La vita è stare alla finestra
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La vita è stare alla finestra

  1. 252 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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La vita è stare alla finestra

Informazioni su questo libro

"Sono convinto che i libri di memorie dovrebbero essere pubblicati postumi: sarebbe la garanzia dell'autenticità dei sentimenti." Così scrisse Enzo Biagi un giorno di gennaio del 2000, due anni prima dell'"editto bulgaro" che portò alla sua cacciata dalla Rai. E in effetti quello dell'autenticità, dell'aderenza alla realtà, della volontà di rappresentare fatti e persone come cronista il cui unico padrone è il pubblico, è il filo lungo cui si dipana la sua intera esistenza, senza mai deviare. Dalla nascita in un paesino dell'Emilia, agli studi, all'incontro con la moglie Lucia, all'esperienza partigiana, fino alle spesso tumultuose tappe della sua lunga carriera di giornalista - con la caratteristica di non durare molto sulle poltrone scomode, avversato dal politico di turno -, Enzo Biagi ha attraversato con grazia e coerenza l'Italia del Novecento raccontando dalla sua "finestra" i fatti come si presentavano: la guerra, il boom economico, il Sessantotto, il tempo delle stragi e la P2, fino al berlusconismo di un'Italia ormai al crepuscolo. In questo libro che ben si può definire una auto-biografia postuma, lui stesso, con le sue parole ferme e il suo stile pacato inconfondibile, ci accompagna oggi nuovamente attraverso quell'Italia che forse stiamo dimenticando ma che - nel bene e nel male - non possiamo ancora lasciarci alle spalle. Abitata di personaggi straordinari - Fellini e Berlinguer, Mondadori e Rizzoli, Pertini e Ciampi e molti altri - che hanno segnato la vita di un cronista che "ha sempre cercato di dire quotidianamente un po' di verità in più".

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
Print ISBN
9788817097079
eBook ISBN
9788858688373

