La paura è una risorsa preziosa. Basta avere il coraggio di usarla come trampolino verso la felicità. Silvia rispecchia, secondo la sua analista, le caratteristiche di chi soffre della sindrome di Peter Pan. Trentenne, impiegata presso un'Agenzia di lavoro interinale, divide l'appartamento con il suo cane Pablo. È ancora single e le riflessioni sul perché i suoi uomini siano sempre sbagliati occupano gran parte dei suoi pensieri. Finché Silvia decide che è giunto il momento di realizzare il suo sogno di bambina, quel "da grande voglio essere felice" affermato con tanta sicurezza un giorno di tanti anni prima. Nel corso della sua personale ricerca della felicità diverse persone - l'amico che però è qualcosa di più, il politico in crisi che si infortuna in montagna, i genitori con tutte le loro aspettative e infine Fabrizio, ingegnere forestale prestato all'edilizia - la aiuteranno a diventare una splendida farfalla e a spiccare finalmente il volo verso il futuro. Un romanzo sorprendente che dà voce, con ironia, alle paure e insicurezze delle giovani donne che ancora non sono riuscite a trovare il proprio posto nel mondo.. Mood: Ironico - YouFeel RELOADED dà nuova vita ai migliori romanzi del self publishing italiano. Un universo di storie digital only da leggere dove vuoi, quando vuoi, scegliendo in base al tuo stato d'animo il mood che fa per te: Romantico, Ironico, Erotico ed Emozionante.

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Da grande voglio essere felice (YouFeel)
La paura è una risorsa preziosa. Basta avere il coraggio di usarla come trampolino verso la felicità.
- 200 pagine
- Italian
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Da grande voglio essere felice (YouFeel)
La paura è una risorsa preziosa. Basta avere il coraggio di usarla come trampolino verso la felicità.
Informazioni su questo libro
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LA MIA SETTIMANA PERSONALE
Lunedì
Punto primo: trovare assolutamente qualcosa di particolare da fare per oggi. Togliersi dalla prospettiva solita e guardare il mondo con occhi nuovi.
Per iniziare, disdico, con una scusa qualsiasi, l’appuntamento con la dottoressa Mutri. Per l’abbandono definitivo c’è tempo. Mi invento una febbre persistente con attacchi di nausea, che poi è anche un po’ vero, perché sfido chiunque a ripensare a una giornata come quella passata ieri senza farsi venire dei lievi conati.
Ho pianto il piangibile. Se avessi voluto abbracciare le teorie di Noemi, finora le più consolatorie, avrei dovuto concedermi l’autocommiserazione come ultimo retaggio della mia vita precedente. Se mi convinco che siamo anime in cerca di evoluzione e che ogni prova o stato d’animo è qualcosa che abbiamo scelto noi stessi, allora non vale più piangere un «come sono sfigata, nessuno mi vuole bene» e tutte quelle belle frasette che siamo bravissime a dirci. Tutt’al più, possiamo maledirci per aver scelto vite così difficili o, nel mio caso, insulse. Partendo, però, dal presupposto che nessuna vita è insulsa, torniamo al punto primo e vediamo di scoprire le potenzialità di ricerca della mia anima benedetta.
Quanto alla mia domenica, il risultato estetico di tanto liquido passato dai forellini dei miei canali lacrimali è stato un faccione pesto con delle fessure al posto degli occhi. Ero talmente impresentabile che, quando ho aperto la porta di casa, la scusa è stata una fulminea allergia davanti alle facce allibite della futura famiglia con il mio animaletto al fianco.
