Nathan è ancora una volta in lotta contro il tempo. Soul, il tirannico Incanto Bianco che con un colpo di mano ha assunto il pieno controllo del Consiglio, ha preso di mira l'Alleanza degli Incanti Liberi, ormai ridotta a pochi elementi, in perenne fuga e pericolo di vita. L'unico modo per uscire dall'impasse è sorprendere il nemico, e attaccarlo dove meno se lo aspetta: nel suo cuore strategico, quel palazzo del Giudizio a cui Nathan è legato da tristi ricordi. Per entrarci però non bastano i nuovi Doni che Nathan sta faticosamente tentando di padroneggiare: occorre qualcosa di più, un leggendario amuleto con il potere di rendere invincibile chi lo indossa. Il prezioso artefatto è però nelle mani di Ledger, un Incanto Nero che gioca da battitore libero. Nathan parte per gli Stati Uniti portando con sé le speranze dei ribelli, ma anche le sue ferite.

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- Italian
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Half Lost
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parte prima
di chi fidarsi
pietre
L’anno in cui compì ventotto anni, mio padre uccise trentadue persone. Celia aveva l’abitudine di farmi imparare a memoria informazioni su Marcus. Questa è una. Non aveva mai ammazzato così tante persone in un solo anno, almeno fino all’inizio della guerra tra il Consiglio di Soul e l’Alleanza degli Incanti Liberi. Una volta pensavo che trentadue fossero molti.
L’anno in cui ne compì diciassette, quando ricevette la sua Cerimonia del Dono, Marcus uccise soltanto quattro persone. Io ho ancora solo diciassette anni. Prima della Battaglia di Bialowieza – il giorno in cui mio padre è morto, e con lui quasi metà dell’Alleanza; il giorno a cui oggi la gente si riferisce come il “BB”, quando si azzarda a nominarlo – be’, prima di quel giorno ne avevo uccise ventitré.
Sono passati mesi dal BB e ora ho superato quota cinquanta.
Per essere precisi, ho ucciso cinquantadue persone.
È importante essere precisi in queste cose. Nel conto non includo Pilot – che sarebbe morta comunque – e neanche Sameen: i Cacciatori le hanno sparato alla schiena durante la ritirata, la sua morte è opera loro. Quello che ho fatto per Sameen è stato un atto di pietà. E Marcus? Sicuramente non lo includo nei cinquantadue, Marcus l’ha ucciso lei, non io.
Annalise.
Il suo nome mi fa venire voglia di vomitare, tutto di lei mi fa venire voglia di vomitare: i suoi capelli biondi, gli occhi azzurri, la pelle dorata. Tutto di lei è disgustoso, falso. Diceva di amarmi. Anch’io avevo detto di amarla, ma io ero sincero. L’amavo davvero. Che stupido idiota! Innamorarsi di una O’Brien. Diceva che ero il suo eroe, il suo principe, e da stupido fesso ho voluto crederle. Le ho creduto davvero.
E ora voglio solo ucciderla. Squarciarla e ascoltare le sue grida. Ma anche così non sarebbe abbastanza, nemmeno lontanamente. Dovrebbe capire quanto è stato difficile fare ciò che ho dovuto fare, e per quello non basterebbe obbligarla a tagliarsi una mano e mangiarla, o a strapparsi gli occhi. Sarebbe comunque più facile di ciò che ho fatto io.
Ho ucciso cinquantadue persone, ma l’unica cosa che voglio davvero è mettere le mani su di lei. Fermarsi a cinquantatré mi andrebbe benissimo. Mi basterebbe Annalise per essere soddisfatto.
«Solo lei.»
Ho perlustrato ogni centimetro del campo di battaglia e del vecchio campo base, ho ucciso tutti i Cacciatori che ho trovato, sia quelli rimasti indietro, sia altri che ho scovato, ma di lei nessun segno. Niente! Giorni e settimane passati a seguire ogni traccia, ogni sentiero, ogni minima impronta, eppure nulla.
«Nulla.»
Sentendo quella parola, alzo gli occhi e rimango in ascolto.
C’è silenzio.
