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La prima volta che assaggiai il curry di mia madre pensai di morire sul colpo. Le labbra e la lingua bruciarono, il respiro mi mancò del tutto e le lacrime erano sul punto di non ritorno. Sbattei più volte le palpebre, mi alzai di scatto dal divano e iniziai a saltare da un piede all’altro.
Era piccantissimo. E lei, mia madre, era ancora più agitata di me e continuava a porgermi della soda. Io ero nel pieno di una crisi di pianto, per quanto era piccante, e non riuscivo nemmeno a dirle che avevo bisogno di latte e non di quella stupida soda.
Saltai in piedi sul divano, spinta dalle risate isteriche di Josh, e presa dalla rabbia riuscii a lanciargli contro un cuscino.
Dopo una manciata di secondi Beth, la mia migliore amica, mi venne in soccorso con un bicchiere pieno di latte. «Bevi questo, presto!»
Lo deglutii così velocemente che rischiai di soffocare. Tossii un paio di volte e poi mi gettai a sedere, respirando in maniera regolare.
Il mio fratellino Ben rideva di gusto, agitando i piedi e le braccia mentre stava steso sul tappeto ai nostri piedi. Ben aveva una risata contagiosa, adoravo quel bambino, e per un secondo mi dimenticai anche della bocca che mi andava in fiamme.
Mia madre era di nuovo accanto a me, continuava a chiedermi se andasse tutto bene mettendomi una mano sulla spalla. «Non credevo fosse così piccante, eppure lo avevo a malapena speziato. Scusami tesoro, non succederà più.»
Io provai a rassicurarla che andava tutto bene, ma in realtà mentivo a me stessa. Quella non fu solo la prima volta che assaggiai il curry di mia madre, ma anche l’ultima.
Adesso mi ritrovo qui, alla guida della mia Chevrolet Camaro del ’70, a ripensare a quanto velocemente le cose possano cambiare. In maniera inaspettata, nella maggior parte dei casi. Parlo della “maggior parte dei casi” perché succede che quando sei sul punto di non ritorno, a mezzo metro dal precipizio, hai il buon senso di fare un passo indietro e chiederti se davvero vale la pena di spezzarsi l’osso del collo. E fin qui ci sei, ti pari il culo, non cambia niente.
Ma cosa succede quando, invece, sono gli altri a spingerti di sotto? Ti ritrovi a pensare a come sarà lo schianto e a quanto schifo fa la vita quando sono gli altri a prendere decisioni al posto tuo. Bisogna tenere sempre ben stretta la propria determinazione, e stringersi al precipizio con le unghie fino all’ultimo. Funziona così: se sei abbastanza forte, nessuno ti spinge di sotto.
Beth mi ha detto che deve andare così. Ma cosa diavolo ne sa Beth? È come la maggior parte delle persone che popolano questo mondo: convinta che se allontani qualcosa da te, questa riuscirà pian piano ad allontanarsi dalla tua testa. Beth pensa che una volta arrivata a destinazione, la testa mi farà meno male e la notte dormirò meglio. Beth è un’illusa.
E quel coglione di Josh le ha dato anche ragione. Voglio credere che Josh l’abbia detto solo per fare il ruffiano, per aumentare le possibilità di infilarsi nelle sue mutande, e non perché pensa davvero che sia la scelta giusta da fare. Ho dovuto dire addio a tutto quel poco che ero riuscita a conquistare, perché circondata da una nube di pessimismo e da amici ignoranti.
Stringo il volante tra le mani, chiudo gli occhi quando sono certa che non ci sia nessun veicolo sulla strada e sento il vento mite del New Jersey soffiare dal finestrino. In queste ore di viaggio ho avuto modo di pensare a quanto possa essere benefico per me il trasferimento in una nuova città, e sono arrivata alla conclusione di non essere ancora abbastanza lontana dai miei problemi.
