Le donne di casa
(Febbre)
Questa è una di quelle storie in cui sin dall’inizio il protagonista dovrebbe chiamarsi X o H.B., perché coinvolgono tante di quelle persone che almeno una di loro finirà necessariamente per leggere queste pagine e rivedersi in uno dei personaggi principali. E per quanto riguarda quel trucchetto tanto di moda ultimamente – «Ogni riferimento a persone realmente esistite è puramente casuale» – be’, non vale neanche la pena di provarci.
Invece cominciamo dicendo subito che l’uomo in questione era Emmet Monsen, perché questo è (più o meno) il suo vero nome. Consultando una rivista patinata tre mesi fa avreste scoperto che stava per tornare dalle isole Omigis sulla S.S. Fumataki Nagursha, sbarcando a Los Angeles con molte preziose informazioni sulle maree e sui funghi dei tropici. Le riviste parlavano di lui perché era estremamente fotogenico; aveva trentun anni, un fisico slanciato e una sorta di fascino tenebroso, quell’espressione che spinge i fotografi a dire: «Signor Monsen, potrebbe farci quel sorriso solo un’ultima volta?».
… Ma sfrutterò il privilegio moderno di cominciare una storia due volte, e il secondo inizio sarà in un laboratorio medico a Los Angeles, quarantott’ore dopo lo sbarco di Emmet Monsen.
Una ragazza – una bella ragazza, ma non la protagonista – stava parlando a un giovane specialista di elettrocardiogrammi, registrazioni automatiche di un organo che non ha mai goduto di gran fama in quanto strumento di precisione.
«Eddie non ha chiamato, oggi» disse.
«Scusi le lacrime» rispose lui. «È una vecchia sinusite. Ecco i tracciati per il vostro album prematrimoniale.»
«Grazie – ma non pensa che una ragazza che si sposerà fra un mese, o se non altro prima di Natale, dovrebbe aspettarsi almeno una telefonata al giorno?»
«Ascolti. Se Eddie dovesse perdere il posto alla Wadford Dunn Sons, non potrete permettervi un matrimonio neppure in Messico.»
La ragazza scrisse scrupolosamente le parole «Wadford Dunn Sons» in cima al primo elettrocardiogramma, emise una secca ma sboccata imprecazione californiana, cancellò, e le rimpiazzò col nome del paziente.
«Forse farebbe meglio a concentrarsi sul suo lavoro anche lei» aggiunse l’uomo. «Questi tracciati devono essere pronti per le…»
Lo interruppero gli squilli di due telefoni, nessuno dei quali portava un messaggio di Eddie. Erano due medici, entrambi furibondi. La ragazza fu galvanizzata in uno stato di frenesia lavorativa che pochi minuti dopo la depositò in un’auto diretta a quei sobborghi che fanno di Los Angeles la città più sparpagliata del mondo.
La sua prima destinazione era entusiasmante perché si trattava della tenuta di campagna di Carlos Davis, che sino ad allora aveva visto solo al cinema – ma una volta a colori. Non che Davis avesse problemi di cuore – semmai ne causava –, ma doveva consegnare un elettrocardiogramma all’inquilino di una dépendance della sua villa, costruita in origine per ospitare la madre; però se Davis non era agli studios magari lo avrebbe incrociato di passaggio.
Non lo incrociò, e per il momento – consegnata la busta all’indirizzo giusto – la ragazza esce di scena.
A questo punto, come si dice nel cinema, la Macchina da Presa Entra nella Casa, e noi con lei.
L’inquilino era Emmet Monsen. Al momento si trovava disteso su una sdraio a osservare il giardino splendente al sole di maggio, mentre il dottor Henry Cardiff apriva il plico con le sue manone per esaminare il tracciato e la diagnosi che lo accompagnava.
«Sono rimasto laggiù un anno di troppo» disse Emmet, «e come un idiota non ho bevuto che acqua! Il mio collaboratore aveva capito tutto – vent’anni che non toccava un goccio d’acqua, solo whisky. Era un po’ rinsecchito – aveva una pelle che sembrava cartapecora – ma non più di un inglese medio.»
