Dialogo con mia madre
eBook - ePub

Dialogo con mia madre

  1. 224 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Dialogo con mia madre

Informazioni su questo libro

Quanto realmente conosciamo le persone che amiamo? Mi sono reso conto, ultimamente, che una delle persone più importanti della mia vita custodiva pensieri, parole, vissuti, storie a me inedite. Dopo diversi tentativi mancati, sono riuscito a convincere mia madre che, a cinquantacinque anni, fosse arrivato il momento di imparare a scrivere e leggere gli sms e le mail; tuttavia più le parlo e più la osservo interagire con questi strumenti virtuali, più, forse, mi rendo conto che alla base di questo suo sforzo ci siano solo un grande desiderio di dialogo e un'ulteriore dimostrazione d'amore che una madre compie per adattarsi ed entrare in contatto con i propri figli. Questo scambio di messaggi, questo nostro tenderci la mano ci ha consentito di raccontarci e ricostruire la trama delle nostre storie, tra gioie e dolori. Ho ripercorso insieme a lei la perdita di mio padre, sofferenza che oggi mi aiuta a vivere da protagonista la mia vita, con un sorriso autentico e un'estrema gratitudine verso il cielo.

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2016
eBook ISBN
9788858686713
Print ISBN
9788817089005

La forza della vita

Quando toccherai il fondo con le dita
a un tratto sentirai la forza della vita
che ti trascinerà con sé
amore non lo sai
vedrai una via d’uscita c’è.
Le parole uscivano dalle casse della macchina che viaggiava diretta non ricordo dove. Eravamo partiti da Gatto Corvino, era un tiepido pomeriggio di tarda estate, tu guidavi e papà ti stava accanto, io e Stefania eravamo seduti nei sedili posteriori a chiacchierare. Non penso fosse un giorno come un altro, non si percepiva nell’aria quel piglio tipico che, incalzante, scandiva il ritmo degli impegni quotidiani. Forse era domenica e magari stavamo andando dalla nonna a mangiare i quadretti di pasta fatti in casa.
La radio era sintonizzata sulle frequenze di Radio Italia quando, inaspettatamente, La forza della vita di Paolo Vallesi si era fatta spazio tra le nostre parole, e nell’abitacolo calò il silenzio. Si trattava della canzone più amata ed allo stesso tempo più odiata da papà, con la quale Vallesi si era guadagnato il terzo posto al Festival di Sanremo del 1992.
Quando partì la canzone e papà ne riconobbe le prime note, istintivamente allungò le dita sulla manopola del volume per alzarlo e, altrettanto istintivamente, noi restammo in silenzio per non disturbare il suo ascolto.
Se c’è un lato del suo carattere che a distanza di anni emerge sugli altri nel quadro che di lui ho dipinto nella mia memoria, di sicuro è la sua mitezza. Era cauto: non manifestava mai esageratamente né la sua gioia né il suo dolore; tuttavia nel suo essere misurato si riuscivano a percepire emozioni autentiche. Non era mai eccessivo né particolarmente irascibile. Fu forse per questo motivo che vissi l’unico ceffone che mi diede nella sua vita come un atto di violenza inaudita. Più che il male, forse, erano stati la sorpresa e lo stupore a disorientarmi e pur avendo rimosso le motivazioni di quel gesto, rimane tuttora una scena molto chiara nelle pagine della mia infanzia. Tu e papà stavate per partire, un altro weekend senza me e Stefania. Ormai succedeva sempre più spesso, tanto che ricomparve Rita, la mia storica ed amata babysitter che mi aveva accudito quando ero più piccolo. Io non riuscivo ad afferrare in maniera chiara il senso di quelle continue partenze e forse fu proprio il mio dispiacere a scatenare il capriccio che alla vigilia di quell’ulteriore distacco spinse papà a darmi un ceffone. Dopo aver pianto e riflettuto sull’accaduto, chiuso in camera mia, decisi di affidare la riconciliazione ad una lettera che misi nella sua valigia. Te ne ha mai parlato? Speravo che la leggesse durante il viaggio ma da quel giorno non ritornai più sull’argomento.
Parlare non era esattamente ciò che eravamo soliti fare a casa in quel periodo. Nonostante tu cercassi di gestire ogni cosa nel modo migliore, il clima era cambiato e nulla più era come prima.
 
