CAPITOLO 1
La conquista
Quando ero una gattina molto giovane ebbi la sfortuna di perdere la mia mamma e di ritrovarmi da sola nel mondo all’età di sei settimane. Non ne rimasi tuttavia sconvolta più del necessario: infatti ero intelligente, tutt’altro che sgradevole, piena di risorse e sicura di me. Inoltre, potevo contare su qualche settimana di lezioni a cura della mamma, prima di quel suo fatidico faccia a faccia notturno con un’autovettura.
Dopo circa una settimana di vita all’aria aperta e una rivoltante dieta a base di larve e insetti, presi la decisione di sottomettere una famiglia e diventare un gatto di casa, attivandomi immediatamente per raggiungere il mio scopo.
Ho analizzato spesso con gli amici le pratiche che mi hanno portato al successo, e, non essendo affetta da particolare vanità, ho semplicemente preso atto della straordinaria perspicacia che ha guidato ogni mio gesto, nonché dell’eccezionale intelligenza messa in campo da parte mia.
Gli altri sono rimasti così impressionati dalla mia storia che mi hanno pregata di metterla per iscritto, e, in aggiunta, di provare a raccogliere le mie esperienze e le mie idee rispetto al nostro rapporto con gli esseri umani in un manualetto a beneficio dei giovani che volessero intraprendere una simile carriera.
È quello che ho fatto. Prima, però, un breve resoconto di come ho «sottomesso», insomma conquistato, la mia famiglia, che resterà senza nome perché non è mia intenzione causare loro una qualsiasi forma di imbarazzo.
Nel linguaggio degli umani, la parola «conquista» è sinonimo di un termine più moderno, «acquisizione», e forse è importante spiegarne al meglio il significato. È un termine usato nel campo degli affari. Ci sono delle persone che possiedono un’azienda, o sono soci in un’attività che produce un certo prodotto di un certo marchio in un certo posto. Un mattino si svegliano, aprono il giornale e scoprono che non possiedono più l’azienda, o il marchio, o il prodotto, che adesso appartengono a qualcun altro che fornisce un prodotto completamente diverso in tutt’altro posto. In poche parole, sono stati acquisiti.
Non mi viene in mente espressione più adeguata per descrivere cosa succede quando mettiamo le zampe sugli esseri umani. Nel giro di una notte, avviene una sorta di rivoluzione: la loro casa, e di conseguenza consuetudini e abitudini, non gli appartengono più. Da quel momento appartengono a noi.
Non dovete aver paura di avventurarvi in un progetto del genere. A cambiare sono soltanto le occasioni, i metodi e i personaggi. L’istinto di conquista fa parte di noi, e ha permesso alla nostra specie di sopravvivere inalterata e dominante per millenni, in un mondo in perenne mutamento. Abbiamo sempre saputo badare a noi stessi, e non c’è limite ai risultati che possiamo ottenere. Del resto, basta che guardiate indietro, alla vostra stessa storia, per verificarlo. In Egitto, meno di cinquemila anni fa, siamo riusciti a diventare delle divinità. I cani li scacciavano tranquillamente prendendoli a calci, ma se qualcuno insultava un gatto, o soltanto osava sfiorarlo, be’, a quello gli tagliavano la testa.
Ma torniamo a noi. Quando emersi dalla boscaglia, affamata e disgustata dalla natura dura e cruda, scorsi al centro di una radura una bella casetta: tutta bianca, con le imposte verdi alle finestre, un capanno annesso, e poi giardino, orto, un piccolo pergolato per l’uva, laghetto con i pesci e tutto il resto. La casa e il terreno circostante erano curati e ben tenuti, ed era chiaro che appartenevano a persone con un certo tenore di vita. A confermarlo, una macchina costosa parcheggiata nel garage. Conoscete il detto: «Non è coi sentimenti che si apre una scatola di aragosta». Se volete sottomettere una famiglia povera, be’, fate pure. Io avevo tutt’altre aspirazioni.