La sagoma scura della domestica attraversò la soglia della sala da pranzo ed Emmet la chiamò.
«Marguerite? Ricordo bene?»
«Margerilla, Mist Monsen.»
«Margerilla, se telefona la signorina Elsa Halliday, ricordi che per lei ci sono. Ma per nessun altro – assolutamente nessuno. Tenga a mente il nome – Elsa Halliday.»
«Sì, certo, si figuri se me lo dimentico. L’ho vista al cinema. Io e Frank…»
«Va bene, Margerilla» la interruppe gentilmente. «Però si ricordi che non ci sono per nessun altro.»
Il dottor Cardiff, terminata la lettura, si alzò in piedi con tutta la sua enorme stazza e si mise a camminare meditabondo per la stanza, chinando il mento sulla cravatta e poi alzandolo a seguire lo sguardo verso il candelabro, come nella speranza che i suoi otto anni di studi fossero lì in attesa come angeli custodi, pronti a calare in suo soccorso. Quando Margerilla se ne fu andata tornò a sedersi e intrecciò le mani in un modo che ricordò a Emmet la giunzione delle due dighe al Grand Coulee Dam.
«Allora?» chiese Emmet. «È una colonia? Una volta ho ingoiato un fungo per sbaglio – credevo fosse un gambero. Magari si è affezionato. Sa, come le donne. Cioè, come dovrebbero fare le donne.»
«Queste» disse il dottor Cardiff con voce gentile, troppo gentile, pensò Emmet «non sono radiografie. Questo è un elettrocardiogramma. Ricorda, ieri l’ho fatta sdraiare e le ho attaccato tutti quei fili?»
«Ah, sì» disse Emmet, «e si è dimenticato di tagliare via i pantaloni per strapparmi una confessione in punto di morte?»
«Ah-ah» borbottò il medico, una risata così meccanica che Emmet quasi fece per alzarsi, dicendo: «Apriamo le finestre».
… ma immediatamente la massa del medico torreggiò su di lui costringendolo dolcemente all’immobilità.
«Signor Monsen, voglio che resti assolutamente fermo. Più avanti le troveremo un mezzo di trasporto.»
Si guardò rapidamente intorno, come aspettandosi di trovare un ingresso della metropolitana, o perlomeno un piccolo argano personale, in un angolo della stanza. Emmet lo guardò, la mente subito affollata di pensieri. Troppo giovane per la Grande Guerra, era cresciuto sentendosela raccontare, e quasi tutti i suoi trentun anni erano stati spesi ai margini del pericolo. Era uno di quegli americani che sembrano relitti dell’epoca delle frontiere, e nella vita aveva scelto di percorrere – a piedi, a cavallo o in aereo – quella linea sottilissima che separa l’inesplorato e il minaccioso dal nostro mondo di tiepide sicurezze. Se poi di sicurezze si tratta…
Emmet Monsen restò immobile in attesa che il medico dicesse qualcosa, ma l’espressione nel suo fascinoso sguardo era lucida e perfettamente sveglia.
«Sapevo che sulla mia nave girava una febbre – è per questo che ho deciso di fermarmi in California, ma se il tracciato rivela qualcosa di serio voglio saperlo. Non si preoccupi – non andrò in crisi.»
Il dottor Cardiff decise di dire tutto.
«Il suo cuore mostra un ingrossamento di proporzioni…»
Esitò.
«Di proporzioni preoccupanti?» chiese Emmet.
«Ma non letali» rispose subito il dottor Cardiff.
«Ovvio» disse Emmet, «visto che mi sento ancora parlare. Su, dottore, mi dica: cos’ho? Il cuore mi sta mollando?»
«Oh, su!» protestò il medico. «Non la metta in questi termini. Ho visto casi in cui non avrei dato al paziente due ore di vita, e poi…»
«La prego, arrivi al dunque!» esclamò Emmet. «E comunque continuerò a fumare.» Lo sguardo del medico seguì la sua mano verso la tasca. «Mi scusi, dottore, ma qual è la prognosi? Non sono un ragazzino – io stesso ho seguito gente malata di tifo e dissenteria. Quante speranze ho – dieci su cento? Una su cento? Quando e in che modo chiuderò gli occhi su questo incantevole paesaggio?»