Non saremo mai più quelli di prima

Lo sbadato cronista

Se era stato uno sbaglio accettare la direzione del telegiornale, nove anni più tardi, dopo aver lasciato la direzione editoriale della Rizzoli, ne ho fatto un altro, la sua fotocopia. Nel 1970, infatti, Attilio Monti mi offrì di dirigere il quotidiano dov’ero diventato giornalista, «Il Resto del Carlino». A distanza di tanti anni, posso dire che è stato un errore, non si dovrebbe mai ritornare dove si è già stati, soprattutto se si è stati felici.1
Monti, cavaliere del lavoro, petroliere, proprietario di zuccherifici e di giornali, era un personaggio colorito, a volte simpatico, un romagnolo con un passato fascista: era stato infatti l’autista del gerarca Ettore Muti. Superati i problemi politici, l’editore dovette escogitare una manovra complessa per insediarmi. A Bologna c’era infatti Domenico Bartoli, già inviato al «Corriere della Sera», il quale, secondo i disegni di Monti, sarebbe stato giusto per «La Nazione», dove però c’era Enrico Mattei che doveva andare in pensione ma la tirava per le lunghe. Tutte le volte che sono stato nominato direttore, accadeva sempre qualcosa a livello politico, c’era nell’aria un’apertura verso i partiti della sinistra e gli editori, evidentemente, pensavano che fossi l’uomo adatto per ingraziarsi i politici di turno. In quel 1970, dopo quarantotto giorni di crisi di governo, si stava andando da una coalizione monocolore Dc, presidente del Consiglio Mariano Rumor, a un’altra formata da Dc, Psi e Psdi, ancora presieduta da Rumor con il socialista Francesco De Martino vicepresidente, il socialdemocratico Luigi Preti ministro delle Finanze e il socialista Antonio Giolitti al Bilancio e Programmazione economica, mentre agli Affari esteri veniva riconfermato Aldo Moro.
Chiudemmo il contratto a gennaio ma avrei firmato il primo numero a giugno. Durante quei sei mesi di attesa forzata ebbi anche il tempo per riprendermi dal primo infarto e utilizzai quel periodo per reclutare la squadra, Gianfranco Venè e Franco Pierini dall’«Europeo», Maurizio Chierici e Nazareno Fabretti, un francescano allora messo in discussione dalla Chiesa, caporedattore Metello Cesarini, vicedirettore Dario Zanelli. Con Dario, fraterno amico, ho condiviso tanti momenti della vita, fin da ragazzo perché suo padre, Giannino, era stato il mio maestro al «Carlino».
Mi ha voluto bene, il vecchio Zanelli, e io ne ho voluto a lui. Una sera, c’era già la guerra, gli confessai di avere una voglia matta di uova e patate fritte e lui, che aveva un piccolo podere, quindi qualcosa senz’altro in più nella dispensa, mi disse: «Quando abbiamo chiuso le pagine, vieni a casa mia e ti cavo la voglia». Era quasi l’alba mentre io, nella sua cucina, pelavo patate e lui friggeva le uova: ne mangiai una quantità tale da sentirmi male.
Il 22 giugno 1970 uscì il mio primo editoriale:
Dovrei presentarmi ma la mia biografia offre pochi argomenti. Ritorno, dopo diciotto anni, a Bologna, nel giornale dove sono entrato da ragazzo. È al «Carlino» che mi hanno insegnato le prime regole del mestiere. Secondo le consuetudini, sarebbe anche opportuno che annunciassi un programma. È abbastanza semplice. Racconteremo i fatti, tutti i fatti, senza cadere nel tanto diffuso peccato di omissione. Non abbiamo nulla da temere e da offrire, e niente da nascondere. «La verità non ha partito»: non è un motto del reazionario Pelloux, una trovata qualunquistica di Guglielmo Giannini, o una massima di Mao; l’ha detto Giacomo Matteotti. Tu, lettore, sei il nostro vero padrone: viviamo di copie e di pubblicità. Se non sei soddisfatto, diccelo. Ci aiuterai a migliorare. Comincia tra noi un dialogo, e siamo disposti, fin da adesso, a considerare intelligenti, come suggeriva un vecchio saggio, anche coloro che non la pensano come noi. Quando sbagliamo, vogliamo avere almeno l’attenuante della buona fede. Consideriamo il quotidiano un servizio pubblico: come i trasporti o l’acquedotto. Non manderemo nelle vostre case acqua inquinata. Crediamo che la democrazia, con tutti i suoi difetti, sia ancora il migliore dei governi. Non ci risulta che, almeno fino ad oggi, sia stato inventato un sistema più perfetto. Sappiamo anche che alla libertà politica deve accompagnarsi la giustizia sociale. I poveri non li hanno inventati i comunisti, e di quello che non si è fatto, dopo un quarto di secolo, non possiamo continuare a dare la colpa al Duce. «I veri uomini di Stato pensano alle riforme nei tempi tranquilli, e non sotto le pressioni minacciose dei partiti.» È un giudizio insospettabile: Camillo Benso di Cavour. Varrebbe la pena di considerarlo.