Raggiunsi la porta sul retro per una prima ricognizione. All’interno, un uomo e sua moglie facevano colazione al tavolo della cucina. A prima vista non c’erano tracce della presenza di bambini né di domestici, quindi non poteva andare meglio. I bambini in fin dei conti non sono un grosso problema, si possono gestire, ma è sempre meglio sottomettere una famiglia prima del loro arrivo. Il personale di servizio, invece, quello sì che ti può dare del filo da torcere.
Quella coppia, insomma, aveva tutta l’aria della famiglia che stavo cercando, perciò spiccai un balzo sulla porta a zanzariera, mi aggrappai con le unghie alla rete e iniziai a miagolare tutta disperata.
Distolsero lo sguardo dai piatti e posarono gli occhi su di me. Ero fin troppo consapevole dell’effetto che producevo su di loro, vista così dall’altra parte della zanzariera. In una parola, ero irresistibile! Finsi di perdere la presa sulla rete e caddi a terra, per poi arrampicarmi di nuovo, senza smettere un istante di piagnucolare.
La donna fu la prima a parlare: «Oh, guarda! Poverino, vuole entrare. Magari ha fame. Gli porto del latte».
Tutto come previsto! Era già mia. Adesso non restava che mettere una zampa oltre la soglia e…
Invece no, non sarebbe stato così facile. C’era lui, l’uomo!
Che infatti si mise a gridare, a sbraitare, a strisciare la sedia a terra e a battere il pugno sul tavolo urlando che odiava i gatti e che in giro per casa non ne voleva. Poi si produsse in tutti quei noiosi cliché sul fatto che siamo una scocciatura, che ci intrufoliamo in ogni angolo, che roviniamo i mobili e che appestiamo l’ambiente. Non la smetteva di strillare: «Mai e poi mai! Non se ne parla nemmeno! Se devi dargli da mangiare, portagli del latte nel capanno, e poi sbarazzatene. Qui però non mette piede».
«Oh-oh!» dissi tra me. «Se vuoi pane per i tuoi denti, amico, ti assicuro che con me l’hai trovato.» Potete anche non crederci, ma ero quasi contenta di questa dimostrazione di ostilità. Era una sfida. Se c’è qualcuno su cui mi diverte lavorare un po’, sono i maschi convinti di detestare i gatti. Nel frattempo, mentre questi pensieri si rincorrevano nella mia testa, continuavo a cadere giù e ad arrampicarmi di nuovo sulla rete della porta, senza interrompere quel miagolio strappacuore.
Lei quindi aprì la porta e mi raccolse. «Piantala di fare scene, tesoro» disse al marito. «Solo un po’ di latte, poi lo riportiamo fuori.»
Il fatto è, a questo punto l’avrete intuito, che più gli uomini si infuriano, gridano, si lamentano e strillano, meno gli altri gli dedicano attenzione. E infatti, nonostante lui continuasse a opporsi e protestare, io dov’ero? Oltre la soglia, a lappare latte da un piattino.
Una volta in casa, sapevo esattamente cosa fare, visto che la mamma, che aveva dovuto confrontarsi con una persona particolarmente ostica, mi aveva raccontato un sacco di cose sui bipedi maschi e su come gestirli. Pertanto lo ignorai, né più né meno, e cercai di ingraziarmi la donna, che adesso stava esibendo tutta una serie di vezzeggiativi e vocine, e mi affibbiava nomignoli tipo «tesorino», «amoruccio», «zuccherino» o «angioletto». Più lei mi riempiva di attenzioni, più lui, ovviamente, si arrabbiava, finché non sbottò: «Okay, ora basta, però! Forza, portalo fuori di qua».
«Va bene, tesoro, come vuoi tu» le rispose lei, quindi mi sollevò delicatamente e mi depositò fuori dalla porta, aggiungendo: «Adesso vai, Micina, su». Ma io, è chiaro, sapevo che non faceva sul serio, perciò mi arrampicai subito sulla zanzariera e ricominciai a piangere per entrare. «Ecco!» strillò di nuovo lui. «Lo vedi cos’hai fatto? Ora la porti nel bosco, forza.»
