CAPITOLO 1
L’INFANZIA DIAGNOSTICATA
So che è stato importantissimo per farmi vivere: sapere che al di fuori della mia famiglia c’erano persone che capivano i bambini, e io avrei voluto diventare una di queste persone. Lo sapevo fin da piccola, perché a 8 anni dicevo che volevo diventare medico dell’educazione. I miei mi chiedevano cosa volesse dire e io rispondevo: «Non so, ma dovrebbe esserci». Un medico che sa che quando qualcosa non va nell’educazione dei bambini, questi si ammalano, ma le loro non sono vere malattie, anche se creano un sacco di noie alle famiglie e complicano la vita dei bambini che potrebbe essere tanto serena!
FRANÇOISE DOLTO
LE TONSILLE E I PIEDI PIATTI
Negli anni Sessanta accadde una cosa strana: a un certo punto noi bambini ci ritrovammo tutti senza tonsille, qualcuno addirittura anche senza appendice. Era scoppiata la sanità. I vaccini avevano da poco salvato milioni di vite umane e l’evoluzione della ricerca medico-scientifica aveva fatto emergere il bisogno molto forte e assolutamente legittimo di garantire ai piccoli le migliori condizioni medico-sanitarie.
Ma l’accanimento contro le tonsille resta un mistero. In quegli anni in tutte le città si diffusero medici specializzati nella loro estrazione ambulatoriale.
A 9 anni, nel 1966, successe anche a me, nato e cresciuto nell’umidità della Pianura Padana. Una mattina io e mia madre ci recammo in uno di quegli studi di otorino predisposti alla rimozione chirurgica delle ghiandole del cavo orale. Entrammo nella sala (che doveva essere operatoria, ma che in realtà sembrava una stanza normale con qualche luce in più) e a un certo punto il dottore, all’epoca molto noto nella mia città, disse a mia mamma: «Gli tenga le mani dietro la sedia». Mi fece respirare in una mascherina, che avrebbe dovuto sedarmi, mi aprì la bocca inserendomi in gola una specie di pinza e, sic et simpliciter, mi strappò le tonsille.
Oggi sappiamo che quella asportazione a tappeto su un’intera generazione è stata dal punto di vista medico sostanzialmente inutile, e sappiamo anche che probabilmente l’operazione «Gli tenga le mani» ha prodotto più danni di quelli che si cercava di prevenire togliendo le tonsille. Di certo la mia salute respiratoria non ne trasse alcun beneficio.
Un altro tema su cui si focalizzavano le attenzioni sanitarie negli anni Sessanta erano i cosiddetti “piedi piatti”. Recentemente mi è capitato di leggere l’articolo Tutti con i piedi piatti?1 e non ho potuto fare a meno di sorridere.
Ai miei tempi, in ogni classe c’erano dai due ai quattro bambini che giravano con scarponi stile adunata degli Alpini perché si riteneva che avessero i piedi sbagliati, allargati verso l’esterno, con un arco plantare imperfetto destinato in futuro a provocare danni allo sviluppo e alla postura. L’industria delle scarpe ortopediche era una delle più floride.
I pediatri italiani ci dicono che purtroppo ancora oggi il 90% dei casi presunti di piede piatto è trattato senza che sia necessario. In realtà, il 97% dei bambini tra 0 e 2 anni ha il piede piatto perché nei primi anni di vita l’arco plantare è per caratteristica evolutiva poco formato o del tutto assente. La questione si risolve spontaneamente con la crescita, al punto che già attorno ai 6 anni solo il 25% dei bambini manifesta ancora il problema. In tali casi, l’indicazione è semplice: soltanto nell’evenienza che compaiano attorno agli 8 anni rigidità e dolore al piede è necessaria una visita ortopedica, ma in assenza di questi si tratta semplicemente di una caratteristica fisiologica normale!
Questi ricordi mi aiutano a introdurre la riflessione su quello che sta accadendo oggi in merito ai disturbi neuropsichiatrici dei bambini.