Quindi quel suono ero io che stavo di nuovo parlando da solo.
«Merda!»
Annalise! È lei a farmi questo effetto.
«Be’, che si fotta.» Alzo la testa e rivolto alle cime degli alberi grido: «Si fotta!»
Poi dico, piano, alle pietre davanti a me: «La voglio morta. Annientata. Voglio che la sua anima cessi di esistere, che svanisca da questo mondo. Per sempre. Solo questo. Poi mi fermerò.» Raccolgo una piccola pietra e le dico: «O forse no. Magari no.»
Marcus voleva che li uccidessi tutti. Forse posso farcela. Lui sapeva che posso riuscirci, o non lo avrebbe detto.
Faccio una pila con le pietre. Cinquantadue. Sembra un gran numero, ma non è nulla se paragonato a tutti quelli che mio padre avrebbe ucciso, tutti quelli che sono morti per causa di Annalise. Oltre un centinaio durante il BB. Devo davvero darmi da fare se voglio competere con la sua abilità di carnefice. A causa sua l’Alleanza è virtualmente distrutta e Marcus è morto; Marcus, l’unica persona che avrebbe potuto tenere a bada l’attacco dei Cacciatori, che avrebbe potuto batterli. Invece per colpa di Annalise, del fatto che ha sparato a Marcus, l’Alleanza è stata quasi annullata. E non riesco a togliermi il pensiero fisso che sia sempre stata una spia di Soul. In fondo lui è suo zio. Gabriel non si è mai fidato di Annalise e ha sempre detto che potrebbe essere stata lei a comunicare ai Cacciatori dove si trovava l’appartamento di Mercury, a Ginevra. Io l’avevo sempre creduto impossibile ma forse ha ragione lui.
Un movimento tra gli alberi, ed ecco comparire Gabriel. Era andato a raccogliere legna. Probabilmente ha sentito il mio urlo di prima ed è tornato, facendo finta di niente, come se fosse stato già sulla via del ritorno. Lascia cadere la legna e si ferma accanto alle mie pietre.
Non gli ho mai detto cosa rappresentano e lui non l’ha chiesto, ma credo che lo sappia. Ne prendo una in mano. È piccola, grande quanto un’unghia. Sono tutte piccole, ma ognuna è unica e diversa dalle altre. Ce n’è una per ogni persona che ho ucciso. Una volta sapevo cosa rappresentava ognuna di esse. Non che corrispondano a un individuo preciso, a dei nomi; perlopiù i Cacciatori sono soltanto Cacciatori. Però mi aiutavano a ricordare specifici scontri e il modo in cui avevo ucciso. Ora le singole battaglie si sono mischiate in un unico, infinito bagno di sangue, ma le cinquantadue pietre sono rimaste.
Gli scarponi di Gabriel girano di novanta gradi e restano fermi un istante, poi lo sento chiedere: «Serve altra legna. Vieni a darmi una mano?»
«Tra un attimo.»
Resta immobile ancora un momento, poi gira su se stesso di altri quarantacinque gradi, resta fermo per cinque, sei, sette secondi, e infine si incammina verso gli alberi.
Estraggo dalla tasca la pietra bianca: è ovale, di un bianco purissimo. Quarzo. Liscia ma non lucida, è la pietra di Annalise. L’ho trovata lungo la riva del fiume un giorno in cui le stavo dando la caccia. Ho pensato che fosse un segno fortunato. Ero certo che avrei trovato qualche traccia di lei, quel giorno. Non è stato così, ma un giorno capiterà. E quando la ucciderò non aggiungerò la pietra alle altre ma la getterò via. Non ci sarà più. Esattamente come lei.
Forse allora i sogni finiranno. Ne dubito, ma non si sa mai. Sogno spesso Annalise; all’inizio sono quasi bei sogni, ma non lo restano mai a lungo. La vedo mentre spara a mio padre e tutto è esattamente com’è stato al BB. Se ho fortuna mi sveglio prima, ma in altre occasioni rivivo l’intera scena.
