Capitolo 1
«Mamma, mamma, mammaaa!»
Ogni notte il piccolo Mario Mancuso faceva sonni agitati. Una sconosciuta compariva ai piedi del suo letto fissandolo con uno sguardo indecifrabile.
«Mamma…» singhiozzava lui e tendeva le braccine per afferrarla. Il cuore cigolava come un carretto sulle balate, il respiro gli diventava affannoso come un treno a scartamento ridotto. Allora apriva gli occhi e il volto diafano del fantasma svaniva.
«Mamma» sussurrava, le guance bagnate di lacrime, il pigiama zuppo di sudore e urina. Si arrotolava tra le lenzuola umide e cominciava a mugolare come un canuzzo abbandonato. Era rimasto orfano all’età di tre anni, non aveva alcun ricordo dei genitori, ma nel sonno il dolore negato assumeva consistenza e un’onda di turbamento affiorava dalle profondità dell’animo.
Zia Ninetta, l’unica della famiglia sopravvissuta al bombardamento del ’43, aveva il sonno leggero. Appena il nipote iniziava a lamentarsi, saltava giù dal letto: “Ah, povero picciriddo, tre anni e vedi che guai” e correva nell’altra stanza a consolarlo.
«Shhh. Zitto, Mario, zittuti. Smettila, se ti sentono le Fate sono guai. Quelle fimmine sono, e capricciose. Si siddiano per niente.»
La conosceva anche lei la leggenda: “’Ntra ’stu Curtigghiu di li Setti Fati, ’nta la vanidduzza chi spunta ’nfacci lu Munasteriu di Santa Chiara, vonnu diri ca la notti cci vinìanu sette donni di fora, tutti una cchiu bedda di ’n’àutra. ’Sti donni si purtavanu quarchi omu o puramenti quarchi fimmina chi cci parìa a iddi, e cci facianu vidiri cosi mai visti: balli, sònura, cummiti, cosi granni. E vonnu diri puru ca si li purtavanu supra mari, fora fora, e li facianu caminari supra l’acqua senza vagnàrisi. Ogni notti faciànu ’stu magisteriu, e poi la matina spiriànu e un si nni parrava cchiu”.
«Shhh, dietro la finestra sono, lo senti che tuppuliano?» gli mormorò zia Ninetta, preoccupata, ché le donne di fora talvolta avevano la luna storta e facevano passare i guai a chi le chiamava per nulla. Anche quella notte il bambino aveva urlato e lei, con l’animo colmo di pena, cercava di rassicurarlo: «Non ti scantare. Nessuno ti porta via, ci sono io. Shhh».
Prese Mario tra le braccia, pesava niente quel picciriddo, lo portò nel suo letto e dopo un po’ si addormentarono sospirando. Al mattino le cose sembravano diverse e quel tipo di struggimento se ne stava acquattato da qualche parte nelle loro coscienze; solo alla sera, quando le palpebre diventavano pesanti e le membra si scioglievano nel caldo delle coperte, quello saltava fuori avviluppando zia e nipote come una melassa appiccicosa.
Appassionata e lunatica, Ninetta era solita atteggiarsi a diva del cinematografo. Ancheggiava provocante sui tacchi e lanciava sguardi penetranti come fossero coltelli. Dedicava molta cura ai capelli, che portava lisci, e alle unghie, sulle quali stendeva con precisione lo smalto color vermiglio. Le sue labbra carnose erano rosse come la passione che cercava tra le bancarelle del mercato. Il grande amore però non era ancora arrivato; nell’attesa la donna si occupava di Mario, sotto lo sguardo vigile di padre Gaetano, il parroco dell’Albergheria, un quartiere vuciazzaro, dove fin dal mattino presto echeggiavano da una cantunera all’altra abbanniate, chiacchiere e cantilene. Il frastuono, intenso e costante, a tratti s’impennava e diventava così forte che i nervi degli abitanti si tendevano fino a spezzarsi. Le discussioni erano all’ordine del giorno e spesso sfociavano in litigate chiassose; i carabinieri della vicina stazione di via dei Biscottari avevano un bel da fare a sedare le risse.
