Ninna nanna
A Émile
| | La signorina Vezzis aveva attraversato la frontiera per lavorare come bambinaia […]. La madre dei bambini che accudiva dichiarò che la signorina Vezzis non valeva niente, che era poco pulita e non dimostrava abbastanza zelo. Nemmeno per un attimo le passò per la testa che la signorina Vezzis potesse avere una sua vita, dei problemi di cui occuparsi, e che quei problemi fossero la cosa più importante al mondo per la signorina Vezzis. |
| | RUDYARD KIPLING, Racconti semplici delle colline |
| | «Capite, capite ora, gentile signore, cosa significa non avere un posto dove andare?» gli venne in mente di colpo ciò che gli aveva detto il giorno prima Marmeladov. «Perché è necessario che chiunque abbia un posto dove andare…» |
| | DOSTOEVSKIJ, Delitto e castigo |
Il bambino è morto. Sono bastati pochi secondi. Il medico ha assicurato che non aveva sofferto. Il corpo disarticolato giaceva in mezzo ai giocattoli, l’hanno adagiato in un sacco nero e hanno chiuso la cerniera. La bambina invece era ancora viva quando sono arrivati i soccorsi. Ha lottato come una tigre. C’erano segni di colluttazione, frammenti di pelle sotto le sue unghie tenere. Sull’ambulanza che la trasportava in ospedale era agitata, scossa dalle convulsioni. Ansimava, con gli occhi sbarrati. La gola era piena di sangue. I polmoni perforati. Aveva sbattuto violentemente la testa contro il cassettone azzurro.
La polizia ha fotografato la scena del crimine. Ha rilevato le impronte digitali e misurato il perimetro del bagno e della cameretta dei bambini. Il tappeto rosa era imbevuto di sangue, il fasciatoio ribaltato per terra. I giocattoli sono stati sigillati nei sacchetti di plastica e portati via. Anche il cassettone azzurro servirà al processo.
La madre era in stato confusionale. Lo hanno detto i pompieri, lo hanno ripetuto i poliziotti, lo hanno scritto i giornalisti. Entrando nella stanza dove giacevano i figli, ha lanciato un grido, un grido profondo, un ululato. I muri hanno tremato. Su quella giornata di maggio è calata la notte. La donna ha vomitato e la polizia l’ha trovata così, rannicchiata in terra, con gli abiti sporchi, che piangeva come una pazza. Ha urlato fino a farsi scoppiare i polmoni. L’infermiere ha fatto un cenno con il capo e l’hanno tirata su. Scalciava, opponeva resistenza. La giovane dottoressa del pronto soccorso le ha somministrato un calmante. Era al primo mese di tirocinio.
Hanno dovuto soccorrere anche l’altra. Con altrettanta professionalità, con imparzialità. Non ha saputo morire. La morte, ha saputo solo darla. Si è tagliata i polsi e si è piantata un coltello in gola. Ha perso conoscenza ai piedi del lettino a sbarre. L’hanno sollevata per prenderle il polso e misurarle la pressione, poi l’hanno adagiata sulla barella. La giovane tirocinante le teneva una mano premuta sul collo.
I vicini di casa si sono radunati nell’androne del palazzo. Sono soprattutto donne. È quasi ora di andare a prendere i bambini a scuola. Guardano l’ambulanza, con gli occhi gonfi di lacrime. Piangono, vogliono sapere. Si alzano sulla punta dei piedi. Cercano di capire cosa stia succedendo dietro il cordone di polizia, all’interno del mezzo che parte a sirene spiegate. Si scambiano informazioni all’orecchio. Si è già sparsa la voce. È successo qualcosa di brutto ai bambini.
È un bel palazzo in rue d’Hauteville, nel decimo arrondissement. Un palazzo in cui gli inquilini si salutano cordialmente anche se non si conoscono. L’appartamento dei Massé si trova al quinto piano. È il più piccolo dell’edificio. Quando è nato il secondo figlio, Paul e Myriam hanno dovuto alzare una parete divisoria in soggiorno. Dormono in una stanzetta, tra la cucina e la finestra che dà sulla strada. Myriam ama i mobili rustici e i tappeti berberi. Ha appeso delle stampe giapponesi alle pareti.
