CAPITOLO SETTE
Daniel era stupito da se stesso. Alle nove del mattino aveva già ricevuto quattro telefonate, una decina di mail, dodici notifiche sullo smartphone e non era per nulla turbato. Quel periodo di permanenza nel Wisconsin gli aveva restituito le energie per rigettarsi nella mischia. La Aguilar Inc. necessitava del suo presidente e lui non si sarebbe fatto attendere. Certi affari non li avrebbe mai delegati a nessuno. Ritrovare pace e armonia era un conto, perdere il controllo dell’azienda un altro. L’indomani un jet privato lo avrebbe fatto volare da Madison alla grande mela.
Altra novità che lo aveva colpito era l’inaspettato atteggiamento di Janine. Non avrebbe scommesso un centesimo sulla possibilità di ottenere un appuntamento con la bella scrittrice. Nell’accettare, si era mostrata di una durezza e di una fermezza sorprendenti. Era lui quello abituato a dare ordini. Da una parte, però, si sentiva in difetto; dall’altra, una donna così minuta e autoritaria allo stesso tempo lo intrigava non poco. Ciò significava, però, venire meno alla promessa di evitare coinvolgimenti con l’altro sesso. Avrebbe dovuto assolutamente riconoscere il momento in cui tirare il freno.
Si mirò allo specchio per controllare che fosse tutto in ordine, in quell’ultimo giorno con maglione e scarpe da passeggiata. Dal giorno dopo giacca e cravatta sarebbero tornate le sue migliori amiche. Prima di uscire si dedicò qualche minuto a Rocky, di modo da non lasciarlo a corto di coccole. Poi montato sul SUV, giunse di fronte a Villa Summers in un lampo.
Il pentimento di Janine per aver accettato l’invito si era manifestato appena aveva fatto lo squillo a Daniel. Avrebbe dovuto rifiutarsi e basta, e invece adesso lui aveva anche il suo numero. Era affascinante sì, ma uno che provava subito a portarti a letto non sarebbe mai potuto essere l’uomo giusto. A cominciare dall’alba, aveva trascorso un paio d’ore pensando di annullare l’appuntamento. Aveva persino abbozzato due SMS, ma era stata interrotta da una lite furibonda con il padre, e a quel punto il brunch le era sembrato il male minore.
«Cos’è questa novità degli uomini che vengono a prenderti a casa?» le aveva ruggito Gregg.
«Hai dimenticato che ho ventotto anni?» aveva prontamente obiettato lei. «Dici sempre che devo farmi una famiglia. Ma non ci credi realmente. Guarda cosa accade appena si presenta anche solo la possibilità di uscire per qualche ora.»
«Tu non capisci.»
«Capisco benissimo. Sai solo sfogare contro di me non so quale tua frustrazione» lo aveva accusato.
Erano seguite imprecazioni e urla dell’ex colonnello. Strepiti che dopo un po’ Janine aveva smesso di ascoltare. Si era chiusa in bagno e aveva iniziato a truccarsi senza proferire parola, decisa a non scomporsi nemmeno se il padre le avesse puntato contro una pistola.
Alle undici esatte le trillò lo smartphone: Daniel, puntuale come un orologio svizzero.
Un minuto e arrivo, gli scrisse tramite SMS.
Si spruzzò del profumo, indossò un giubbotto, afferrò la borsetta e attraversò il salone senza degnare Gregg di uno sguardo.
«Sono sempre tuo padre.»
«E io sono sempre una donna» ribatté lei con sguardo duro e petto in fuori.
Daniel vide uscire dalla villa una donna furiosa.
«Buongiorno» lo salutò telegrafica.
«Ciao. Tutto bene?»
«No.»
Se questa è la premessa, siamo messi male, pensò Daniel.
«Scusami. Ora mi passa.»
«Giornataccia?»
«Preferisco non parlarne. Rischierei di rovinarti la mattinata.»
«Come preferisci, ma sappi che sono pronto a qualunque argomento.»
«Lo terrò a mente, grazie.»
Daniel la vide trafficare nervosamente con la borsa, le chiavi e il cellulare.
«Allora? Dove si va?»
«Gira a destra sulla strada principale e prosegui diritto. Ti dirò io quando svoltare.»
«D’accordo.»
La ragazza sbuffò, poi si giustificò: «Perdonami, ma mio padre non è mai stato un simpaticone. Ultimamente, poi, è intrattabile».
«Cosa pensi sia successo?»
«Invecchiando, sembra che tutti peggiorino.»
«Forse perché si diventa più fragili.»
Quell’osservazione incuriosì Janine.
«Com’è il rapporto con i tuoi?»
Daniel ponderò la risposta: «Ci sentiamo e ci vediamo di rado. Siamo tutti e tre dei tipi indipendenti, tendenzialmente solitari, ma non significa che non amiamo la compagnia altrui».
«Figlio unico?»
«Sì.»
«Una cosa in comune» commentò la ragazza, che iniziava a quietarsi.
«Non mi sarebbe dispiaciuto avere fratelli» ammise Daniel. «La maggior parte dei miei amici ne ha due o tre.»
«Da piccola desideravo una sorellina con cui giocare» raccontò Janine. «Adesso non so se sarei così contenta di averne una.»
«Spesso il tempo cambia le persone.»
«In meglio o in peggio?» domandò lei.
«Non credo che esista una risposta uguale per tutti.»
Daniel aveva ragione. Raramente esisteva un’unica verità, spesso era una questione soggettiva.
«I tuoi vivono in Spagna?»
«Non hanno mai lasciato il paese.»
«Davvero?»
Credevo di essere rimasta l’unica al mondo.
«In questo siamo molto diversi» precisò Daniel. «Io amo viaggiare ed esplorare nuovi luoghi. In ogni caso, quando ci si ritrova a Granada è sempre una gran festa.»
«Per l’occasione vi unite agli altri parenti?»
«Non corre buon sangue con il resto della famiglia.»
«Quindi una festa a tre» constatò la ragazza.
«Più o meno.»
Janine si lasciò andare a un primo sorriso. Daniel lo notò e ne gioì. Malgrado ciò, il volto della ragazza impiegò poco per rifarsi cupo.
«Allontanarmi da mio padre potrebbe fare bene sia a me sia a lui.»
«Hai mai provato?»
«No.»
«Perché?»
«Prima era una situazione di comodo, poi forse mancanza di coraggio» considerò Janine.
«Diversamente da te, molte persone no...