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- Italian
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Il castello
Informazioni su questo libro
"Quando tento di fare qualcosa ma non mi riesce a causa di altri, quando voglio raggiungere una meta ma sono impedito dalle contingenze, quando penso che la terra promessa o il paradiso sono regolati dall'assurdo, quando voglio realizzare i miei desideri, prendo a leggere dell'agrimensore K., anelo come lui al Castello, mi indigno a causa del Conte West-West e sento di sfiorare un pezzo di verità." Davide Bregola
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9788817019026eBook ISBN
9788858600993IL CASTELLO
1
ARRIVO
Eraa tarda sera quando K. arrivò. Il villaggio era immerso nella neve. Il monte del Castello non si vedeva affatto, lo circondavano nebbia e oscurità, neppure il più debole chiarore lasciava trapelare il grande Castello. K. restò a lungo sul ponte di legno che dalla strada maestra conduce al villaggio, guardava in alto nel vuoto apparente.
Poi andò a cercarsi un posto per la notte; alla locanda si era ancora svegli, veramente l’oste non aveva stanze da affittare, era però disposto, tutto sorpreso e confuso da quell’avventore tardivo, a far dormire K. su un pagliericcio nella sala della locanda. K. si disse d’accordo. Alcuni contadini sedevano ancora davanti alle loro birre, ma lui non aveva voglia di parlare con nessuno, andò a prendersi da sé il pagliericcio in soffitta e si sdraiò vicino alla stufa. Caldo ce n’era, i contadini tacevano, li scrutò ancora un po’ con gli occhi stanchi, quindi si addormentò.
Ma fu svegliato già poco dopo. Un giovane, vestito da città, con faccia da attore, occhi sottili, sopracciglia marcate, stava ritto con l’oste accanto a lui. Anche i contadini erano ancora lì, alcuni avevano girato la sedia per vedere e ascoltare meglio. Il giovane si scusò con molta cortesia per aver svegliato K., si presentò come il figlio del portiere del Castello, dopodiché disse: «Questo villaggio è proprietà del Castello, chi abita qui o vi pernotta, abita o pernotta in certo senso al Castello. Nessuno può farlo senza il permesso del Conte. Lei però non ha questo permesso o almeno non l’ha esibito». K. si era tirato su per metà, si ravviò i capelli e, guardando i presenti di sotto in su, disse: «In quale villaggio mi sono perduto? Qui c’è dunque un Castello?».
«Proprio così», disse il giovane lentamente, mentre qua e là qualcuno scuoteva la testa all’indirizzo di K., «il Castello del signor Conte West-West.»
«E per pernottare bisogna avere il permesso?», chiese K. come per convincersene, nel dubbio di essersi sognato quanto gli era stato comunicato prima.
«Bisogna avere il permesso», fu la risposta, e c’era scherno villano all’indirizzo di K. nel gesto del giovane che col braccio teso chiese all’oste e agli avventori: «O forse il permesso non occorre?».
«Vuol dire che andrò a farmi dare il permesso», disse K. con uno sbadiglio, e scostò la coperta come per alzarsi.
«Già, ma da chi?», chiese il giovane.
«Dal signor Conte», disse K., «non c’è altro da fare.»
«Adesso, a mezzanotte, farsi dare il permesso dal signor Conte?», esclamò il giovane arretrando di un passo.
«Non è possibile?», chiese K. senza turbarsi. «Allora perché mi ha svegliato?»
A questo punto, però, il giovane perse la pazienza: «Modi da vagabondo!», esclamò. «Per l’autorità comitale esigo rispetto! L’ho svegliata per comunicarLe che deve lasciare immediatamente il territorio del Conte.»
«Basta con questa commedia», disse K. in tono sorprendentemente sommesso, si sdraiò di nuovo e si tirò su la coperta. «Lei, giovanotto, sta oltrepassando i limiti, e domani avrò modo di tornare sulla Sua condotta. L’oste e questi signori mi sono testimoni, posto che di testimoni io abbia bisogno. Del resto se lo tenga per detto, io sono l’agrimensore fatto venire dal Conte. I miei aiutanti mi raggiungeranno domani in carrozza con le apparecchiature. Io non ho voluto rinunciare alla camminata nella neve, ma purtroppo ho smarrito più volte la strada e per questo sono arrivato così tardi. Che adesso fosse troppo tardi per farmi annunciare al Castello lo sapevo da me, prima della Sua lezione. Proprio per questo mi sono arrangiato qui in questo giaciglio di cui Lei ha avuto – a dir poco – la scortesia di turbare la quiete. Con ciò credo di essermi spiegato. Signori miei, buona notte.» E K. si girò verso la stufa.