Oggi è rientrata prima del solito. Ha concluso velocemente una riunione e rimandato a domani la lettura di una pratica. Seduta sullo strapuntino della linea 7 della metropolitana, ha deciso di fare una sorpresa ai bambini. Lungo la strada, si è fermata dal panettiere per comprare una baguette, un dolce per i piccoli e una torta all’arancia per la tata. È la sua preferita.
Ha intenzione di portarli alle giostre. Andranno a fare la spesa per la cena. Mila farà i capricci per un giocattolo, Adam sbocconcellerà un pezzo di pane sul passeggino.
Adam è morto. Mila non ce la farà.
«Niente clandestine, intesi? Che la donna di servizio o l’imbianchino siano senza permesso di soggiorno non è un problema, devono pur lavorare anche loro. Ma non possono badare ai bambini, è troppo rischioso. Non voglio che abbiano paura di chiamare la polizia o di andare in ospedale, se dovesse succedere qualcosa. Per il resto, niente donne troppo vecchie, con il velo o fumatrici. L’importante è che sia allegra e disponibile. Che lavori per dare a noi la possibilità di lavorare.» Paul ha organizzato tutto. Ha previsto colloqui di mezz’ora e steso una lista di domande. Si sono presi il sabato pomeriggio per cercare una tata.
Qualche giorno prima, Myriam ha raccontato all’amica Emma che stava cercando qualcuno che si occupasse dei bambini e quest’ultima si è lamentata della sua baby-sitter. «Ha due figli in casa, quindi non può mai fare tardi o fermarsi dopo cena. È una complicazione enorme. Pensaci, quando farai i colloqui. Se ha figli, è meglio che siano rimasti al loro Paese.» Myriam l’ha ringraziata del consiglio, ma in realtà il discorso di Emma l’aveva infastidita. Se un datore di lavoro avesse parlato così di lei o di un’amica, sarebbero insorte di fronte a quella discriminazione. Scartare una donna solo perché aveva dei figli le sembrava terribilmente ingiusto. Ha preferito non sollevare il problema con Paul. Suo marito è come Emma. Una persona pragmatica, che mette al primo posto la famiglia e la carriera.
Stamattina, sono andati tutti e quattro a fare la spesa. Mila sulle spalle di Paul e Adam addormentato sul passeggino. Hanno comprato dei fiori e ora stanno riordinando casa. Vogliono fare bella figura con le baby-sitter che si presenteranno. Raccolgono i libri e i giornali sparsi per terra, sotto il letto, persino in bagno. Paul chiede a Mila di riporre i giocattoli nel contenitore di plastica. La bimba non vuole, piagnucola, e alla fine è lui a radunarli vicino alla parete. Piegano i vestitini, cambiano le lenzuola. Eliminano, puliscono, cercano disperatamente di arieggiare quell’appartamento in cui si soffoca. Le ragazze, entrando, dovranno capire che è gente perbene, gente seria e ordinata che per i propri figli vuole solo il meglio. Dovranno capire chi comanda.
Mila e Adam fanno il riposino. I genitori sono seduti sul bordo del letto, ansiosi e impacciati. Non hanno mai affidato a nessuno i loro figli. Quando è rimasta incinta di Mila, Myriam doveva ancora finire gli studi. Si è laureata in legge due settimane prima del parto. Paul saltava da uno stage all’altro, con l’ottimismo che lo contraddistingue e che aveva conquistato Myriam quando si erano conosciuti. Era convinto di poter lavorare per due. Certo di poter fare carriera nel settore discografico, nonostante la crisi e i budget sempre più ridotti.
