Semplice
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Semplice

  1. 272 pagine
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Informazioni su questo libro

SEMPLICE. COME IL GIOCO. COME L'AMICIZIA.Ci sono persone che restano con noi anche quando se ne sono andate, e a volte basta un gesto minimo, tuo figlio che si sfiora le labbra con un dito mentre gioca, per ricordarti che non sei mai riuscito ad archiviarne il ricordo. È quello che succede a Luciano: il pensiero corre subito ad Alex, il suo capitano di vent'anni prima. Stesso campo, stesso amore, il rugby. Alex, forte, generoso, cuore della squadra e mattatore dello spogliatoio, Alex, il campione che li aveva abbandonati troppo presto. Sei amici, fratelli in campo e nella vita. Sembravano indivisibili. Invece erano rimasti in cinque e avevano finito col perdersi. Oggi, superati i quarant'anni, a unirli c'è una ferita che non si è mai fatta cicatrice. Ma quando il passato torna a presentare il conto con quella che sembra una strana convocazione, è come se l'amicizia che li legava da ragazzi non si fosse mai spenta. È la miccia, l'inizio di un viaggio inatteso e necessario che permetterà a ciascuno di loro di ritrovare l'altro, restituendo un senso doloroso ma pieno allo schiaffo che li aveva colpiti e disorientati. Con Semplice Giorgio Terruzzi ci racconta gli inciampi e la forza dei sentimenti dell'adolescenza, e ci ricorda che c'è sempre tempo per riscoprire un'amicizia autentica, perché una squadra che ha lottato davvero non abbandona nessun compagno.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
Print ISBN
9788817093576
eBook ISBN
9788858689295

1

Stava piangendo. Il capo reclinato, in piedi, sotto la piccola tribuna. Singhiozzava. Si coprì il volto con entrambe le mani, sfregandole su e giù, come per ingannare un possibile osservatore. È solo acqua, è uno starnuto. Erano lacrime e non c’era modo di trattenerle. Così, si voltò, allontanandosi lentamente, alla ricerca di un riparo.
È quel pianto che compare e ricompare nelle mie giornate. Una figura nota, inquadrata quasi per caso, osservata con attenzione crescente. Le spalle come ali richiuse, mosse da sussulti ripetuti. Un’immagine netta, inattesa e sconcertante. Verde erba lo sfondo, voci indistinte, l’aria di settembre con dentro un’ipotesi di fresco, polvere bassa, in controluce. Io che mi avvicino, seguo quella schiena ricurva. Lui: camicia azzurra, pantaloni scuri, forse blu. Rivedo la stessa scena, tutti i dettagli, sempre. So bene perché. È la scena madre, l’inizio di un viaggio doppio. Mi ripeto: eccolo qui, il primo tassello del puzzle, con i colori dominanti, gli indizi utili, ciò che serve per accostare gli altri. E allora cerco e trovo, perché in questa memoria c’è il caldo che più mi conforta e serve, il mio sapore preferito.
Luciano.
I capelli cortissimi, una peluria chiara. Aveva smesso di partecipare anche alle partite amichevoli tra ex giocatori e frequentava il club raramente. Lavoro e famiglia, attento a non far perdere la pazienza a Lucia, sposata dopo uno di quei fidanzamenti che scattano in terza liceo e vanno avanti lungo la rotta dritta, dichiarata al momento del varo, fino al matrimonio. Commento di Alex, a suo tempo: «Luciano e Lucia, ma cristo, che abbinamento è? Cambiate almeno un nome. Oppure lasciatevi e non se ne parli più».
Lei, mora, minuta, poche parole, azzeccate quasi tutte. Una donna dal baricentro basso, sempre pensato: stabilità e concretezza, indipendenti dalla lunghezza delle gambe, peraltro magrissime, proporzionate. Pacata nei modi ma decisa, patti chiari, altrimenti, alt: fermare le macchine, rifare la carburazione, please.
