Capitolo 1
La luce calda e dorata del tardo pomeriggio inondava la vallata, refoli di vento sferzavano l’erba, i cui ciuffi cresciuti ai margini della mulattiera sfioravano le gambe muscolose e abbronzate dei legionari che ne percorrevano i tornanti. La strada era stata scavata nel fianco della collina dai genieri parecchi anni prima per trasportare il legname necessario alla costruzione del Vallo Dolagirt, una titanica opera difensiva destinata a marcare il confine tra l’Impero Colviano e l’indomito popolo degli Eidr. Erano trascorsi tre inverni da quando i buoi avevano trascinato a valle l’ultimo tronco e la natura aveva cominciato a sanare quella ferita. Le zolle d’erba si protendevano oltre i bordi e avevano colonizzato le poche chiazze di terra rimaste dopo che carri e intemperie l’avevano erosa fino a scoprire uno strato duro e irregolare di pietre, ghiaia e radici nodose. Era su quel suolo aspro che si posavano rapidi e leggeri i calzari chiodati dei venti uomini della pattuglia, esperti veterani che dovevano quasi sforzarsi per non marciare all’unisono come erano abituati a fare fin da quando erano ragazzi. Gli ordini però erano stati perentori: la valle era aperta e il vento poteva portare lontano il suono del passo ritmato sui ciottoli. Per lo stesso motivo, il comandante aveva ordinato di nascondere gli elmi sotto i mantelli e coprire tutte le superfici metalliche: sarebbe bastato un riflesso per tradirli anche a grande distanza.
Lo scricchiolio dei passi era attutito dal frusciare della vegetazione e dall’incessante frinire delle cicale. Il silenzio era rotto di tanto in tanto da imprecazioni smorzate quando un uomo incespicava, ma erano poco più che sussurri quelli che giungevano alle orecchie di Yanvas, l’ufficiale in testa alla colonna, niente per cui adirarsi. Come i suoi uomini, aveva fatto il soldato per tutta la vita ed era arrivato fino al grado di comandante della cavalleria della sua legione d’appartenenza, la Quarta, anche se negli ultimi anni aveva combattuto come fante, alla testa di piccoli distaccamenti di esploratori. Alla sua unità era affidata la protezione del limitare orientale del Vallo, dove le asperità dei Monti Utrisar impedivano di rendere impenetrabili le frontiere con forti e muraglie, facendone una via d’accesso privilegiata per le bande di guerrieri che rifiutavano la cessazione delle ostilità con l’Impero.
La conoscenza eidr del territorio era ineguagliabile: sapevano scivolare tra le montagne come spettri e per la rigida dottrina militare colviana non era stato facile contrastarli, ma Yanvas aveva intuito che avrebbe dovuto ribaltare l’approccio basato sulla forza bruta e batterli in astuzia. Aveva suggerito di stabilire una rete di piccoli avamposti per incanalare i nemici verso dei passaggi obbligati, dove li attendevano imboscate tese dai legionari.
La pattuglia era partita con l’intento di sfruttare la copertura delle tenebre per raggiungere uno dei presidi più lontani, posto a guardia delle sorgenti del fiume che lambiva il campo principale. Anche se avrebbero seguito Yanvas persino nell’Abisso senza lamentarsi, gli uomini non amavano muoversi di notte, soprattutto Airril, il mezzosangue delle Terre Selvagge e miglior battitore di piste della legione. Si sentivano vulnerabili, sapevano che ogni ombra poteva celare un nemico in agguato, specie da quando circolavano voci sul ritorno del Guercio, il più feroce e sfuggente tra tutti i predoni.
Incursioni e saccheggi facevano parte della cultura eidr, per secoli ne erano stati la principale fonte di sostentamento e le loro leggi affermavano che un uomo in stato di bisogno poteva sentirsi libero di appropriarsi del necessario per sopravvivere, ovunque fosse. Gli altri razziatori erano per l’appunto tali, cani rognosi che vagavano alla ricerca di bersagli facili e carogne da spolpare. Attaccavano le fattorie, portavano via provviste e bestiame, talvolta anche donne da tenere come schiave e concubine. Non di rado gozzovigliavano sul posto e i legionari li sorprendevano a dormire nei letti delle vittime, ancora ebbri di sangue e birra.
