INTRODUZIONE
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“Encore verdure” sibilò la scrittrice George Sand in punto di morte.
Con la mia ignoranza, pensavo che desiderasse mangiare una ratatouille di zucchine o qualche altra primizia dell’orto, un ultimo capriccio prima di lasciare le terrene spoglie per l’aldilà.
E invece la storia era completamente diversa.
La traduzione del termine francese verdure è ricca di possibilità: vegetazione, verde, paesaggio naturale e – perché no? – anche verdura in senso gastronomico. La scrittrice, quindi, invocava un verde paesaggio su cui posare il suo ultimo sguardo, magari l’amato giardino parigino di rue Chaptal, dove ascoltava Chopin suonare solo per lei e per pochi altri ospiti di casa Scheffer.
Molti, a differenza di George Sand, continuano ad amare le strade trafficate di Parigi, di Roma o di dove sia, i bar affollati e quella giusta dose di stimoli e confusione che fa di noi degli esseri perfettamente metropolitani. Ma la verdure ci chiama, e c’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria se addirittura si scomodano fior di filosofi, politologi ed economisti per spiegarcelo.
Si parte sempre dall’11 settembre, la guerra in Iraq, la crisi economica, la marea nera della BP, la debolezza dell’euro, ah – dimenticavo – il crollo del muro, il comunismo morto e sepolto, il capitalismo malato grave e le guerre ormai permanenti in mezzo pianeta, tanto da non ricordarci più chi è contro chi e soprattutto perché. Tutto è confuso, a parte le ragioni economiche dei soliti ignoti che su questo elenco di disgrazie ci guadagnano sempre.
Diciamo che, per il momento, i buoni non hanno vinto, e la conseguenza è un’instabilità emotiva planetaria; per farla breve, un break down mondiale che ci ha trascinato dritti dritti verso depressione, povertà e forte nervosismo. L’angoscia per il futuro ci ha rinchiuso nella tana del presente; deleghiamo agli altri la conduzione del mondo che non comprendiamo più e viviamo alla giornata coltivando svariate paure, sollecitate peraltro dai governi interessati a tenerci buoni. In poche parole: sguardo basso e ansia diffusa per tutti. Ed è qui che entra in scena la verdure. Che ci insegna, a piccole dosi come una cura omeopatica, a riallargare l’orizzonte.
Per sua natura il giardiniere è proiettato in avanti, almeno fino alla prossima fioritura: sa aspettare e progettare, deve avere fiducia e intravedere un poi, un domani, un non ancora… E quale esercizio mentale è più necessario di questo, per noi poveri terrestri che abbiamo perso per sempre il paradiso perduto?
Ora non voglio insinuare che questo sia un libro politico; ma se il privato lo è, perché non può esserlo anche il giardinaggio?
È una lettura dedicata a chi voleva cambiare il mondo e invece si è accorto che è stato il mondo a cambiargli i connotati. A tutti coloro che non desistono e, in mancanza d’altro, cercano di migliorare il perimetro del loro balconcino. Forse finora abbiamo pensato troppo in grande, dovevamo iniziare dal geranio di casa e invece l’abbiamo lasciato morire.
Ma è arrivato il tempo di riparare. Davanzali di tutto il mondo unitevi e cambiate l’aspetto delle vostre città! Uno slogan che potrebbe diventare anche il grido di battaglia per tutti gli attivisti verdi che vogliono contrastare il degrado urbano, come i “guerrilla gardeners”, che nottetempo mitragliano di semi piazzole e rondò umiliati da alberi di lattine e fioriture di plastica, o il “social gardening”: collettivi cittadini che occupano zone incolte delle città e le trasformano in lussureggianti spazi verdi per la gioia di tutto il quartiere.
Questi creativi del giardinaggio si collegano idealmente alle teorie del “Terzo paesaggio” del filosofo Gilles Clément, che ha descritto il mondo trascurato degli spazi periferici come un Terzo stato che deve risorgere e ribellarsi alle aiuole private e benestanti abitate da ibridi senz’anima.
Recita un antico proverbio cinese: “Chi pianta un giardino semina la felicità”. E Cicerone, nonostante la sua austerità, dichiarava: “Se possedete una biblioteca e un giardino avete tutto quel che vi serve”. Certo, all’epoca non avevano ancora inventato l’iPad e lo schermo al plasma ultrapiatto, ma il messaggio ci arriva forte e chiaro: questo verde ci è necessario come una cura. Non a caso Voltaire conclude il suo Candido con l’esortazione: “Bisogna coltivare il nostro giardino”.
Il giardino non è solo un appezzamento dietro casa, ma una metafora ad ampio spettro che coinvolge il mondo che ci circonda. Se impareremo ad avere cura delle nostre piantine, sarà più facile coltivare i nostri sogni: dedicarci con attenzione e passione a qualcosa ci aiuta a tirar fuori i nostri istinti migliori.
