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La terrazza è magnifica, vista sulle guglie del Duomo, la Madonnina a portata di mano splendente nel chiarore artificiale della notte metropolitana, piante e alberi dai fiori tropicali, il profumo dolce e inconfondibile dei gelsomini rampicanti, lume di candele e di costose lampade discretamente appartate, divani di sete cangianti e cuscini dalle nappe dorate, poltrone accoglienti in un gioco dentro-fuori che dilata il salone nel cielo rischiarato dalle mille luci della città... La festa è iniziata da un paio d’ore, le voci e le risate fanno da contrappunto al tintinnio dei cubetti di ghiaccio contro il cristallo, la musica raffinata di un piccolo ensemble jazz è il tappeto sonoro alle chiacchiere di duecento persone. Di cui tre quarti donne.
Dondolano sui tacchi le ragazze dal fisico perfetto, i vestitini delle collezioni primavera/estate dipinti addosso, scherzano con i coetanei dall’aria adulta come le loro impeccabili giacche. Le trentenni sciamano al braccio dei loro compagni, esibiscono la Chanel 2.55 con la stessa innata trascuratezza delle nonne cinquant’anni fa, il lato debole essendo un’eredità biologica, insieme alle “ossa chic” e allo shatoush. (Ma lo shatoush non glielo fa Coppola? Sì, prendono gli appuntamenti di mese in mese, di anno in anno, di generazione in generazione, perciò diventa ereditario, no?)
Gli uomini fanno croccolo come le comari di un paesino, appoggiati alla balaustra, liberi di fumare il sigaro, parlare del rimessaggio della barca, valutare il prezzo di mercato della scultura aerea che ondeggia lievemente all’aria della sera e versarsi un altro drink senza tema di essere importunati dalle donne. Messe giù da gara, vestiti-scarpe-gioielli-trucco-parrucco pensati per altre età, le over-qualcosa, quarant’anni o taglia 42, si sbaciucchiano assicurandosi vicendevolmente di essere strepitose, ridono alla battuta del cinquantenne-ma-non-li-dimostra, acchiappano al volo un cocktail. O il maschio lasciato incustodito al buffet, abbordandolo con un diretto «Ma tu sei libero?» un attimo prima che arrivi la legittima proprietaria, sorriso e tono che camuffano l’imminente rappresaglia: «Allora, sei riuscito a prendere quel risotto, caro?». Gli artigli affondano nel braccio dell’oggetto conteso. «Attenta alle unghie cara! Sono talmente belle da sembrare vere...» si preoccupa la sconfitta, prima di allontanarsi verso il prossimo bersaglio. «Al contrario delle tue labbra di gomma...» sibila a mezza bocca la moglie-padrona.
Maria, incolpevole testimone in attesa al buffet, osserva la scena e coglie l’ultima battuta. Scoppia a ridere, per la prima volta nella serata, attirando l’attenzione di Maddalena a pochi metri da lei. Coppa di champagne in una mano, sigaretta nell’altra, gruppetto di uomini che le fanno la ruota intorno, insomma Maddalena allo stato naturale. Mentre si libera dei pavoni per raggiungerla il messaggio del suo sguardo è chiarissimo: visto che ho fatto bene a insistere per venire?
L’amica smorza: «Questi comportamenti femminili una volta mi facevano infuriare, ora mi fanno ridere, però... ecco, un po’ m’imbarazza la mancanza di dignità e di pudore in queste cinquantenni così, così...». Non c’è modo di trovare l’aggettivo giusto.
«Palle, sono solo palle, quelle che tu non hai. Sei solo invidiosa perché loro ce le hanno, se ne fottono dell’età e sì, fanno le sceme con gli uomini come le quindicenni in discoteca e prima o poi qualcuno abbocca. Tu invece continui a piangere sul tuo grande amore che ti ha mollata, ma con pudore, nascosta dentro casa, e intanto crepi di gelosia, con dignità, fingendo indifferenza quando lo stronzo ti telefona. Quando imparerai a stare al mondo?»