Allora come oggi, esiste una buona medicina fondata su convinzioni scientificamente documentate e precise applicazioni pratiche, ed esiste una cattiva medicina che, al contrario, si focalizza intorno ad alcuni elementi che di scientifico hanno poco e si serve delle diagnosi come una rete da pesca, a prescindere dalla loro effettiva realtà e utilità, allo scopo di sensazionalizzare un problema.
Quando si tratta di bambini, poi, sfruttare le inevitabili aspettative e preoccupazioni dei genitori e cavalcare l’onda delle ansie è fin troppo facile.
Ma questo non fa che aumentare l’inquietudine emotiva di madri e padri e favorire interessi economici che nulla hanno davvero a che fare con la salute e la cura dell’infanzia.
Purtroppo l’atteggiamento che ha sostenuto pratiche come l’estrazione delle tonsille o le scarpe ortopediche non è scomparso, ma ha trovato nuove forme più moderne e subdole con cui esprimersi.
Mi racconta una maestra:
Asad che non capiva
Come esperta di intercultura mi mandano in una classe di prima elementare per vedere un bimbo arrivato a inizio anno dall’Africa con seri problemi di lingua ma soprattutto di apprendimento. In un colloquio preliminare le insegnanti mi dicono: «Non è per una questione di lingua, lui proprio non capisce». Mi trovo faccia a faccia con Asad, un bimbo nerissimo e bellissimo con due occhioni che mi guardano un po’ timorosi. Mi presento e lo lascio libero di esplorare l’aula di sostegno attrezzata con diversi giochi. È un bimbo vivace, molto motorio e decisamente sveglio. Gli faccio qualche domanda, capisce benissimo quello che gli chiedo. Gli presento un gioco di carte con tante immagini che serve proprio ai bimbi appena arrivati in Italia per imparare la nuova lingua. Come mi aspettavo, Asad non ha nessun problema: inizia subito a riconoscere gli oggetti e a ripetere il loro nome dopo avermi ascoltato. Lo dico alle insegnanti, che non sono però convinte e hanno già mobilitato la mamma perché prenda un appuntamento per una visita diagnostica.
I docenti lo sperimentano nella loro attività professionale quotidiana, e i dati convergono inequivocabilmente a confermare le loro impressioni.
C’È UN’EPIDEMIA IN CORSO?
È complicato illustrare una situazione articolata attraverso un grafico, una tabella, un trend numerico, che non possono mai essere esaurienti. Quando però i dati, che provengono da diverse fonti e che analizzano differenti elementi, vanno sempre nella stessa direzione, è altrettanto difficile avere dubbi. Rappresenta bene quello che accade con le diagnosi neuropsichiatriche relative a infanzia e adolescenza: i numeri si possono guardare da vari punti di vista, giustificare, discutere e analizzare, considerare più o meno accurati e legittimi, ma parlano chiaro.
Negli ultimi quindici anni i bambini e i ragazzi italiani sono stati investiti da un’ondata diagnostica a orientamento neuropsichiatrico senza alcun precedente storico, oltre che di difficile comparazione a livello internazionale.
Si tratta di dati facilmente accessibili: sono ormai diversi anni che l’ISTAT pubblica un report annuale sulla situazione dell’integrazione scolastica degli alunni con disabilità;2 esistono poi i dati messi a disposizione dal MIUR, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, o prodotti dalle varie organizzazioni e amministrazioni comunali, metropolitane, regionali.
La crescita costante e progressiva delle diagnosi di disturbo cognitivo e delle relative certificazioni quasi sempre viene considerata una prova di attenzione e sensibilità verso i bisogni infantili. Fra gli statistici e gli esperti sono pochi quelli che esprimono qualche perplessità di fronte ad aumenti a volte vertiginosi.
Prendo per esempio il caso di Rimini, dove tra il 2012 e il 2014 i DSA (vale a dire i Disturbi specifici dell’apprendimento che, come vedremo meglio più tardi, sono dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia) nelle scuole secondarie di secondo grado sono aumentati del 330,6%, a fronte di un comunque altissimo aumento complessivo di certificazioni, che si attesta sul 135,9% su tutto l’anno scolastico solo nella provincia riminese. Verrebbe davvero da chiedersi quale epidemia sta contagiando i bambini e i ragazzi di Rimini.3
Oltre ai dati, è l’esperienza quotidiana degli insegnanti a testimoniare il lievitare esponenziale delle diagnosi, che negli ultimi dieci anni non ha mai registrato un’inversione di tendenza.