Mila era una neonata fragile, irritabile, che piangeva in continuazione. Non cresceva, rifiutava il latte materno e i biberon che le preparava il padre. China sulla culla, Myriam aveva scordato persino l’esistenza del mondo esterno. La sua unica preoccupazione era che quella bimba gracile e urlante mettesse su qualche grammo. I mesi passavano senza che se ne rendesse conto. Lei e Paul non si separavano mai da Mila. Fingevano di non accorgersi degli amici infastiditi che mormoravano alle loro spalle, dicendo che le panche dei bar e dei ristoranti non sono luoghi adatti a un neonato. Ma Myriam non voleva assolutamente sentir parlare di baby-sitter. Solo lei era in grado di rispondere ai bisogni della figlia.
Mila aveva solo un anno e mezzo quando la madre è rimasta incinta di nuovo. Ha sempre sostenuto che fosse stato un incidente. «La pillola non è mai sicura al cento per cento» diceva alle amiche ridendo. In realtà aveva programmato quella gravidanza. Adam era la scusa per non abbandonare il tepore del focolare domestico. E Paul non si era opposto. Era stato assunto come tecnico del suono in un famoso studio di registrazione, dove lavorava giorno e notte, ostaggio dei capricci degli artisti e dei loro orari. Durante la maternità, la moglie sembrava rinata. Viveva nella bambagia, lontano dal mondo e dagli altri. Si sentiva protetta.
Poi le giornate sono diventate interminabili, il perfetto meccanismo familiare si è inceppato. I genitori di Paul, che dalla nascita di Mila li avevano sempre aiutati, hanno iniziato a trascorrere molto tempo nella loro casa di montagna, per seguire dei lavori di ristrutturazione. Un mese prima del parto, hanno organizzato un viaggio di tre settimane in Asia e hanno avvisato Paul solo all’ultimo minuto. Il figlio se l’è presa, si lamentava con la moglie dell’egoismo dei genitori, della loro leggerezza. Ma Myriam era sollevata. Non ne poteva più di avere tra i piedi Sylvie. Ascoltava sorridendo i consigli della suocera, si mordeva la lingua quando la vedeva frugare nel frigo criticando i cibi che trovava. Sylvie comprava solo insalata biologica. Preparava da mangiare a Mila ma lasciava sempre la cucina in disordine. Lei e Myriam non erano mai d’accordo su niente, e in casa regnava un clima di tensione palpabile, febbrile, che minacciava in ogni istante di trasformarsi in rissa. «Lasciali vivere. Fanno bene a spassarsela un po’, ora che sono in pensione» ha suggerito al marito.
Non si rendeva conto della gravità della situazione. Con due bambini è diventato tutto più complicato: fare la spesa, il bagnetto, le pulizie, andare dal pediatra. Le bollette si accumulavano. Myriam si è incupita. Ha iniziato a odiare i pomeriggi al parco. Le giornate invernali le sembravano infinite. Non sopportava i capricci di Mila, i primi balbettii di Adam la lasciavano indifferente. Più passavano i giorni e più sentiva il bisogno di uscire a camminare da sola. Avrebbe voluto urlare come una matta in mezzo alla strada. «Mi succhiano il sangue» si diceva a volte.
Era gelosa del marito. La sera lo aspettava con ansia dietro la porta. Si lamentava per un’ora dei piagnistei dei figli, delle dimensioni dell’appartamento, della mancanza di tempo libero. Quando Paul riusciva finalmente a parlare e le raccontava di registrazioni epocali e gruppi hip-hop, Myriam gli rinfacciava: «Beato te». Lui ribatteva: «No, beata te che hai la fortuna di vederli crescere». E in quei battibecchi, non c’era mai un vincitore.
La notte Paul aveva il sonno pesante di chi ha lavorato una giornata intera e si merita una bella dormita. Myriam era divorata dal rancore e dai rimpianti. Pensava a tutti gli sforzi che aveva fatto per finire gli studi, nonostante la mancanza di soldi e di sostegno da parte dei suoi genitori, alla gioia che aveva provato quando era stata ammessa all’albo degli avvocati, alla prima volta che aveva indossato la toga e Paul l’aveva fotografata, davanti al portone di casa, orgogliosa e sorridente.