Mario Mancuso era nato lì, a piazzetta delle Sette Fate, in una casa a due piani, con un piccolo giardino, adiacente a un vecchio e pretenzioso palazzo, struppiato dalle bombe. Dalla parte opposta si ergeva la chiesa di Santa Chiara con un complicato campanile seicentesco a tre ordini di loggette, che avevano resistito alla distruzione e a numerosi terremoti. I rintocchi delle campane scandivano il tempo di un’umanità composita che intrecciava relazioni e concludeva affari all’ombra del serbatoio dell’acqua, un lungo obelisco di pietra gialla, dalla sommità smerlata.
Il bambino era molto diverso dagli orfani dell’oratorio, che non perdevano occasione per azzuffarsi. A lui invece non piaceva giocare alla guerra, preferiva intrattenersi con le bambine, di cui imitava gli sguardi in tralice, le movenze morbide. Gli era mancato il padre, perciò non amava il sapore della battaglia. E poi era stato cresciuto da una donna, assumendone gusti e atteggiamenti. Adorava infatti le canzonette, i fiori del suo giardino, i profumi inebrianti; non disdegnava i fotoromanzi, si specchiava di frequente, vanitoso come una signorinella. Il suo fisico era delicato, magro, i muscoli poco sviluppati; l’incarnato aveva una sfumatura pallida. I coetanei lo prendevano in giro, ma lui non ci faceva caso, gli bastavano l’affetto della zia e le attenzioni delle amiche per essere felice.
Quando Mario compì tredici anni, Ninetta sparì all’improvviso senza una parola di spiegazione. Di lei rimasero solo una spazzola piena di capelli che sembrava il nido di una rondine e un mozzicone di rossetto. Il ragazzo sembrò non prendersela troppo e si comportò come se nulla fosse successo. La nostalgia questa volta gli allagò il petto e, come un fiume tumultuoso, si riversò nelle sue vene. Quando la piena si ritirò, aveva l’animo arido e pietroso.
Fu in quel periodo che abbandonò la scuola per navigare in mare aperto.
Libero da qualsiasi impegno, si aggirava fin dal mattino presto per i vicoli del quartiere, senza una meta né un progetto. Finché il sole era alto nel cielo, tutto sembrava andargli per il verso giusto. La luce intensa penetrava a piazza Ballarò dagli ampi squarci nelle mura bombardate, la cupola della chiesa del Carmine brillava di giallo e di verde, e lui non sentiva addosso il peso della sua condizione.
Alla notte invece se ne stava tremante nel letto, senza riuscire a dormire, ché i fantasmi dei suoi avi arrivavano puntuali a grattargli i piedi con cattiveria e non c’era più zia Ninetta a rassicurarlo. All’alba, stralunato, infilava la porta e riprendeva a girare a vuoto.
Una mattina, due ragazzi gli sbarrarono la strada.
«Di qua non si passa» disse quello più alto oscillando sulle gambe lunghe e pelose.
Lui distolse lo sguardo come faceva con i cani rabbiosi e cercò di aggirarlo.
«Sordo come tutti i garrusi» continuò con gli insulti l’altro, un tipo compatto e puntuto come un chiodo.
Mario sentì improvvisa una rabbia sconosciuta. Si scagliò a testa bassa contro i due bulletti che, colti di sorpresa, caddero di spalle su un mucchio di pietre. Poi tutti e tre si misero a scalciare e a tirare pugni alla cieca, finché stanchi e doloranti fecero pace e si strinsero la mano.
Mario scoprì per la prima volta il piacere delle amicizie virili. Smise di parlare con le bambine e s’impegnò a sputare più lontano degli altri, a urinare contro i muri più in alto che poteva, a inventare parolacce fantasiose. Si abbandonò infine alle scorribande con Aranciu Pilusu e Taccitedda tra case abbandonate e luoghi sconosciuti.