Allungo una mano verso la radio per cambiare stazione, questa qui è disturbata. Do un leggero pugno a questo stupido aggeggio quando mi accorgo che non collabora, dato che ogni stazione si sente sempre peggio di quella precedente. Quest’auto, dello stesso colore dei miei occhi, solo più tendente al nero, è l’unico ricordo che ho di mio padre. Forse è uno di quei segnali che si vedono nei film, quando è un oggetto a dare dei segni, forse l’auto di mio padre mi sta dicendo che devo alzare il culo dal sedile e andare a farmi fottere da qualche altra parte e non al college.
Rido tra me e me, scuoto leggermente la testa e decido di spegnere la radio. Adesso sto anche dando di matto, fantastico. Niente musica per il resto del viaggio, Beck. Solo io e il mio silenzio, insieme ai miei pensieri di merda e tanta autoironia. Un cocktail perfetto. Ancora un’ora qui dentro e potrei impazzire più di quanto non lo abbia già fatto in passato.
Ho avuto tutta l’estate per pensare se andarci o meno. La lettera di ammissione mi arrivò a giugno, ero stata ammessa, e sarei dovuta essere al settimo cielo. E invece mi ritrovai in un abisso di rabbia e nervosismo. È uno dei college americani più importanti e, quando inviai la domanda, ero così emozionata che scrissi Beck al posto di Rebecca.
«Beck Cooper, originale» ridacchiò Josh, dandomi un pizzico sulla gamba.
Avevo il suo fiato sul collo, mentre ero lì seduta sul mio letto che compilavo il modulo online con il cuore che batteva a mille. Quando mi voltai a guardarlo, accigliata, lui indicò il nome che avevo digitato allo schermo.
Diedi un’occhiata, prima di scoppiare a ridere e correggere Beck con Rebecca. Rebecca Cooper.
Josh, un secondo dopo, mi fregò il PC dalle gambe e modificò il mio nome con “Sono pronta a spaccare tutto Cooper”.
Scossi la testa, sgranchendo le gambe e le braccia.
«Così va meglio» stabilì.
«Sai essere molto persuasivo, Josh, i miei complimenti.»
«Non capisco perché perdi tempo a compilare questo modulo. Ti accetteranno a priori. Insomma, sei Rebecca Cooper, la miglior studentessa della Memorial High School. Fossi in te mi presenterei lì, con un paio di occhiali da sole...» Josh si guardò rapidamente intorno, prima di afferrare un paio di lenti viola dalla testa di un orsacchiotto che era nella mia stanza e indossarli. «E farei il mio ingresso spettacolare...» Sorride, prima di ammiccare. «Stavate aspettando me?»
Scoppiai a ridere, colpendolo con il piede contro il braccio lasciato scoperto dalla canotta che indossava. «Non funziona così al college, sai?»
«Già, il college è seccante. Quelli fighi si trovano sempre alle superiori» disse, convinto, portandosi gli occhiali tra i capelli. «Te lo ricordi il mio ingresso memorabile al liceo, Beck?»
Alzai gli occhi al cielo. «Penso che non lo dimenticherò mai. Sei l’unica persona che io conosca ad aver avuto il coraggio di presentarsi il primo giorno di scuola come una diva di Hollywood.»
E dicevo sul serio. Tutte le matricole al liceo, il primo giorno, sono sempre timide e desiderose di dare un’impeccabile prima impressione. Josh, presentandosi con gli occhiali da sole, una sciarpa rosa e lo sguardo da Tyler Breeze conquistò subito tutti aggiudicandosi la simpatia di quelli del primo anno. Iniziarono a idolatrarlo come se fosse una divinità, dato che era riuscito a fare ciò che nessuno avrebbe mai fatto al suo posto.
I ragazzi dell’ultimo anno, al contrario, lo presero subito di mira. A lui poco importò, in realtà, non si fece mettere i piedi in testa da nessuno e faceva sempre in modo che anche gli altri, quelli più piccoli, i cosiddetti “sfigati”, facessero lo stesso. Josh era davvero il numero uno, conquistò la sua popolarità non grazie al titolo di co-capitano della squadra di football, ma perché era il ragazzo più divertente e in gamba dell’intero istituto. Quello che, non importava cosa stesse facendo, ma ti bastava guardarlo per farti tornare il sorriso. E, cosa più importante, era il mio migliore amico.
