Dopo teatro #1
Un trionfo.
Era stato un trionfo e in tutti i casi solo così lo avrebbe definito Giancarlo per il quale non c’era altra parola che dovesse essere usata quando qualcosa era solo positiva e riguardava lui.
Era così: lui, dell’aurea mediocritas aveva sempre preferito l’aurea e basta.
Chiara sapeva a memoria le parole, tutte, perché da sempre, che fossero lezioni sul Trollope o le battute di uno spettacolo, Giancarlo era attore e Chiara prima aiuto regia e segretaria d’edizione, precisa nel dar le battute e correggerle, e poi spettatrice festante e adorante quel babbo ingombrante e bellissimo.
Ovviamente Chiara guarda lo spettacolo con le Galatine in bocca, ne aveva scartate una bella quantità per non disturbare, questo glielo aveva insegnato Federico.
Le gote gonfie e la testa in mezzo ai seni, con una mano sugli occhi e una sulla bocca, terrorizzata che il papà si scordasse qualcosa… terrorizzata che magari l’emozione giocasse un brutto scherzo alla sua testa, ma soprattutto al suo cuore.
Sipario.
«Bravoooooo» in piedi tutte le Supreme, Gertrude che di recite ne vedeva da una vita e che mai se ne sarebbe persa una. In piedi MaraElena folle, che fischia con due dita in bocca come un camionista, operazione quasi odontoiatrica data la lunghezza dei suoi artigli. Da sempre venerava Giancarlo e insieme raggruppavano le cattiverie più feroci sorseggiando Pimm’s.
Seduta Chiara, esausta, madida come dopo un parto.
Giancarlo irrorato di sudore santo, con la corona in testa storta, il trucco sbavato, le braccia a Padre nostro, su quel palco, ieratico, modesto, giusto ed ecumenico, come un papa, ringrazia.
Angelo, che di solito le sedeva accanto tenendole la mano libera dalle Galatine, stavolta si era ubicato dietro, in ultima fila, stranamente Chiara lo aveva perso di vista.
La processione accaldata, variopinta e odorosa procede verso l’uscita in fila indiana perché la porta del teatro permette il passaggio di una persona sola alla volta. Normopeso.
Ernest prova a passarci di sguincio mentre parla con Rudy che non ha occhi se non per l’amico à la page, Ulf. Un nome esotico quanto il suo papillon. Diogene parla col Barone in cockney per farlo sentire a suo agio, Celeste si fa il segno della croce e ringrazia.
Niente saluti in camerino. Mai.
Giancarlo aveva dato da sempre precise indicazioni per cui in camerino era vietato andare. Lo trovava volgarissimo.
Un gesto di grande acume al quale gli attori che lo fanno di mestiere, non quelli veri come Giancarlo, non arrivano mai.
Il negare il passaggio in camerino era un gesto d’amore verso gli altri e verso se stessi in primis. Nessuno avrebbe dovuto mentire, caramellare parole, non si sarebbe dovuto respirare il sussiego indotto, la pietas e la reverenza con le ginocchiere. La verità era stato il motivo per cui l’avevano chiamata Chiara. Verità era stata la prima scelta, ma Angelo si era opposto, «mi parrebbe di rivolgermi a un busto di marmo coi capitelli corinzi». L’unica volta che Giancarlo aveva desistito.
Il gruppetto festaiolo se ne sta nel cortile davanti al teatro, Gertrude e MaraElena si scambiano consigli sul make-up.
«Strepitosa questa matita!»
«Si chiama Teddy» risponde Gertrude.
Si avvicina Chiara: «Color Teddy? Per via dell’orsacchiotto, quindi marrone?».
MaraElena la guarda e si limita a un sorriso che sembra una paresi, Gertrude l’abbraccia: «Cara lei, coi suoi orsacchiotti».
Ci sono Ernest, il Barone e Diogene che importunano l’Ulf à la page mentre Rudy gli sistema il papillon e c’è persino la Signora Franca accompagnata da un cinquantenne smilzo e da un sorriso divino.
«Cara, bravo quel tuo padre» dice a Chiara.
«Grazie! Le è piaciuto?»
«Una vera regina. Peccato.»
«Scusi, peccato cosa?»
«Peccato non gli sia venuta una principessa, la saluto cara, ci vediamo giovedì venturo. Forse» e con una botta di manteau, guarda avanti e va, al braccio dello smilzo, come in un film di Billy Wilder.
Angelo non si vede.
Si sente a un tratto la voce baritonale e sbrilluccosa di Giancarlo, si apre la porta dell’ingresso artisti che dà proprio sul cortile e finalmente spunta Angelo.
Dietro, languido e spossato per finta modestia, Giancarlo, a braccetto con Federico, in un completo blu notte con una camicia bianca, imbarazzato e bello come non mai.
Chiara ha quasi un mancamento. MaraElena contenta, qualsiasi cosa strida la eccita.
«Ah» sbotta Chiara.
«Ah cosa? È il commento alla mia performance?» pronto Giancarlo.
«Ciao» gentile, appuntita e garbata, lei a Federico.
Brina delle Supreme ciarliere come un banco di pesci in un acquario.
«Ciao» risponde fioco Federico, con Giancarlo che se lo stringe.
«Meno male che nel camerino non ci vuoi mai nessuno!» aggiunge Chiara a quel suo babbo.
«Mi piacciono le eccezioni, quando sono ben circostanziate.»
«Ecco dove eri finito durante la lettura» fa Chiara sprezzante del pericolo ad Angelo, mogio come un cocker colpevole.
«Se quella per te era una lettura, mi chiedo quanti viaggi a Sumatra potevamo regalarci io e tuo padre invece di farti studiare» le dice Giancarlo.