A colpi di fionda ruppe una alla volta le pigne di ceramica che abbellivano i balconi di palazzo Federico. Si intrufolò nell’ampio atrio, ché il portone era sempre aperto e, in compagnia degli amici, esplorò ogni spazio disponibile, dalla scala adorna di statue e simboli misteriosi, fino alla torre medievale. Provò pure a infilarsi in una delle armature di ferro, che come guerrieri vegliavano sulla incolumità del conte Ruggero, diretto discendente di Federico II. Girovagò per il salone delle feste, saltando sugli arabeschi del prezioso pavimento in ceramica di Vieste.
Erano momenti felici, quelli che i tre amici trascorrevano insieme. «Un’altra vita è possibile» si ripetevano l’un l’altro pieni di speranza. All’imbrunire tornavano indietro costeggiando le mura puniche ricoperte di vellutato muschio. All’incrocio si salutavano, Taccitedda e Aranciu Pilusu si rintanavano nelle loro stanzette alla via Porta di Castro, sotto la quale scorrevano le acque del fiume Kemonia. Mario di malavoglia si rifugiava in quella casa più vuota delle sue tasche.
Senza l’affetto dei genitori, dopo l’abbandono di zia Ninetta, il ragazzo si fece duro come pasta di vetro. Era all’apparenza allegro, i suoi occhi brillavano di passione, ma si percepiva in lui una tensione estrema; vibrava come un elastico tirato allo spasimo, pronto a scattare.
All’Albergheria l’infanzia durava poco, già a quindici anni si era uomini fatti e finiti. Mario e i suoi amici si trovarono presto di fronte a un bivio: o sbirro o mafioso. Aranciu Pilusu e Taccitedda si misero al servizio del potente Don Ciccio Rizzo e cominciarono a smerciare sigarette di contrabbando. Mario, che per sua natura non aveva alcuna inclinazione alla prepotenza, scelse di fare il carabiniere. “Un’altra vita è possibile” si ripeté deciso e tornò a studiare, ché il diploma di terza media era indispensabile per entrare nell’Arma.
Bussò allora alla porta di Pietro Scuderi, detto ’u Prufissure, in cerca d’aiuto. L’uomo lo ascoltò con apparente disinteresse e poi chiese: «Dieci lire per una versione di latino, quindici per un tema; venti per un’ora di lezione».
«Cinque sigarette a botta fino a quando non faccio gli esami.»
Dopo lunghe trattative, si accordarono per una stecca di americane al mese.
Il ragazzo cominciò a studiare di buona lena, i libri riempivano le sue notti insonni. All’alba crollava esausto, si svegliava poi con le campane di mezzogiorno. Radeva con cura la folta peluria che da un pezzo gli adombrava le guance e alla controra correva su per le scale del palazzone semidiroccato. ’U Prufissure gli apriva la porta in vestaglia e pantofole e dava la stura alle sue geremiadi.
«Quella grandissima… mi ha fregato lei, capisci? Ammiccava, mi sorrideva, mi tentava come il serpente con Eva. Potevo fare la figura del garruso?»
L’uomo era stato cacciato dalla scuola dove insegnava perché sorpreso ad amoreggiare con una studentessa.
Mario annotava su un pizzino “Lastime” e a fine mese si faceva uno sconto su quanto pattuito.
Un pomeriggio di primavera erano intenti a imparare una poesia – “… io lo so perché tanto / di stelle per l’aria tranquilla / arde e cade, perché sì gran pianto / nel concavo cielo sfavilla…” – quando il professore scattò in piedi e corse alla finestra urlando: «C’è la mappina rossa, corri, Mancuso!».
Il ragazzo lo raggiunse al finestrone.
«La vedi la mappina? Se è bianca, vuol dire che Nicolina è libera; quando è rossa c’è un cliente» chiarì con voce d’eccitazione.
Mario guardò lo straccio che sventolava sfacciato sul balconcino della buttana più amata dai palermitani.
«Professo’, e la lezione?» protestò.
«Pure questa è lezione. Vedrai quante cose impari oggi.»
