CAPITOLO UNDICI
En l’air
Riprendono le prove, le esibizioni. Oramai manca pochissimo al mio diploma, e grazie ai ruoli ottenuti ultimamente negli spettacoli della scuola iniziano a profilarsi opportunità molto interessanti per me. Qualche mese fa tutto questo mi avrebbe riempita di gioia, ma ora mi lascia quasi indifferente. Il chiacchiericcio degli altri ballerini, i soliti discorsi di sempre, il ruolo, il mezzo chilo preso, il coreografo che mi ha ripresa… sono come un rumore di fondo. Mi annoiano.
«Bianca, hai sentito?» La voce di Daria giunge come da un’altra galassia. «Pensavamo di andare a cena dopo lo spettacolo di domani sera. Sushi. Che ne pensi?»
È raro che si organizzi un’uscita: quasi una trasgressione proibita nella nostra vita perfettamente incasellata. Ma forse mi farà bene, mi aiuterà a distrarmi.
«Dove volete. Okay, ci sto. Per me va bene tutto.»
Provo una sensazione di continuo smarrimento, come da piccola, quando il matrimonio dei miei genitori si era sgretolato sotto i miei occhi. Un dolore confuso e continuo, perso nel mare di ripicche seguite da una ancor più terrificante indifferenza. Anche allora era stata la danza a salvarmi, e lo farà anche stavolta. Ci rialziamo per tornare alle prove, arrancando sui piedi malconci e massaggiando i muscoli stanchi. Ho voglia di palcoscenico. Perché so che, almeno per un istante, le luci e il sipario mi faranno sentire piena di vita.
La musica parte, con quel ritmo cadenzato così martellante. Le mie compagne escono, una dopo l’altra: io, essendo la solista, sono l’ultima. Le osservo muoversi perfette, nell’incanto di quei movimenti che paiono così naturali e semplici e che invece sono frutto di ore di sudore e sacrifici di ogni genere. Vedo i loro volti nascondere nell’espressione concentrata e intensa mille angosce: sarò abbastanza brava? Sarò giusta per la parte? Andrò a tempo? Eppure, adesso stanno facendo solo quello per cui hanno indossato le scarpette per la prima volta: amano la danza. Vivono di essa e con essa.
«Bianca! Dormi? È la tua entrata!»
La voce del direttore di scena mi scuote giusto in tempo. In un attimo sono nel turbinio della scena, eseguendo una serie di perfette sissonne.
Il mio corpo viene rapito dai movimenti che conosce a memoria, e si lascia andare totalmente. Io e le mie compagne eseguiamo la coreografia a pennello, senza un attimo di respiro. Mentre aspetto l’entrata di Federico, il mio partner, l’occhio mi cade sulla platea, in un punto dove i fari non mi accecano, impedendomi la visuale. Ed è allora che il mio cuore perde un battito. Perché è Max, di nuovo. Ne sono certa: è qui, e mi sta guardando.
Non so come riesco ad arrivare alla fine del movimento. Ballo meccanicamente, eppure ho la sensazione di farlo in modo perfetto. Perché sto ballando per Max.
Lo so che mi sta guardando. Osserva la donna che sono diventata. Non ho sprecato il tuo regalo, vorrei dirgli. Ma, in cambio, non sono più me stessa. Sono una parte di te.
Gli applausi sono scroscianti.
«È un trionfo! Bravissimi» sento la voce esaltata del coreografo, del direttore d’orchestra. Sento mani che mi toccano, che sollevano le mie nel consueto inchino finale di ringraziamento. Mi muovo come al rallentatore, in un mondo ovattato. Conto i secondi che mi separano dalla fine dell’esibizione, quando potrò precipitarmi alla ricerca di Max. Fino alla fine del balletto era lì: lo agganciavo con la coda dell’occhio ogni volta che potevo. Ma adesso? Non lo vedo già più. L’ho perduto, di nuovo, e so che posso solo precipitarmi fuori, in un correre ritmico, con il fiato mozzato nella gola. Non mi importa di cadere: se dovessi farmi male potrei dire addio momentaneamente alla mia carriera, ma adesso non mi interessa più. Tolgo velocissima le scarpette a punta, il body di scena, la piccola gonna svolazzante che è parte del mio costume. Indosso veloce l’abitino a fiori di un tessuto leggero, le calze, gli stivaletti e la giacca. Ci metto un attimo e poi volo fuori. È tardi, è tardi, urla il mio cervello impazzito. Sono nel foyer, e interrogo volti e sorrisi, come la volta scorsa. È una scena già vista, ma non posso accettare che abbia lo stesso epilogo della precedente. L’angoscia mi serra la gola. Il mare di persone mi trasporta fuori, come un gaio fiume tranquillo. Sono nella sera tiepida e dall’aria ancora frizzante, ma piacevole. La notte è buia e scura, e non concede requie ai miei dubbi. La piccola folla si disperde, tra brandelli di conversazioni e parole che non ascolto, trascinandomi nel suo flusso per poi lasciarmi sola. Mi sento perduta, come se non avessi più una casa e un nome. E proprio quando sto per mettermi a piangere, mentre il cuore manda tonfi sordi come un tamburo stonato, lo vedo camminare verso di me. Max.