«Agrimensore?», sentì ancora domandare con esitazione alle sue spalle, dopodiché il silenzio fu completo. Ma ben presto il giovane si riprese, e disse all’oste con voce abbastanza smorzata da sembrare riguardosa verso il sonno di K. e abbastanza forte da farsi udire da lui: «Mi informerò per telefono». Ma come, nella locanda di quel villaggio c’era anche un telefono? Erano proprio organizzati in modo eccellente. K. fu stupito del particolare, nell’insieme però se l’aspettava. Risultò che il telefono era sistemato quasi sopra la sua testa, nella sua sonnolenza non se ne era accorto. Se dunque il giovane doveva telefonare, con la migliore buona volontà non avrebbe potuto aver riguardo per il sonno di K., la questione era unicamente di capire se K. avrebbe lasciato che facesse la telefonata, e lui decise di lasciargliela fare. Ma in tal caso non aveva più alcun senso far finta di dormire, per cui si rigirò mettendosi supino. Vide i contadini raggrupparsi e consultarsi, l’arrivo di un agrimensore non era cosa da poco. Si era aperta la porta della cucina, riempiendone l’intero vano la figura imponente dell’ostessa stava lì ritta, l’oste le si avvicinò in punta di piedi per metterla al corrente. Ed ecco, incominciò la conversazione telefonica. Il portiere dormiva, ma c’era un sotto-portiere, uno dei sotto-portieri, un certo signor Fritz. Il giovane, che disse di essere Schwarzer, raccontò di aver trovato K., un uomo sulla trentina assai malmesso, tranquillamente addormentato su un pagliericcio con un minuscolo zaino per cuscino e un nodoso bastone a portata di mano. Ebbene, naturalmente gli era parso sospetto, e poiché l’oste aveva con ogni evidenza trascurato il proprio dovere, era stato dovere suo, di Schwarzer, andare a fondo della questione. L’essere stato svegliato, l’interrogatorio, la doverosa minaccia di espulsione dalla contea erano stati accolti da K. con molto malumore, e forse con buona ragione, stando a quanto era poi emerso, visto che lui affermava di essere un agrimensore venuto per ordine del signor Conte. Naturalmente era un dovere, almeno formale, verificare quell’affermazione, e Schwarzer pregava perciò il signor Fritz di informarsi presso la Cancelleria centrale se davvero fosse atteso un agrimensore come il suddetto, e di telefonare subito la risposta.
Poi ci fu silenzio, lassù Fritz si stava informando, e qui si aspettava la risposta. K. restò com’era, non si voltò neppure, non sembrava per niente curioso, guardava fisso davanti a sé. Il racconto di Schwarzer, con il suo miscuglio di malignità e cautela, gli dava un’idea della perizia per così dire diplomatica di cui al Castello persino gente insignificante come Schwarzer disponeva come niente fosse. E anche in fatto di zelo lassù non si scherzava; la Cancelleria centrale disponeva di un servizio notturno. Ed evidentemente dava con gran rapidità le sue risposte, perché Fritz stava già richiamando. Il suo rapporto parve comunque molto breve, perché Schwarzer buttò subito giù, arrabbiatissimo, il ricevitore. «Lo dicevo, io!» strillò. «Mai sentito parlare di un agrimensore, un vagabondo qualsiasi, un bugiardo, e magari anche qualcosa di peggio.»
