nessuno di loro. Non volevo rispondere a nessuna domanda.
Non riuscivano a contattare né Hannah né Lowell. Sai la sorpresa. Entrambi i loro cellulari erano spenti. Non ero in condizioni di uscire, dicevano, almeno finché non avessi mostrato progressi soddisfacenti, e sicuramente non senza un genitore o una persona di fiducia. L’unica persona che volevo accanto era Thurston. Volevo dirgli: «Grazie», «Scusami» e «Ti prego, ti prego, aiutami a uscire da quest’accidente di posto». I miei vestiti erano distrutti. Mi sentivo i polmoni rimpiccioliti, grandi quanto bustine da tè. Se anche ci avessi provato, non sarei mai riuscita a scappare. Li sentii parlare dell’opportunità di farmi ricoverare. Discutevano di ipossia, di sintomi riscontrati e mancanza di cooperazione. Una mosca stava cercando di uscire dalla finestra, facendo passare le piccole ali. Non voleva arrendersi. Dentro di me c’era una mosca come quella. La sentivo scavarmi nel cranio.
Quando mia madre finalmente arrivò, sotto il trucco sudava. Tutti gli accurati strati di fondotinta, illuminante e correttore cominciavano a scivolare via. L’alito le puzzava di vodka, si sentiva a dieci metri di distanza. Era in modalità litigio e temevo che avesse abbastanza alcol in corpo per iniziarne uno ma troppo per uscirne vincitrice. Accarezzavo le bende sulla mia mano e tenevo la bocca e gli occhi ermeticamente chiusi. Fingevo che non stesse accadendo nulla, non a qualcuno che conoscevo, e soprattutto non a me.
Uscì fuori in corridoio con il professor Banks, sparando balle a voce spiegata. Lui cercava di mostrarsi gentile e comprensivo, spiegando quanto la scuola fosse preoccupata, ma mia madre non abboccava. Mai ammettere nulla, finché puoi evitarlo. Era la linea Baxter. Ogni volta che il professore apriva bocca lei lo zittiva.
Diceva: «Mia figlia non può aver causato l’incendio, è fuori discussione».
Disse che la colpa era della negligenza della scuola. Doveva esserci qualcosa di pericoloso nel ripostiglio per prendere fuoco in quel modo, e con un minore dentro.
Disse: «C’è una tivù a circuito chiuso in quel ripostiglio? No? Se dovrete provarlo, tanti auguri».
Disse: «Siete fortunati che non le sia successo niente di peggio in un locale di proprietà della scuola. Dovete ringraziare che non si sia fatto male nessun altro. Dovete ringraziare che non vi denunciamo».
L’assistente sociale e uno dei medici portarono Hannah in un’altra stanza in fondo al corridoio. Ma anche da lì la si sentiva sbraitare sopra la voce degli altri. Chissà per quanto tempo ancora m...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Uno
  4. Due
  5. Tre
  6. Quattro
  7. Cinque
  8. Sei
  9. Sette
  10. Otto
  11. Nove
  12. Dieci
  13. Undici
  14. Dodici
  15. Tredici
  16. Quattordici
  17. Quindici
  18. Sedici
  19. Diciassette
  20. Diciotto
  21. Diciannove
  22. Venti
  23. Ventuno
  24. Ventidue
  25. Ventitré
  26. Ventiquattro
  27. Venticinque
  28. Ventisei
  29. Ventisette
  30. Ringraziamenti