La locusta
C’era una volta un immigrato dalla Norvegia di nome Edvard, un gran lavoratore che andò in America in cerca di fortuna. Questo accadeva al tempo in cui soltanto il terzo orientale dell’America era stato colonizzato dagli europei. Gran parte delle terre occidentali apparteneva ancora alla gente che percorreva il continente dall’ultima era glaciale. Le pianure fertili nel centro erano note come «la Frontiera» – un posto selvaggio di grandi opportunità e grandi rischi – ed è lì che si sistemò Edvard.
Aveva venduto tutto ciò che possedeva in Norvegia e con quel denaro aveva comprato della terra e l’attrezzatura per coltivare in un luogo noto allora come Territorio Dakota, dove si erano stabiliti molti altri giunti dalla Norvegia. Costruì una casa semplice e avviò una piccola fattoria, e dopo qualche anno di duro lavoro riuscì perfino ad arricchirsi un po’.
La gente in città gli suggerì di trovare moglie e mettere su famiglia. «Sei un giovanotto vigoroso» dicevano. «È nella natura delle cose!»
Ma Edvard era restio al matrimonio. Amava così tanto la sua fattoria che non era certo di avere posto nel cuore per amare anche una donna. Aveva sempre avuto la sensazione che l’amore fosse poco pratico, che intralciasse cose più importanti. Da giovane, in patria, Edvard aveva visto il suo migliore amico sprecare quella che avrebbe potuto essere una vita avventurosa e fortunata quando si era innamorato di una ragazza che non poteva sopportare di lasciare la propria famiglia. Non si facevano soldi, nel loro Paese, quindi ora il suo vecchio amico – destinato a una vita di compromessi e privazioni – aveva una moglie e dei bambini che stentava a nutrire, e tutto per via di un capriccio del suo giovane cuore.
Eppure il destino volle che perfino Edvard incontrasse una ragazza di cui si invaghì. Trovò posto nel suo cuore per amare sia la fattoria sia la ragazza, e la sposò. Credeva di non poter essere più felice di così – il suo piccolo cuore duro pareva pieno fino a scoppiare – perciò quando sua moglie gli chiese di darle un figlio, oppose resistenza. Come poteva amare una fattoria, una moglie e un bambino? Eppure, quando la moglie di Edvard rimase incinta, fu sorpreso dalla gioia che lo riempì, e attese la nascita con immensa trepidazione.
Nove mesi dopo accolsero un maschietto. Fu un parto difficile che lasciò la moglie di Edvard spossata e sofferente. Anche il bambino aveva qualcosa di strano: il suo cuore era molto grande, tanto che un lato del petto era visibilmente più ampio dell’altro.
«Vivrà?» chiese Edvard al dottore.
«Lo dirà il tempo» rispose il dottore.
Insoddisfatto, Edvard portò il bambino dal vecchio Erick, un guaritore che si era fatto la reputazione di essere eccezionalmente saggio quando viveva ancora nel vecchio Paese. Erick posò le mani sul bambino, e qualche attimo dopo alzò di scatto le sopracciglia. «Questo bambino è Speciale!» esclamò.
«Così mi ha detto il dottore» disse Edvard. «Ha il cuore troppo grande.»
«Non è solo questo» replicò lui, «benché quello che c’è di speciale in lui potrebbe non manifestarsi per anni.»1
«Ma vivrà?» chiese Edvard.
«Lo dirà il tempo» rispose Erick.
Il figlio di Edvard visse; sua moglie invece divenne sempre più debole e infine morì. Sulle prime Edvard ne fu distrutto, poi prevalse la rabbia. Era arrabbiato con se stesso, per aver permesso all’amore di fermare il suo progetto di vivere una vita pratica. Ora aveva una fattoria in cui lavorare e pure un neonato da accudire… il tutto senza una moglie che lo aiutasse! Era inoltre arrabbiato con il bambino, perché era strano e speciale e delicato, ma soprattutto perché aveva mandato sua moglie nella tomba mentre veniva al mondo. Sapeva che non era colpa del bambino, naturalmente, e che arrabbiarsi con il neonato non aveva senso, ma non poteva farne a...