'Nonna Vudù era un concentrato di U. A U erano il suo collo, il viso, le caviglie, le babbucce, i pensieri. Quando starnutiva, dal suo naso all'insù usciva uno spruzzo a forma di U. Non era molto alta – le U non lo sono mai–e non era nemmeno molto veloce, ma aveva gli occhi svelti, e svelti erano i suoi pensieri. Una storia così, lo si può ben capire, non era fatta per starsene a lungo lontano dal cielo stellato e dalla luna."

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Nonna Vudù e la congiura delle zie
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PARTE SECONDA
NEL PAESE DEGLI UOMINI
1
IL PRIMO INCONTRO
Nonna Vudù camminava da qualche ora. Era entrata in un negozio e si era comprata un tailleur verde pallido, un paio di scarpe senza tacco e anche un bel rossetto. La specie umana le piaceva molto più di quella orchesca, prima di tutto perché tra gli uomini non si sentiva una nana, e poi perché avevano un’aria sveglia.
Dopo un po’ si accorse di essere seguita, a pochi passi di distanza, da un gatto grasso e rosso, che l’aveva aspettata fuori dal negozio e poi, come se niente fosse, aveva ricominciato a seguirla, di strada in strada, di marciapiede in marciapiede. La storia non ancora raccontata controllava il gattone con la coda dell’occhio, ma dopo un certo tempo smise di badarci, perché gli uomini l’incuriosivano di più.

Sulla soglia di una bottega un po’ buia c’era un signore con una giacca sdrucita e una pipa in bocca. Nonna Vudù gli si fermò davanti, sentendosi osservata. «Posso entrare?» mormorò.
«Ma certo, signora, si accomodi» rispose l’uomo, cedendole il passo.
Nonna Vudù non aveva mai visto tanti libri. E a dire il vero di libri non ne sapeva niente, perché sulla cima del monte Gepo e nel paese degli orchi non ce n’erano. «Sono libri, questi?» chiese, con voce esitante.
Il signore abbassò la pipa e sorrise: «Sì, questa è una libreria e io sono il libraio. Se vendessi mortadelle sarei un salumiere, non le pare?»
«Già, certo» disse Nonna Vudù, e sfilò un volume con il dorso rosso da uno scaffale.