Per un istante K. pensò che tutti, Schwarzer, contadini, oste ed ostessa, gli si sarebbero avventati contro, per sottrarsi almeno al primo assalto si rintanò tutto intero sotto la coperta, quand’ecco (e lentamente egli sporse di nuovo fuori la testa) il telefono squillò un’altra volta e, come parve a K., particolarmente forte. Sebbene fosse poco probabile che la telefonata riguardasse di nuovo K., tutti restarono immobili e Schwarzer andò all’apparecchio. Stette lì ad ascoltare una spiegazione piuttosto lunga, quindi disse piano: «Un errore, dunque? Questo per me è molto spiacevole. Ha telefonato il capufficio in persona? Strano, strano. Ma adesso che spiegazioni dovrò dare al signor agrimensore?».b
K. era tutt’orecchi. Il Castello l’aveva dunque nominato agrimensore. Da una parte questo non gli giovava, perché significava che al Castello si sapeva su di lui tutto quello che bisognava sapere, che i rapporti di forza erano stati soppesati e che si accettava sorridendo la lotta. Dall’altra però poteva anche giovargli, perché dimostrava, secondo lui, che lo si sottovalutava e che lui avrebbe avuto più libertà di quanto inizialmente potesse sperare. E se con questo riconoscimento, concepito sicuramente con superiorità, della sua qualifica di agrimensore si credeva di poterlo tenere in uno stato di continuo sgomento, si sbagliavano; la cosa gli dava un leggero brivido, ma niente di più.
A Schwarzer che gli si avvicinava timidamente K. fece cenno di no; non voleva trasferirsi nella stanza dell’oste offertagli con insistenza, dall’oste accettò solo una bevanda che conciliava il sonno, dall’ostessa un catino con sapone e asciugamano, e non ebbe neppure bisogno di chiedere che si sgomberasse il locale, perché tutti si precipitarono fuori con le facce voltate dall’altra parte, per non essere riconosciuti da lui l’indomani. La luce fu spenta e lui ebbe finalmente pace. Dormì profondamente fino alla mattina, disturbato appena una o due volte da topi che correvano via veloci.
Dopo la colazione, che a detta dell’oste era a spese del Castello come tutto il vitto di K., questi avrebbe voluto andare subito al villaggio. Ma poiché l’oste, al quale finora si era rivolto solo per lo stretto necessario, dato il suo contegno del giorno prima, non faceva che gironzolargli intorno con muta preghiera, egli ne ebbe pietà e permise che gli sedesse accanto per un momento.
«Non conosco ancora il Conte», disse K., «dicono che paga bene il lavoro ben fatto, è vero? Quando, come me, si lascia moglie e figlio lontano, si vorrebbe anche portare a casa qualcosa.»
«A questo riguardo il signore non ha da preoccuparsi, lamentele per esser stati mal pagati non se ne sentono.» «Beh», disse K., «non è che io sia da mettere tra i timidi, quello che penso sono capace di dirlo anche a un Conte, ma risolvere pacificamente le questioni coi signori è certo molto meglio.»
L’oste sedeva di fronte a K. sull’orlo del davanzale, sedersi più comodo non osava, e non faceva che guardare K. sgranando gli occhi scuri pieni di timore. Prima non si era staccato un momento da K., e adesso pareva volesse soprattutto squagliarsela. Temeva di essere interrogato sul Conte? Temeva che non ci fosse da fidarsi del «signore» quale reputava K.? A K. non rimase che distrarlo. Guardò l’orologio e disse: «Fra poco verranno i miei aiutanti, potrai alloggiarli qui?».
«Certamente, signore», disse lui, «ma non abiteranno con te al Castello?»
Rinunciava dunque così volentieri e come niente ai clienti, e a K. in particolare, che mandava senz’altro al Castello?
«Questo non è ancora sicuro», disse K., «prima devo sapere quale lavoro mi aspetta. Se, per esempio, io dovrò lavorare quaggiù, abitare quaggiù sarà anche più logico. E poi temo che la vita su al Castello non sia di mio gusto. Mi preme essere sempre libero.»
«Tu non conosci il Castello», disse l’oste a bassa voce.
«È vero», disse K., «non bisogna giudicare in anticipo. Per il momento non so altro del Castello se non che lassù sanno scegliersi l’agrimensore giusto. Ma forse esistono anche altri pregi.» E si alzò, per liberare della sua presenza l’oste che inquieto si mordeva le labbra. Non era facile guadagnarsi la fiducia di quell’uomo.