«Fa troppo caldo per te a Sumatra, non lo sai?»
Angelo alza le mani come se dovesse tirare in aria il riso a un matrimonio: «Allora mangiamo un risotto a casa tutti assieme, come di consueto?».
Giancarlo col sopracciglio altissimo ad angolo acuto, «No, stasera ho bisogno di certezze e questo ragazzo me le sta dando, mi sorregge, mi sdebiterò con una cena e un po’ d’allegria, andiamo Angelo» e ormai di terga: «Grazie a tutti, siete stati divini, ci vediamo domenica per il desinare».
Chiara, vergine di parola, impalata, guarda le nuche dei tre uomini della sua vita. MaraElena, Gertrude e le Supreme, tutti applaudono.
Telegramma NW1 7SU
Carissima Chiara,
ieri sera Edward e io si è andati a vedere uno spettacolo al teatro pieno zeppo di negri.
Erano incredibilmente dotati di ugole sopraffine e pieni di capelli.
Tutti negri.
Si svolgeva di certo in una stagione primaverile o comunque se non era estate poco ci mancava e comunque faceva caldo perché erano tutti scalzi e vestiti leggeri, con turbanti o fazzoletti in testa come si usa per andare in ispiaggia.
Solo che devo dire che di spiagge non se ne sono viste, ma solo tanti tanti campi. Cotone credo che fosse.
Allora io nell’intervallo ho chiesto a Edward di andare a prendermi qualcosa di rinfrescante perché a vedere tutto quel caldo e quei piedi mi era venuta proprio una grande arsura.
Domani andrò a farmi una permanente o almeno un sostegno.
Un bacio a Rudy.
Tua Eleonora
Dopo teatro #2
«Gastone, stasera siamo in compagnia» annuncia Giancarlo, mentre scende divino le scale della sala da ballo. Il rettangolo luminoso all’ingresso racconta da vent’anni la stessa storia: «La Balera – musica e cucina».
Più che aggrapparsi al braccio di Federico, lo trascina, come un trofeo, dopo averlo stordito con complicati sillogismi sul teatro inglese del Novecento.
Angelo cammina qualche pensiero più indietro.
Che ouverture chiacchierata sarebbe stata quella: l’ingresso piccioncino dello stimato professore col bell’ariano dal fare ingessato.
Un nipote venuto da lontano?
Un ex studente?
Il capriccio di una sera?
Giancarlo amava le dicerie, le trattava come drammaturgie a suo favore, specie quando in un posto era di casa. A bordo pista, almeno a sette metri dai musicisti che altrimenti «anche una bella hit ascoltata da vicino diventa assordante» – come spiegavano a Gastone –, lui e Angelo avevano lo stesso tavolo più o meno da una vita. La tovaglia di carta conferiva un brivido proletario.
Lo avevano portato lì, Federico, dove avevano ballato per la prima volta il foxtrot abbracciati e dove mangiavano le alici fritte nei piatti di plastica. Con le mani. Non era possibile pensare a un tempio più adeguato della «Balera – musica e cucina» per guarire un amore o per brindare spudoratamente alla sua sconfitta.
«Ha visto che virgulto, Gastone? Ma non ci metta gli occhi addosso. È già impegnato, sa?»
«Non mi permetterei mai, professore. Stasera il dottor Angelo non c’è?»
Gastone era il proprietario della balera. Capelli tinti e compatti, dietro le lenti fumé gli occhi muti ne avevano viste di ogni e tanta era la sua joie de vivre che neanche un infarto, qualche mese prima, lo aveva convinto al riposo. Gastone era la balera. Icona erotica per vedove groupie che avrebbero devoluto all’INPS un mese di pensione per un cha cha cha palpato con lui. A cinquantaquattro anni Gastone restava un macho da piano bar in Costa Smeralda, maestro di cerimonie in una sala da ballo che un tempo era stata un dopolavoro ferroviario.
Lui, con un passato pieno di donne e tormenti mai raccontati, se non da qualche ruga ben portata, risolve il rebus di Giancarlo non appena vede Angelo sbucare dall’ingresso.
«È già qui. Che sciagurata sera!» si congeda mefistofelico Giancarlo ed entra in sala assieme a Federico.
Collane di lampadine colorate tagliano la stanza da un lato all’altro. L’effetto è fatato. Fa pensare al Natale, all’albero di Chiara o a un sottobosco shakespeariano, nonostante la mazurka e i revival di un complesso scalcagnato.
Marilena e Sara sono gemelle, coriste e prime voci della band. Felicemente sciatte. Cantano da anni avvolte in costumi lurex fotocopia, cuciti tra un latte bollito a colazione e una spesa al mercato dell’Esquilino.
Costumi di grande impatto, ma confezionati con tessuti infimi, tanto che le sorelle rimanevano sapientemente in mutande di tanto in tanto per una pausa sigaretta nel retropalco. Temevano di prendere fuoco fumando inguainate nei loro vestitucci da ribalta. A una loro collega, Betty, era successo. Ed era andata male. Molto male.
Giancarlo e Angelo adoravano Marilena e Sara.
Per quelle loro mèches senza tempo, per il timbro assolutamente anonimo e per l’entusiasmo stanco che mettevano nelle coreografie, eseguite alla perfezione, esibendo in volto sorrisi plastici che solo certe soubrette di un’emittente locale del Napoletano porterebbero con grazia.
«Siediti, Federico, noi ci mettiamo sempre qua» dice Angelo contento.
«È divertente» ribatte lui.
«Sì, e poi si mangia pure bene. Pigliati il pesce. È la fine del mondo.»
«Mia nonna cucinava sempre la torta, al giovedì. Quando andavamo tutti assieme all...