Per mesi ha finto di avere tutto sotto controllo. Nemmeno a Paul riusciva a confessare quanto si vergognasse. Quanto si sentisse morire all’idea di non avere niente da raccontare al di là delle bravate dei bambini e delle conversazioni tra sconosciuti che origliava al supermercato. Ha iniziato a declinare tutti gli inviti a cena, a non rispondere alle telefonate degli amici. Evitava specialmente le donne, che sanno essere così crudeli. Avrebbe strangolato quelle che fingevano di ammirarla, o peggio ancora di invidiarla. Non ne poteva più di sentirle lamentarsi del lavoro e del tempo sottratto ai figli. Ma più di tutti temeva gli sconosciuti. Quelli che le chiedevano innocentemente che mestiere facesse e si voltavano dall’altra parte quando capivano che era una casalinga.
Un giorno, dopo aver fatto la spesa al Monoprix di boulevard Saint-Denis, si è accorta di aver involontariamente rubato dei calzini da bambino, rimasti nel passeggino. Era a qualche metro da casa, avrebbe potuto tornare al supermercato per restituirli ma ci ha rinunciato. Non ne ha fatto parola con Paul. Era un episodio da niente, eppure non riusciva a smettere di pensarci. Da quel giorno, ogni volta che andava al Monoprix nascondeva nel passeggino del figlio uno shampoo, una crema o un rossetto che non avrebbe mai messo. Sapeva perfettamente che, se l’avessero fermata, le sarebbe bastato recitare la parte della madre stressata e tutti avrebbero creduto alla sua buonafede. Quei ridicoli furti la mandavano in estasi. Per strada, rideva da sola al pensiero di prendersi gioco del mondo intero.
Quando per caso ha incontrato Pascal, ha pensato fosse un segno del destino. Il suo vecchio compagno d’università non l’ha riconosciuta subito: indossava dei pantaloni troppo larghi, degli stivali consunti e aveva i capelli sporchi, raccolti con una pinza. Era in piedi, di fronte a una giostra da cui Mila si rifiutava di scendere. «È l’ultimo giro» ripeteva ogni volta che la figlia le passava davanti, aggrappata al cavallo, e la salutava con la mano. Ha alzato gli occhi e ha visto Pascal che le sorrideva a braccia aperte, comunicandole tutta la sua gioia e il suo stupore. Gli ha restituito il sorriso, stringendo il passeggino. Pascal era di fretta ma fortunatamente aveva un appuntamento a due passi da casa di Myriam. «Stavo giusto andando via. Facciamo la strada insieme?» gli ha proposto.
Ha afferrato Mila, che lanciava grida assordanti. Puntava i piedi e Myriam si ostinava a sorridere, fingendo di saper gestire perfettamente la situazione. Non riusciva a smettere di pensare al vecchio maglione che indossava sotto il cappotto. Di certo Pascal aveva intravisto il collo tutto sdrucito. Si passava freneticamente la mano sulle tempie, come se quel gesto bastasse a riordinare i capelli aridi e scompigliati. L’amico non sembrava accorgersi di nulla. Le parlava dello studio che aveva aperto con due ex compagni di corso, delle soddisfazioni e delle difficoltà di mettersi in proprio. Myriam pendeva dalle sue labbra. Mila continuava a interromperla e la madre avrebbe fatto di tutto per zittirla. Senza staccare gli occhi da Pascal, si è frugata nelle tasche, ha rovistato nella borsa, per cercare un lecca-lecca, una caramella, qualcosa con cui comprare il silenzio della figlia.
Pascal non ha degnato di uno sguardo i bambini. Non le ha chiesto come si chiamassero. Non si è fatto intenerire o commuovere nemmeno da Adam, che dormiva placidamente sul passeggino con il suo visetto adorabile.