Una lingua incomprensibile
«È un ADHD? Ma ha un PDP? A casa è seguito dai SAP?»
Alla riunione tra colleghi della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado per la formazione delle classi, sembra che l’unica preoccupazione sia guardare a questi acronimi. Nessuno dei docenti della scuola secondaria ha mai visto in faccia questo bambino, o parlato con lui, con sua madre, con suo padre. Non hanno mai tenuto una lezione con questo loro futuro alunno. Nessuno chiede quali siano le sue risorse, quali siano le sue capacità.
Ma ancor prima di mettere piede nella nuova scuola, il bambino è già etichettato: Sindrome da iperattività. Una bella definizione per dire ciò che la mia maestra Teresa negli anni Settanta avrebbe riassunto in pagella con un: «È un po’ birichino».
Certo, ci auguriamo che nel 2017 i docenti non utilizzino ancora termini come “birichino” per definire la vivacità di un alunno, ma la smania di “medicalizzare”, “prognosticare”, “certificare” ha portato gli insegnanti a trasformare il loro linguaggio, a renderlo incomprensibile a genitori che vengono sommersi da sigle: DSA, BES, PEI, PDP, e chi più ne ha più ne metta. Siamo arrivati al punto che qualche scuola sul suo sito pubblica un glossario degli acronimi per l’inclusione scolastica.
Il tentativo ben riuscito è stato quello di “pulire la coscienza” dei dirigenti scolastici e degli insegnanti attraverso la burocrazia: «Se Martina ha il PEI non possono più dire nulla». «Facciamo il PDP per Luigi così la mamma è contenta.» Quante volte ho sentito queste frasi da dirigenti o da colleghi. L’importante è avere le carte a posto. La burocrazia ha sottratto all’inclusività il suo reale compito: quello di non escludere un bambino, di non marginalizzarlo, di non etichettarlo ma di fare leva sulle sue diverse abilità, capacità, competenze. Mattia, un mio ex alunno, mi racconta: «I nostri insegnanti non aiutano a realizzare davvero l’integrazione. Anzi, sembra che si vedano di più le differenze. Spesso c’è qualche professore che in classe dice: “I DSA che hanno la fotocopia alzino la mano”. Se fossi in loro mi vergognerei, mi sentirei etichettato».
A confermare questo disagio, mi arriva la testimonianza di un’insegnante di scuola secondaria di primo grado:
Etichette
Nella scuola media dove insegno quest’anno, su 130 alunni abbiamo 24 alunni “etichettati”, il 18,5% della popolazione della scuola: 4 cognitivi (di cui tre ritardi nell’apprendimento e un comportamento oppositivo), 7 certificazioni di DSA (Disturbi specifici di apprendimento), 13 alunni per i quali abbiamo definito un BES (Bisogni educativi speciali). Da dieci anni questa situazione continua a crescere, in maniera che definirei fuori controllo. È mai possibile che così tanti alunni siano considerati bisognosi di piani didattici personalizzati? L’istruzione e l’educazione dei ragazzi dovrebbe tornare nelle mani di genitori e insegnanti competenti, e non essere appannaggio dei professionisti della sanità.
L’aumento spropositato delle diagnosi neuropsichiatriche nella scuola italiana, vissute ogni giorno da ragazzi, genitori e insegnanti sulla loro pelle, è comprovato da quattro diverse tipologie di numeri:
1.i dati scolastici assoluti, che in genere provengono dal MIUR e dall’ISTAT;
2.quelli relativi all’aumento degli insegnanti di sostegno;
3.quelli che documentano la crescita della voce di spesa comunale relativa all’assistenza educativa agli alunni disabili;
4.i dati sanitari delle ASL che testimoniano l’incremento da una prospettiva ancora più generale.
LE ESPLOSIONI DELLE DIAGNOSI DI DISABILITÀ IN ETÀ EVOLUTIVA
Il primo re...