Alle falde del vulcano
Ci racconti il suo rapporto con la città che ha abbandonato.
Ah, no! È lei ad avere abbandonato me. Mi manca tutto di lei: le luci, i colori, i sapori, gli odori. Mi piaceva guardarla dal mare, dal gozzo che usavo spesso la mattina, per condurre le mie nefandezze con i pesci.
Avevo circa vent’anni, mi alzavo prestissimo e via di corsa a guardare l’aurora. Un trasecolare che toglieva il fiato. L’aurora è diversa dall’alba. È un insieme di tonalità di rosa, grigio, giallo fin cinabro.
Scendevo al porticciolo di Mergellina da sola o con qualche amico che condivideva la mia passione e che fosse in grado di fare quei servizi esecrabili, come togliere il pesce dall’amo. Quando ero costretta, usavo un vecchio straccio e sfilavo alla mia povera vittima l’esca dalla mascella, con un rumore molle e viscido; a quel punto, gli si staccava la bocca; dal ribrezzo, non guardavo neanche.
Mia nonna diceva che ero semplicemente pazza ad andare laggiù da sola, immaginava che tutti mi seguissero, che fosse una cosa pericolosa.
«Ma stai almeno vestita quando peschi?» mi chiedeva preoccupata. Mi muovevo lentamente su e giù in quella conchiglia di legno a piedi nudi; sotto il vestito portavo il costume, e quando era finita la «strage», mi buttavo in acqua.
In realtà, non mi importava molto delle tipologie di pesce che abboccavano al mio amo. Ricordo un pesce con certe punte affilate, che non bisogna toccare assolutamente perché le punte pare siano velenosissime, forse si chiama tracina. Pescavo anche le cosiddette tinte di Re, pescetti tutti colorati.
Oggi, quando li vedo in vendita sui banchi dei mercati, ripenso ad allora. Ne empivo piccole retine che poi portavo a qualcuno perché li friggesse. Con aria fiera, li porgevo a mia nonna per esempio, come a dire: «Ecco qui, vi do da mangiare».
Quello che era stupefacente, al di là della pesca, era guardare Napoli dal mare. Spesso arrivavo a Capo Miseno, la punta estrema della penisola flegrea. Per andarci, uscivo dal porticciolo delle barche, percorrevo tutto il tragitto che costeggia Posillipo, arrivando a quella preziosità che non sono mai riuscita a vedere da vicino e mai più vedrò. Sopra il Parco sommerso della Gaiola, c’è una costruzione, di epoca romana, risistemata poi dai Borboni, molto difficile da raggiungere, arroccata sugli scogli.
Mi accontentavo di fermarmi lì sotto, col gozzo. C’era un silenzio metafisico. Ormai avevo rinunciato a ogni decenza. Infilavo i vermi vivi nell’amo e calavo la lenza in mare. Sapevo, per esempio, che per una buona pesca non avrei dovuto allontanarmi troppo dalla costa, perché il passaggio dei pesci, a una certa ora, lambiva il litorale, verso la scogliera.
Non fu mio padre a insegnarmi i segreti della pesca. Non era proprio il tipo. Nuotava in una maniera che mi esilarava; di lato, come negli anni Trenta. Conservo ancora uno dei suoi costumi da bagno, che finivano alla coscia, i famosi Jantzen. Qualche volta l’ho usato anch’io. È fatto di lana che, dopo essersi bagnata, diventa pesante e si appiccica addosso.
No, non imparai da lui a pescare, ma guardando semplicemente gli altri. Una volta arpionai una cosa pesantissima. Dalle barche vicine iniziarono a ridere, pensando che stessi tirando su la classica scarpa vecchia, invece venne fuori un polipo enorme che, per paura, ributtai in acqua; mollai tutto all’improvviso, lenza, polipo, tutto ripiombò in acqua. Ma avevo capito che potevo farcela.
Mi affascinava osservare i comportamenti dei pesci, le loro astuzie. Quando si avvicinano all’amo, sminuzzano accuratamente la mollica del pane e persino col verme usano questo riguardo; riescono a spezzarlo, a mangiarne solo metà, mentre la parte attaccata all’amo non la toccano.
A volte, facevo tardi; poteva capitare che rientrassi quando i colori di Napoli cambiano ancora una volta. Se è vero che ogni luogo ha il suo colore, quello di Napoli è il viola: quello dei tramonti. Percorrendo le strade del centro, quel tono di viola si mescolava al grigio e al rosso pompeiano delle facciate. Napoli (atroce e tenerissima) è stata una città matrigna. Peggio, è stata come mia madre. Solo che adesso, a distanza di tutto questo tempo, di mia madre non mi ha preso nostalgia. Di Napoli, sì. Della sua aria, della sua architettura e dei grandi spazi.