Il Guercio era diverso: se gli altri erano cani, lui era un lupo. Non si accontentava di rosicchiare gli avanzi gettati nel cortile dell’Impero, andava a caccia e, anzi, sembrava provare piacere nell’affrontare sfide proibitive. Non attaccava fattorie se non come diversivo, i suoi bersagli prediletti erano acquartieramenti, granai, mulini, locande di posta, tutti obiettivi ben difesi o dall’elevato valore strategico.
Nessuno sapeva come si chiamasse, di lui si raccontava che fosse un uomo snello, biondo e sfregiato da una vistosa cicatrice che arrivava fino all’orbita vuota. La vaga descrizione l’aveva fornita uno schiavo, l’unico sopravvissuto dopo l’attacco a una torre di segnalazione poco distante da dove si trovavano. Lo schiavo non conosceva la lingua eidr e non aveva potuto dialogare con il Guercio, ma era convinto che in quella voce roca ci fosse stata della pietà nei suoi confronti, perché, aveva detto, erano fratelli di fronte all’oppressione colviana. In pochi conoscevano questi particolari, la corona non voleva che trapelasse il lato umano del nemico: per il volgo gli Eidr non facevano prigionieri. Il Ducato di Grelian, così si chiamava il feudo protetto dal Vallo, era stato strappato loro in tempi recenti, perciò gli sconfitti andavano demonizzati e ostracizzati, non si doveva permettere che i coloni provassero empatia o la nuova autorità non si sarebbe mai consolidata.
Yanvas non condivideva quei metodi, ma li comprendeva. Era cresciuto nell’Eiam Vurd, oltre le montagne, dove il padre aveva servito anch’egli come ufficiale di carriera finché una ferita l’aveva reso invalido. Lì gli ippogrifi delle legioni, i vessilli raffiguranti gli animali fantastici metà grifone e metà cavallo, non erano benvenuti nemmeno dopo un secolo d’occupazione. Colvian, fondatore dell’Impero, li aveva scelti alla vigilia dell’incoronazione per simboleggiare la fierezza e la forza che avrebbero portato la sua gente all’egemonia. Secondo i bestiari, gli ippogrifi vivevano sulle cime inaccessibili dei Monti Fiamma Nera ed erano tra i pochi nemici naturali dei giganti – altro tratto che aveva affascinato il condottiero –, ai quali davano la caccia per cibarsene e adornare i propri nidi con le loro barbe, scalpi e pellicce. L’esistenza di questi esseri era messa in dubbio dagli scettici dopo che l’esplorazione della catena non aveva portato ad alcun avvistamento, ma nel tesoro imperiale era conservato un uovo gigantesco, che si diceva rinvenuto da Colvian in persona.
L’Eiam Vurd era stato conquistato da Avrian, il terzo imperatore, solo per rendere più sicure le frontiere meridionali. Non era stata attuata nessuna politica di assimilazione culturale, nella convinzione di rendere meno invisi i colviani. Al contrario, tradizioni e credenze religiose avevano finito per esasperare la separazione tra i locali e i pochi coloni e legionari, suscitando un rancoroso sentimento nazionalista.
Yanvas ricordava la lugubre atmosfera che regnava all’inizio dell’inverno, quando nei villaggi si eseguivano per giorni rituali volti a scongiurare il ritorno dei morti. L’ossessione per i trapassati pervadeva ogni aspetto della vita in quella regione, e lui aveva impiegato molto tempo a liberarsene nonostante fosse un uomo razionale e avesse ricevuto un’istruzione rigorosa. Rimpiangeva gli anni spensierati e la natura selvaggia teatro di tante avventure adolescenziali: per questo aveva accettato di buon grado il compito di occuparsi di quel settore delle difese, ritenuto rischioso e ingrato dagli altri ufficiali.
Rinvigorito dai ricordi, aveva accelerato il passo ed era giunto presso un tornante affiancato da una bassa scarpata di terreno sabbioso e friabile, sovrastata da una vecchia ceppaia; era il punto di riferimento per riconoscere l’inizio del sentiero che avrebbero imboccato. Afferrò una radice protesa a mezz’aria e con un’ampia falcata abbandonò la mulattiera. Il sudore colava sul volto severo, lungo il collo e sotto il pettorale dell’armatura, inzuppando la veste leggera e scivolando lungo le braccia muscolose fino ai massicci bracciali di cuoio e bronzo, oggetti cui era profondamente legato. Li aveva ricevuti dal padre alla vigilia della sua prima campagna, come lui li aveva ricevuti dal proprio, e così via di generazione in generazione. Il cuoio era sbiadito e logoro, specie quello del bracciale sinistro contro cui sfregavano le cinghie dello scudo, crepato vicino alle placche di bronzo su cui campeggiavano due ippogrifi consunti dal tempo. In origine erano appartenuti a un arciere, quando ancora Colvian non aveva plasmato le legioni in una formidabile macchina bellica, e da allora erano passati al secondo figlio maschio di ogni generazione così come le terre andavano al primogenito. Il primo figlio riceveva l’investitura dall’imperatore, il secondo gli donava la sua vita, come recitava il motto dei Talendyr, la sua casata: “Dalla corona l’onore, per la corona il sangue”.