Poco prima del matrimonio, Luciano aveva messo su la sua falegnameria. Gli era sempre piaciuto lavorare con le mani, aveva cominciato a scolpire il legno quando era ancora ragazzo. Marinava la scuola per saltare su un treno, all’alba, d’inverno, trascorreva ore vagando sulle spiagge della Liguria a cercare pezzi di legno restituiti dal mare, con cui realizzava curiose composizioni, rese ancor più originali da tocchi di colore, minuscole levigature. Dopo il diploma allo scientifico, aveva comunicato ai genitori la decisione di far pratica in una segheria, notizia accolta dal padre, ingegnere civile, e dalla madre, architetto, con pacato sconcerto. Pensavano: è una passione passeggera, tempo la fine dell’estate e s’iscrive al Politecnico. Sì, ciao. In quella segheria era rimasto un anno, poi aveva accettato la proposta di un anziano falegname che, nella stessa segheria, acquistava il legno. Librerie, armadi e serramenti per una clientela fedele ma ormai difficile da accontentare, data l’età e un principio di artrite simile a una persecuzione. Luciano aveva imparato a trattare ogni tipo di legno, aveva studiato essenze, nodi e nervature e aveva educato progressivamente le proprie capacità manuali. Bravo, altroché. Sempre stato così, del resto: ispirato e motivato. A scuola: voti alti. Ne aveva bisogno per poter svolgere attività politica senza subire ricatti a casa e ritorsioni dai prof in classe. Leggeva, argomentava, sognava rivoluzioni di portata varia, ci dava dentro, sempre. I capelli, allora, lunghi, biondi; “l’Unità” sottobraccio; il rugby per praticare una comunione d’intenti completa e divertente. Era già un falegname fatto quando il vecchio decise di ritirarsi. Si trattava di rilevare il laboratorio. Accadde alla fine di quell’estate che aveva violentato all’improvviso ogni certezza, rivelando a Luciano, ai suoi amici, a ciascun compagno di squadra, il rovescio di una spensieratezza sino a quel punto formidabile.
Accettò con una determinazione che a molti sembrò disperata e che invece gli diede forze sufficienti per cavarsela con i debiti e con la percezione nuova della solitudine. Anche se non era solo per niente. I suoi compagni ordinavano scaffali di cui non avevano bisogno, tavoli senza avere dove metterli, infissi per finestre ancora inesistenti. Si trasformarono in clienti pronti a far scattare un colossale passaparola. I mobili di Luciano comparivano ormai in una quantità di case, compresa la mia, realizzati su precisa richiesta, oppure creati in autonomia e originalità: legni vecchi o vecchissimi abbinati a lamiere, pezzi di zinco, grondaie in rame.
Il piano del bancone che sta nella nostra tana, sotto l’officina, lo costruì lui.
Arrivò un pomeriggio in abiti da lavoro, tutto impolverato, un borsone pieno di attrezzi. Aprì la botola sul pavimento e s’infilò di sotto. «Ci metto un attimo, Franco, lasciami fare.» Stavo sostituendo un gruppo ottico alla Peugeot di una piantagrane, la signora Grimaldi, ero in ritardo di due o tre giorni, come da norma, e la piantagrane sarebbe arrivata di sicuro troppo presto. Luciano ricomparve dopo mezz’ora. «Da dove viene quel lambrusco? Buono. Un po’ caldo, ma buono. Il problema è che sono le tre e mezza e devo tirare sino a notte.» Aveva bevuto mezza bottiglia – a canna, il disgraziato – mentre prendeva le misure. Tornò di sera, cinque o sei giorni dopo, il piano del bancone sulle spalle, largo esattamente quanto il passaggio della scala. Un piano di ferro grezzo, con dentro, incastonate alla perfezione, delle isole in radica: una meraviglia. Ancora adesso, quando lo osservo, mi pare troppo bello per un buco così, pieno di foto, trofei, cianfrusaglie, le panche del tram al posto delle sedie. Ci mise un’ora a fissarlo, tutto sudato. Tutto fiero. «Allora? Fuori questo lambrusco, per cortesia, che il momento è propizio.»
