I tramonti della ballerina ferita
«Forse ha visto andar giù il sole dietro le valli di Lanzo. Forse no. Ed è rimasta lì, due giorni e tre notti, sul terrazzino. Lo sguardo fisso sulle montagne che salgono verso l’Uia di Ciamarella. Così» disse il frate. E incrociò le braccia enormi come se le posasse su un immaginario parapetto, per poi adagiarci sopra il mento e fissare il vuoto: «Due giorni e tre notti».
«Morta?» deglutì Costantino Santulli, che da quando era stato alle Nuove sei mesi per aver rubato due scatolette di carne e una lattina d’olio, «sei mesi tra gente che passava le notti a piangere e invocare i figli», soffriva quasi toccassero personalmente lui tutte le disgrazie di uomini e di donne che accadevano per il mondo, da Venaria al Kerala, dall’Ontario a Garavagna.
«Morta stecchita» sospirò il frate, allargando le mani come se dovesse spianare una mappa: «Stecchita!». E si toccò il crocefisso che portava al petto: «Requiem aeternam dona ei Domine et lux perpetua luceat...».
«E nessuno si è accorto di niente?»
«Nessuno.»
«Per due giorni e due notti.»
«Due giorni e “tre” notti.»
«Ma chi era?»
«Si chiamava Ebe Marchionni. La conosceva?»
«No... Non mi pare...»
«A casa, quando hanno buttato giù la porta e mi hanno chiamato a dare la benedizione alla salma, ho visto un album di fotografie. Un album grande, con la copertina di cartone avvolta nella stoffa blu. Doveva essere una donna ordinata. Metodica. Un po’ pignolina, forse. Erano tutte incollate in sequenza. Prima la foto di famiglia col padre seduto su una sedia contadina, il cappello sulle ginocchia e la catenina della cipolla che sporge dal taschino, la moglie sulla sedia accanto con in braccio l’ultimo nato e tre o quattro figli intorno. Poi lei piccolina con un cagnetto sotto le vigne di una collina. Lei il giorno della prima comunione, con una veletta e il Vangelo stretto tra le mani giunte. Lei a scuola, in prima fila accanto alla maestra...»
«Insomma: tutta la vita?»
«Tutta» sospirò il frate. «Doveva essere una ballerina classica. Meglio: doveva aver provato a fare la ballerina. In una foto reggeva con due dita un paio di scarpette accanto alla locandina di chissà quale teatro. Il suo nome lo vedevi appena, in fondo in fondo, in caratteri piccoli. Poi, da quello che si capisce, si era sposata. Un bel ragazzone biondo, con le spalle larghe e i capelli lisci. Ma la famiglia sicuramente non era d’accordo.»
«Perché?»
«Solo loro e i due testimoni c’erano, al matrimonio. E con tutti i matrimoni che ho visto, giurerei che erano due testimoni raccolti così, all’ultimo momento... Forse uno era il campanaro e l’altro un vicino di casa. O magari un collega delle Poste.»
«E questo, scusi, come fa a immaginarlo?»
«C’è un’istantanea di lei allo sportello, mentre sbriga qualcosa. Mi sono fatto l’idea che forse, costretta dalla piega che aveva preso la sua vita, aveva lasciato il balletto per cercarsi un lavoro. Ma la sua tragedia ruotava sicuramente intorno a una foto distrutta.»
«Cioè?»
«Una foto qualunque. Lui e lei, coi calzettoni e le braghe alla zuava, in cammino su per qualche pascolo di montagna Direi Appennini, ma non ci giuro. Quel giorno doveva essere successo qualcosa. Non so cosa, ma qualcosa. Perché la foto, in un momento di furore, era stata successivamente strappata e fatta a pezzi. Coriandoli, erano. Coriandoli di foto. Che la poveretta, però, non aveva buttato via. Se li era tenuti da conto in una scatola e qualche sera o qualche notte, chissà, presa dalla malinconia, aveva ricostruito pezzo per pezzo tutta la foto con la colla arabica attaccandola su un cartoncino. È l’ultima foto in cui c’e lui. Anzi, l’ultima foto dove c’è un cristiano.»
«E poi?»