Sganciò l’otre dalla cintura e bevve tre piccoli sorsi mentre aspettava gli altri. Aveva guadagnato un certo vantaggio, perciò appoggiò una gamba sul moncone di legno ingrigito e scrutò la valle sottostante. Si rilassò, ammirato per la poesia dell’erba che si piegava al vento creando l’illusione delle onde su un mare appena increspato, punteggiato da isole di vegetazione più fitta, faggi e frassini risparmiati dalle asce perché troppo piccoli, flutti destinati a infrangersi sulle scogliere del monte antistante. In lontananza, quasi invisibili nell’ombra del fondovalle, si intuivano le sagome del campo trincerato da cui provenivano e il grigio serpente di pietra del Vallo, che da lì si snodava ininterrotto fino al mare, a dieci giorni di marcia verso ovest.
I suoi occhi però non stavano solo ammirando il paesaggio idilliaco, cercavano tracce del nemico: un riflesso all’orizzonte, piante che si spostavano controvento, stormi di uccelli che si levavano in volo; notare un piccolo particolare poteva segnare un vantaggio incolmabile nella lotta per la sopravvivenza. Sembrava tutto tranquillo. Poteva significare che non c’era pericolo o che il nemico era così abile da non farsi scoprire, ma non permise a questi pensieri di impadronirsi di lui: la tensione l’avrebbe logorato, lasciandolo privo di energie nervose quando invece da esse sarebbe dipesa la loro vita.
Si carezzò la mascella coperta da un velo di barba ispida e scura: come il resto della sua pattuglia, smetteva di radersi e lavarsi alcuni giorni prima di uscire in missione. Gli Eidr, infatti, addestravano i cani a seguire le tracce lasciate dai legionari, che alle terme usavano oli ed essenze, perciò bisognava fare in modo di puzzare come barbari, affinché dietro di loro restasse soltanto odore di uomo, non di colviano.
Airril lo raggiunse per primo. Yanvas gli tese la mano e lo aiutò a salire, poi ripeté lo stesso gesto con ogni uomo della pattuglia. Non era necessario, erano soldati temprati e dalla resistenza ferrea, ma colse l’occasione per guardarli negli occhi. Non lesse stanchezza sui loro volti, solo determinazione a portare a termine la missione. Non sorrise né ammiccò incrociandone gli sguardi, non era una chioccia e non occorreva rassicurarli, erano veterani. Senza bisogno di ordini, si dispersero al limitare del bosco per una breve sosta. Yanvas era un comandante severo ma giusto, idolatrato perché condivideva ogni disagio e, quando necessario, anche le privazioni della vita in una regione di frontiera. Non si contavano le occasioni in cui aveva dormito all’addiaccio protetto solo da una coperta da sella, si era sfamato con bacche ed erbe raccolte attorno al bivacco oppure aveva marciato oberato dal peso delle armi di un ferito, oltre che delle proprie.
Quando Airril aveva trascorso la prima notte da effettivo della Quarta, era stato circondato da una manciata di soldati sfaccendati che avevano preso a schernirlo e chiamarlo schiavo per via delle sue origini. Aveva cercato di tirare dritto per la sua strada, capendo che cercavano un pretesto per una rissa, ma non c’era stato verso di evitare il confronto. Ben presto si era trovato a terra travolto da calci e pugni, non prima però di avere steso due aggressori. Yanvas si era avventato su di loro come una furia, colpendo con il piatto del gladio finché nessuno era rimasto in piedi. Non aveva voluto sentire ragioni, li aveva condotti ai margini del campo armati di zappe e picconi e messi tutti, Airril compreso, a scavare un profondo fossato. Avevano lavorato sotto il suo sguardo severo fino al tramonto del giorno seguente senza cibo né acqua. Il nuovo arrivato aveva sopportato la punizione in silenzio e, alla fine della giornata, la fatica comune lo aveva fatto accettare dai commilitoni, che non l’avrebbero più vessato. Airril sapeva che, per quanto l’ufficiale fosse stato duro, qualsiasi altro provvedimento lo avrebbe messo in guai anche peggiori e da quel momento aveva sviluppato un profondo rispetto per lui.