Televisione accesa
e qualche mezza verità
anche questa sera non ci sono novità
così aspettiamo un gran finale
come in un film che poi però finisce male
ancora aspetti un gran finale
quello in cui me ne vado ma
per poi tornare.
Ogni frase di Mezze verità mi parla di te e mi ricorda quel periodo; è una canzone che riporta la mia mente a quel vissuto e che, nel tempo, mi ha aiutato a capire cosa ci fosse dietro ogni parola non detta e quanto presente in me fosse la speranza che alla fine tutto potesse risolversi. Dietro quei “viaggi di piacere” si nascondevano ospedali, dottori, radioterapia, cure; dietro quelle “mezze verità”, la voglia di lottare e vincere la battaglia.
La rabbia con cui papà mi diede quel ceffone alla vigilia della partenza fu la stessa che gli rividi in volto dieci mesi prima che morisse, quando, saliti su quella macchina, la canzone di Vallesi iniziò il suo canto. Fu sull’ultimo ritornello che, improvvisamente, con una veemenza quasi irriconoscibile, si mise a gridare: «A me questa forza della vita chi me la dà?». Continuò a ripetere questa frase per una, due, tre volte. «Chi me la dà?» chiedeva disperato. Io e Stefania, atterriti, non riuscimmo a dire nulla. In quel momento, l’unica sensazione chiara che percepii, fu che papà era ancora troppo giovane per accettare quella nube nera sul suo mondo che, al pari del nostro, si stava sgretolando. Ero concentrato a tal punto sulla sua rabbia che non prestai attenzione alla tua reazione. Tu ricordi questo episodio?
Ne ho un ricordo vago, perché di simili ne ho vissuti diversi. Se eravamo a Gatto Corvino, era il periodo in cui mi disse che voleva andare in casa di riposo e che non voleva più stare con noi, due anni prima di morire. Era arrabbiato con tutti e con tutto; questa fase durò sei o sette mesi e quando anch’io arrivai al limite decidemmo insieme di rivolgerci ad uno specialista che aiutasse papà ad elaborare la sua sofferenza e il suo dolore. Da lì, come ti ho già raccontato, le cose cambiarono.
Forse non lo sai, ma per i primi cinque anni io e tuo padre decidemmo di non dire niente a nessuno; la sua malattia rimase un segreto che condividemmo solo con zio Pippo che da medico riuscì a starci accanto sia professionalmente e sia umanamente.
Quando papà fece la sua prima operazione ad Abano Terme, nessuno era a conoscenza della diagnosi, voi eravate ancora troppo piccoli, tu avevi un anno e mezzo ed era nostra intenzione proteggervi e tutelare la serenità del nostro nucleo familiare; volevamo evitare che dicendolo a parenti ed amici si respirasse in casa una tensione di cui voi vi sareste poi accorti. Nonostante ciò, ti assicuro che il fatto di non poter condividere con nessuno la nostra paura e l’angoscia di quel momento fu per noi molto pesante.
La prima volta che diagnosticarono a papà una neoplasia, io non riuscii immediatamente a capire di cosa si trattasse; immaginavo che fosse qualcosa di serio, ma avendo poche conoscenze in materia faticavo a capire i termini e le diagnosi che di volta in volta iniziarono a comunicarci.
Il momento in cui qualcosa, inconsciamente, mi fece intuire che si trattasse di un cancro fu quando, scoperto questo piccolo grumo al rene, che si ipotizzava ancora potesse essere un cumulo di rifiuti, chiamai la clinica di Abano Terme, e con fermezza, senza alcuna esitazione, chiesi che papà fosse visitato nel giro di pochi giorni dal chirurgo: «Mio marito ha un tumore, non possiamo aspettare nemmeno un giorno!» dissi con voce ferma. In quella cabina telefonica di Marina di Modica qualcosa aveva reso tristemente chiara la situazione ai miei occhi e, per la prima volta, percepii la paura di poter perdere l’amore della mia vita capendo che, contrariamente a ciò che siamo abituati a pensare, nulla è eterno.
Apparentemente nessun sintomo; una semplice banalità lo aveva portato a fare un controllo: la bocca amara. Qualche giorno prima di partire per un’ispezione sentì un sapore strano in bocca, così gli suggerii di andare dallo zio. Quest’ultimo, pur senza evidenze particolari, gli consigliò, al ritorno dal viaggio, senza alcun tipo di urgenza, di fare un’ecografia; e così fu. Papà fece l’ecografia e qualche giorno dopo andò a ritirarne l’esito; in quei giorni era appena finita la scuola ed avevamo iniziato il trasloco per spostarci nella casa al mare. Quando tornò, mi disse che era tutto a posto, che c’era una piccola macchiolina all’altezza del rene e che, per sicurezza, andava fatta una TAC. Non avevo mai sentito parlare di nulla di simile, ma vedendo lui sereno, non mi allarmai più di tanto. Il giorno che andammo a fare questo esame più specifico realizzai che la situazione non era così come tuo padre voleva farmi credere e che qualcosa mi era sfuggito di mano. Iniziai ad insospettirmi quando vidi che in clinica, oltre a noi, ci aveva raggiunto Franco, un nostro amico di vecchia data ed eccellente medico del reparto di urologia dell’ospedale di Ragusa. «Concetta» mi disse, «potrebbe essere semplicemente un grumo di rifiuti, è inutile allarmarsi prima del tempo.» In quell’occasione però, la sua positività mi convinse poco.