Penso al Chiostro di San Martino che, nel Cimitero dei monaci certosini, è decorato con tanti teschi di pietra e ossa legate fra loro da nastri scolpiti. Napoli è ricca di episodi come questo a ogni angolo. Si può vedere la stratificazione delle culture; sopra il mondo greco c’è il mondo romano, poi il romanico, poi il gotico, in una sovrapposizione che arriva fino al contemporaneo.
Napoli, io non l’ho vista ancora tutta. Non è come Parigi che si può visitare in un mese. Napoli no.
Bastano le strade per capirlo, le chiese e la Napoli sotterranea, quella delle catacombe di San Gennaro e poi delle tombe preistoriche, lungo i sentieri di quelle cristiane. Sottoterra c’è un sistema complesso di veri e propri spazi urbani, con tanto di mercato, che oggi sono stati riaperti al pubblico, nella meraviglia di tutti.
E poi ci sono i chiostri. Penso a quello di Santa Chiara decorato con le maioliche, che custodisce le tombe degli Angiò, nel presbiterio.
Tornerei nella cappella del principe di Sansevero, che conserva il celebre Cristo velato in marmo, di Giuseppe Sanmartino. Sono esposti anche i due servi, conosciuti come le «macchine anatomiche» di Raimondo di Sangro, il settimo principe di Sansevero, committente e ideatore dell’apparato settecentesco di tutta la cappella. Pare che Raimondo, esoterico inventore, affascinato dai misteri dell’anatomia, non si sia fatto scrupoli a uccidere due servitori, un maschio e una femmina, per studiare l’andamento delle loro vene. Per imbalsamare il corpo e per analizzare il sistema circolatorio, iniettò una sostanza speciale di sua creazione, che metallizzava i vasi sanguigni e li conservava nel tempo.
Faccio parte di quei napoletani che sono andati via da Napoli e che ne sentono la mancanza come una amputazione.
C’è una frase di Giorgio Manganelli, che trovo di una follia adorabile: «Qualcuno morì a Napoli prima che Napoli esistesse».
È una città dove nessuno dimentica mai niente e dove tutto è successo ieri. Dove la gente si alza la mattina per fare dispetto agli altri e trova in questo una grande energia, la voglia di vivere. L’odio è una straordinaria forza corroborante. Tutte le passioni più miserabili, come l’invidia e l’astio, fanno vivere a lungo le persone. Penso, per quello che ho sperimentato, che siano le passioni più forti a spiegare la lunga vita di certi individui; parlo dell’odio, dell’egolatria, dell’egotismo, ma naturalmente anche di passioni più positive.
Poi, paradossalmente, dopo tanto battagliare, ogni cosa si risolve, misteriosamente, con un caffè. Ho assistito al fatto che lutti e drammi si siano risolti sempre con la frase: «Pigliammoce ’o café». Come se il caffè fosse un tranquillante, un concentrato di benzodiazepine.
I napoletani hanno inventato la tradizione del caffè «per chi passa». Quando si va al bar per bere un caffè, se ne lascia uno pagato per chi lo chiederà più tardi. Così, la persona che passa si affaccia alla porta di ingresso del locale e chiede: «C’è un caffè pagato?». Questo aspetto risolutorio del caffè, che ho sempre guardato come una specie di zingarata, oggi mi fa tenerezza; lo chiamano caffè sospeso. C’è un’altra abitudine. In qualunque bar, viene sempre servito un gran bicchiere d’acqua ghiacciata insieme all’ordinazione.
Una volta, un gruppo di imbianchini venne a tinteggiare la casa e Angelina, la cuoca toscana di Montepulciano, che conosceva poco le usanze napoletane, porse loro il vassoio con le sole tazzine. Tanto che uno degli imbianchini alzò la testa meravigliato e le disse: «Embè, e l’acqua?».
Se ripenso ad Angelina, ricordo quante pappe al pomodoro ho dovuto ingoiare!
Fare il critico d’arte, in quegli anni, non deve essere stato facile.
Certo, ho avuto molte difficoltà.
Per Napoli ero una specie di incomprensibile fenomeno in una borghesia tradizionale e convenzionale. Mi si vedeva scrivere e organizzare mostre e tutti commentavano: «Ma questa che fa? Perché non va alle prime al San Carlo e si accontenta?».
Avrò pensato, per le gallerie private, cinque o sei mostre, fra cui Napoli ’25/’33, alla Galleria Il Centro nel 1971, in cui affrontai l’arte d’avanguardia sotto il fascismo, allineando una schiera di bizzarri personaggi che seminarono scandalo.
Mi ha fatto soffrire che la città mi giudicasse così. Quella certa diversità, tutti me la fecero pesare. Fin dai tempi delle medie, quando mia nonna mi veniva a prendere all’uscita.
«Ma la mamma non ce l’ha, quella?»
Quando hanno avuto la possibilità di capirmi meglio, ero andata via. Adesso, mi amano perché sono lontana, vecchia, e non faccio più paura a nessuno. «La vecchiaia è una catastrofe, ma è meglio che niente» ripeteva mia nonna.