I più scaltri, o forse cinici, capivano che non era un malcelato senso di uguaglianza o di umanità a muoverlo, le barriere sociali colviane erano invalicabili e radicate a fondo, ma un inflessibile senso del dovere nei confronti dell’Impero. Paradossalmente, ciò aumentava la fiducia che riponevano in lui, perché sapevano che un uomo mosso solo dai buoni sentimenti può voltare le spalle ai compagni se terrorizzato, mentre la ferrea disciplina regge l’urto della battaglia.
Yanvas e Airril si scambiarono un’occhiata, era tempo di rimettersi in marcia. La sosta non era servita per riposare, ma per entrare in sintonia con il nuovo ambiente: dovevano fermarsi ad ascoltare il bosco, familiarizzare con suoni e odori per cogliere anomalie che altrimenti la mente avrebbe accantonato senza prestarvi attenzione.
Si avviarono a distanza di una ventina di passi l’uno dall’altro: al limitare del bosco un gruppo numeroso poteva ancora risultare visibile dal basso o dal costone opposto. Il cacciatore delle Terre Selvagge andò in avanscoperta, la foresta era il suo terreno, mentre Yanvas guidava la fila di uomini lungo uno stretto sentiero seguito dagli animali per abbeverarsi alla sorgente. Quello che stavano percorrendo era di gran lunga il tratto preferito dall’ufficiale colviano, il più simile ai boschi in cui aveva passato infinite giornate a immaginare avventure ed esplorare ogni anfratto. I passi risuonavano sordi sulla terra battuta del sentiero, coperta da un sottile strato di aghi rinsecchiti, una sorta di tappeto color ruggine nel verde del sottobosco, che seguiva il dolce saliscendi del terreno in cui le radici dei grandi abeti rossi abbozzavano scalinate irregolari. Di tanto in tanto la pattuglia attraversava zone più umide, caratterizzate da un fitto manto erboso e soffici distese di muschio ed erica, che scricchiolava in modo inconfondibile cedendo sotto il peso degli uomini quando rallentavano appena per cogliere un mirtillo o minuscole fragole di un rosa pallido, ma dal sapore straordinariamente dolce e rinfrescante.
Passando accanto a un giovane abete con un ramo spezzato, Yanvas staccò un grumo di resina appena indurita, che prese a masticare lentamente, assaporandone il forte gusto aromatico. L’aveva imparato seguendo Zorav, l’uomo che allevava i cani da caccia per suo padre, nelle lunghe uscite alla ricerca di buone località in cui portare gli ospiti per le loro battute di caccia.
Uscivano prima dell’alba, in modo che Yanvas non tardasse alle lezioni del maestro d’armi e dei precettori, quando la foschia del mattino non si era ancora diradata e le sagome spoglie degli alberi morti assumevano un aspetto lugubre che lo spingeva ad accelerare il passo per restare accanto all’esperto uomo dei boschi, il quale spesso imprecava per l’intralcio. Nonostante i modi burberi, però, il servitore non lesinava consigli e indicazioni su cosa la natura potesse offrire a chi sapeva cosa cercare, specie quando si trattava delle bacche di ginepro, delle pigne di pino mugo e dei frutti del pruno selvatico, con cui preparava liquori forti come il bahercis, di un intenso colore rosso.
Yanvas sapeva che la madre mal sopportava tale promiscuità sociale e che il figlio accettasse di buon grado cibi così rozzi, ma lei non aveva mai osato farlo notare in pubblico. Era stato il fratello maggiore, Imian, a riferirglielo per rimarcare i loro differenti destini: Imian viveva sotto una campana di vetro, istruito ed educato alla più raffinata filosofia colviana e ai protocolli di corte, mentre Yanvas era destinato a servire in armi per gran parte della vita in luoghi mai sentiti nominare. Ma non gli importava, il padre gli aveva spiegato quale sarebbe stato il suo destino, lo stesso che anche lui aveva dovuto accettare a suo tempo. Aveva favoleggiato delle legioni il cui passo scuoteva la terra, della gloria e della dedizione alla corona. L’etichetta sul campo di battaglia era soltanto un limite, anche se non do...