«Signor Monsen, dipende in larga misura da lei.»
«Va bene. Farò tutto ciò che dice. Immagino che dovrò evitare gli sforzi, e i cocktail, e starmene tappato in casa fino a quando non capiamo che sorta di…»
La domestica si affacciò alla soglia.
«Mist Monsen, c’è la signorina Halliday al telefono ed è stato così emozionante, ho ancora i brividi…»
Emmet scattò in piedi prima che il medico riuscisse a issarsi dalla sedia per fermarlo, e si diresse verso il telefono nella stanza del maggiordomo.
«Allora sei riuscita a liberarti un minutino» disse.
«È tutta la mattina che ti penso, Emmet, vengo a trovarti oggi pomeriggio. Cos’ha detto il medico?»
«Dice che sto benone – un po’ sfiancato, me la devo prendere comoda per qualche giorno. A che ora stacchi?»
Pausa.
«Posso parlarci?» chiese Elsa.
«Certo che sì. Di cosa? Di cosa vuoi parlare col mio medico?»
Disse: «Mi scusi», rendendosi conto che qualcuno gli era passato alle spalle per proseguire verso il soggiorno; colse di sfuggita un’uniforme bianca, e proseguì alla cornetta: «Certo che sì. Ma al momento non è qui. Elsa, ti rendi conto che a parte i cinque minuti al molo non ti vedo da due anni?».
«Due anni sono un sacco di tempo, Emmet.»
«Non dirlo con quel tono» obiettò lui. «E comunque dai, vieni appena puoi.»
Riagganciando si rese conto che c’era di nuovo qualcuno con lui. Vide il volto di Margerilla, e alle sue spalle un volto diverso che per qualche istante fissò astrattamente, senza pensarci, come se non fosse più reale della copertina di una rivista. Apparteneva a una ragazza vestita di azzurro pastello. Aveva un viso tondeggiante e gli occhi decisamente tondi – non stupefacente, dopotutto – ma lo osservava con un’espressione così splendidamente attenta, un mezzo sorriso ricco di sorpresa e fascinazione, che si sentì in dovere di reagire in qualche modo. Quello sguardo non diceva: «E se fossi proprio tu?», come molte altre ragazze; piuttosto chiedeva: «Ma tu riesci a divertirti in mezzo a tutta questa follia?», oppure osservava: «Mi sa che ci tocca farlo insieme, questo giro di danza», e aggiungeva: «Ed è quello che aspetto da tutta la vita».
A queste domande, o a queste dichiarazioni, implicite nel sorriso della ragazza, Emmet reagì con un’uscita che in seguito avrebbe giudicato meno che brillante.
«Cosa posso fare per lei?» chiese.
«Al contrario, signor Monsen.» Aveva una voce un po’ roca. «Cosa posso fare io per lei? Mi ha mandata qui l’agenzia di segretariato del signor Rusty.»
È risaputo che di rado sfoghiamo il nostro fastidio su ciò che ne è la vera causa; Emmet ripeté l’espressione «agenzia di segretariato» con un tono che la faceva sembrare il ritrovo delle pupe di tutti i gangster della città, un luogo degno delle inchieste del signor Dewey e del signor Hoover.
«Sono la signorina Trainor, e vengo in risposta alla sua chiamata di stamattina. Ho delle referenze del maestro Rachoff, il compositore. Ho lavorato per lui fino alla sua partenza per l’Europa la scorsa settimana…»
Gli porse una lettera – ma Emmet era ancora nervoso.
«Non ne ho mai sentito parlare» annunciò imperiosamente, poi si corresse. «Cioè, certo che ne ho sentito parlare. Ma non credo nelle referenze. Troppo facili da falsificare.»
La studiò attentamente, con fare quasi accusatorio, ma lei aveva ripreso a sorridere – e se...