Il rumore delle cose che iniziano
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Il rumore delle cose che iniziano

  1. 336 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il rumore delle cose che iniziano

Informazioni su questo libro

Per la sua nipotina Ada, Teresa aveva inventato un gioco: ogni volta che una cosa bella sembrava finire, bisognava tendere le orecchie e prestare attenzione ai rumori, perché le cose, quando finiscono, lo fanno in silenzio, ma quando iniziano invece fanno un rumore bellissimo. Ora che nonna Teresa è ammalata, Ada ci pensa spesso: ha paura di restare sola, ha paura di non poter più fermare le persone che se ne vanno da lei. In un punto sospeso dell'esistenza, Ada incontra Giulia, l'infermiera di Teresa, ed è un inizio, l'inizio di un'amicizia. E poi c'è Matteo, conosciuto al bar dell'ospedale pochi mesi prima, che le regala margherite però la bacia troppo di fretta. Ma è proprio quando il mondo sembra voltarti le spalle che devi ascoltarne i rumori, sbagliare a cuore leggero e ricordarti di ridere più spesso. Un esordio folgorante che ha incantato critici e lettori, un romanzo dolcissimo, con una voce indimenticabile.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2017
eBook ISBN
9788858687956

1

Per Ada ci sono rumori che meritano più attenzione di altri. Il rumore che fa un’orchestra quando gli strumenti vengono accordati, un attimo prima che il concerto inizi. Quello che fanno le foglie quando si alza il vento. E anche quello che fanno le tazzine quando i baristi le sistemano sopra le macchine del caffè.
Ada sa che ci sono cose che, quando iniziano, fanno rumore. E quando sente quel rumore, si ferma e ascolta. Ascolta il rumore delle cose che iniziano.
 
È stata sua nonna Teresa a insegnarle a riconoscere lo stupore degli inizi.
Ada era una bambina di tre anni o poco più quando sua madre aveva deciso che non le interessava poi tanto fare la mamma. Una sera l’aveva messa a letto e, la mattina dopo, l’aveva lasciata dalla nonna. Aveva altro di cui occuparsi, aveva detto soltanto. E da allora non si era fatta più vedere né sentire. Ada avrebbe preferito che ci fosse stata una motivazione più seria. Finì per credere, invece, di non essere una bambina per cui valeva la pena perdere tempo. Anche se nonna Teresa non aveva fatto altro che comportarsi come se lei fosse la sola persona al mondo per cui valesse la pena vivere, Ada aveva continuato a temere che anche lei la abbandonasse, come aveva fatto sua madre.
Una sera chiese a Teresa se per caso quella fosse l’ultima volta che la metteva a letto. La nonna le disse che certamente quella non sarebbe stata l’ultima, eppure, la mattina dopo, Ada le domandò se quella fosse l’ultima volta che facevano colazione insieme. Nonna Teresa le ripeté che, altrettanto certamente, non lo sarebbe stata. Non si stancava mai di rassicurarla.
La cosa si fece seria quando Ada iniziò a rifiutarsi di andare all’asilo: e se quella fuori dal portone della scuola fosse stata l’ultima volta in cui avrebbe visto sua nonna?, finiva per chiedere ogni mattina.
La nonna la svegliava e l’aiutava a prepararsi. Le cucinava la colazione e le faceva indossare il grembiulino: ci aveva anche ricamato sopra il suo nome e poi c’era una piccola ape. Alla bambina le api piacevano un sacco, e allora Teresa gliene aveva ricamata una con gli occhi azzurri: «Grandi grandi come i tuoi» aveva detto. Anche se, per quanto si fosse impegnata, il risultato non era perfetto come aveva sperato: un occhio dell’ape sembrava chiuso e le zampe erano troppo lunghe, e non era poi tanto bella da vedere.
Fin quando duravano i preparativi, andava tutto bene. Ada non piangeva né protestava. Poi, quando andavano a piedi verso l’asilo, iniziava a sentire male ovunque. Una volta era la pancia. Un’altra volta le costole, che Ada pensava fossero comunque dalle parti della pancia. Altre volte le veniva da vomitare. E allora diceva alla nonna che doveva gomitare, e la nonna non insisteva. Appena iniziavano i dolori, la riportava a casa.
 
Non sarebbe potuta durare a lungo, all’asilo prima o poi bisognava andare. E allora sua nonna le aveva spiegato che, se non ci fosse andata, quelli della scuola sarebbero stati costretti a chiamare i Carabinieri. Il fatto è che i Carabinieri non fanno paura ai bambini di tre anni, o perlomeno, non quanto pensava Teresa. Di sicuro a Ada non facevano paura per niente. A farle paura era il pensiero che la nonna, dopo averla lasciata all’asilo, potesse andarsene lontano da lei per sempre.
 