Nica comparve dopo qualche minuto al centro delle persiane, indossava una informe vestaglietta a fiori, all’epoca la divisa di ogni esemplare madre di famiglia. Un signore piccolo e tondo, con due grossi baffi sulla faccia rubiconda, stava poco distante da lei e si girava un cappello tra le mani. La donna lanciò uno sguardo d’intesa al professore, un bacio a fior di labbra in direzione di Mario, quindi si girò di spalle e ancheggiando raggiunse il cliente.
Lasciò cadere sul pavimento l’abituccio misero, fece una piroetta su se stessa, svelando grazie insospettate e biancheria intima di lusso. Aveva seni marmorei, compressi dentro un corpetto di pizzo e tulle; gambe solide come colonne, inguainate in calze sottili, tenute su da giarrettiere traforate; lombi prominenti che debordavano da mutandine di seta arricciate ai bordi.
Cominciò quindi a passeggiare da un capo all’altro della camera, si accucciò dietro una poltrona: «Cu cù» sussurrava agitando ora le mani ora un piede. «Dove sei?» scherzava l’uomo. «Ah, se ti prendo…»
Nica sgusciò fuori e s’infilò tra le tende. «Ah, che paura!» ripeteva e lanciava degli urletti garruli.
A Mario quel gioco di bambini sembrò ridicolo.
«Non puoi considerarti uomo finché non sei passato per le cosce di una come quella» lo informò il Professore.
I due intanto avevano raggiunto il letto e la buttana si era abbarbicata al cliente, le gambe incrociate dietro la schiena di lui, le mani strette attorno alla testa calva. Così avvinghiati, si rotolarono nel letto più volte, finché lei si trovò sopra.
«Ti ho preso!» gridò e cominciò a cavalcarlo con il cipiglio di un’amazzone. I suoi glutei si alzavano e si abbassavano senza alcun tremolizzo. L’uomo la assecondò finché i loro ritmi si armonizzarono. Ora procedevano insieme al trotto.
Lui la colpì sulle natiche con la mano aperta: «Arrì, ahh» urlò tirando delle redini immaginarie.
Lei scuoteva la testa, i capelli volavano tutto intorno. «Op, oooop, op» lo incitò. I suoi seni pesanti ballonzolavano avanti e indietro attorno al volto dell’altro violaceo di piacere.
D’un tratto Nica si lanciò in un forsennato galoppo e l’uomo cominciò ad ansimare. Al traguardo ci arrivarono insieme con un nitrito prolungato e possente.
«Una vera cavalla» sentenziò Pietro Scuderi.
Mario, i pugni serrati dentro le tasche, era turbato. Un sentimento nuovo, qualcosa di primitivo e irrefrenabile agitava il suo corpo. Gli girava la testa, lo stomaco era sottosopra e aveva la nausea manco avesse navigato in un mare in tempesta. Una cosa quel pomeriggio gli fu chiara: le donne non erano un semplice desiderio, ma un bisogno, cui nemmeno lui poteva sfuggire.
Capitolo 2
A piazzetta Meschita, nel cuore della Giudecca, dove i nomi delle strade erano scritti in tre lingue diverse, a testimonianza del fatto che Palermo è sempre stata un calderone di popoli e culture, abitava Melina Scimeca, una ragazza bella e infelice a causa dei suoi spigolosi genitori.
Il padre ancora dopo secoli rivendicava le ricchezze degli avi, cacciati dalla città nel 1492 da Ferdinando il Cattolico. Insensibile ai bisogni della famiglia, attaccato ai soldi, l’uomo si rifiutava di pagare persino i conti del macellaio o del droghiere. Comprare un paio di scarpe nuove era una vera e propria tragedia: «La mia morte l’avrete sulla coscienza!» urlava prima di andarsene sbattendo la porta.
Melina si sentiva umiliata da quelle scenate e, pur di non chiedere quattrini, imparò a fare a meno di tutto. A forza di rinunce, si abituò a reprimere i desideri finché gliene rimase uno solo: l’indipendenza economica.
La madre la invitava a cercarsi un marito: «Magari vecchio, ma con un po’ di soldi e generoooso» le diceva calcando l’accento sulla sfilza di O, come se ogni vocale in più costituisse moneta sonante.
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