Ha due figli, Luciano. Maria, identica a sua madre, e Michelino, lineamenti misto-griglia, con dentro roba del babbo, roba della mamma, alla rinfusa. Accompagnato al campo per il suo primo allenamento poco dopo aver compiuto sette anni. Minirugby. Immaginavo che la ragione delle lacrime fosse legata a quel debutto, mentre raggiungevo Luciano, accovacciato a terra, seminascosto dal magazzino degli attrezzi. Il volto arrossato, lo sguardo nel vuoto.
«Cos’è?»
«È una bastonata a tradimento, ecco cos’è. Una cosa da non credere.»
Si alzò, mi prese per un braccio. «Vieni, ti faccio vedere.» Indicava Michelino: corre un po’ a vanvera, in mezzo ad altri bambini vestiti come lui, confusi come lui, il caschetto protettivo in testa, nessuna cognizione dei movimenti da compiere per mettere assieme una qualche forma di gioco. Under 8, del resto: divertimento puro con la scusa del rugby.
«Be’?»
«Guardalo, tienilo d’occhio.»
Guardai, tenni d’occhio. «Be’?»
«Aspetta, vedrai che lo fa di nuovo.»
Michelino rincorre il pallone, inciampa, cade, si rialza, riprende a correre come gli altri. Una ventina di tappetti colorati.
«Senti Franco, prima l’ha fatto, giuro, l’ha fatto! Il gesto di Alex. Preciso. Il dito sulla fronte che poi scende, passa sul naso, segue il profilo e si ferma sulle labbra. Ogni volta che l’arbitro fischiava. Ricordi?»
Ricordavo eccome. Era una specie di tic, ripetuto all’infinito. Un movimento connesso a un pensiero, una specie di stallo nell’azione. Alex.
«Sei sicuro? È un po’ che lo guardo, non mi pare…»
«L’ha fatto. Così, all’improvviso, esattamente uguale. Pa-pam. Stavo in piedi laggiù, tranquillo. Mi è scoppiato il cuore.»
C’era un lacrimone grosso come un acino d’uva aggrappato alle ciglia di Luciano, e scoppiò il cuore anche a me perché a quel punto Alex lo vedevo pure io, senza il bisogno di seguire Michelino in mezzo al campo. Era stata la sua impacciata tenerezza a offrire un’istantanea evocazione, abbinata ai colori, bianco e rosso, gli stessi; un movimento suo soltanto in mezzo al prato, vagamente simile a quel gesto. Ma ormai era fatta, in ballo, entrambi. Bastava poco, del resto, a ciascuno di noi, per innestare la retromarcia e guardare fisso nel retrovisore.
Luciano, di fronte a me, il volto stirato dall’emozione, era identico, adesso, al ragazzo che era stato, i capelli lunghi e umidi sul viso, un sorriso pieno di luce. Allora fui io a prenderlo per un braccio. Dissi: «D’accordo, andiamo a berci una birra, perché bisogna che stiamo un po’ insieme, che stiamo un po’ seduti, in silenzio, a farci trasportare da questo colpo di vento».

2

Quel dito che premeva sulle labbra lo notai per la prima volta il giorno in cui ripresi ad allenare dopo aver deciso di non allenare più. Data precisa: mercoledì 9 settembre 1987. L’età di Alex, a quel tempo: diciotto anni. Come quella di Luciano, Diego, Angelo, Mario, Tommaso. Stesso campo, stessa squadra da quando erano alti così, proprio come Michelino. Diversi tra loro, per storia familiare, caratteristiche fisiche, temperamento. Coinvolti in un’amicizia totale, resa formidabile dal rugby che è senso di appartenenza, condivisione e sostegno. Per loro, l’intera città era campo e il campo era nido, casa, il luogo in cui covare una sfida, una rivincita, una missione scellerata. Si battevano, si scambiavano passioni e confidenze con una naturalezza disarmante. Sembravano fratelli, riuscivano a intendersi in un attimo, in campo e fuori. Una banda di complici. Per questo erano meravigliosi, erano pericolosi.