Questo editoriale è stato ripetuto tutte le volte che ho dovuto presentarmi a dei nuovi lettori: sono, in sintesi, i princìpi che hanno accompagnato la mia vita e quindi il mio mestiere. Li ho imparati su quei pochi fogli del Partito d’azione che leggevo sui monti con Checco, Sandro, Mirko, Mario, Tommaso, Luigino, Pietro, i miei compagni partigiani.
Quando arrivai al giornale trovai una curiosa tradizione, praticamente una rubrica fissa: tutti i lunedì si parlava di quello che aveva fatto nel weekend l’onorevole Luigi Preti, ministro delle Finanze e come tale in buoni rapporti con l’editore Attilio Monti, petroliere. Preti, tra l’altro, aveva scritto un libro, Giovinezza, giovinezza, e nel 1965, quando era a capo del dicastero della Riforma burocratica nel secondo governo Moro, aveva vinto il premio Bancarella battendo in finale Indro Montanelli. Il politico era molto arrabbiato con il mio amico Federico Fellini che si era rifiutato di fare un film dal suo romanzo. Io, che ingenuamente non capivo quanto interesse potesse avere il lettore per i sabati e le domeniche del ministro, abolii quell’appuntamento. Ma la goccia che fece traboccare il vaso fu quando scrissi un pezzo intitolato Grand Hotel. In una cronaca provinciale lessi che c’era stata una grande festa a Rimini, al Grand Hotel, e nell’elenco dei partecipanti c’era il nome di Luigi Preti il quale mandò una lettera: «Egregio Direttore, sul suo giornale è apparsa la notizia che io soggiorno al Grand Hotel di Rimini. Mi meraviglio di questa invenzione. La mia famiglia abita in viale Trieste 18, nella casa che mia moglie ha ereditato dal padre. E consuma i pasti alla pensione Tagliavini, di terza categoria, nella stessa strada. I miei famigliari hanno l’abitudine di condurre una vita modesta, a differenza di certi pseudosinistri che vivono da nababbi».
Pubblicai la precisazione con un mio commento. «Forse lo sbadato cronista ha visto il ministro al Grand Hotel durante la presentazione della sua ultima opera, forse ha preso un abbaglio: in ogni caso, ci scusiamo dell’inesattezza, anche se il fatto di soggiornare in questo albergo non può costituire, di per sé, una colpa. Siamo dell’idea che i politici, anche se socialisti, non abbiano il dovere di vivere sotto i ponti. Ci auguriamo che il prossimo anno il ministro delle Finanze possa passare da una pensione di terza categoria a una di seconda.» Sono sicuro che sul mio allontanamento dal «Resto del Carlino» l’onorevole Preti abbia messo una buona parola.
A Bologna, in viale Vicini, c’era l’Ufficio delle imposte: nel giro di pochissimo tempo fui convocato per ben tre volte con gli impiegati che ricevevano istruzioni verbali e non per iscritto. Quando mi videro per la terza volta, ebbi la sensazione, se non di vergogna, certamente di qualche imbarazzo da parte loro.
Tra me e i miei editori c’è sempre stato un politico di troppo.
Ero convinto che avrei chiuso la mia carriera a Bologna, in fondo ci tornavo non per vanità ma per un fatto sentimentale. In quei giorni andai a trovare mio padre Dario alla Certosa; mancavo da tanto tempo e ogni volta che passavo per la mia città lo salutavo da lontano. Misi un mazzo di fiori su quel tombino in alto, al terzo livello. «Hai visto? Sono tornato.»
[…]
Anche stavolta durò poco perché Monti non condivideva la mia linea del giornale e mi chiese, dopo un anno, di licenziare Maurizio Chierici, Gianfranco Venè e Nazareno Fabretti. L’accusa: comunisti. «Cavaliere» gli risposi «guardi che fa prima a mandarne via uno solo: me.»
In quei dodici mesi di direzione, feci un giornale molto attento alla cronaca, misi in prima pagina il matrimonio di Al Bano con Romina Power, e per questa scelta fui molto criticato, e non piacque quando dedicai un’intera pagina alla recensione di padre Fabretti a Lettera a una professoressa, il libro dei ragazzi di Barbiana di don Milani.
Ci occupammo naturalmente di politica e seguimmo con grande interesse la crisi di governo mettendo in risalto che il «nuovo» aveva 58 sottosegretari, record mondiale (la Francia 23, la Germania 34, la Gran Bretagna 24 e gli Stati Uniti addirittura 20), e commentai: «Se ne sentiva la mancanza».
Criticai Emilio Colombo e i suoi ministri che avevano fatto piovere sui cittadini una nuova serie di tributi «e non c’è ombrello, a quanto sembra, che possa proteggerci». Sono ancora orgoglioso, poi, per aver condotto, con il giornale, un’assidua lotta all’evasione fiscale. Iniziarono le grandi manovre per la successione di Giuseppe Saragat che avrebbe lasciato il Quirinale alla fine del 1971 e il 22 novembre del 1970 firmai un editoriale dal titolo Rischiatutto, perché, con tutti i problemi che aveva il Paese, non si faceva altro che parlare del futuro presidente.