Sì, sono venuti entrambi, Giovanni e Monica, con pargola in braccio, giusto per rincarare la dose della mia desolazione. Pablo, benché contento di rivedermi, non ha nascosto per nulla la sua gioia nell’aver trovato degli zii così disponibili e affettuosi. Li ho tenuti sulla porta, ma non sembra ne abbiano patito, presi com’erano a lanciarsi occhiatine e dolcezze. Poi ho richiuso e, per non iniziare un’altra volta un pianto greco, sono tornata al computer e ho scritto ancora qualcosina della mia favolona felice:
Nel frattempo, il vecchissimo re Assur era morto e tutto il potere era passato nelle mani della figlia Asfudele, che era tanto cara, ma purtroppo non sempre le riusciva di collegare in modo efficace il cervello, e quindi succedeva che a volte non ci arrivasse proprio. Quella faccenda del sole, per esempio. Per un po’ aveva pensato che fosse ammalato, come se il sole si potesse ammalare. Col passare del tempo, poi, quando le spese dell’energia elettrica per illuminare senza tregua campi e case avevano raggiunto cifre da rovinare un emiro, si era preoccupata di chiamare un astronomo per chiedergli se per caso ne sapesse qualcosa. L’astronomo, che passava la vita a gozzovigliare da quanto era felice, non ne aveva idea, ma la cosa non lo toccava più di tanto, visto che durante quello che avrebbe dovuto essere il giorno, dormiva.
Se devo immaginarmi Asfudele, me la vedo con la faccia di Monica, chissà come mai? Chissà come mai, un piffero. Lo so benissimo.
Asfudele è una principessa bruttina con un cervello minuscolo. Sono cattiva perché sono invidiosa o sono invidiosa perché sono cattiva? Ma poi sarà vero che sono cattiva? Ora, però, ho una certa urgenza, dunque non divagherò oltre. Oggi è lunedì, sono le sette del mattino, fuori non nevica, anzi sembra una giornata abbastanza serena, perciò ora Silvia prende la sua macchinina e va a fare un bel giro con il suo cagnone. Spengo, salvo, prendo Pablo, mi vesto. Non proprio in quest’ordine, ma mi devo sbrigare altrimenti cambio idea.
Chiudo la porta che sono le sette e mezzo, dopo essermi fatta tre caffè – un giorno di questi riduco le dosi, ed essere riuscita a stupire Pablo, che non mi ha mai vista così attiva a quest’ora di mattina.
Non può essere il vento, perché non si muove foglia, né qualche animale, è tempo di letargo. Un uccello, forse, anche se il rumore proviene dal sottobosco e solitamente gli uccelli stanno alti per quel che ne so.
Sto salendo lungo la strada forestale che da Vigolo Vattaro porta al rifugio Maranza. È una strada larga e comoda e Pablo è felice di scorrazzare libero, ma a un certo punto si ferma a guardare giù per la rampa, al lato della strada, e poi ci si butta senza che abbia il tempo di impedirglielo. Dopo un paio di minuti, il suo abbaiare richiama la mia attenzione e siccome non torna, l’unica cosa che posso fare è raggiungerlo, perché il lamento ora è più chiaro e proviene dalla stessa direzione del suo abbaiare. Scendo per la rampa nel bosco ai lati della strada cercando di farmi meno male possibile – l’impresa è alquanto ardua – e lo vedo.
È seduto per terra e si tiene una caviglia, imprecando. È una faccia che conosco, ma che non so dove collocare.
«Devo essermi rotto il malleolo. Per fortuna che almeno un cane si è degnato di venire ad aiutarmi» ha un tono sarcastico e antipatico.
«Si dà il caso che questo sia un bosco e che oggi sia il 5 dicembre. Ringrazi il cielo che io sia in ferie, un po’ depressa e vogliosa di cambiare vita e che abbia un cane, altrimenti ci sarebbe marcito in questo bosco e l’avrebbero ritrovata al disgelo.»
Lo dico tutto di getto e l’effetto sulla faccia dell’infortunato è comico, perché l’aria saccente si trasforma in espressione spaventata. Forse pensa che io sia pazza.
«No, signora, mi scusi, non volevo essere scortese, ma questa caviglia mi fa un male terribile e sono due ore che sono qua col cellulare che non prende, altrimenti avrei chiamato… già, chi avrei chiamato?»
Ora lo riconosco, certo, è l’onorevole B, figura di spicco del Governo. Ma che ci fa nel bosco sotto la Maranza? Ma non è il momento delle interviste e mi chino per dare un’occhiata alla causa di tanto dolore.
La caviglia è gonfia. A un primo esame, non sembra esserci nulla di rotto, ma non sono un medico, e quindi è meglio che lo porti al Traumatologico per una radiografia. Difficile, perché l’onorevole è un omone di oltre cento chili.
