CAPITOLO NOVE
Nonostante Roberta, la comare Rosetta, la signora Giovanna e lo stesso Luigi mi avessero fatto enormi pressioni perché partecipassi al matrimonio, restai irremovibile: non volevo mettere i miei in imbarazzo, tantomeno rischiare di rovinare la festa agli sposi. Il giorno prima di partire per la Toscana, due delle sorelle Materassi vennero a farmi visita, portandomi quattro sacchetti colmi di viveri.
«Non dovevate» esclamai commossa, accogliendole in casa.
«Assuntì!» sbottò la comare Rosetta con i suoi dentoni sporgenti. «Non fare la scema e prendi qua!»
Mi diede la spesa e mi aiutò a riporla nel frigo. La signora Giovanna continuava a scrutarmi, lo sguardo intransigente.
«Io devo dire la mia!» annunciò subito dopo, come sulle spine.
«Eccola qua, non ce la fa proprio a tenere la bocca chiusa!» la rimbrottò Rosetta, lanciandole un’occhiata furiosa.
«No! Assuntina è come una figlia per me, io le sono vicina ma ho il sacrosanto dovere di dirle che ha sbagliato» rispose quella spazientita.
«E chi sei? Il Padreterno?»
«Assunta» sentenziò la Giovanna ignorando la comare, «non approvo la tua scelta, ma la rispetto.»
«È già qualcosa» asserì affranta Rosetta, richiudendo il frigorifero.
«Che bisogno c’era di usare il tuo nome? Avresti potuto scegliere uno pseudonimo, come fanno tante scrittrici che scrivono quelle cose!»
Il suo tono non ammetteva repliche.
«Letteratura erotica si chiama, Giovanna, non farmi arrabbiare!» tuonò la comare, mettendo su il caffè.
«Noi siamo persone d’altri tempi, devi capire. Pure Totò e Raffaele la pensano così. Anche loro ne fanno una questione di onore» seguitò a dire la signora Giovanna.
«Raffaele lascialo perdere proprio» esclamò Rosetta tirando fuori le tazzine dalla credenza «Anzi, Assuntì, dammi una copia del tuo libro che gliela faccio trovare sul comodino, non si sa mai, magari si sveglia!»
Sorrisi divertita, notando gli sguardi di disapprovazione che continuavano a lanciarsi imperterrite le sorelle Materassi.
Mio malgrado, ascoltai paziente i rimbrotti della Giovanna, sapendo che cercare di spiegarle le mie ragioni sarebbe stato tempo perso.
Il giorno dopo, approfittando dell’assenza dei miei, passai a trovare Cotoletta e mio nonno Mimino. Li trovai in compagnia del figlio di Sarodda, il mezzo scemo. Erano tutti e tre sul divano. La pelosetta dormiva e gli altri due guardavano la TV, sintonizzata su un film in bianco e nero. Mi trattenni giusto il tempo di fare due coccole al mio cane e sbaciucchiare mio nonno, sotto lo sguardo ebete del più ingenuo dei Motolese.
Quando rientrai, trovai Filippo ad aspettarmi di sotto.
«Film e gelato?» mi propose sorridendo, mostrandomi la vaschetta appena acquistata al supermercato sotto casa. Accettai di buon grado e gli feci strada sulle scale.
«Hai finito al bar?» mi domandò una volta in salotto.
«Ieri è stato il mio ultimo giorno di lavoro» annunciai preoccupata.
«Ma hai un colloquio, o sbaglio?» s’informò accendendo la TV.
«Sì. Speriamo bene.»
«Quando?»
«Mi faranno sapere giorno e ora.»
«E di che cosa si tratta, precisamente?»
«Di una scuola che organizza alcuni corsi, se ho capito bene. Stanno cercando una segretaria.»
«E con l’avvocato come vanno le cose? Ci ha già provato o aspetta il momento propizio?»
Lo fulminai con lo sguardo. Se non avessi rischiato di essere sbugiardata, gli avrei lanciato i bicchieri colmi di gelato sul cranio.
«Non ci ha provato affatto!» mentii.
«Ma, vi siete più rivisti dopo la serata da Petros?» domandò, continuando a pigiare nervosamente i tasti del telecomando.
«No. Ci teniamo in contatto telefonicamente. La festa è sabato prossimo» mormorai a denti stretti, porgendogli il bicchiere.
«Ma parlate solo della festa?» domandò ancora, esibendo uno sguardo disinteressato.
«Mi fai il terzo grado?» tagliai corto seccata, sperando che non tornasse sul discorso.
In realtà Claudio, nei giorni a seguire l’incontro al Nomine Rosae, era passato un paio di volte dall’Eden Bar per consumare qualcosa e, la sera precedente, mi aveva proposto di unirmi a lui e ai suoi amici per una pizzata. Io avevo declinato l’invito cortesemente, palesandogli le mie difficoltà economiche. Quando si era proposto di offrirmi la cena, dopo qualche secondo di indugio, lo avevo ringraziato riferendogli che non mi sembrava il caso. Lui non aveva insistito e io mi ero sentita rinfrancata solo a metà.