L’operazione ad Abano Terme, infatti, confermò la diagnosi peggiore e da lì a poco gli venne asportato un rene. Dopo la visita l’oncologo si avvicinò a me e mi disse: «Signora, la guarigione di suo marito dipende al cinquanta per cento da lei». Come potevo sentirmi, secondo te?
La buona notizia in quel frangente fu però che l’operazione era riuscita alla perfezione, che i linfonodi erano puliti e che non fu quindi necessaria alcuna terapia ulteriore. Per cinque lunghi anni papà si sottopose ad accertamenti e controlli periodici e tutto sembrava tranquillo: calma apparente. Il tempo passava e tutti erano rimasti all’oscuro della situazione. Trascorso questo periodo di apnea, arrivò finalmente il giorno dell’ultimo controllo. «Dovete far finta che non sia successo nulla» ci disse il dottore, «avete già sofferto abbastanza; i controlli si fanno di routine, ma dopo i primi due anni, se non si ripresenta niente, il paziente si può considerare guarito.»
A metà settembre, esattamente un mese dopo, mentre papà stava sistemando degli scatoloni nel ripostiglio di casa, io dalla cucina lo sentii tossire. Un colpo di tosse, poi il silenzio. Era stato un normalissimo colpo di tosse, ma non per me. Nel giro di pochi secondi mi sentii morire, e lui altrettanto. «Perché fate sempre anche la TAC al torace?» avevo chiesto a Franco mesi prima, dopo uno dei soliti controlli.
«È il protocollo, si fa così» aveva risposto lui.
Poco dopo si accorse che quella risposta non mi aveva convinto e mi spiegò che solitamente, nel caso di una recidiva, il male si sarebbe ripresentato ai polmoni.
Un colpo di tosse e il mondo ci crollò addosso: il presentimento lo avevamo avuto forte entrambi. Lo guardai, gli feci forza e lo convinsi così a fare una radiografia al torace; questa volta però, chiese a me di andare a ritirare l’esito.
«Vacci tu, io non ci vengo!» mi disse.
I minuti che mi separavano dallo studio mi sembrarono infiniti e la strada pareva arrotolarsi sotto le ruote della macchina, rendendo ancora più lungo il tragitto.
«Se non ci fosse un precedente le direi di tornarsene serenamente a casa» mi disse il radiologo. «In questo caso però, consiglierei di approfondire la questione ed accertarci sulla natura di questa piccola macchiolina polmonare.»
Uscii con quella busta tra le mani e guardai il cielo; stavo malissimo, ma cosa avrei dovuto fare? Strapparmi i capelli? Cercai di reagire e farmi coraggio per sostenere papà.
Accertata la natura maligna di quella macchiolina di pochi millimetri, partimmo per l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. In pochi giorni ci comunicarono che non era operabile.
Il percorso terapeutico che papà dovette seguire includeva dei cicli di radioterapia e il potenziamento del sistema immunitario attraverso un’enorme quantità di farmaci ed una dieta alimentare che io avrei dovuto gestire. Il peso che sentii fu enorme, ma tutto potevo fare in quel momento tranne che fermarmi. Da quel giorno ogni spremuta, ogni carezza, ogni gesto che feci a tuo padre ebbero lo scopo di farlo guarire.
Le macchie sparivano, ma ne spuntavano delle altre e non c’era momento in cui la mia speranza non smettesse di brillare. Telefonate, ricerche, documenti, libri per cercare autonomamente di capire quali alternative la scienza potesse metterci a disposizione. Uno spiraglio si aprì quando tuo padre accettò di sottoporsi ad una sperimentazione basata sul trapianto del midollo; per procedere era però necessario che il midollo del donatore fosse “perfettamente” compatibile con quello di papà.
Gli unici due possibili donatori, in questo caso, potevano essere i suoi due fratelli. La mia speranza crebbe sulla base del fatto che, essendo due fratelli, la possibilità che si trovasse un midollo compatibile, in questo caso, era doppia.
Zio Giorgio e zio Saro si precipitarono a Milano dove fecero tutti gli esami necessari ma, qualche settimana dopo, si scoprì che sfortunatamente nessuno dei due era perfettamente compatibile.
Da lì calò il buio. In maniera brutale ma sincera, i medici ci dissero che ogni tentativo era stato compiuto e non c’era più nulla da fare. Fu allora che il nostro quadretto familiare, come lo chiami tu, mi sembrò davvero cadere a pezzi. Il vaso si era rotto.