Mi piacerebbe sognare Gabriel, quelli sarebbero bei sogni. Sognerei noi due che ci arrampichiamo insieme, amici come eravamo una volta. Siamo ancora amici, lo saremo sempre, ma ora è diverso: non parliamo molto. A volte mi racconta della sua famiglia o di cose che ha fatto anni fa, prima di tutto questo. O parla di arrampicate, di un libro che ha letto, o… Non so, di cose che gli piacciono. È bravo a parlare ma io ad ascoltare faccio schifo.
L’altro giorno mi stava raccontando di un’arrampicata che ha fatto in Francia. Era una parete a strapiombo su un fiume, in un posto molto bello. Io lo sto ascoltando, e intanto mi immagino i boschi che deve aver attraversato per arrivarci, e poi mentre lui è lì che descrive la gola e il fiume, all’improvviso, non sto più pensando a quello ma ad Annalise, e al fatto che è libera. E mi rendo conto che una parte di me dice: Ascolta Gabriel! Ascolta che cosa sta raccontando! ma un’altra parte non riesce a smettere di pensare: Mentre lui parla Annalise è là fuori da qualche parte, libera. E mio padre invece è morto e non so neppure dov’è il suo corpo, a parte ovviamente il pezzetto che ho dentro di me, perché ho divorato il suo cuore, e non credo che ci sia cosa più disgustosa di questa al mondo, e invece eccomi lì, il ragazzo che ha mangiato suo padre, seduto accanto a Gabriel che racconta della sua stronza arrampicata e di come ha attraversato il fiume a nuoto per arrivare alla base della parete rocciosa, e intanto penso che ho divorato mio padre e l’ho tenuto tra le braccia mentre moriva e che Annalise invece è libera di girare come vuole. E Gabriel parla e parla, e non può essere una cosa normale, per forza, e così gli dico: «Gabriel, puoi smetterla di parlare della tua arrampicata di merda?» E lo dico molto piano ma in realtà avrei voluto urlare.
Lui fa una pausa, e poi dice: «Ma certo. E tu pensi di poter dire una frase intera senza imprecare?» So che sta scherzando, che cerca di mantenere un’atmosfera leggera, ma in qualche modo questo mi fa solo incazzare di più, così gli dico di andarsene al diavolo. Solo che non mi fermo lì ma continuo, insultandolo ancora e ancora anche se lui cerca di trattenermi, di prendermi per un braccio. Lo spingo via e gli dico che farebbe meglio ad andarsene prima che gli faccia male e allora lui se ne va.
Mi calmo solo dopo che si è allontanato. Sento un enorme senso di sollievo perché sono di nuovo solo e quando sono solo respiro meglio. Per un po’ sto bene, poi, una volta ritrovata davvero la calma, mi detesto perché vorrei sentire ancora il suo tocco sul braccio e vorrei ascoltare la sua storia. Voglio che parli con me e voglio essere normale. Ma non sono normale. Non posso esserlo. Ed è solo colpa di Annalise.
Siamo seduti l’uno accanto all’altro, di fronte al fuoco. Mi sono già detto un sacco di volte che devo sforzarmi di parlare con Gabriel. Parlare davvero, come una persona normale. E anche ascoltarlo. Ma non mi viene in mente nulla da dire. Anche Gabriel non ha parlato molto. Credo che sia irritato per via delle pietre. Non gli ho detto delle due in più che ho aggiunto ieri, non voglio dirgli che… Non voglio parlargli di… Di loro. Raschio con cura il fondo della ciotola di metallo anche se l’ho già fatto e so che non è rimasto nulla. Avevamo del formaggio e della zuppa già pronta; era acquosa, ma meglio di nulla. Ho ancora fame e so che anche Gabriel ne ha. È magro come un chiodo. Il termine giusto è scheletrico. Una volta qualcuno ha detto che avevo un aspetto scheletrico; ricordo che anche allora avevo una fame terribile.
«Ci serve della carne» dico.
«Sì, sarebbe una bella novità.»
«Domani metterò giù qualche trapp...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Dedica
- ferito, non perso
- parte prima. di chi fidarsi
- parte seconda. mezzo trovato
- parte terza. mezzo perso
- ringraziamenti