Lei eseguì, solo che non appena si voltò per andarsene, io presi a seguirla fino a casa. Ripetemmo l’operazione per tre volte, mentre l’uomo usciva di casa, col cappello in testa, saliva in macchina e restava a guardarci. La quarta volta me ne rimasi seduta al limitare del bosco con l’aria disperata. Lui salutò la moglie con un bacio, ma l’ultima cosa che fece prima di mettere in moto fu girarsi per vedermi seduta lì, tutta sola e abbandonata. Ero soddisfatta. Sapevo di avergli rovinato la giornata e che per tutto il tempo sarebbe riuscito a pensare a una cosa soltanto: me.
Naturalmente, non appena la macchina scomparve oltre la curva, la moglie uscì di casa, mi raccolse e mi portò dentro, come sapevo che sarebbe successo. Sì, lei era mia, e quello era il mio posto. Trascorremmo insieme una piacevole giornata.
Poco prima di sera mi prese in braccio, mi diede un bacio e disse: «Adesso, Micina, mi dispiace ma devi andare. Fra un po’ torna». Mi accompagnò fuori, e poco dopo i fari della macchina spuntarono dalla strada e l’uomo fece rientro.
Rimasi lì finché non fu praticamente buio e poi, richiamando tutta la concentrazione per autocommiserarmi, dato che ero rimasta sola un’altra volta e mi era tornata la fame, mi piazzai accanto alla porta a zanzariera e cominciai a piagnucolare senza sosta.
Nel soggiorno la luce era accesa; dalla finestra vedevo che stavano cenando. Mi spostai lì sotto e aumentai il volume.
L’uomo sbatté le sue posate sul tavolo all’improvviso. «Io però non ne posso più!» urlò.
«Di che cosa?» fece la bipede.
«Quel cavolo di gatto. Te l’avevo detto, stamattina, che sarebbe successo!»
Cavolo di gatto? Già, mi aveva chiamata proprio così. Molto bene: prima di finire con lui, l’avrei costretto a strisciare ai miei piedi.
Tirai fuori dei miao coi controfiocchi, roba da sgretolare un cuore di pietra.
La donna disse: «Oh, quella bestiolina. Deve avere tanta fame».
«E allora, per la miseria, perché non lo porti dentro e gli dai qualcosa?»
«Perché tu dicevi che…» fece per rispondere la donna.
«Lasciamo perdere quello che dicevo» ribatté lui. «Dopo lo riporterai fuori. Non si riesce a mangiare, con questo baccano.»
Così, la donna uscì e venne a prendermi, e io mi feci un’altra bella scorpacciata, e dopo cena, invece di portarmi fuori, lei mi prese sulle gambe e giocò con me e mi fece le coccole, e io cominciai subitissimo con le fusa per farmela amica. L’uomo stava leggendo, ma ogni tanto metteva giù il giornale e ci lanciava delle occhiatacce.
Dopo un po’ la donna mi appoggiò sulla sua poltrona e uscì dalla stanza per non tornare più. Io fingevo di dormire, ma in realtà osservavo l’uomo che continuava a sbirciarmi. Sapevo cosa gli passava per la testa: era invidioso. Bene così. Avrebbe voluto prendermi sulle sue, di gambe, ma mica poteva ammetterlo.
Dopo un po’, la donna lo chiamò dal piano di sopra. «Tesoro, io sono pronta per andare a dormire. Puoi portarlo fuori tu il gatto?»
L’uomo sbuffò rumorosamente e allontanò il giornale. «Io? Non puoi pensarci tu, visto che l’hai portato dentro?»
«Tesoro, te l’ho detto, sono già svestita. Accompagnalo vicino al bosco.»