L’uomo continuava a fissarla.
La storia non raccontata si ravviò i capelli color ebano e sfogliò qualche pagina, finché il libraio non si avvicinò e le girò il libro che Nonna Vudù teneva in mano. «È a rovescio, cara signora. Lei sa leggere all’incontrario, per caso?»
Nonna Vudù inghiottì la saliva, e si sentì arrossire fino alla punta delle orecchie a U: «Io non so leggere.»
«Ah, capisco» fece l’uomo, ricacciandosi la pipa in bocca e mettendo una nuvola di fumo tra sé e la storia fatta a U. «E mi dica, signora, quel gatto rosso, là fuori, è suo?»
«No» rispose Nonna Vudù, «ma è da un po’ che mi segue.»
«Ah, mi pareva…» disse l’uomo e, con l’aria di aver esaurito le domande, andò a sedersi dietro la sua piccola scrivania, piena di libri grandi e di libri piccoli. «Guardi pure in giro, faccia con comodo… se vuole dei libri con le figure sono in quell’angolo là» disse, e lo indicò con il bocchino della pipa, poi inforcò un paio di occhiali e piegò la testa su una pila di fogli. Fingendosi assorto in altre cose il libraio, in verità, continuava a sbirciare Nonna Vudù al di sopra degli occhiali.
Nonna Vudù ripose il libro che aveva sfogliato e andò verso l’angolo indicato dal libraio. Tirò giù da uno degli scaffali più alti un volume molto grande, e appena l’aprì fu investita dalla storia di una contadina e di un paio di scarpe, da un mulo stanco di essere malmenato e da un alpino senza una gamba. Girò pagina e un’altra storia le danzò intorno: quella di un’auto in riva al mare, con una coppia d’innamorati seduti all’interno, ad ascoltare il rumore delle onde che raccontava loro cose dimenticate. ‘Ma qui’ pensò Nonna Vudù, ‘c’è una storia in ogni pagina.’ In quel momento si sentì afferrare un braccio e il libro di fotografie le cadde di mano. Si girò.
Il libraio aveva lasciato la scrivania e le si era avvicinato in punta di piedi. La guardava dritto negli occhi, e prese a stringerle un braccio, come se volesse portarglielo via.
«Mi fa male, mi lasci!» disse Nonna Vudù.
«Io so chi è lei.»
«Ma signor libraio… cosa dice? Lei è matto, non ci siamo mai visti prima d’ora.»
«Lei… signora… non posso sbagliarmi, lei è una storia bellissima, e nessuno l’ha ancora raccontata una storia fatta a U come lei, ma posso farlo io, la prego… venga con me… non abbia paura… mi segua.»
Nonna Vudù si strinse nelle spalle e seguì l’uomo, che continuava a stringerle il braccio.
«Li vede questi fogli? Io sto scrivendo un libro, stavo raccontando una storia vera, che ho vissuto da bambino, ma adesso lei è venuta a trovarmi, e allora ho capito che sta cercando di farsi raccontare, e allora… ma ci pensa…» – il libraio si tolse gli occhiali e li ripiegò nel taschino della giacca – «che bello sarebbe, per lei, prendere dimora su uno di questi scaffali?»
Sulla faccia di Nonna Vudù si disegnò una smorfia pallida. C’era odore di polvere, in quel luogo, e la luce era debole e gialla, cremosa.
«Non credo proprio che mi piacerebbe finire in un posto come questo, tra le pagine mi si rovinerebbe la messa in piega e poi, guardi, non credo che lei possa fare al caso mio. Uno che dice “prendere dimora” non può raccontare Nonna Vudù, che ha capeggiato schiere di racconti del terrore nella battaglia del monte Gepo.»
La storia non ancora raccontata si divincolò e, prima che l’aspirante scrittore potesse riacciuffarla, era già in strada. Voltò l’angolo a passo svelto e così il libraio, che l’aveva inseguita fin sulla soglia, la perse di vista.
2
ZIA AUGUSTA
Nonna Vudù aveva bisogno di riflettere. Il traffico era intenso e rumoroso, e i fari delle auto l’accecavano. Entrò nel primo caffè che vide e chiese un tè al limone. Poi tirò fuori dalla borsetta il rossetto e se lo passò sulle labbra. Dopo il rischio che aveva corso si sentiva osservata, in pericolo. Si guardò intorno. Immobile, sul marciapiede, a meno di un metro dalla porta a vetri del caffè, vide il gatto rosso che si leccava i lunghi baffi argentati. Sorrise, e per un istante le sembrò che il gattone le sorridesse in risposta.
Cominciò a piovere. Le vetrate del caffè si copersero di gocce e di rivoli, oltre i quali Nonna Vudù vedeva correre la gente e gli ombrelli e le auto, le ambulanze e i passanti inzuppati come biscotti. “Mi piace tutto questo” pensava, godendosi la tranquilla solitudine del caffè. Ma a un tratto una vecchia signora, bagnata fradicia e con l’aria combattiva, entrò a passo di marcia. Portava un cappello nero a falda larga, con in cima due passerotti di raso col becco spalancato, in attesa, forse, di un verme di raso per riempirsi la pancia. Nonna Vudù non poté fare a meno di ridere quando quel curioso personaggio si tolse il cappello rovesciando sul pavimento mezzo litro d’acqua.
L’anziana signora, che aveva un mucchio di capelli tinti di rosso, acconciati in una specie di torre, le diede un’occhiata penetrante, le si avvicinò e si mise seduta. «Posso sedermi qui?»

«Mi sembra che l’abbia già fatto.»
«Lei, ragazza cara, non è ancora stata raccontata, mi pare» fece la signora, magra come un burattino, ma tenuta su da un’indomabile allegria e, pensò Nonna Vudù, da una sfacciataggine rara.
«Eh sì, ti ci vorrebbe un narratore coi fiocchi e i controfiocchi, e non ce n’è molti, di questi tempi…» L’anziana signora tossì. «Cameriere, porti un tè anche a me, con una nuvola di latte, e si spicci.»
Nonna Vudù taceva.
«A me è capitato di essere raccontata da uno davvero in gamba; bravi come lui, oggi non ne fanno più.» La vecchia fissò la storia fatta a U dritto negli occhi. «Ma chissà, forse un giorno anche tu troverai l’uomo giusto. Hai fatto molta strada, vero?»
«Vengo dal paese degli orchi» disse Nonna Vudù.
«Ah, sì, ne ho sentito parlare, ma non ci sono mai stata. Vedi, la specie umana ha meno immaginazione di quanto si dice in giro, e se vai in un’agenzia di viaggi e chiedi un biglietto per il paese degli orchi sono capaci di chiamare il manicomio e di rinchiuderti tra i pazzi: bisogna fiutare i tipi giusti per vivere quaggiù, guai a frequentare quelli sbagliati.»
«Come t...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- PARTE PRIMA. Nel paese degli orchi
- PARTE SECONDA. Nel paese degli uomini
- INDICE