Nel 1987 Alex era già una celebrità nel club. Terza linea, maglia numero 8, forte fisicamente, forte mentalmente. Una certezza per i compagni, ammirato dai più giovani, tenuto in considerazione dai vecchi della prima squadra, il che accade di rado. Ma lui era una faccenda a parte. Lottava, in campo si faceva un mazzo così. Alzava lo sguardo dalla mischia e analizzava in un attimo il panorama, muovendosi con un anticipo netto. Non un lamento, mai visto rimanere a terra dopo una botta, un colpo duro, una ferita. Si tirava su e ricominciava. Attaccava, palla stretta al petto, rompeva il primo placcaggio, impegnava quasi sempre più di un avversario. Un agonista naturale. Autorevole quando c’era da parlare con un arbitro, quando bisognava abbassare la tensione, quando serviva alzarla. Da me, il suo «coach», come diceva, si aspettava indicazioni precise, ripetute. Schemi da mettere a punto in allenamento, critiche dettagliate, sintesi e qualità. Uno stimolo, altroché. Un giocatore di primissimo ordine.
Cominciammo la preparazione per disputare il campionato Under 18, ultimo anno nelle giovanili. Avevo organizzato una prima amichevole, scegliendo la squadra più forte possibile. Vennero i ragazzi del Rovigo, un’eccellenza rugbistica.
Pochi minuti dalla fine, noi sotto di tre punti. La loro ala intercettò un pallone e partì, diretta in meta, tutti i miei presi in controtempo. Quando capita una cosa del genere sei piantato, fregato, nove volte virgola nove. Quello là aveva una prateria libera davanti. Alex decise di inseguirlo, cominciò a correre tagliando il campo. L’ala avversaria: troppo veloce. Alex: troppo lontano. Pestava sulle gambe, la testa bassa, piegato in avanti, guadagnava terreno ma era ancora distante mentre quello doveva solo filare dritto in porto. Roba di pochi secondi, niente. Gli mancavano venti, forse trenta metri, cominciò ad avvertire con la coda dell’occhio una presenza che si avvicinava alle sue spalle, la falcata accusò un calo quasi impercettibile, l’inseguimento divenne infinito, un film alla moviola, niente audio, due figure sospese, dominate da una frenesia gioiosa e tragica, protagoniste di un finale non più scontato.
Alex si lanciò, letteralmente. Un tuffo orizzontale, il braccio proteso in un allungamento estremo. Il balzo avrebbe meritato una foto ricordo perché in quella naturalezza c’era qualcosa di animalesco, la consapevolezza del predatore: scelta del tempo, potenza e ferocia. Una poesia che circola nella testa di ogni giocatore. Con la punta delle dita sfiorò la punta della scarpa destra dell’altro. La foga disperata di quella lotta, risolta da un gesto delicatissimo. Il contatto: quasi invisibile. Quel piede, sospeso e dirottato, perse la sua linea, andò a colpire il polpaccio sinistro. L’ala del Rovigo inciampò su se stessa, cadde di schianto, in avanti. Finirono fuori, insieme, per traiettorie parallele. Un metro dalla linea di meta, forse meno. Rimessa per noi. Tutti gli altri giocatori, impalati in mezzo al campo, come al cinema. Alex si tirò su, sistemò la fascia attorno alla testa, passò il dito sulle labbra. Mi guardò per un istante, annuì soddisfatto, le mani sui fianchi mentre recuperava fiato.
Era questa l’immagine riapparsa, dettagliata e viva, mentre sedevo con Luciano sotto il portico della club house, due pinte di Stella Artois sul tavolo.
Ne ho incontrati parecchi di ragazzi simili ad Alex. Come lui, nessuno. Una specie di Tarzan metropolitano, mosso da una reattività selvaggia. Palloni come liane alle quali aggrapparsi per volare a quote spesso irraggiungibili, il motore sempre acceso quando c’era da lottare in campo, da organizzare una grigliata, una bevuta, una vacanza. Eppure, sorprendentemente, riusciva a scalare qualche marcia all’improvviso. Sapeva frenare, cercava di spiegarsi e spiegare. Era il suo timbro, il vero segreto dell’intesa con Luciano. Comunicavano su un canale privilegiato, si consultavano con un colpo d’occhio sulla soglia di ogni decisione. Prima, durante e dopo ogni partita. Nei momenti conviviali, ponevano all’improvviso domande maldestre e anche per questo accolte come inviti convincenti; cambiavano registro, costringendo Diego, Angelo, Mario e Tommaso a tirar fuori qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto in un angolino buio. Sensazioni grezze che davano sapore al loro stare insieme in un’intimità impacciata e complessa, il vero cemento dell’amicizia.