Nell’uscire, K. fu colpito da un ritratto scuro che pendeva a una parete in una cornice scura. L’aveva già notato dal suo giaciglio, ma da lontano non si distinguevano i particolari e aveva creduto che il quadro vero e proprio fosse stato tolto dalla cornice lasciando in mostra solo il fondo nero del retro. Invece era proprio un quadro, come vide adesso, il ritratto a mezzobusto di un uomo sui cinquant’anni. Aveva la testa così bassa sul petto che degli occhi non si vedeva quasi nulla, decisivi nel tenerla abbassata parevano la fronte alta, opprimente, e il gran naso ricurvo. La barba piena, compressa sul mento per la posizione della testa, sporgeva ancora più giù. La mano sinistra era allargata tra i peli folti, ma ormai non era più capace di sostenere la testa. «Chi è?», chiese K., «il Conte?» K. stava davanti al quadro e non si era neppure voltato verso l’oste. «No», disse quest’ultimo, «il portiere.» «Hanno un bel portiere al Castello, non si può negare», disse K., «peccato che abbia un figlio così screanzato.» «No», disse l’oste, fece chinare un po’ K. tirandoselo vicino e gli sussurrò all’orecchio: «Ieri Schwarzer ha esagerato, suo padre è solo un sotto-portiere, e anzi uno degli ultimi». In quell’attimo, l’oste parve a K. un bambino. «Quella canaglia!», disse K. ridendo, ma l’oste non rise insieme a lui e disse invece: «Anche suo padre è potente». «Andiamo!», disse K. «Tu consideri potente chiunque. Magari anche me?» «Te», disse l’oste timido ma serio, «non ti considero potente.» «Allora non ti manca lo spirito d’osservazione», disse K., «perché potente, detto tra noi, non lo sono davvero. E di conseguenza ho probabilmente per i potenti un rispetto pari al tuo, solo che non sono sincero come te e non sempre voglio ammetterlo.» E K. dette all’oste, per consolarlo e ingraziarselo, un colpetto sulla guancia. Questi in effetti abbozzò un sorriso. Era davvero un ragazzo, con quella sua faccia morbida, quasi imberbe. Come aveva fatto a sposare quella donna grossa, matura, che da un finestrino lì accanto, i gomiti discosti dal corpo, si vedeva sfaccendare in cucina? Ma adesso K. non intendeva insistere oltre con le domande all’oste, non voleva far sparire il sorriso finalmente ottenuto, perciò si limitò a fargli cenno di aprire la porta e uscì nella bella mattinata invernale.
Adesso vedeva in alto il Castello profilarsi chiaro nell’aria limpida e spiccare ancor più grazie alla neve adagiata ovunque in uno strato sottile, che ne ripeteva tutte le forme. Del resto pareva che in alto sul monte ci fosse molta meno neve che lì nel villaggio, dove K. avanzava altrettanto a fatica del giorno prima sulla strada maestra. Qui la neve arrivava alle finestre delle casupole e gravava anche sui tetti bassi, mentre in alto sul monte tutto emergeva libero e lieve, o almeno così sembrava da quaggiù.c
Nel complesso il Castello, come appariva di lontano, corrispondeva alle aspettative di K. Non era un vecchio maniero feudale, ma neppure un fastoso edificio nuovo, era piuttosto una vasta costruzione costituita da diversi fabbricati, pochi dei quali a due piani, e molti più bassi, addossati gli uni agli altri; se non si fosse saputo che era un castello, si sarebbe pensato che fosse un paesotto. Di torri K. ne vide una sola, non si capiva se facesse parte di un edificio d’abitazione o di una chiesa. Frotte di cornacchie le volteggiavano intorno.
Gli occhi puntati al Castello, K. continuò a camminare, null’altro lo interessava. Man mano che si avvicinava, però, il Castello lo deludeva, non era davvero altro che un borgo ben misero, un insieme di casupole, con l’unica caratteristica che tutto era forse costruito in pietra; ma l’intonaco si era scrostato da tempo e la pietra sembrava sgretolarsi. Di sfuggita K. ricordò il suo paese natale; a questo cosiddetto Castello era inferiore di poco. Se K. fosse venuto fin lì unicamente per vederlo, avrebbe camminato così tanto per niente, e meglio sarebbe stato tornare per una visita al vecchio paese in cui non era più stato da un pezzo. E confrontò mentalmente il campanile del suo paese con quella torre lassù in alto. Il campanile si ergeva risoluto, si rastremava dritto senza esitazione verso l’alto, con il tetto largo ricoperto di tegole rosse: un edificio terreno (cos’altro possiamo edificare noi?), ma con una meta più elevata della meschina moltitudine delle case e con un’espressione più serena di quella posseduta da un opaco giorno feriale. La torre lassù (l’unica visibile) era la torre di un’abitazione, come adesso fu chiaro, forse la torre del corpo principale del Castello, un’uniforme costruzione rotonda in parte misericordiosamente ricoperta dall’edera, con piccole finestre che ora risplendevano al sole (in questo c’era qualcosa di allucinante) e in cima una sorta di terrazza i cui merli in muratura, incerti, irregolari e diroccati, si stagliavano come denti nel cielo azzurro, quasi li avesse disegnati una timorosa o disattenta mano infantile. Era come se un fosco inquilino della casa, il quale a ragione avrebbe dovuto tenersi chiuso nella stanza più remota, avesse sfondato il tetto e si fosse tirato su per mostrarsi al mondo.