Mi sta fissando con una strana espressione sul volto. Resta immobile, tanto da farmi dubitare che sia una visione. Ecco, è successo. Tra le prove e il resto sono uscita di testa, e mi sono immaginata tutto. Sto sognando, lui non è qui, non è vero. Non è vero niente.
«Non è vero niente» lo dico ad alta voce, con un filo tremante di fiato. La visione di Max viene verso di me, nel buio della tarda sera. È sempre più vicino, tanto che potrei toccarlo finalmente, sentire il suo corpo caldo, il battito del suo cuore. Ma rimango immobile, per la paura di distruggere quella visione perfetta che la mia mente potrebbe aver creato.
«Come dici? Non ho sentito» esclama.
Se sapesse quante volte ho immaginato quella voce, quanto l’ho sentita risuonare fin nel mio letto, o mentre ballavo, dentro di me. «Bianca» continua. Mi sta osservando, con un leggero sorriso. Se possibile è ancora più bello e affascinante di come ricordavo: i jeans, la camicia azzurra, la giacca blu scuro. Ha i capelli leggermente più lunghi rispetto al nostro primo incontro, e la barba più leggera, appena accennata. Trattengo il respiro mentre lo osservo: non ho neppure una sua foto, e vivevo nel terrore di perdere ogni dettaglio del suo corpo scultoreo, del suo viso. E adesso è qui, davanti a me.
«Sei davvero tu? Sei qui.»
«Certo» ride, mostrando quel sorriso da mascalzone che ha popolato i miei sogni fin da quel viaggio in treno che sembrava rubato da un pezzo di teatro dell’assurdo più che da una commedia romantica. «Sapevo dove trovarti. Volevo davvero vederti ballare… e sono colpito, sul serio. Non che avessi dubbi, del resto.»
«Volevi controllare se la tua lezione era servita?»
«Sì, in un certo senso» ride ancora, fissandomi dritta negli occhi, «e dimmi, è servita?»
«Non lo capisci da solo?» lo incalzo.
«Forse. Ma voglio sentirmelo dire da te.»
Mi avvicino a lui, prendendo coraggio. Ora che ho capito che non è una visione, che non sparirà nel nulla al mio tocco, sento un desiderio folgorante farsi strada dentro di me. Non c’è nulla che abbia sognato di più che sentire le sue labbra sulle mie. Il mio corpo aderisce perfettamente al suo, come se si riconoscessero. Sento il rigonfiamento duro sotto la stoffa dei jeans premere contro il tessuto leggero e variopinto del mio abitino. Capisco che mi desidera come e più di quanto io desidero lui, e il mio cuore urla di gioia.
Avvicino la mia bocca al suo orecchio, e lo lecco con bramosia mentre sussurro: «Non hai idea di quanto il tuo regalo sia servito. Ma credo di aver urgente bisogno di qualche altra lezione».
Rovescia all’indietro la testa, e fa una risata. Poi mi sfiora i capelli, che a causa della fretta non ho ancora sprigionato dallo chignon.
«Non chiedo di meglio» mormora sensuale. Assaggio le sue labbra dopo tutti questi mesi, nella via fattasi silenziosa. Ho paura che non riuscirò a staccarmi mai più da lui, mentre la sua lingua disegna la mappa del nostro desiderio nella mia bocca.
«Andiamo da qualche parte. Ti prego» lo supplico quasi, sfiorandogli l’orecchio con le labbra. Come è tutto diverso. Quella che sono quando sono insieme a Tommaso è un’altra donna. Ora mi rendo conto che pregherei in ginocchio quest’uomo di portarmi via con lui, di non sparire mai più. Non mi importa neanche di sapere chi è. Il mio corpo lo vuole con ogni fibra della sua essenza. Max mi prende per la vita.