Una mattina, dopo aver preparato il grembiule, il cestino e tutto il resto, nonna Teresa le aveva parlato, stringendole la piccola mano.
«Vedi, Ada, prima o poi le cose devono iniziare. Sono come le strade. Tu sei lì a pensare che una stia finendo, ma in realtà è un’altra che è appena cominciata. Come questa strada qui. Tu pensi che stia finendo la strada che ti porta da me. E invece sta solo iniziando quella che ti porta a scuola.»
Ada aveva ascoltato sua nonna. Fin quando lei le teneva la mano, sapeva che non se ne sarebbe andata da nessuna parte, e allora era tranquilla.
«Adesso è questa la tua strada, quella che porta all’asilo» aveva detto ancora la nonna.
«Ma se io prendo questa strada, tu non potrai venire con me.»
«Io tornerò, tornerò da te.»
«E dove andrai nel frattempo?»
Nonna Teresa aveva riso.
«Non importa dove vanno le persone» aveva risposto, «l’importante è che tornino da te.»
Ada aveva pensato che la nonna aveva ragione. La sola cosa che importava era che sarebbe tornata da lei. Ma c’era ancora dell’altro che non aveva capito, e allora glielo chiese. Quando Ada aveva tre anni, chiedeva sempre un sacco di cose, soprattutto a sua nonna.
«Ma come faccio a saperlo? Come faccio a sapere che questa è una strada che inizia?»
Sua nonna era rimasta in silenzio. Quella risposta non ce l’aveva. Poi, senza sapere da dove venisse, nonna e nipote avevano sentito qualcuno – forse un bidello – fischiettare una di quelle melodie che non stanno scritte da nessuna parte ma che tutti conoscono da sempre.
Teresa, che era proprio il genere di nonna capace di approfittare delle cose improvvise come il fischiettare di un bidello, aveva fatto una faccia stupita.
«Dal rumore» le aveva spiegato.
Senza lasciare la piccola mano di Ada, si era avvicinata all’ingresso dell’asilo.
Una volta entrate, lo sentirono di nuovo. Sentirono di nuovo quel fischiettare. Nonna Teresa fece ancora la faccia stupita.
«Lo hai sentito?» aveva chiesto. «Questo rumore. È il rumore delle cose che iniziano.»
Ada guardava il viso di sua nonna. Si chiedeva come facesse a saperlo, ma la nonna le era apparsa talmente sicura e quel fischiettare così bello che non ebbe il coraggio di domandare niente.
«Devi fare attenzione al rumore delle cose che iniziano» le aveva detto allora Teresa. «Devi avere pazienza. E stare attenta. Proviamo ancora.»
Aveva chiuso gli occhi e li aveva chiusi anche Ada. Per un po’ avevano ascoltato il silenzio e niente altro. Poi il bidello aveva fischiato di nuovo. Ada aveva aperto gli occhi prima di sua nonna. In tempo per vedere sul suo viso un’espressione estasiata.
«L’ho sentito» aveva esclamato, «l’ho sentito per prima!»
La nonna allora le aveva baciato la fronte e le aveva detto di andare. Quella non sarebbe stata l’ultima volta che lei l’accompagnava, ma soltanto la prima volta che Ada sarebbe andata all’asilo. E le prime volte sono molto meglio delle ultime.
Ada aveva lasciato la mano della nonna. Di tanto in tanto, mentre andava, si girava per vedere se lei fosse ancora lì. E sì, lei c’era, pronta a sorriderle e a dirle ancora che sarebbe tornata. Che sarebbe tornata tutte le volte che la sua piccina ne avesse avuto bisogno.
 
Da allora, Ada aveva sempre avuto pazienza e, per distinguere le cose che finiscono da quelle che iniziano, aveva imparato a stare attenta. Aveva capito che le cose, quando finiscono, lo fanno in silenzio. Mentre quelle che iniziano fanno un rumore bellissimo.