Di nuovo K. si fermò, come se stando fermo potesse giudicare meglio. Ma fu disturbato. Dietro la chiesa del villaggio presso la quale si era fermato (in realtà era solo una cappella ingrandita a mo’ di granaio, per poter accogliere la comunità) c’era la scuola. Un edificio basso e lungo, in cui il carattere della provvisorietà si univa stranamente alla sensazione dell’antico; sorgeva dietro la cancellata di un giardino che adesso era una distesa di neve. I bambini stavano giusto uscendo col maestro. In folto gruppo circondavano il maestro, gli occhi di tutti erano puntati su di lui, cinguettavano tutti insieme senza mai smettere, K. non capiva proprio il loro parlare veloce. Il maestro, un giovane di bassa statura e stretto di spalle che avanzava impettito senza per questo diventar ridicolo, aveva notato K. già di lontano, e del resto, all’infuori del suo gruppo, K. era l’unico essere umano che si scorgesse a perdita d’occhio. In quanto forestiero, K. salutò per primo, tanto più trattandosi di un ometto così imperioso. «Buongiorno, signor maestro», disse. Di colpo i bambini ammutolirono, quell’improvviso silenzio che faceva da preparazione alle sue parole dovette piacere al maestro. «State guardando il Castello?», chiese più mansueto di quanto K. si aspettasse, ma in un tono che pareva disapprovare ciò che K. faceva. «Sì», disse K., «sono forestiero, mi trovo qui solo da ieri sera.» «Il Castello non Vi piace?», chiese rapidamente il maestro. «Come?», chiese a sua volta K. piuttosto sconcertato, e ripeté la domanda in forma più blanda: «Se mi piace il Castello? Che cosa Vi fa supporre che non mi piaccia?». «A nessun forestiero piace», disse il maestro. Per non dire a questo punto qualcosa di sgradito, K. cambiò discorso e chiese: «Lei conosce certamente il Conte?». «No», disse il maestro facendo l’atto di allontanarsi. Ma K. non cedette e chiese di nuovo: «Come, Lei non conosce il Conte?». «Come potrei conoscerlo?», disse piano il maestro e aggiunse più forte in francese: «Abbia dei riguardi, ci sono dei bambini innocenti». A questo punto K. si credette autorizzato a chiedere: «Potrei una volta venire a trovarLa, signor maestro? Mi tratterrò qui per qualche tempo e mi sento già adesso un po’ sperduto; non faccio parte dei contadini e sicuramente neppure del Castello». «Tra i contadini e il Castello non c’è una gran differenza», disse il maestro. «Può darsi», disse K., «ma questo per me non cambia nulla. Potrei venire una volta a trovarla?» «Abito nella Schwanengasse, presso il macellaio.» Era più l’indicazione di un indirizzo che un invito, tuttavia K. disse: «Bene, verrò». Il maestro assentì e proseguì col gruppo dei bambini che subito ricominciarono a gridare. Ben presto scomparvero in un vicoletto che scendeva ripido.
Ma K. era confuso, irritato dalla conversazione. Per la prima volta dal suo arrivo avvertiva veramente la stanchezza. In un primo momento non gli era sembrato che il lungo tragitto percorso fin lì l’avesse affaticato (come aveva camminato tranquillo per giorni e giorni, passo dopo passo!); adesso però le conseguenze dello sforzo eccessivo si facevano sentire, e proprio nel momento meno opportuno. Era attratto irresistibilmente dal desiderio di cercare nuove conoscenze, ma ogni nuova conoscenza accresceva la sua stanchezza.d Se, nello stato in cui era oggi, riusciva a prolungare la sua passeggiata almeno fino all’ingresso del Castello, era già fin troppo.