“La bellezza salverà il mondo” ci ricorda Dostoevskij. Be’, dando uno sguardo al nostro pianeta, a occhio e croce dovremmo essere spacciati. Ma se ci pensate bene, ogni volta che ci troviamo in presenza di luoghi incantati, natura incontaminata, di opere d’arte, poesia e musica sublime siamo tutti più buoni, ci sentiamo finalmente placati e felici, fieri di appartenere al genere umano. Una lunga fila ordinata di persone in attesa sotto un sole cocente per andare a vedere le serre restaurate del Jardin des Plantes di Parigi fa ben sperare sui destini dell’umanità.
Dai diamanti non nasce niente:
* è il racconto della mia personale storia d’amore, a volte contrastata, con la natura, le piante e i giardini;
* è un libro di curiosità e di dritte pratiche dedicate a chi ha sbagliato e ha fatto morire svariati virgulti innocenti, ma non si vuole dare per vinto;
* è una passione che sentivo di raccontare insieme ai successi e ai fallimenti sul campo, senza la pretesa di sostituirmi ai grandi maestri del giardinaggio;
* è una passeggiata sentimentale tra letteratura, film e viaggi, che alla fine mi riporta spesso sul sentiero della verdure.
Ma è anche un’occasione per condividere il bisogno profondo di riposare i nostri occhi inquinati su qualcosa di verde e di vivo che ci ricordi chi eravamo prima di diventare schiavi delle application del nostro smartphone. Per fare del mondo – nel nostro piccolo – un posto migliore bisogna insistere, sporcarsi di terra e magari un po’ di concime. D’altronde, canta De André, “dai diamanti non nasce niente”. È dal letame che nascono i fiori. E quindi liberate pure quell’istinto irrefrenabile che vi spinge a migliorare il paesaggio intorno a voi: inutile resistere, siamo guidati da un’urgenza primaria, dall’eterna nostalgia di quel famoso giardino dell’Eden da dove siamo stati cacciati all’inizio del mondo, luogo di delizie, paradiso perduto che da sempre sogniamo di riconquistare.
Trafficare con le piante è anche questo: una promessa di felicità.
Perché non approfittarne?
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NESSUNO È PERFETTO
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“Nel giardinaggio c’è qualcosa di simile alla presunzione e al piacere della creazione: si può plasmare un pezzetto di terra come si vuole, per l’estate ci si può procurare i frutti, i colori e i profumi che si preferiscono. Si può trasformare una piccola aiuola, un paio di metri quadrati di nuda terra, in un mare di colori, in una delizia per gli occhi, in un angolo di paradiso.”
Hermann Hesse
“Ho voluto la perfezione e ho rovinato quello che andava bene.”
attribuita a Claude Monet
Credo che il problema del giardino dell’Eden sia stato proprio la perfezione. Le Scritture ci tramandano un luogo idilliaco, fitto di piante cariche di frutti e perennemente in fiore. Non era necessario annaffiare né concimare, tutto cresceva spontaneamente, in piena armonia. Non bisognava potare né togliere una fogliolina gialla dai gerani e le rose rifiorivano senza picchiettature e mal bianco. Se desideravi una nuova ortensia quercifolia all’angolo del gazebo, appariva “miracolosamente” proprio dove l’avevi pensata.
“Che barba!” deve aver pensato Lilith, la prima compagna di Adamo, quella tramandata come cattiva e disobbediente. In realtà anche Eva, la sostituta, si è fatta subito prendere dall’irrequietezza e, pur di movimentare quell’eterna vacanza, ha addentato senza scrupoli il frutto proibito. Due sono le cose: o Dio aveva creato Adamo preciso in tutti i particolari ma di una noia mortale, o vegetare in quel luogo perfetto non era poi così paradisiaco.
Eppure molti filosofi e studiosi concordano nell’affermare che l’essere umano vive nella perenne nostalgia di quello spazio incantato; è affascinante scoprire che nelle culture e religioni più diverse le parole “giardino” e “paradiso” spesso coincidono. Dal Corano alle Sacre Scritture, ritroviamo questo luogo di benessere supremo dove l’uomo finalmente raggiunge una dimensione di felicità.
E sembra che ogni nostro tentativo di circondarci di piante e di verde sia sempre teso alla ricostruzione di quello stato primigenio dove tutto ebbe inizio: se un paradiso l’abbiamo perduto, perché non provare a edificarne un altro fatto a nostra immagine e somiglianza? (Basterebbe questo per convincerci che le domeniche passate a caricarsi in spalla pesanti sacchi da 25 chili di terriccio per acidofile non siano state sprecate.)
La teoria è affascinante e ha ispirato artisti e scrittori di tutti i tempi. Primo tra tutti il grande poeta inglese John Milton che, nel suo Paradiso perduto, ci regala la descrizione più compiuta dell’Eden. Nel poema scopriamo questo luogo incantato attraverso lo sguardo del diavolo che, appollaiato sull’al...