Maddalena è aggressiva nei toni e nell’atteggiamento, non è contro di te, ma contro: a) l’evidenza logica della questione; b) il tuo comportamento sbagliato; c) lo stronzo che ti ha fatto torto; d) la stortura del mondo in generale, la stupidità umana, il tempo, il governo, il traffico. Lei non conosce le sfumature se non nelle palettes di stagione o nei pantone dei colorifici, è diretta con chiunque, è franca su qualsiasi cosa. Ed è bellissima. Stasera ha raccolto i capelli in quel modo morbido che su chiunque altra sembrerebbe antiquato e su di lei diventa preraffaellita, sarà per quel colore di rame dorato, sarà per i lineamenti, per gli occhi grigi, per la pelle chiara, sarà perché su un metro e 75 di altezza, i 55 chili di peso sono spalmati con l’arte dello scultore e la tignosa precisione dell’omeopata. A quarantanove anni è un capolavoro della natura. E il 40 di piedi dove lo metti? ti ricorderebbe con sarcasmo se sentisse la litania profana che la riguarda. La risposta adeguata, ancorché non propriamente corretta, ha il copyright di un uomo sotto choc per averla vista in bikini (Bikini, non nuda! Che fanciulloni sono talvolta i maschi, li si fa su con niente!): «I piedi? È pe’ andà in paro con quelle du bocce che c’ha sopra».
Maria non discute mai con lei, al massimo ogni tanto sbotta, la manda a quel paese, per poi telefonarle il giorno dopo. «Dacci un taglio, Maddi. E diamo un taglio anche alla festa, ti va?»
«Veramente vorrei guardarmi intorno ancora un po’, ho lasciato a casa CarloMagno apposta per non avere rompicoglioni tra i piedi e ti ci metti tu... dài, non fare la musona, prova a divertirti una volta tanto.» Maria sorride per il riferimento all’ultimo amante che si è beccato l’appellativo per quell’arietta di superiorità che non lo abbandona mai.
Indifferente a tutto ciò che accade attorno a lei (Magari non proprio a tutto tutto...), Maddalena le propone di raggiungere Giuseppe e Susanna, che ha visto arrivare in compagnia di uno sconosciuto. Con quell’allure sexy ma non zoccola che nessun corso di portamento le ha insegnato, portandosi dietro sguardi di uomini e donne allo stesso modo ammirati, gli uni già trafitti dal desiderio, le altre pronte a trafiggere lei, cammina seguita da Maria che s’aggiusta il vestito, rimette a posto una spallina nel tentativo di rendere meno evidente la scollatura.
«Scusa, come hai detto che ti chiami?» Il quarantenne in perfetta forma fisica porge un drink a Maddalena, tagliandole la strada.
Lei, lo sguardo che lo attraversa: «A te non l’ho proprio mai detto. E ora ti spiace lasciarmi passare?». Gli scosta la mano toccandola appena, ignara che tra i molti che hanno assistito alla scena ce n’è uno che passerà metà della serata a cercare di riprendersi dallo stordimento e l’altra metà a cercare di farsi presentare alla sconosciuta, evitando il fai da te del quarantenne appena straccionato. L’impresa non è particolarmente difficile, giacché è lui la star della serata, lo scrittore che festeggia l’uscita del nuovo romanzo nella magnifica casa che la sua amica Pupi ha generosamente messo a disposizione dell’editore. Basta liberarsi da una decina di giornalisti, finire le intervistine con le tv locali, farsi largo tra signore gorgoglianti su quanto è divertente il personaggio maschile del romanzo, Bernardo, si chiama così? Ah no, Basilio, sì, scusami, sono proprio rimbambita, certo, proprio bello, complimenti...
Paolo Bellarmino, a quarant’anni e al quarto romanzo, non è uno sprovveduto e le sue antenne di uomo di mondo lo hanno messo sul chi vive: alla signora dai capelli ramati e le gambe che non finiscono più sarà meglio farsi introdurre dalla padrona di casa – che mai ha disdegnato il ruolo di paraninfa, anzi, vuoi mettere come saranno eccitanti le chiacchiere di domani, i commenti con le amiche, il gossip sullo scrittore folgorato sul divano di damasco?
Maria s’intrattiene quei minuti necessari a non “fare la musona”, approfitta del diversivo offerto dall’arrivo rumoroso di una star della tv per defilarsi discretamente. Dopo pochi minuti è in strada alla ricerca di un taxi che la riporti a casa.