«Sono arrivato.» Pascal l’ha baciata sulla guancia e ha aggiunto: «Mi ha fatto molto piacere rivederti». È entrato nel palazzo e il pesante portone ha sbattuto talmente forte che Myriam ha sobbalzato. Si è messa a pregare in silenzio, in mezzo alla strada. Era così disperata che avrebbe potuto sedersi per terra e piangere. Avrebbe voluto aggrapparsi alle gambe di Pascal, supplicarlo di portarla via, di darle una possibilità. È rientrata a casa totalmente demoralizzata. Ha guardato Mila, che giocava beata. Ha fatto il bagnetto al bimbo, dicendosi che quei piaceri semplici, quella serenità muta e carceraria non sarebbero bastati a consolarla. Sicuramente Pascal si era preso gioco di lei. Forse aveva addirittura telefonato ai loro vecchi compagni di università per raccontare la vita patetica di Myriam, che «non è più quella di una volta», che «non ha fatto carriera come ci aspettavamo».
Quelle conversazioni immaginarie l’hanno assillata per tutta la notte. Il giorno dopo, era appena uscita dalla doccia, quando ha sentito vibrare il cellulare. Era un messaggio. «Non so se tu abbia intenzione di riprendere a lavorare. Ma se ti interessa, possiamo parlarne.» Per poco non ha urlato di gioia. Ha iniziato a saltellare per tutto l’appartamento e ha baciato Mila, che diceva: «Cosa c’è, mamma? Perché ridi?». Più tardi, si è chiesta se Pascal si fosse accorto della sua disperazione o avesse semplicemente pensato che era una manna dal cielo imbattersi in Myriam Charfa, la migliore studentessa che avesse mai incontrato. Forse gli era parsa un’occasione d’oro poter assumere una donna come lei, riaprendole la strada dell’avvocatura.
Myriam ne ha parlato con Paul ma è rimasta molto delusa di fronte alla sua reazione. Il marito ha scrollato le spalle. «Non sapevo che avessi intenzione di riprendere a lavorare.» Myriam si è infuriata più del dovuto. Ha alzato i toni. Gli ha dato dell’egoista, ha definito incoerente il suo comportamento. «Mi sta bene che tu riprenda a lavorare, ma come faremo con i bambini?» Paul rideva, improvvisamente prendeva poco sul serio le sue ambizioni, come se fosse destinata per sempre a rimanere chiusa in quella casa.
Quando si sono calmati, hanno valutato attentamente tutte le opzioni. Era fine gennaio, non avevano alcuna speranza di trovare posto in un asilo nido o in una nursery. Non conoscevano nessuno in municipio. E se Myriam avesse ripreso a lavorare, si sarebbero ritrovati nella fascia di reddito più crudele: troppo ricchi per accedere con urgenza ai sussidi, e troppo poveri per potersi permettere di assumere una tata. Ma alla fine è la soluzione che hanno scelto, dopo che Paul ha dichiarato: «Contando gli straordinari, tu e la tata guadagnerete più o meno la stessa cifra. Ma se pensi che questo possa risollevarti il morale…». Myriam ha un ricordo amaro di quella conversazione. Se l’è legata al dito.
Voleva fare le cose per bene. Per avere qualche garanzia, si è recata in un’agenzia vicino a casa, aperta di recente. Un piccolo ufficio, arredato con semplicità, gestito da due ragazze sulla trentina. La vetrina era dipinta di celeste, decorata con stelle e piccoli dromedari dorati. Myriam ha suonato il campanello e la proprietaria l’ha squadrata attraverso il vetro. Si è alzata lentamente e ha infilato la testa nello spiraglio della porta.
«Sì?»
«Buongiorno.»
«È qui per iscriversi? Serve un dossier completo. Un curriculum e delle referenze firmate dai precedenti datori di lavoro.»
«No, sono qui per i miei figli. Sto cercando una tata.»
La ragazza ha cambiato subito espressione. Sembrava contenta di ricevere un cliente, ed era a maggior ragione ...