«Sei leggera come una farfalla. Come ricordavo» sorride. Camminiamo per le vie semideserte, tra le luci fioche della metropoli, mentre nuvole veloci e scure si muovono sopra la nostra testa. Max mi conduce a una piccola auto nera.
«Non è mia, me l’hanno prestata» mi dice aprendomi la portiera, «te lo dico casomai ti fosse venuto in mente di annotare la targa.»
«Non ci avevo nemmeno pensato. Come detective faccio davvero pena» sussurro scivolando all’interno. Max ride, avviando il motore.
Ogni traccia di stanchezza sembra essere scomparsa dal mio corpo: è come se fossi pronta a salire di nuovo alla ribalta, a danzare un altro balletto infinito ed emozionante.
Max guida nella notte, sicuro e tranquillo. Non l’ho mai visto al volante, e il ricordo di quel viaggio in tram a Roma mi fa sorridere.
«Hai pensato spesso a me?» mi chiede a bruciapelo, senza distogliere gli occhi dalla strada.
«No, nemmeno per sogno» lo prendo in giro. Ma la voce non è scherzosa: è tenera, quasi triste. Svela molto di ciò che non ho il coraggio di dirgli.
In silenzio, Max parcheggia davanti a un piccolo stabile piuttosto recente. I muri sono di un bel verde tenue, e tutto è curato e illuminato in modo sapiente. Molto diverso dalla piccola casa di Trastevere.
«Nemmeno questa è casa mia. Come d’abitudine» mi comunica aprendo il portone a vetri con la chiave.
«Ora mi dirai che sei un topo d’appartamento» borbotto io, confusa da quelle continue precisazioni non richieste.
«È un bed & breakfast» mi risponde con una leggera risata.
Poi siamo in ascensore, e le sue mani si insinuano sotto la mia gonna leggera, sfiorano le cosce, il mio sesso. Sembrano dire: eccoti, sei qui, ci siamo.
«Sei già bagnata» mormora, quasi stupito. Poi le dita scivolano sulla mia vita, vicino al mio seno, sulle mie labbra. Non mi rendo nemmeno conto di come arriviamo all’interno dell’appartamento. Non c’è nessuno, sembra deserto, ma io sono con l’unica persona al mondo che mi interessi.
«Tu non mi hai pensato… io invece ti ho pensata moltissimo, Bianca. Ho immaginato cosa potevo fare con te per… completare la tua educazione» dice serio, fissandomi negli occhi.
«E allora?»
«Molte… moltissime cose.»
Mi spoglia senza fretta, con una lentezza quasi esasperante a dire il vero. Sento che non posso resistere un istante di più, dopo tutti questi mesi a desiderarlo. Poi rimane fermo a guardarmi, socchiudendo appena i meravigliosi occhi scuri dal taglio allungato. Ci fronteggiamo, carichi di desiderio.
«Avvicinati» mi dice.
E io non trovo di meglio che cadere in ginocchio davanti a lui, prendere nella mia bocca l’oggetto delle mie fantasie più sublimi. Inizio ad accarezzarlo con la lingua, ad aspirare il suo sapore maschile. Per un attimo, lo sguardo corre al suo volto. È abbandonato, gli occhi socchiusi, la bocca curvata in una smorfia di piacere, mentre si mordicchia leggero il labbro inferiore. Mi muovo sempre più veloce. Desidero vedere quell’espressione stravolgersi di piacere, come ho sognato in tutto questo tempo. Accolgo su di me il suo fiotto caldo, che mi regala un brivido. D’un tratto è sopra di me, con il suo corpo possente e muscoloso.
Con le dita mi cerca, mi penetra, mi anima come una bambola di pezza. Non riesco più a resistere. Prendo il suo volto fra le mani, lo costringo a guardarmi.
«Ti voglio dentro di me» esclamo con la voce sconvolta dal piacere, «ti prego.»
«Ripetilo» mi sussurra lui, con uno strano sguardo.
«Ti voglio, Max. Adesso. Dentro di me. Non posso più aspettare.»
Ti voglio, ti voglio, grida il mio cuore.
Ti voglio dentro di me, come sei nella mia anima.
Per sempre.
Max indossa rapido il preservativo. Poi mi fa inginocchiare davanti a lui, con un gesto deciso. Sfiora le mie piccole natiche, disegna con un dito i contorni della pelle chiara, rosata. Il mio sesso è una piccola pesca dischiusa, e Max ci entra possente, con vigore. Lo sento riempirsi di lui, e gemo piena di gioia.
«Voglio sentirti gridare» mi ...