Nonostante manchino pochi minuti a mezzanotte il traffico continua, le auto lucenti con i finestrini abbassati corrono scervellate, i cabrio scoperti a impadronirsi dell’aria dolce della notte di giugno. Gli automobilisti parlano e ridono ai cellulari infischiandosene di multe e divieti, la musica degli stereo li insegue lungo via Larga, verso il prossimo locale, il prossimo appuntamento, il prossimo divertimento. Alla fermata del tram due turisti cercano di decifrare percorsi e tempi dei mezzi confrontandoli con la piantina sgualcita che hanno tra le mani, mentre alcuni migranti di ritorno dal lavoro, indifferenti alle menzognere informazioni del display elettronico, aspettano rassegnati l’arrivo del jumbotram.
Dal bar dell’angolo le note mixate dal dj non sovrastano l’eccitazione, le risate, le grida dei ragazzi ai tavolini fuori, in piedi sul marciapiede, il bicchiere in una mano e un braccio attorno alle spalle nude di ragazze in miniabito, gambe lunghe e sandali luccicanti di borchie. Una coppia si bacia perdutamente in mezzo alla strada, le mani di lui sul culo brasiliano di lei.
La grande festa che ogni sera Milano offre ai suoi abitanti più brillanti e voraci è in pieno svolgimento, pensa Maria, rimpiangendo di non sentirsi più in sintonia con la sua città, o forse è l’air du temps a non essere più in sintonia con lei. Percepisce ondate di sesso che si stanno consumando o si consumeranno tra poco; vede coppie gruppi persone gente: la socialità, freneticamente all’opera nell’assemblare i combini dell’ultima ora, galleggia nei resti dei bicchieri abbandonati fuori dal locale.
Un uomo di mezz’età, calzoni cachi e polo verde scuro, attraversa la strada dirigendosi verso piazza Santo Stefano; ha un cane al guinzaglio che lo segue mogio, la testona abbassata ad annusare l’asfalto. Forse anch’io dovrei prendermi un cane e portarlo fuori la sera, invece di annoiarmi alle feste, è l’ultimo pensiero prima di alzare la mano in direzione di un taxi libero.
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«Perché non parto dieci minuti prima? Non costa nulla e mi eviterebbe questo ingorgo.» Sono le 9 del mattino, nella sua city car in prossimità della rotonda di Cascina Gobba, Maria ripete il suo mantra quotidiano, Tiziano Ferro in sottofondo (Le piace la voce inconfondibile del giovane cantante e anche i testi delle canzoni, anticonvenzionali, nonostante parlino sempre d’amore). Gli studi del network dove lavora sono lì, a meno di due chilometri, ma paiono irraggiungibili. Ferma sotto il sole sta valutando se chiudere il finestrino da cui entrano gas di scarico irrespirabili e accendere l’aria condizionata, quando lo squillo del telefonino consuma quel grammo di pazienza che ancora le resta.
«Pronto?» risponde Maria, mandando un ringraziamento mentale alla figlia venticinquenne che le ha regalato il Bluetooth e le ha insegnato a usarlo. Sul versante nuove tecnologie Benedetta è un mostro di bravura e risolve ogni problema: computer, BlackBerry, tv digitale, iPod, iPhone, wi-fi, non c’è gadget, programma, connessione che abbia segreti per lei. Perché abbia scelto la facoltà di comunicazione invece che informatica resta un mistero, ed è fonte di discussioni eterne. «Ehi, sono Roberta.»
«Ciao Robi, che sollievo... temevo fosse la mamma che già dal mattino rompe con la rassegna dei suoi disturbi, gli stessi da decenni, come se io stessi meglio, le vampate non mi danno tregua e ho trent’anni meno di lei, dannazione. Tanto la vedrò stasera, le ho promesso di fare la spesa all’Esselunga e di portargliela a casa.»
Neanche Roberta ha voglia di sentire le lamentazioni di Maria su menopausa e madre (Era piagnina e apprensiva già da giovane, me la ricordo bene!) e cambia discorso.
«Com’era la festa?»
«Magnifica, ma tranne Maddalena non conoscevo nessuno.»
«Ci si va apposta per fare nuove conoscenze, no?» Pragmatica, Roberta ha la soluzione per ogni cosa, “dubbio” essendo parola sconosciuta al suo vocabolario e “facile” l’aggettivo preferito. «Possibile non ci fosse nessuno di interessante?»
«Oh sì, tutti in gruppo o in coppia, impenetrabili, nessuno ti rivolge la...