Quei sei sapevano come fare baldoria dopo il fischio finale; non sapevano affatto – non ancora – come trattare le loro ombre. Annaspavano cercando un modo, un verbo, del tutto sprovvisti della tecnica adeguata. Non riuscivano nemmeno ad accogliere una sconfitta sul campo, scossi da un tonfo inspiegabile. Volti stralunati, panche degli spogliatoi spaccate a cazzotti. Allora Alex si metteva al centro della stanza, i rubinetti delle docce chiusi. Parlava per un minuto o due, a bassa voce. Faceva lo stesso prima di ogni partita, quando viene il momento dell’arringa del capitano. Non sono mai riuscito ad ascoltarlo perché cacciava fuori anche l’allenatore. «La partita la fanno quelli che vanno in campo. Scusa, coach, ma sono cazzi nostri.» Chiudeva la porta. Tempo mezz’ora e uscivano in fila indiana, serissimi, carichi, pronti per un’altra sfida. Pensavo, lo penso ancora oggi: non lo trovo più un gruppo così.
Restammo insieme a lungo, infatti. Siamo insieme ancora oggi. Non so dire se per merito mio o loro, forse sarebbe accaduto lo stesso con un altro allenatore; forse avevo trovato il modo per ascoltarli senza giudicare, divertendomi un sacco, arrancando dentro un codice che comprendevo a spanne.
Pasticcio sempre quando mi metto a fare i conti. Nove anni, otto campionati, compreso l’ultimo, 1996, quando era stata solo la rabbia a spingere indietro gli avversari. Giovani uomini, a quel punto. E ciascuno specchiava nell’altro il peso di un dolore inaccettabile.
Seduto sotto il porticato, le mani strette sul bicchiere, Luciano continuava a tenere d’occhio il figlio in mezzo al campo. Disse: «Michelino non c’entra niente, vero?».
«Temo di no» risposi. «Per fortuna, no.»
«Faccio tutto da solo, non è la prima volta. Sono lì che cammino, che lavoro, e lui salta fuori. Certe volte mi viene da sorridere, altre mi spavento e basta, mi torna su il sapore di quei giorni e impiego ore a ricacciarlo in gola. Adesso, per esempio, non ce la faccio.»
Continuo a pensare che Luciano somigli al Grillo Parlante di Pinocchio, quello della Disney, con la faccia da saggio bonario, un tono affettuoso anche di fronte a guai seri. Era lui il primo a dire: «Dài basta, andiamo via, torniamo a casa» quando il gioco si era spinto un po’ oltre. Mica sempre, intendiamoci. Qualche volta. Evitando di assumere un ruolo da buona coscienza, alternando richiami a veri e propri azzardi, colpi di testa sconcertanti, proprio perché azionati da un tipo così.
Camminavano lungo una strada, tutti e sei, in piena notte, c’era una villa protetta da una recinzione e da una siepe molto alta. Luciano disse: «Finale salto in alto maschile, Olimpiadi di Barcellona». Prese la rincorsa, saltò, stile ventrale, senza preoccuparsi di cosa ci fosse di là. Alex a ruota, poi gli altri quattro. C’era un tavolo di marmo, dall’altra parte, fissato al terreno, sfiorato da ognuno di loro, questione di centimetri.
Questa del salto a rischio era una tendenza frequente. Luciano aveva fatto lo stesso durante una gita collettiva sul lago di Como. Rincorsa, parapetto in cemento scavalcato alla cieca. Gommone tirato in secca, preso in pieno, senza dire una parola. Tommaso e Diego atterrarono poco più in là, mani e ginocchia...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Semplice
  4. Prologo
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. 13
  18. 14
  19. 15
  20. 16
  21. Nota dell’autore