Le donne di Neruda
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Le donne di Neruda

  1. 208 pagine
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Le donne di Neruda

Informazioni su questo libro

Elisa, dodicenne, e sua madre Raquel arrivano a Isla Negra, sulla costa cilena, nei primi anni Cinquanta. Vengono da Temuco, da una vita umile di solitudini e privazioni, e la casa che le accoglie, quella del poeta Pablo Neruda, appare, soprattutto agli occhi della giovanissima Elisa, una grotta marina carica di oggetti misteriosi, di libri e conchiglie da maneggiare con cura, di un silenzio e di una calma quasi irreali. Mentre sua madre lavora senza mai parlare, Elisa è ammaliata dai versi di Neruda e subisce il fascino di Delia, compagna del poeta, artista luminosa ed elegante. È però, suo malgrado, anche testimone silenziosa della relazione extraconiugale dello scrittore con Matilde.Gli anni passano, Elisa osserva, ascolta, legge, e nel farlo cresce, abbandona l'infanzia, scopre i segreti dell'amore e del desiderio, scopre il suo corpo, la propria femminilità. Diventa donna nel confronto con Delia, e, per contrasto, con Matilde e con la madre, ormai quasi un'estranea, una figura amorevole ma spenta, carica di non detti e di una insondabile tristezza. Fino alla maturità, al trasferimento a Parigi, al ritorno in quella casa e a quel passato che ora sembra avere acquisito un senso e un peso.In queste pagine María Fasce ci restituisce un Neruda impetuoso e geniale, crudele e infantile, seduttore ed egoista, capace di lasciare un segno indelebile sulla vita delle donne che lo circondano. Un romanzo sull'amore e sulla sensualità, ispirato a figure e personalità reali, che ci tocca nel profondo e ci commuove facendo leva sul potere inarrestabile della letteratura.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
eBook ISBN
9788858687802
Anno
2017
I

1

Nell’oscurità si apprezzano meglio i dettagli. Ciascuna immagine si salda a un suono e spicca, sola e nitida, sul nero e sul silenzio. I passi, per esempio. Nessuno bada ai passi di giorno, a malapena si sentono. Nessuno vede una mano che tocca un’altra mano, un ginocchio. Le cose importanti vanno perdute. Nel buio cade una spallina, un corpo indietreggia, e i baci risuonano come scoppi. Alla luce le risate si confondono, mentre nell’oscurità turbano come lampi. La donna rideva. Non rideva come mia madre o come le altre donne che avevo sentito ridere, lei rideva più forte, con una risata più acuta.
Si era spogliata. Aveva la schiena abbronzata e le natiche grandi e leggermente cadenti. Ma i muscoli delle gambe erano ben delineati, come quelli delle ballerine. Sul polpaccio sinistro, una voglia scura delle dimensioni di una susina. L’abito caduto alle caviglie le disegnava una circonferenza tutto intorno che la faceva sembrare al centro di uno stagno in cui galleggiavano il reggiseno e le mutandine, che erano color carne.
Pablo non era nudo. Andò alla finestra e io sentii il rumore di una sedia: si era seduto per togliersi le scarpe e i vestiti, e ora puntava verso il letto. I peli del petto gli salivano anche su per le spalle e poi scendevano in due strisce sulla schiena.
«Girati» rise di nuovo lei. Era sul letto, un triangolo nero tra le gambe.
«Perché ridi?» chiese Pablo.
«Sei fatto come un bambino: natiche piccole e flosce, testa enorme.»
La donna stava ancora ridendo quando Pablo si stese su di lei e le tappò la bocca. Tirò il lenzuolo e coprì entrambi i corpi.
Adesso sentivo solo un ansimare che sembrava animale, e, subito dopo, le grida sorde della donna, come se lui le stesse facendo male. Un gemito soffocato, e poi più nulla. Trattenni il fiato temendo di muovere le grucce con i vestiti. Solo a quel punto sentii il profumo. Profumo di gelsomino.
Per un attimo mi chiesi se la donna fosse morta. Poi la vidi riemergere testa e braccia da sotto il lenzuolo. Lui la imitò. Rimasero in silenzio, a guardare il soffitto.
Lei si alzò e si chinò per raccogliere il vestito. La chioma rossa e i seni grandi sfioravano le ginocchia. Si infilò mutande e reggiseno, e il corpo recuperò la sua forma a pera.
Pablo batté la mano sul cuscino e lei lo raggiunse. Si rimise a letto e si addormentarono.
Accadde il terzo giorno a Isla Negra, all’ora della siesta. Ero salita per rifare la camera di Pablo e avevo sentito le risate sulle scale. L’armadio era aperto, c’era spazio a sufficienza per entrarci e così mi ero nascosta dentro. Le ante erano a persiana inclinata e mi permettevano di vedere senza essere vista.
L’abito era ancora per terra. Il russare di Pablo si mescolava al ticchettio dell’orologio sul comodino. La donna non russava, ma il suo corpo faceva alzare e abbassare ritmicamente il lenzuolo.
Aprii con cautela l’anta dell’armadio e uscii. Mi investì quell’odore, come una zaffata: un odore dolciastro e appiccicoso, mai sentito prima.
Andai in camera mia e mi misi a guardare dalla finestra. Poco dopo Pablo uscì con la donna dal retro della casa. Si incamminarono verso gli alberi.
Entrai in cucina per lavarmi le mani. Ero stata nel bosco a raccogliere rami. Anche aghi di pino: Pablo li spargeva sul pesce, diceva che gli davano un sapore particolare.
Mamma era di spalle, china sul lavandino, con i capelli raccolti sulla nuca. Non mi sentì arrivare per il rumore che faceva l’acqua corrente. Le dita rosse sfregavano le lenzuola. Erano quelle bianche che avevamo messo il giorno prima nel letto di Pablo. Piangeva? No, mia madre non piangeva mai.
Posai la cesta con i rami sotto la finestra e girai intorno alla casa.
Mi sedetti su una delle polene e rimasi lì a lungo, aggrappata alle tette appuntite delle sirene di legno. Le mie quando sarebbero cresciute? Avevo ormai dodici anni ed erano due noccioline che si vedevano appena.

