
- 238 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
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eBook - ePub
Il ragazzo che voleva arrivare ai confini del mondo
Informazioni su questo libro
"Neanche questa volta c'era qualcuno a salutarlo alla stazione, quando ripartì. L'infanzia era finita. Joel aveva cominciato il suo lungo viaggio verso il futuro. E da qualche parte, sopra la sua testa, rimase sospeso per sempre un cane sulle sua ali invisibili."
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Informazioni
eBook ISBN
9788858688540Capitolo nove
Per una volta, disse le cose come stavano. Non tralasciò niente. Samuel poté seguirlo nelle sue avventure fin dal momento in cui era uscito di nascosto dall’albergo. Gli raccontò di come si era appostato nel buio davanti alla casa, di come il portone si fosse aperto e ne fosse uscita una donna in soprabito verde.
Samuel ascoltò stupito. Quando Joel arrivò al momento in cui si era trovato con la borsetta aperta e la porta si era spalancata, parve quasi trasalire anche lui.
È con me, pensò Joel. Ha capito proprio cos’ho provato.
Però non disse niente della visita al Collocamento marittimo. Aveva paura che fosse troppo, per Samuel. Era ancora molto pallido.
Mentre raccontava, ogni tanto quel pensiero gli si riaffacciava alla mente: forse suo padre era davvero gravemente ammalato. Ma lui lo respingeva, relegandolo in un angolino della testa.
«Certo che mi racconti cose davvero incredibili» commentò Samuel quando Joel non ebbe più niente da aggiungere. «Ma come ha fatto Jenny a sapere che eri proprio in questo albergo?»
«Temo di essermi lasciato scappare il nome. Il Corvo. E quello che mi aveva beccato dev’esserselo ricordato.»
«E poi lei ha telefonato qui?»
«Pensavo che fosse un’infermiera, dato che non ha chiesto di te, ma di me.»
«Tutte queste cose che mi hai raccontato mi hanno stancato un pochino. Credo che mi stenderò un attimo.»
Si coricò sul letto e Joel gli si sedette accanto.
Prima era il contrario, pensò. Era lui a stare seduto sul bordo del mio letto. Adesso sono io a farlo.
«Cos’ha detto di Celestine?» chiese Samuel dopo un po’.
«Se la ricordava, dalla cucina.»
Lui aggrottò la fronte.
«Se la ricordava davvero?» chiese. «Non è che te lo sei inventato tu?»
«È la verità. Se la ricordava.»
«E ha detto che vuole che la chiamiamo?»
«Sì.»
Samuel scosse la testa.
«Capita che le cose non vadano secondo i piani» disse. «E pensare che avevamo intenzione di andare a cercarla insieme, e poi bussare alla sua porta. Ma non succede mai che la realtà sia come uno se l’era immaginata. Mai.»
«Ho due sorelle» disse Joel. «Maria ed Eva.»
«Due sorellastre» lo corresse Samuel.
Non fece commenti, ma non gli piaceva il suono di quella parola.
«Il loro papà si chiama Rydén, ma non abita lì.»
Samuel parve interessato.
«E dove abita allora?»
«Da un’altra parte. Non lo so.»
Samuel si mise seduto nel letto.
«Raccontami com’è.»
Joel tentò di rispondere, ma non gli parve di esserci riuscito troppo bene.
«E come ti è sembrata?»
«In che senso?»
«Contenta? Agitata? O qualcos’altro?»
«Era agitata.»
Samuel fece una smorfia.
«Ci credo.»
C’era una sfumatura dura adesso nella sua voce, che sorprese Joel. Una sfumatura dura e decisa.
«In fondo ha abbandonato sia te che me.»
D’improvviso Joel sentì il bisogno di difenderla.
«Ha detto che è stato perché faceva troppo freddo.»
«Se n’è andata perché faceva troppo freddo?»
«E c’erano troppe foreste. E niente persone.»
«Sono solo chiacchiere, Joel. Nessuno abbandona suo figlio perché fa troppo freddo.»
«Ti ripeto solo quello che mi ha detto. Chiediglielo tu.»
«Lo farò, puoi starne certo.»
Joel era infastidito dall’atteggiamento del padre. Perché non poteva solo rallegrarsi che lui l’avesse trovata?
«Sono molte le cose di cui dovrei parlare con lei» continuò Samuel. «Avrei proprio due paroline da dirle.»
«Se hai intenzione di metterti a litigare, io non vengo.»
«Non voglio litigare. Ma alcune cose vanno dette.»
«Cosa?»
«Che non ci si comporta così. Senza poi nemmeno farsi sentire, per tutti questi anni.»
«Non ne ha avuto il coraggio.»
Samuel sembrava arrabbiato.
«E tu come lo sai?»
Joel continuò a difendere Jenny Rydén.
«L’ha detto lei.»
«Che non ne ha avuto il coraggio?»
«Sì.»
Samuel borbottò qualcosa che Joel non sentì.
Poi scese il silenzio.
Non è poi così malato, pensò. Altrimenti non avrebbe la forza di arrabbiarsi in questo modo.
Samuel si versò dell’acqua dalla caraffa e mandò giù una pillola.
«Come facciamo ad andare a trovarla domani, se tu devi tornare in ospedale?»
«Era proprio quello che stavo pensando» rispose Samuel. «La cosa migliore è che tu le telefoni e le parli.»
«Devo chiamarla io?»