«Paesaggi. Solo paesaggi. Montagne, boschi, ruscelli, piante, pascoli, baite... E poi piazze, campanili, vicoli, palazzi. Doveva girare con le comitive, quelle organizzate dalle parrocchie o dai circoli aziendali, ma scommetterei che se ne stava per suo conto, nei sedili in fondo al pullman, senza parlare con nessuno. Mai una persona c’è, nelle stampe. Neppure una. Neanche per sbaglio. Come se si fosse chiusa per sempre in un suo mondo inanimato. E avesse atteso, con chissà quanta pazienza, il momento giusto per fotografare il vuoto. Un mondo senza persone, capisce? E senza cani, gatti, uccelli... Un mondo morto. Come abbia fatto non so, forse si alzava all’alba per cogliere gli spazi vuoti. Certo è che pure il ponte di Rialto e piazza San Pietro era riuscita a fotografare senza anima viva. Neanche gli spazzini che alle prime luci scopano via le bucce o le cartacce. Mah...»
«Poveretta.»
«I vicini dicono che abitava lì (ha presente i palazzoni rossi dietro la chiesa?) da quando avevano costruito il condominio. Saranno un sei o sette anni. Sorrideva a tutti, dicono. Gentile. E tutti rispondevano al suo saluto. Ma non ne ho trovato uno che mi abbia detto di averle mai parlato. Manco uno!»
«È l’alienazione del mondo moderno» disse pensoso Santulli. «Io ci contavo, sull’arrivo di questi anni Sessanta. Ci contavo. Non che mi immaginassi il paradiso, perché basta vedere le baracche alle Basse di Stura o quelle in fondo a corso Polonia per capire come anche qui a Torino, Fiat o non Fiat, macchine o non macchine, è ancora dura, per la povera gente. Ma ci avevano fatto una testa, con questa attesa del centenario dell’Unità d’Italia, che forse forse qualche illusione...»
«Tutte le sere la meschina si portava una sedia sul terrazzino, posava un cuscino sul parapetto e si sedeva lì, le braccia incrociate sul guanciale, il mento posato sul dorso delle mani. Ore e ore, stava lì. Con uno scialle nelle serate più fresche. Una copertina a ottobre, come oggi. Una coperta pesante nella stagione fredda.»
«E che faceva?»
«Le piaceva guardare il tramonto, dietro le gru e i cantieri delle case popolari in lontananza. Il medico dice che deve avere avuto un ictus. Non ha sofferto, pare. È rimasta lì nella stessa posizione, come le dicevo, per due giorni e tre notti. Senza che un vicino, dico uno, si rendesse conto di niente. Se n’è accorto il postino.»
«Ciccio?»
«Non so come si chiama, vengo a dare una mano in questa parrocchia solo da poco, non conosco ancora nessuno.»
«Uno grosso, basso, pelato, sempre sudato?»
«Sì.»
«Ciccio.»
«Doveva farle firmare non so che carte e cominciò a gridarle da sotto: “Signora Ebeeee! Signora Ebeeee!”.»
«Come ha detto che si chiamava?»
«Ebe Marchionni. Magari la vedeva in chiesa.»
«Può darsi. Non l’ho presente.»
«Qualche lira per i suoi funerali, però, me la può dare? Sto facendo un giro per il quartiere proprio per questo. Non so quanti condomini ho già battuto, prima del vostro. Non aveva una lira, in casa, la poveretta. Non una. Pare avesse donato tutti i risparmi a un convento di benedettine in Abruzzo. Abbiamo trovato una busta dove aveva messo i soldi per il suo funerale. Ma non ci stava più con la testa. Non ci compri manco la bara oggi, nel 1961, con quei soldi. Allora?»
«Allora cosa?»
«Un’offerta...»
«Padre, lei è nuovo ma... Insomma, io, economicamente, con sette figli, poi... Aspetti, arriva il maestro.»
* * *
Ariosto Aliquò veniva avanti pedalando liscio liscio, il bavero della giacca appena rialzato e i pantaloni stretti alle caviglie da un elastico bianco. Come vide la mole immensa del cappuccino, davanti al portone del condominio dove viveva, ebbe una specie di brivido. La bici scartò di lato, come se l’uomo avesse perso il controllo. Rallentò e continuò ad avvicinarsi piano piano, guardingo, quasi dovesse studiare il percorso con la massima cautela. Anche il frate sembrò colto da un dubbio. Si grattò la barba, strinse gli occhi per mettere a fuoco il nuovo arrivato. Si sentì di colpo la bocca impastata. Si passò nervoso la mano sulle labbra mentre quello lo sguardo duro, le mani inchiodate al manubrio, fermava la bicicletta e posava i piedi a terra.
«Tu?»
«Tu?»
«Io vado» soffiò Costantino Santulli filandosela via, folgorato dall’improvvisa e scomoda certez...