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Quando si fu bene accomodato in fondo allo scompartimento anteriore, e la diligenza si fu mossa, tirata dai cinque cavalli che si avviarono insieme, si sentì sommergere da un’ebbrezza. Come un architetto che disegna la pianta di un palazzo, dispose anticipatamente la sua vita. La colmò di delicatezze e di splendori; saliva fino in cielo; vi compariva grande abbondanza di cose, e la contemplazione era così profonda che gli oggetti esterni erano scomparsi.
In fondo alla discesa di Sourdun si accorse dove fosse. Avevano fatto appena cinque chilometri! Ne fu indignato. Abbassò lo sportello per vedere la strada. Domandò parecchie volte al postiglione quando sarebbero arrivati esattamente. Poi si calmò, rimase rincantucciato a occhi aperti.
La lanterna, sospesa alla cassetta del postiglione, rischiarava le groppe dei cavalli fra le stanghe. Al di là non scorgeva che le criniere degli altri cavalli, ondeggianti come bianche onde; il loro fiato formava una nuvola da tutt’e due le parti; le catenelle di ferro tintinnavano, i vetri tremavano nei telai; e la pesante carrozza correva monotona sul selciato. Qua e là si distingueva il muro di una fattoria, oppure una locanda solitaria. A volte, attraversando i villaggi, il forno di un panettiere proiettava bagliori d’incendio, e l’ombra mostruosa dei cavalli correva sulle case di fronte. Ai posti di cambio, quando avevano staccato le bestie, per un minuto si faceva un gran silenzio. C’era qualcuno che scalpicciava sul tetto della diligenza, sotto il copertone, intanto che sulla soglia di un uscio una donna in piedi riparava la candela con la mano. Poi il postiglione risaliva a cassetta e la vettura ripartiva.
A Mormans, si sentì battere l’una e un quarto.
«Dunque è già oggi» pensò, «oggi stesso, fra poco!»
Ma a poco a poco speranze e ricordi, Nogent, la rue de Choiseul, la signora Arnoux e sua madre, tutto si confuse.
Un sordo rumore di assi lo svegliò, passavano il ponte di Charenton, era Parigi. Allora i suoi due compagni di viaggio si tolsero l’uno il berretto, l’altro il fazzoletto, misero il cappello e attaccarono a discorrere. Il primo, un omone rosso, in redingote di velluto, era negoziante; il secondo veniva a Parigi per consultare un medico; temendo di averlo disturbato durante la notte, spontaneamente Frédéric si scusò, tanto aveva l’anima intenerita dalla felicità.
La banchina della stazione era certamente allagata: così continuarono diritto, e la campagna ricominciò. Da lontano le alte ciminiere delle officine fumavano. Poi svoltarono a Ivry. Salirono una via; a un tratto Frédéric scorse la cupola del Panthéon.
La pianura, sconvolta, aveva un vago aspetto di rovine. La cintura delle fortificazioni si elevava orizzontalmente; e sui marciapiedi di terra che fiancheggiavano la strada alberetti senza rami erano difesi da assicelle irte di chiodi. Stabilimenti di prodotti chimici si alternavano con depositi di legnami. Dai battenti socchiusi di vasti portali, come si vedono nelle fattorie, si scorgeva l’interno di lerci cortili pieni di immondizie, con pozzanghere di acqua sporca in mezzo. Lunghe osterie color sangue di bue mostravano al primo piano, tra le finestre, due stecche da biliardo incrociate entro una corona di fiori dipinti; qua e là un rudere in muratura mezzo abbandonato. Poi la doppia fila di case non si interruppe più, e sulla nudità delle facciate si staccava ogni tanto un gigantesco sigaro di latta, per indicare un tabaccaio. Insegne di levatrici raffiguravano una matrona in cuffia che stava cullando un pupo in una trapunta ornata di trine. Cartelloni coprivano l’angolo dei muri e tremavano al vento come stracci, lacerati per tre quarti. Passavano operai in blusa, e carrette di birrai, furgoni di lavandaie, carrette di macellai; cadeva una pioggerellina fine, era freddo, il cielo pallido, ma due occhi che per lui valevano quanto il sole splendevano dietro la nebbia.
Si fermarono a lungo alla barriera, ingombra di pollivendoli, carrettieri e da un gregge di pecore. La sentinella camminava avanti e indietro davanti alla garitta, col cappuccio calato, per scaldarsi. Il doganiere si arrampicò sull’imperiale, risuonò una fanfara di trombe. Scesero il boulevard di gran carriera, coi bilancini che battevano e le tirelle allentate. Lo spago della lunga frusta schioccava nell’aria umida. Il postiglione gettava il suo grido sonoro: «Largo! Largo! ohè!», e gli spazzini si tiravano da parte, i pedoni facevano un salto indietro, il fango schizzava contro gli sportelli, si incrociavano carrette, carrozze, omnibus. Finalmente apparve la cancellata del Jardin des Plantes.
La Senna, giallastra, quasi toccava i parapetti dei ponti. Ne esalava una freschezza. Frédéric la aspirò a pieni polmoni, assaporò la buona aria di Parigi che sembra contenere effluvi amorosi e emanazioni intellettuali; si intenerì scorgendo la prima carrozza. Voleva bene persino alle soglie dei vinattieri cosparse di paglia, persino ai lustrascarpe con le loro cassette, persino ai garzoni dei droghieri che tostavano il caffè. Donne trotterellavano sotto gli ombrelli, Frédéric si sporgeva per distinguere i loro volti, un caso poteva aver fatto uscire la signora Arnoux.
Sfilavano le botteghe, la folla cresceva, il rumore si faceva più forte. Dopo il quai Saint-Bernard, il quai de la Tournelle e il quai Montebello, presero per il quai Napoléon; voleva vedere le finestre di lei, ma erano lontane. Poi ripassarono la Senna sul Pont-Neuf, scesero fino al Louvre; e, per rue Saint-Honoré, rue Croix-des-Petits-Champs e rue du Bouloi, raggiunsero rue Coq-Héron ed entrarono nel cortile dell’albergo.
Per prolungare il piacere Frédéric si vesti con la massima lentezza, e andò persino a piedi fino a boulevard Montmartre; sorrideva al pensiero di rivedere sulla lastra di marmo il caro nome; alzò gli occhi. Non c’eran più né vetrine né quadri, nulla!
Corse in rue de Choiseul. Gli Arnoux non c’erano più, una vicina badava alla portineria. Frédéric aspettò il portinaio; finalmente comparve, non era più lo stesso. Non conosceva il loro indirizzo.
Frédéric entrò in un caffè, e intanto che pranzava consultò l’Almanacco del Commercio. C’erano trecento Arnoux, ma non c’era Jacques Arnoux! Dove abitavano allora? Pellerin doveva saperlo.
Andò in cima a faubourg Poissonnière, allo studio di lui. La porta non aveva né campanello né battente: diede dei gran pugni, chiamò, gridò. Gli rispose soltanto il vuoto.
Poi pensò a Hussonnet. Ma dove andare a scovare un uomo simile? Una volta lo aveva accompagnato fino alla casa della sua amante, in rue de Fleurus. Giunto lì, Frédéric si rese conto di non conoscere il nome della ragazza.
Si rivolse alla Prefettura di polizia. Errò di scala in scala, di ufficio in ufficio. Quello delle informazioni stava chiudendo. Gli dissero di ripassare il giorno dopo.
Poi entrò da tutti i mercanti di quadri che riuscì a trovare, per sapere se per caso non conoscesser...