Così riprese ad avanzare, ma era un lungo cammino. La strada infatti, ossia la strada principale del villaggio, non conduceva al colle del Castello, ma solo nelle sue vicinanze, dopodiché, come di proposito, piegava di lato, e anche se non si allontanava dal Castello, neppure gli si avvicinava. K. si aspettava sempre che la strada svoltasse finalmente in direzione del Castello, e solo in questa aspettativa andava avanti; evidentemente solo per la stanchezza egli esitava a cambiar strada, e intanto si stupiva della lunghezza del villaggio, che non finiva mai, ancora e sempre le minuscole casupole, e le finestre dai vetri ghiacciati e neve, e neppure un’anima viva… Alla fine si strappò da quella strada che lo tratteneva, e lo accolse una stretta stradina, con neve ancora più alta, era una gran fatica risollevare i piedi che vi affondavano; lui cominciò a sudare, all’improvviso si fermò e non riuscì più a proseguire.
Comunque non si era smarrito, a destra e a sinistra c’erano delle casupole di contadini, fece una palla di neve e la lanciò contro una finestra. Subito si aprì una porta (la prima porta che si apriva in tutto quel camminare nel villaggio) e sulla soglia comparve un vecchio contadino con una giubba di pelliccia bruna, la testa inclinata da un lato, cordiale e fragile. «Posso entrare un momento da Voi?», disse K. «Sono stanchissimo.» Non udì nemmeno quello che disse il vecchio, ma approfittò con gratitudine dell’asse che venne sospinta verso di lui salvandolo dalla neve, e con pochi passi fu nella stanza.
Era una grande stanza in penombra. Chi veniva da fuori dapprincipio non vedeva niente. Barcollando, K. finì quasi contro un mastello, la mano di una donna lo trattenne. Da un angolo venivano grida di bambini. Da un altro uscivano volute di vapore che tramutavano la debole luce in oscurità, K. era come tra le nuvole. «È ubriaco», disse qualcuno. «Chi siete?», gridò una voce autoritaria, e poi certamente rivolta al vecchio: «Perché l’hai fatto entrare? Si può forse far entrare chiunque vaga per i vicoli?». «Sono l’agrimensore del Conte», disse K. cercando di giustificarsi con chi continuava a restare invisibile. «Ah, è l’agrimensore», disse una voce femminile, e seguì un silenzio assoluto. «Mi conoscete?», domandò K. «Certamente», disse, laconica, la stessa voce. Il fatto che conoscessero K. non pareva raccomandarlo ai loro occhi.
Alla fine il vapore si diradò un po’ e K. riuscì poco alla volta a raccapezzarsi. A quanto pareva, era un giorno di bucato generale. Vicino alla porta si lavava la biancheria. Il vapore, invece, veniva dall’angolo opposto dove, in una tinozza di legno così grande come K. non ne aveva mai vedute (aveva all’incirca le dimensioni di due letti), due uomini facevano il bagno nell’acqua fumante. Ma ancor più sorprendente, senza che si sapesse di preciso di cosa ci si sorprendesse, era l’angolo a destra. Da una grossa fessura, l’unica nella parete di fondo della stanza, vi giungeva, venendo probabilmente dal cortile, il pallido bagliore della neve, dando un riflesso come di seta al vestito di una donna che stava quasi sdraiata, stanca, in un’alta poltrona in fondo, all’angolo. Aveva al seno un lattante. Attorno a lei giocavano dei bambini, figli di contadini, all’aspetto; lei invece non pareva farne parte: malattie e stanchezza, certo, raffinano anche i contadini.
«Sedetevi», disse uno dei due uomini, un barbuto per di più con baffi sotto i quali, sbuffando, teneva...
Indice dei contenuti
- Cover
- Occhiello
- Frontespizio
- Verità e smarrimenti. Una ricerca ebraico-occidentale di Giulio Schiavoni
- Cronologia
- Giudizi critici
- Bibliografia
- Nota al testo
- Il Castello
- Appendice
- Sommario