2

Anche al bar di un grosso ospedale puoi sentire il rumore delle cose che iniziano. Nel suono che fa un mazzo di chiavi posato troppo in fretta sul tavolo dalla persona che hai seduta di fronte, per esempio.
E poi è lunedì. E il lunedì, ha imparato Ada, è sempre pieno di cose che iniziano.
«Allora, oggi chi incontriamo, commesso viaggiatore?»
Ada sorride a Matteo. In modo impercettibile, ma sorride. Apre due buste di zucchero di canna e le versa nel caffè di Matteo. Lui guarda altrove.
«Neurochirurghi. Oggi incontro i neurochirurghi. E non mi chiamare commesso viaggiatore» dice e solo allora inizia a bere il suo caffè. Non gli riesce di guardare Ada in faccia questa mattina.
Il piccolo tavolo a cui sono seduti occupa una posizione defilata nell’ampia sala del ristorante-bar dell’ospedale. Da lì possono vedere tutti quelli che entrano e possono guardare fuori, attraverso la vetrata che divide la parte interna del bar dalla zona esterna, un ampio balcone con la ringhiera in vetro.
Matteo posa il caffè e finalmente punta gli occhi su Ada. Lei indossa un maglione dei suoi, uno di quelli degli anni Ottanta, di qualche taglia in più rispetto alla sua e del tutto privo di forma. Davanti ha dei ricami geometrici di un blu troppo elettrico. I capelli, tra il castano e il rosso scuro, sono legati in una coda fatta senza guardarsi allo specchio. Deve essersi tolta il trucco in fretta la sera prima. Una leggera patina nera le impregna le ciglia, ma a Matteo sembra bella anche così. Assonnata e struccata male com’è.
«Il giro di neurochirurgia è lungo 400 chilometri» dice Ada
«440» ribatte Matteo sollevando appena le spalle. Ha le spalle grandi, lui, le scapole piatte, e la schiena più bella che Ada abbia mai visto.
«Posso aspettarti comunque. Posso aspettarti e preparare qualcosa per cena» continua Ada.
La sua voce ha un tono di gratitudine e un entusiasmo da ragazzina. Matteo stenta a credere che Ada possa avere 27 anni. Quando gli ha proposto di aspettarlo con la cena pronta, è persino arrossita un po’, e ha abbassato lo sguardo. Tormenta con il pollice una piccola ferita che ha sul bordo di un’unghia. Poi appoggia la mano sulla sua.
Matteo ha 220 chilometri da percorrere. Un altro ospedale da visitare. Incontrerà due primari. Stringerà mani. Mostrerà la sua merce. Commenterà interventi. E poi farà finta di aver voglia di parlare di viaggi. Ai dottori piace sempre parlare di viaggi. Watamu, Saint Martin, Koh Phangan. Questi sono i posti di cui vogliono sentire parlare i neurochirurghi nei corridoi degli ospedali. Specie quando si avvicinano le vacanze di Natale e ai soffitti puoi vedere rade palline appese con sottili fili trasparenti.
Rifiuterà il solito invito a fermarsi a mangiare qualcosa con i primari. Risalirà nell’auto dell’azienda e tornerà indietro.
Lavorare, stamattina, è la sola cosa che possa dargli l’impressione di avere ancora il controllo della piega che sta prendendo la sua vita.
Se continuasse a guardare Ada, potrebbe decidere di non lavorare questa mattina. È già successo. E può succedere di nuovo. Finirebbe per correre con lei in quella casa ancora da sistemare. C’è solo un bagno, lì, un pezzo di cucina e il letto. Sembra una casa solo quando c’è lei. La spoglierebbe piano, e altrettanto piano farebbero l’amore, come se il solo posto dove poter tornare fosse il corpo di Ada.
Ma stamattina davvero non può farlo. Ha quasi quarant’anni ormai. E, anche se non vuole sentirsi chiamare “commesso viaggiatore”, in fondo è quello che fa. E deve vendere. Sarà il suo compito anche per questa giornata.
Sopra il loro tavolino, un cartello invita i signori medici a togliere il camice nella sala del bar. I medici il camice non se lo tolgono quasi mai. Ada questo lo sa. Eppure, pensa, camice o non camice, niente le leva dalla testa che nessuno di quei medici può salvare la vita di sua nonna, ricoverata sei piani più in alto, reparto oncoematologia clinica, corridoio 2, stanza 9, letto B.
Ada e Matteo si sono conosciuti una sera di pochi mesi prima. Lei era seduta a un tavolo del bar, sempre lo stesso. Fuori, a occupare la scena, c’era uno di quei tramonti rosa di estate inoltrata.
Ada aveva visto Matteo altre volte al bar dell’ospedale. Lui il camice non lo portava, ma non sembrava il tipo di persona che obbedisce agli ordini scritti sui cartelli appesi ai muri. Quindi, aveva pensato Ada, non poteva essere un medico. Altre volte lo aveva visto e tutte le volte lui finiva per andarsene ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Cara nonnina
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34
  38. 35
  39. 36
  40. 37
  41. 38
  42. 39
  43. 40
  44. 41
  45. 42
  46. 43
  47. 44
  48. 45
  49. 46
  50. 47
  51. 48
  52. 49
  53. Ringraziamenti
  54. Indice