«Ma porca… E va bene, va bene!» Quindi mi tirò su dalla poltrona, afferrò una torcia e mi condusse all’esterno. Mi teneva con una certa goffaggine, e quando gli infilai la testa sotto il mento borbottò in risposta: «Dacci un taglio, Micina», e io capii che avrei potuto fregarlo lì, seduta stante, bastava che mi strofinassi un po’ contro la sua barba e cominciassi con le fusa. Però non avevo alcuna fretta. Ormai sapevo che lo potevo fare mio con un battito di ciglia. Decisi di ammorbidirlo un po’, così al momento giusto sarebbe diventato il mio schiavo numero uno. Dovevo farlo sentire più immondo di un essere immondo. Perciò, quando arrivammo al bosco e provò a lasciarmi lì, gli piantai le unghie nella camicia e presi a lamentarmi a pieni polmoni.
Lui si liberò dai miei artigli e mi rimise giù. Continuavo a lamentarmi mentre lui si avviava verso la casa, quindi, com’era prevedibile e come io ben sapevo che avrebbe fatto, si voltò e riaccese la torcia per vedere se lo seguivo. Ottima intuizione: lo stavo seguendo. Mi tirò su e riprese a brontolare: «Per la miseria, Micina! Resta lì!». Con i miei artigli, gettai nuovamente l’amo sulla sua camicia, e da quel momento ripetemmo la scenetta per un po’. Alla fine, gli infilai la testa sotto il mento e lui biascicò: «Oh, allora…». Ripresi con le fusa. «Non farti venire strane idee, Micina» disse, e ci rimettemmo in marcia, solo che stavolta mi portò nel capanno, dove rovistò in giro per un po’ finché vidi comparire una vecchia scatola di cartone. Mi scaricò lì dentro. «Qui» disse. «Puoi stare qui. E per l’amor del cielo, sta’ zitta.» Se ne andò di nuovo, ma non poté fare a meno di girarsi e puntarmi addosso la luce per vedere se lo seguivo. Stavolta non lo feci. Rimasi semplicemente ferma, a guardarlo, con la testa che sbucava dal cartone; lui rimase fermo a guardare me. E fu in quel momento che gli dedicai il mio Grande Miao.
Più avanti nel libro, nel capitolo dedicato al linguaggio, c’è una sezione sul Grande Miao: come lo si produce e quando è più proficuo utilizzarlo, e mi direte voi se non stata veramente furba a metterlo in campo in quell’occasione; in particolare essendo reduce da un sacco di piagnucolii. L’effetto fu quello desiderato: il bipede capitolò. Se ne stava lì e mi fissava, completamente impotente, e ripeteva: «Santo cielo, Micina, e adesso cosa vuoi?».
Gli offrii un secondo Grande Miao.
Lui rientrò nel capanno, l’espressione perplessa, e mi tirò fuori dalla scatola. «Cos’è che cerchi di fare, Micina?». Io gli infilai la testa sotto il mento e ci diedi dentro con le fusa. «Scordatelo» disse, «tu in casa non ci torni.» E poi: «Mi sa che la scatola così com’è non ti basta, eh? Va bene, adesso rimediamo». Mi posò per terra e andò a caccia di qualcosa finché non trovò una specie di vecchia coperta, quindi le diede una sbattuta, e poi con quel pezzo di tessuto ripiegato mi approntò un piccolo nido. «Che ne dici, Micina, così ti va?»
Decisi che era venuto il momento di dare avvio al suo addestramento. Mi arrampicai sulla scatola e tornai dentro. Lui mi tirò fuori e mi rimise sulla coperta. E io tornai nuovamente nella scatola. L’uomo perse la calma. «Oh, al diavolo! E allora stai lì!» gridò, e fece per andarsene. Ma io sapevo che non avrebbe potuto non guardarsi indietro, e quando lo fece ero pronta. Questa volta lo affrontai con un miao bello forte.
«Per l’amor del cielo, Micina, non è che posso stare qui tutta la sera. Cos’è che VUOI?»
Gliene feci assaggiare un altro. Lui tornò da m...