«Ero una piccola maledetta star. Da qualche parte nella sala professori deve esserci un mio ritratto.» Josh scosse la testa, con un sorriso compiaciuto.
«Oh, sicuramente» annuii, con sarcasmo. «Hanno proposto anche una statua a grandezza naturale ma non sapevano dove posizionarla.»
Un mezzo sorriso albergò sulle sue labbra. «Io avrei proposto nel bagno delle ragazze.»
Gli lanciai contro un cuscino, emettendo un verso di disgusto. «Che scena orribile. Soprattutto quando avevi quattordici anni, con lo sguardo maniaco che avevi a quei tempi.»
«Ero un quattordicenne nel pieno della sua pubertà. C’era molta curiosità verso il sesso opposto, Beck, davvero molta curiosità» si difese, scrollando le spalle e indossando nuovamente gli occhiali. «Completiamo questo modulo, avanti. Voglio vedere la mia amica fare il suo ingresso alla Princeton University come una vera star.»
Ridacchiai, prima di rimettermi seduta e compilare gli ultimi campi. Josh mi guardava attentamente, con un sorriso fiero. Lui non si sarebbe iscritto all’università, non poteva permetterselo e non aveva ottenuto una borsa di studio grazie al football, ma ogni volta che gliene parlavo era sempre lì a fare il tifo per me e a tirarmi su di morale quando non mi sentivo all’altezza.
Quando mi arrivò la risposta, invece, provai solo un senso di fastidio, all’inizio. Josh, fortunatamente, non era presente. Non avrei retto anche la desolazione nei suoi occhi di fronte alla mia reazione. Ricordo perfettamente la reazione di Beth di fronte a quella mia totale indifferenza. Non sembrava nemmeno lei, pretendeva a ogni costo che io esultassi almeno un minimo, che dessi un qualsiasi cenno di vita.
Beth era rimasta lì, con lo sguardo incredulo che oscillava dalla lettera che stringeva tra le mani al mio viso concentrato su altro. Si muoveva freneticamente per la cucina, non riuscendo a trattenere le proprie emozioni. «Sei stata ammessa, Beck. Porca puttana, sei stata ammessa! Lo desideravi più di ogni altra cosa al mondo. Eri così emozionata, così piena di aspettative, sogni...» Incrociai i suoi occhi per meno di un secondo, quando notai quanto la sua espressione esterrefatta fosse differente dalla mia provai quasi un senso di imbarazzo. Non riuscii a sostenerlo. «Adesso pare quasi che non te ne freghi niente...»
Io ero seduta lì, sulla penisola al centro della stanza. Le gambe che oscillavano senza toccare il pavimento, lo smartphone in una mano e una mela nell’altra. Quel momento era un continuo susseguirsi di azioni già ripetute: io mordo la mela, Beth sbraita, io alzo gli occhi, Beth si ferma, poi io mordo e tutto si ripete secondo copione.
A un tratto sospirò, mostrandosi paziente solo per i primi minuti. «Adesso sei confusa, lo capisco. Hai il caos dentro, non sai cosa fare e se farlo. Però, Beck, questa è la tua opportunità. Potrai realizzare i tuoi sogni, le tue aspirazioni. Non devi perdere quest’occasione, non devi perdere la tua occasione.»
Si fermò di fronte a me, portando le sue mani sulle mie spalle. I suoi occhi grigi erano fissi nei miei, mi misero un po’ a disagio. «Quando sarai lì io e Josh saremo così...»
Io corrugai la fronte, scossi la testa e morsi di nuovo la mela. «Non ci vado al college.»
«Oh, tu ci andrai eccome.» Lei annuì convinta, spintonandomi appena. Niente di provocatorio, solo una spinta per farmi risvegliare. Abbastanza inutile.