Le nostre conversazioni telefoniche erano cortesi, dal tono amichevole. Ma, nelle occasioni in cui era venuto al bar, non avevo potuto fare a meno di notare l’espressione provocatoria che aveva ogni qual volta incrociavo il suo sguardo.
I suoi occhi penetranti sembravano leggermi i pensieri, scrutarmi. E nella mia testa frullavano intenzioni che avrebbero fatto arrossire persino le eroine spudorate dei miei racconti.
Non riuscivo a togliermelo dalla testa! Lui, quel suo fare strafottente, quella notte sotto casa, il suo corpo incollato al mio e il desiderio represso che avevo letto nei suoi occhi intensi, mentre il suo membro pulsava possente sotto la cintola. Mi sentivo irresistibilmente, quasi sinistramente attratta da lui malgrado il suo atteggiamento spocchioso. Ed era per questo che cercavo di evitarlo, anche quando mi domandava che impegni avessi preso per questa o per quella sera. Mi defilavo balbettando qualche scusa, sapendo che se ci avesse riprovato non avrei potuto combattere contro me stessa.
Proprio come quella notte dopo l’incontro da Petros, quando, se mi avesse baciata, toccata, o Dio sa cos’altro, non avrei potuto fare altro che cedere, presa com’ero dalle sensazioni che mi dava il suo corpo appiccicato al mio.
«Ma tu, ne mangi così poco?» mi domandò Filippo, strappandomi ai miei pensieri.
«Sì» farfugliai, guardando il mio bicchiere semivuoto.
«Devi mangiare cucciola, sei pelle e ossa!»
«Io mangio» mentii ancora, sapendo che il mio aspetto denutrito raccontava più di quanto volessi rivelare a parole.
«Sai che non è vero. Dovresti farti aiutare, tesoro. E, prima di ogni cosa, ammettere che hai un problema» dichiarò, facendosi serio in volto.
«È tutto sotto controllo» annunciai, temendo che la conversazione scivolasse inesorabilmente su un argomento che non amavo affrontare.
«Lo fai ancora?» mi domandò a bruciapelo.
«Cosa?» bissai, fingendo di non aver capito.
«Vomitare!» esclamò, preoccupato.
Negai, sincera. Mangiavo così poco che non ne avevo più bisogno. Fin dall’adolescenza avevo sempre avuto un rapporto conflittuale con il cibo, mia croce e mia delizia. Alternavo fasi in cui non mangiavo, a periodi in cui mi abbuffavo ingurgitando l’inverosimile, per poi correre in bagno a vomitare, infilandomi due dita in gola.
Ero diventata talmente brava da aver affinato la tecnica: bastava che pigiassi leggermente sullo stomaco per rigurgitare ogni cosa, fino a farmi uscire gli occhi fuori dalle orbite.
Nonostante tutto, ero una buona forchetta. Apprezzavo il cibo, considerandolo uno dei piaceri della vita ma, malgrado avessi tentato più volte di impormi un’alimentazione corretta, ero irrimediabilmente caduta negli stessi sbagli, sempre più avvilita e scoraggiata.
Quando la spuntavo, tenendo a bada la “bestia”, mi alimentavo come un uccellino, ricorrendo a tisane purgative ogni qual volta ritenevo di avere esagerato un po’.
Lo stato in cui versavo in quei momenti mi faceva sentire fiera di me, invincibile. In tutto il marasma che era la mia vita, la consapevolezza di riuscire a domare la fame e controllare il mio peso dava un senso alle mie giornate. Era una lotta fra me e il cibo. E vincere dava un senso alla mia esistenza.
Quando, invece, la frustrazione e la fame avevano il sopravvento, sprofondavo nell’angoscia più totale, nel buio più pesto. Mangiavo di tutto, in quantità imbarazzanti, fino quasi a scoppiare. Poi, assalita dai sensi di colpa, mi rifugiavo in bagno per svuotare nel cesso anche l’anima; tiravo lo sciacquone e restavo a guardare l’acqua che volteggiava decisa portandosi via ogni cosa… tutto, tranne il senso di vuoto che mi stringeva la gola. Non nego che il più delle volte desideravo finire nella fogna anch’io, insieme alle mie debolezze.
Filippo, esasperato dal mio atteggiamento, aveva finito con il buttare via la bilancia, sulla quale salivo più volte durante la giornata, temendo di aver preso qualche etto. Ma avevo posto rimedio anche a questo. Bastava che mi toccassi, e trovare le ossa che spuntavano sporgenti sotto il petto e sui fianchi quietava in parte la mia angoscia.
«Sono preoccupato per te» mormorò spegnendo il televisore.
«Non devi. Sto bene» cercai di rassicurarlo.
«Non prendermi in giro!» m’intimò, serioso.
I suoi occhi dolci avevano un velo di malinconia. Mi prese entrambe le mani nelle sue.
«C’è una brava psicologa, al Cim» si apprestò a dir...