2

«Perché la chiamano Isla Negra se non è in mezzo al mare?» chiesi a mamma. «Per via di questi uccelli neri? Come si chiamano?»
«Sì, sì» rispose assente. «Per via dei corvi» continuò, inventando. Quelli non erano corvi. I corvi non vivono vicino al mare.
L’avevo cercato per tutto il tempo oltre il finestrino e d’un tratto eccolo lì, il mare sotto il sole come un nastro luccicante incollato al paesaggio.
«Credo manchi poco» disse mamma.
La spiaggia si era via via riempita di scogli e alghe, c’erano macchie nere sulla sabbia.
«Isla Negra» gridò il conducente.
Scendemmo. Una coppia con un bambino piccolo, un uomo grasso con il basco, una vecchietta con i capelli ripartiti in due trecce.
Mamma chiese qualcosa all’autista, lui le indicò qualcosa sulla destra, anche se non si vedeva niente. Prese la valigia e la borsa, e io le due sporte di plastica, e ci incamminammo nella direzione che ci aveva mostrato il conducente.
Ci eravamo vestite come quando andavamo in centro. Io indossavo un vestitino bianco, leggermente stropicciato dal viaggio. A Temuco avevo preso il sole in terrazza, e dunque il bianco ora mi donava. Mamma, invece, aveva la pelle verdognola. Si era sciolta i capelli e li portava con la riga da una parte. A me piaceva con i capelli raccolti e la riga in mezzo, come sempre. Si era messa i sandali e dipinta le labbra. Non si truccava quasi mai: il rossetto accentuava il pallore, le rughe alle commessure della bocca; le faceva sembrare le labbra più sottili. Io avevo provato di nascosto il rossetto color ciliegia e mi ero guardata allo specchio: sembravo un’altra, una quindicenne, con gli occhi più chiari. Mi sarebbe piaciuto farmi una foto, ma poi invece lo riposi di nuovo nella borsa dei medicinali e mi pulii la bocca con un batuffolo di cotone. Se mamma aveva dimenticato il rossetto nel mobiletto a casa, saremmo andate a riprenderlo? O non saremmo mai più tornate indietro?
Soffiava un vento caldo e umido. Mamma aveva goccioline di sudore sul labbro, e ogni volta che alzava le braccia emanava un odore acre che mi faceva venire fame.
Avanzammo su un sentiero che attraversava un giardino. Sulle nostre teste scorgevamo una scalinata di pietra e una casa, anch’essa di pietra.
Il sentiero era in salita, il dislivello faticoso, ma la discesa sarebbe stata semplice. Mi tormentavano le zanzare e non facevo che pensare alle mie scarpe bianche, che sarebbero arrivate alla meta tutte sporche di terra.
Passammo accanto a una fontana con cavallucci marini, e proseguimmo per un sentiero più stretto. Sembrava la casa della strega di Hänsel e Gretel. Scommetto che ci saranno dei cani, pensai.
Mamma posò la valigia e la borsa accanto a un albero, a pochi metri dalla casa, e io lasciai a terra le sporte. Sul sentiero apparve un cane con la lingua a penzoloni, come se gli pesasse. Abbaiò e puntò dritto ai miei piedi. Questa è la differenza tra cani e gatti: i cani sembrano andare sempre a cercare chi li teme, mentre i gatti ti ignorano.
Mamma era davanti alla porta, e non si decideva a suonare. Si aggiustava i capelli.
Un uomo alto con una camicia a maniche corte si avvicinò alla finestra. Poi aprì la porta e si strinsero la mano. Mi guardarono.
L’uomo alzò la testa come se avesse appena ricordato qualcosa.
«Elisa» disse.
E venne verso di me che aspettavo.
«Ciao, Elisa. Sono Pablo.» Mi diede un bacio e la sua barba mi graffiò la faccia. Indicò l’altro lato della casa. «Laggiù c’è una cosa che potrebbe piacerti.»
Il vento muoveva le fronde. Il giardino era più grande di quello sul davanti, e, in fondo, oltre gli arbusti e i tronchi e i rami caduti, cominciava il bosco.
C’erano cinque campane appese a tre pali disposti a forma di triangolo. Una, grande, era fissata più in alto, sulle altre, più piccole: una famiglia di campane. Non riuscii a trattenermi dal suonarne una, la malasorte sarebbe caduta su di me se non lo avessi fatto.
Mi allungai per raggiungere la corda e suonai due volte la stessa campana, perché anche suonarle tutte poteva portarmi sfortuna. Sulla sinistra del campanario, due sirene di legno col seno nudo prominente.
Pablo mi fece un cenno. Mi vergognavo per il fatto che mi aveva visto suonare le campane, probabilmente era lì da un pezzo. Era solo, senza la mamma. Si avvicinò e la macchia bianca del sole lo colpì in piena faccia, che era grande e scura.
«Ti piace?» disse, descrivendo un gesto ampio con il braccio.
«Cosa?»
«Tutto. Questo posto, Elisa» ripeteva il mio nome come se volesse impararlo, come se provasse piacere nel dirlo.
«È tutto suo?»
«Sì.»
«Anche il mare?»
«Anche» si girò. «Chu-Tuh, vieni qui.»
Il cane andò fino alla sua mano e abbassò il muso. Pablo gli accarezzò la schiena. Mi guardò, si aspettava che lo accarezzassi anche io, ma non lo feci. Chu-Tuh era un nome ben strano per un cane.
«Perché la chiamano Isla Negra, se non è un’isola?»
«Vieni» disse. Mise una mano sulla mia spalla e mi portò più lontano. «Vedi?»
Guardai nella direzione che mi indicava: un grande scoglio nero in mezzo al mare, che sembrava il carapace di una tartaruga gigante.
«Ma se preferisci, le cambiamo il nome e la chiamiamo Isla Roja, in onore dei papaveri.»
Mi guardai attorno.
«Quali papaveri?»
Si guardò attorno a sua volta, cercandoli.
«Quando siamo arrivati c’erano.» Di colpo, sembrava deluso. «Li curava Delia, li aveva portati lei. Dobbiamo farle sapere che ora non ce ne sono più. Ma prima vieni, issiamo la bandiera.»
Entrò in casa e ne uscì con un cencio in mano. Arrivò alla fine del sentiero e mi fece segno di seguirlo.
Accanto a uno scranno di pietra e a un’àncora, si ergeva un’asta. Issammo la bandiera, blu, con un pesce dentro una circonferenza inscritta nella parola Neruda.