Ho conosciuto personaggi straordinari come Raffaello Causa, il direttore di Capodimonte, come lo scrittore Luigi Compagnone, come Raffaele La Capria. Ma per i giovani artisti, i neolaureati, pieni di idee, di volontà di fare, di sapere, non c’erano occasioni. Ognuno era sempre affidato a se stesso, anzi rimandato a se stesso. Negli anni Cinquanta si era e ci si sentiva soli.
Dopo il liceo, avevo iniziato a frequentare i corsi di filosofia all’università. Diedi un unico esame su Plotino, poi iniziai a scrivere per i giornali. Cesare Brandi dirigeva il settore arte de «La fiera letteraria», Nello Ponente quello di «Paese Sera» e mi presentai per offrire qualche recensione alle mostre di Napoli, un servizio, un’intervista. Quando uscì il primo articolo, nel 1959, ne ero fierissima. Era un servizio sui giovani artisti napoletani scritto per «I 4 Soli», una rivista di tendenza, bilingue, pubblicata a Torino, fatta di firme prestigiose.
«Ma allora sono proprio un critico d’arte» mi dissi. Il commento di mia nonna mi lasciò interdetta: «Lo sai che i giornali dove scrivi servono per incartarci il pesce il giorno dopo?».
Comunque fosse, ero determinata e presi a frequentare il quartiere delle gallerie, nella zona di via Chiaia, piazza dei Martiri, via Carducci. Ce n’erano cinque o sei in quelle strade eleganti e c’era una libreria formidabile, Macchiaroli, che agiva come luogo di ritrovo per quella Napoli di pochi, la Napoli di «Nord e Sud», la Napoli di Francesco Compagna, un gentiluomo, la Napoli città universitaria, ma che non riusciva a realizzare nulla senza scendere a compromessi, senza perdersi in piccoli miserabilismi.
A ventitré anni misi insieme un primo librino su undici pittori napoletani contemporanei e chiesi a Giulio Carlo Argan la prefazione. Affinché il libro uscisse, la casa editrice doveva ricevere un nulla osta da Roberto Pane, lo storico dell’architettura, quello che si era «inventato» Antoni Gaudí, quando nessuno sapeva neppure chi fosse. Lo raggiunsi nel suo studio per chiedergli notizia del libro. Se fosse possibile mandarlo in stampa.
«Quanti anni ha?» mi chiese.
«Ventitré» risposi.
«Si rende conto di quanto lavoro ho dovuto fare io per pubblicare il mio primo libro? E lei vuole uscire alla sua età con un libro, solo perché ha la prefazione di quel coglione di Argan.» (Ricordo l’aggettivo perché erano anni in cui nessuno lo usava, come si fa oggi.) Si potrebbe parlare di un provincialismo segnato da velleità meschine: il desiderio di esercitare potere sul territorio.
Ho visto persone, più grandi di me, brave e coraggiose, come Aldo Loris Rossi, oltre a personaggi di spiccata fantasia, come Nicola Pagliara, avventurarsi in imprese deludenti. Gli stessi galleristi dovevano combattere con un sistema in cui le opere passavano di mano in mano, in circoli ristretti, dove non c’era comunicazione ed era arduo entrare con nuove proposte. Senza considerare quanti affari fallivano per via di clienti che non pagavano, di quadri che svanivano senza che si riuscisse a recuperarli.
Napoli ha sempre avuto un potere attrattivo straordinario. C’erano molti stranieri che la sceglievano come luogo d’elezione?
Sì, credo più di rifugio che d’elezione… Sapevo di uno scrittore polacco, Gustaw Herling, che non usciva mai dalla sua stanza; aveva sposato una delle figlie di Croce. Non ebbe mai rapporti significativi con la città. Un fratello del designer e saggista argentino Tomás Maldonado dirigeva l’istituto di ricerca dell’Acquario; era uno scienziato, Héctor Maldonado. C’erano Norbert Wiener, l’inventore della cibernetica, e lo scrittore ungherese Sándor Márai, diventato poi famoso con il suo romanzo Le braci, che affittò casa a Posillipo. Figure che non si sono mai mescolate ai personaggi della città. Probabilmente si scontravano con lo snobismo di un ceto supponente, che si sentiva portatore di chissà quale identità!
In certe famiglie dell’aristocrazia, come quella dei Serra di Cassano, si continuava a parlare francese e napoletano. Erano case dove nulla doveva succedere e tutto doveva continuare come nell’Ottocento. Quello che mi ha sempre affascinato era piuttosto il rapporto che la plebe aveva con i nobili e come i nobili fossero trattati a tu per tu e, pur nelle differenze di casta, ci fossero una dimestichezza e un umorismo rari.
A Napoli non c’è mai stato un ghetto per gli ebrei, come in tutte le città italiane. Pochissimi sono stati gli ebrei consegnati all’epoca della persecuzione. È una civiltà vecchia di tremila anni. Il passato, a ogni angolo della città, si mescola ancora con il presente.
Passeggiando sul lung...