Citando la famosa trasmissione del popolare Mike Bongiorno, la definii «una lotta di sagrestani, che si battono senza troppi riguardi, mentre si annuncia, come informano le recenti cronache, l’arrivo davanti alle telecamere, niente meno che di un parroco. Non vorrei che il paragone peccasse di irriverenza, ma il concorrente che decide la gara porta una tonaca rossa, e fino a quel momento non farà sapere a chi andranno le sue preferenze». In sostanza, volevo dire che senza i voti dei comunisti non ci sarebbe stato un inquilino al Colle.
Il 30 giugno 1971 diedi l’addio ai lettori del «Carlino».
Con questo scritto si conclude il dialogo che iniziammo un anno fa. Lascio la direzione del «Resto del Carlino». Ringrazio l’editore: posso dire che, fino ad oggi, questo giornale è stato, coi suoi limiti, coi suoi difetti e gli eventuali piccoli meriti, l’espressione del mio modo di concepire il mestiere: un servizio reso al pubblico, unico e vero padrone. In questi dodici mesi la tiratura è aumentata di 30.000 copie al giorno e la nostra formula ha avuto una certa influenza anche su altri quotidiani. Ma non sono qui per mettere in risalto i lati positivi di un bilancio, di un lavoro al quale altri hanno dato un contributo determinante: ricordando il vicedirettore Dario Zanelli e il redattore capo Metello Cesarini, intendo esprimere la mia sincera gratitudine a tutti i colleghi che con intelligenza, lealtà e spirito di sacrificio mi hanno dato ogni appoggio. È un sentimento che voglio testimoniare anche a tutte le maestranze che con noi dividono ansie e fatiche. Le manchevolezze sono, in ogni caso, da attribuire soltanto alla mia insufficienza, come attenuante, porto a giustificazione la buona fede e l’onestà dei propositi. Non ho nulla da cambiare a ciò che scrissi nel mio primo articolo: credo ancora che la democrazia è il migliore dei sistemi, che alla libertà politica deve accompagnarsi la giustizia sociale, che i poveri non li hanno inventati i comunisti, che di quello che non si è fatto e cambiato in un quarto di secolo non possiamo continuare a dar la colpa al Duce.
Le recenti vicende non hanno mutato la mia visione dei problemi nazionali: non credo che il successo del Movimento sociale segni una svolta nella nostra vita (ricordo gli effimeri trionfi dell’«Uomo qualunque»), ma penso che porrà tutti davanti a scelte più limpide e ad esami di coscienza più sinceri.
Il governo deve governare, i partiti non possono continuare a dilaniarsi nelle lotte interne. Il Pci, il quale sa benissimo che la rivoluzione è impossibile, deve trovare il suo posto: è difficile andare d’accordo con Dubcek e con Brežnev. I socialisti, confortati dai consensi degli elettori, abbiano più fiducia in se stessi.
La Democrazia cristiana non può stringere l’occhio a tutti: la gente vuol sapere per chi vota. Industriali e sindacati alla ricerca dell’uovo d’oggi o della probabile gallina di domani, devono stare attenti a non strozzare il delicato pulcino. Questo è lo scarno riepilogo delle mie opinioni, alle quali credo di essere rimasto fedele: chi mi ha seguito giudicherà.
In seguito a un civile scambio di vedute con l’editore, che mi ha dato atto, con molta correttezza, dei successi ottenuti, abbiamo constatato che la nostra valutazione di cose, di uomini e di situazioni non sempre coincideva e non consentiva il proseguimento del vecchio discorso. Gli sono grato per la chiarezza e la sincerità del rapporto. Desidero salutare, con affetto, il mio successore, Girolamo Modesti. I lettori che hanno seguito le sue corrispondenze da Washington, ne apprezzano di certo la bravura. Siamo amici dagli anni pieni di speranze del dopoguerra e sono sicuro che onorerà con la sua opera il «Carlino». Come tutti i congedi anche questo porta con sé la sua nota malinconica: per me è un capitolo della m...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La vita è stare alla finestra
  4. Prologo
  5. Il bambino che fui
  6. Alla scoperta del mondo
  7. Veline azzurre
  8. All’alba
  9. Ora e sempre resistenza
  10. Un po’ di verità
  11. L’uomo sbagliato nel posto sbagliato
  12. Qualcosa da raccontare
  13. Non saremo mai più quelli di prima
  14. Tutto il resto è chiacchiera
  15. Non esistono isole felici
  16. Una lezione di stile
  17. Cara Lucia
  18. L’editto bulgaro
  19. L’unico padrone
  20. La mia Italia che non si arrende
  21. Epilogo
  22. Note
  23. Indice