My Heart Will Go On

Il coro e le lezioni di chitarra furono per me una valvola di sfogo e una fonte di gioia. L’età media dei componenti del coro si aggirava intorno agli otto, nove anni e nonostante il mio entusiasmo e la mia assidua partecipazione, il repertorio che era stato pensato per noi non rispecchiava particolarmente i miei gusti musicali. Più si avvicinava la data del saggio di fine anno e più l’idea di arrendermi a quel genere di canzoni si allontanava da me. Oltre l’esibizione corale, ognuno di noi ebbe la possibilità di proporre una canzone solista da interpretare e questa novità accese in me una speranza.
A distanza di due anni dalla pubblicazione, il tormentone reso noto dal pluripremiato film Titanic non aveva ancora visto il suo successo e la sua popolarità scemare. Avevo comprato l’album di Céline Dion esattamente il giorno dell’uscita e My Heart Will Go On era una canzone che spesso e volentieri mi ritrovavo a canticchiare in solitudine. Così, mi misi in testa che avrei studiato il brano e mi sarei proposto come interprete solista alla maestra Elena; presi il libretto del cd e trascrissi il testo su un foglio bianco in modo che ogni parola fosse ben leggibile e chiara. Provai e riprovai il brano e a pochi giorni dalla data del saggio mi feci coraggio e alla fine delle prove mi avvicinai alla maestra Elena. «Se lei è d’accordo» le dissi timidamente, «al saggio mi piacerebbe molto cantare questa canzone; l’ho già imparata, ho trascritto il testo, memorizzato la pronuncia ed ho anche la partitura; posso fargliela sentire?» Ascoltata la mia interpretazione si mostrò molto contenta e fiera della mia intraprendenza ed accettò con entusiasmo la mia proposta.
Il saggio della scuola Euterpe fu la mia prima esibizione da solista e fu anche la prima ed unica volta che papà mi vide cantare in pubblico. Con grande affetto ricordo che, nonostante la sofferenza ed il dolore fossero ormai diffusi, decise comunque di venire al saggio ed essere presente; portò con sé un cuscino che teneva appoggiato sulle parti del corpo più dolenti ma il suo sorriso non mancò. Vederlo lì mi rendeva fiero ed orgoglioso e, nel mio piccolo, sebbene non conoscessi tutti i tasselli del puzzle che componevano la vostra vita in quel periodo, mi sentivo anch’io parte di questa battaglia, come un giovane guerriero in lotta con lui.
Quella fu una delle sue ultime uscite che riuscì ad affrontare grazie all’aiuto di una pompa applicata al corpo che regolava la somministrazione dell’antidolorifico che gli alleviava il dolore. Dopo pochi mesi i dolori divennero insopportabili e papà fu costretto ad allettarsi. Entrai in un mondo totalmente nuovo, che non conoscevo: richieste e documenti per ottenere gli ausili forniti dall’Asl, letto ortopedico, materasso antidecubito e cuscino. Ci furono tanti cambiamenti a casa: tu andasti a dormire nello studio e nella tua camera andò papà poiché aveva bisogno di un letto speciale che richiedeva molto spazio. Il letto ortopedico era un vero e proprio letto ospedaliero, aveva un materasso ed un cuscino in grado di prevenire la formazione delle piaghe, ed era reclinabile per consentirgli di ma...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’inizio
  4. I personaggi
  5. Il nome
  6. Il passato
  7. Cracker senza sale
  8. Registrato ad Abbey Road
  9. Alba
  10. Il giradischi del 1985
  11. Nostalgia
  12. Il pisolino pomeridiano
  13. Il relativismo nella percezione dei gradi Celsius
  14. Il mazzo di chiavi
  15. La forza della vita
  16. My Heart Will Go On
  17. Se questo è un dono
  18. 13 maggio 2002
  19. Satelliti nell’aria
  20. Silenzio
  21. Autocertificazione forzata
  22. Dolce primavera
  23. Ritornerò da te
  24. Io chi sono
  25. 4 maggio 2006
  26. Milano
  27. Il patto del carrubo
  28. “Finalmente!”
  29. La bellezza
  30. Un lavoro serio
  31. L’indifferenza
  32. L’attimo fuggente
  33. Il nome, ancora!
  34. Sta di casa qui, la felicità
  35. Lo sto già facendo
  36. Il dono della sofferenza
  37. La fede del “grazie!”
  38. Parlami di te
  39. Ringraziamenti