3

L’odore degli eucalipti sparì appena oltrepassammo la soglia.
«Attenzione al gradino» ci disse Pablo, e mamma mi prese per mano. Mi divincolai.
Entrammo nella prima stanza, una sala che sembrava la coperta di una nave. Dalla finestra si vedeva tutto il mare. Pablo accese il lampadario del soffitto e una luce rossiccia piovve su certe figure femminili di legno, scollate, che ricordavano quelle del giardino.
«Le mie polene» disse, come se mi presentasse le figlie.
Un timone con sopra un piano di vetro fungeva da tavolo e, posate sulla superficie, c’erano delle zanne enormi.
«Sono denti di capodoglio.»
Un divano nero accanto a due poltrone, una di pelle e l’altra di panno consumato, beige. Appesi a una parete, un quadro con una battaglia navale e una caravella delle dimensioni di un uomo disteso, con le vele sporchissime.
Le porte erano basse e strette, Pablo doveva chinarsi per varcarle. La casa sembrava una grotta marina e i corridoi erano pieni di oggetti: marinai di ceramica, cassepanche, piccole finestre invetriate.
Sulla parete sinistra del corridoio, Pablo sorrideva in una foto in bianco e nero. Aveva l’aria di un ragazzo che freme mentre aspetta lo scatto per poi togliersi giacca e cravatta e correre a giocare.
Ci indicava le cose come se ne leggesse le etichette: la mia collezione di bottiglie di vetro, il bar, le maschere africane. Il mappamondo.
«L’ho portato da uno dei miei viaggi. Alla dogana si sono insospettiti e gli hanno fatto un buco qui sotto.» Si chinò per indicarlo e gli scricchiolarono le ginocchia. «Credevano che contrabbandassi whisky» disse ridendo.
Il mappamondo occupava il centro della stanza principale del primo piano. Le pareti erano coperte di mensole e libri. Alcuni erano nuovi e altri vecchi, con dorsi sciupati o con copertine di cuoio, e davano alla stanza quell’odore pungente, di polvere e carta, che ricordava quello della biblioteca della scuola a Temuco.
«Chi è questo?» dissi indicando un vecchio ritratto.
«Bodler» disse Pablo.
Mi avvicinai. C’era una piccola targa: «Charles Baudelaire».
Aprì la porta di cucina e uscimmo sull’altro lato della casa. Rimasi ancora lì, in giardino, vicino alle polene. La finestra della cucina era aperta e sentii che Pablo diceva a mamma: «La signora D...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Le donne di Neruda
  4. I
  5. II
  6. III
  7. IV
  8. Epilogo
  9. Nota dell’autrice
  10. Riferimenti bibliografici