«Non ho voglia di parlarle al telefono.»
«Perché?»
«Per come si è comportata.»
«Ma sono passati più di dieci anni!»
Samuel si era alzato ed era andato alla finestra. Ci mise un po’ a rispondere.
«Non ho mai voluto bene a nessuno come a lei» disse voltandogli le spalle. Joel si accorse che aveva la voce sul punto di spezzarsi.
«Non ho mai voluto tanto bene a una donna» ripeté. «Né a Sara, né a nessun’altra. E lei se n’è andata, così, quando invece avremmo dovuto vivere insieme per sempre. Un giorno è sparita. E io mi sono ritrovato lì con te.»
Samuel si voltò. Aveva gli occhi lucidi.
«Sarà meglio che telefoni tu» disse. «Nel frattempo cercherò di decidere se voglio davvero incontrarla.»
Joel si alzò per uscire.
«Ha chiesto qualcosa di me?»
«Non tanto.»
Samuel annuì.
«Va’» disse.
Nella cabina telefonica, Joel compose il numero. Quando sentì gli squilli all’altro capo del filo si accorse di essere tutto sudato, e non solo per il caldo di quello spazio ristretto. Era anche il nervosismo.
Che cos’avrebbe detto a Jenny Rydén, in realtà? E come doveva chiamarla?
Ma non fu lei a rispondere.
Joel si era dimenticato che di punto in bianco si ritrovava due sorelle.
«Pronto» rispose una voce di ragazzina.
Sbatté il telefono sulla forcella. Era come se qualcuno l’avesse morso. Se non sapeva come chiamare Jenny Rydén, in che modo avrebbe dovuto rivolgersi alle sue sorelle, della cui esistenza era venuto a conoscenza solo poche ore prima?
E poi c’era un’altra domanda che gli girava per il cervello da un po’.
Loro sapevano che lui esisteva, che a loro volta avevano un fratello? Magari Jenny Rydén non aveva mai accennato al fatto che lassù, nel Norrland, esisteva un ragazzo di nome Joel Gustafson.
Cos’aveva detto l’uomo nello spogliatoio? Che Jenny Rydén aveva due figlie, ma anche che non aveva mai sentito parlare di figli maschi.
Uscì dalla cabina.
D’un tratto, si sentiva sconfortato.
Dunque lei aveva fatto finta che non fosse mai esistito.
Non bastava che se ne fosse andata e non si fosse mai presa la briga di farsi viva. Aveva anche fatto finta che lui non esistesse.
Joel Gustafson era un segreto nascosto in fondo a un armadio.
Lo sconforto si trasformò in rabbia.
Me la sono cavata senza Jenny Rydén per un bel pezzo, pensò. Me la caverò benissimo anche in futuro.
Quando sarò imbarcato su una nave, le manderò un ragno delle banane. Un bel ragnone peloso.
Con i saluti del ragazzo nell’armadio.
Si sedette su una panca. Che cosa doveva fare? Forse tanto valeva che sia lui che Samuel dimenticassero di aver ricevuto una lettera di Elinor da Göteborg…
Ma neanche quella era una soluzione.
Joel si alzò a fatica dalla panca e rientrò nella cabina. Contò fino a dieci, scosse il ricevitore come se fosse un suo nemico, e ricompose il numero.
Rispose la stessa voce di prima.
«Vorrei parlare con Jenny Rydén.»
«Sei tu Joel?»
Trasalì. Dunque la bambina sapeva della sua esistenza. Ma da quanto tempo? Capì che era stato anche il suo accento a tradirlo.
«Sono tua sorella» continuò Maria. «Quando ci conosceremo?»
«Era di questo che volevo parlare con Jenny.»
«Che modo strano di parlare che hai.»
Mocciosa, pensò Joel.
«Passami Jenny, per favore.»
«Vado a chiamarla.»
Joel dovette trattenere l’impulso di sbattere di nuovo giù il ricevitore. Poi arrivò Jenny e lui le spiegò la situazione: Samuel avrebbe dovuto tornare in ospedale il giorno dopo.
«È grave?»
«No. Deve solo fare degli esami del sangue. Però si chiedeva se possiamo vederci stasera, invece di domani.»
Lei rifletté prima di rispondere. In sottofondo, si sentiva la voce di Maria. E anche una seconda, che doveva essere quella di Eva.
Cavolo, che casino che fanno quelle due, pensò Joel. Davanti a me dovranno stare zitte. Glielo insegnerò io.
«Sì» rispose Jenny. «Va bene. Ma preferisco rivedere Samuel da solo, prima. È passato tanto tempo. E io sono molto agitata.»
«Dove?» chiese Joel.
Prima di rispondere, ci pensò su.
«Nella piazza» disse infine. «Quella in cui pensavate di trovare il negozio di alimentari. Alle sei e un quarto.»
Uscendo dalla cabina, Joel si accorse che erano già le cinque. Ci voleva almeno mezz’ora per arrivare alla piazza. Corse su per le scale.
Samuel non voleva. Si lamentò che il tempo era ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Prefazione
- Una notte di marzo,
- Capitolo uno
- Capitolo due
- Capitolo tre
- Capitolo quattro
- Capitolo cinque
- Capitolo sei
- Capitolo sette
- Capitolo otto
- Capitolo nove
- Capitolo dieci
- Capitolo undici
- Capitolo dodici
- Capitolo tredici
- Capitolo quattordici
- Capitolo quindici