«Non ti lascerò qui a marcire nella tua...» la interruppi subito.
«Marcire? Beth, non sono ancora una donna di mezza età sepolta insieme ai suoi quarantanove gatti. Non marcirò in questa casa, mi troverò un lavoro o qualcosa del genere e baderò a me stessa.» Scesi dal bancone, gettando la mela ormai tutta mangiucchiata nel cesto della spazzatura con un lancio degno di Jordan. «Non posso andare al college, ho altre priorità.»
«Altre priorità? Hai diciotto anni, la tua unica priorità al momento è uscire da questa casa e pensare al tuo futuro!» Provò a convincermi, seguendomi con passo deciso mentre mi affrettavo ad andare in camera mia. «Non ti lascerò buttare nel cesso questa occasione, Beck, non è colpa tua se quella stronza...»
Bloccai i piedi a terra, prima di oltrepassare la soglia ed entrare in camera mia. Beth non se lo aspettava, e infatti andò a sbattere contro la mia schiena.
Mi voltai di scatto, con il cuore che batteva a mille. «Non nominarla. Non devi assolutamente nominarla. Chiaro?»
Lei mi guardò, con lo sguardo che vacillava. «Lo sai anche tu che non puoi mandare tutto a puttane per colpa sua. Non meriti questo, Beck. È il momento di pensare a te stessa.»
«Tu non...» Chiusi gli occhi per tirare un lungo respiro, e quando li riaprii mi accorsi di aver desiderato che Beth, la mia migliore amica, non si trovasse lì di fronte a me a ricordarmi quanto la mia vita fosse cambiata da un secondo all’altro. Non potevo accettarlo, non potevo. Odiavo me stessa per non aver trovato la forza di afferrare quella lettera, piangere di gioia e saltare in giro per tutta casa. E odiavo mia madre, per non essere stata presente quel giorno, mostrandosi fiera di me, magari, preparando una delle sue squisite torte di mele e stritolandomi in un abbraccio pieno d’orgoglio.
E invece ero lì, sconsolata, arrabbiata e con i pugni serrati contro i fianchi decisa fino al midollo a non accettare quella vittoria in una vita piena di sconfitte. Feci per voltarmi, ma Beth mi afferrò per un polso e gettò nuovamente il suo sguardo nel mio.
«La tua occasione, Beck. Va’ via da qui, fallo per te. Fallo per Ben.» Quando sentii quel nome il mio cuore fece un tuffo all’indietro e la voglia di piangere mi assalì all’istante. Ben. Dovrei farlo per lui. Per Ben?
Non seppi dove guardare, così abbassai lo sguardo e tirai su con il naso. Ero arrabbiata, sempre più arrabbiata. Ben, mio fratello Ben, non era più lì con me e io non potevo farci un bel niente. Scossi la testa, rifiutando le lacrime che iniziarono a bagnarmi il volto, feci un passo indietro e mi chiusi in camera mia.
«Beck, no, Beck!» Beth non fece in tempo a seguirmi, la lasciai dall’altra parte con mille domande.
Io non ci sarei andata al college. Non potevo andarci. Dovevo trovare Ben, avevo bisogno di lui. Avevo bisogno di trovare lui, prima di trovare me stessa.
2
I miei pensieri si interrompono quando arrivo finalmente a destinazione. La Princeton University: una delle migliori università della Ivy League, e io sono ufficialmente una sua studentessa. Il solo pensiero mi toglie il fiato.
Il campus è enorme, non me lo aspettavo così grande, così popolato e così bello da lasciarmi senza parole. È come se fossi cresciuta da un momento all’altro, dal secondo in cui ho parcheggiato l’auto all’attimo dopo in cui ho appoggiato i piedi nel parcheggio.
È inutile sottolineare che l’auto di mio padre ha attirato in pochi attimi l’attenzione di tutti i presenti. C’è chi l’ammira, chiedendosi quanto possa costarmi questo gioiellino, e chi, stor...