«Se aspetta qua, vedo di chiamare qualcuno. Sulla strada il cellulare dovrebbe funzionare.»
«Nooo, la prego, è meglio che nessuno sappia che sono qua. Senta, mi aiuti a rialzarmi e poi mi porti dal suo medico. Ce l’avrà un medico?»
«Certo che ce l’ho un medico, ma non è ortopedico, non so proprio che cosa potrebbe fare per lei.»
«Benedetta ragazza, intanto mi aiuti e poi vediamo.»
Mi tende le mani e, con non poca difficoltà, riesco a farlo stare in piedi, o meglio su di un piede. Ci avviamo su per la scarpata e raggiungiamo la strada. Per fortuna, la mia passeggiata era appena iniziata, sicché la macchina è a qualche centinaio di metri, anche se sembrano migliaia con un peso morto attaccato alla spalla e un cane che ci trotterella davanti a zigzag.
«E ora?» chiedo mettendo in moto.
«Ora mi porta dal suo medico e poi andiamo a casa sua.»
Decisionista l’onorevole. È evidente che è abituato a dare ordini, ma ignora che nella mia Settimana Personale lui non era per nulla previsto e che la sua caviglia rischia di farmi saltare piani di consapevolezza. Ma come faccio a spiegarglielo ora? Fosse il mio tipo almeno, ma è sovrappeso, ha un naso ridicolo e soffre pure di alitosi. Dovevo trasformarmi nella Buona Samaritana proprio oggi… ma non posso abbandonarlo qua. Faccio buon viso a sfigatissima sorte e cerco di colmare il silenzio imbarazzante con qualche domanda:
«Che ci fa da queste parti, onorevole?»
Il nostro sembra non gradire, ma per cortesia risponde: «Una vacanza di riflessione, diciamo. Ma lei allora mi ha riconosciuto?».
«Come, no? L’ho vista sul giornale non più di due giorni fa per quella faccenda delle intercettazioni.»
Gradisce sempre meno, poi con fare cospiratore sussurra: «Nessuno sa che sono qua. Credono che io sia in Francia a un convegno sulla globalizzazione, ma io avevo bisogno di pensare».
«Allora siamo in due, anch’io ho bisogno di pensare e mi sono presa una bella settimana di ferie per questo motivo. Sa, iniziava oggi, ma poi ho incontrato lei.»
«Anche lei nella politica?» chiede.
«Guardi che per riflettere non serve essere dei politici, anzi direi che in quel caso non serve per nulla. I politici non riflettono, le sparano grosse e basta.»
Ma guarda te se di lunedì mattina alle nove mi tocca imbastire discorsi di dissenso verso la classe politica, io che la politica la vedo come un male non necessario.
«Mi dà parecchio dolore questa caviglia; quando arriviamo? Sarebbe meglio che telefonasse al suo medico per avvisarlo. Sa, non voglio entrare dalla porta principale. Nessuno deve sap...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Copyright
- Frontespizio
- DA GRANDE VOGLIO ESSERE FELICE
- CRISTIANA PIVARI
- CAPITOLO UNO
- CAPITOLO DUE
- CAPITOLO TRE
- CAPITOLO QUATTRO
- CAPITOLO CINQUE
- CAPITOLO SEI
- CAPITOLO SETTE
- CAPITOLO OTTO
- CAPITOLO NOVE
- CAPITOLO DIECI
- CAPITOLO UNDICI
- CAPITOLO DODICI
- CAPITOLO TREDICI
- CAPITOLO QUATTORDICI
- CAPITOLO QUINDICI
- CAPITOLO SEDICI
- CAPITOLO DICIASSETTE
- CAPITOLO DICIOTTO
- CAPITOLO DICIANNOVE
- CAPITOLO VENTI
- CAPITOLO VENTUNO
- CAPITOLO VENTIDUE
- CAPITOLO VENTITRÉ
- CAPITOLO VENTIQUATTRO
- CAPITOLO VENTICINQUE
- LA MIA SETTIMANA PERSONALE
- RINGRAZIAMENTI