Stupida è la guerra
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Stupida è la guerra

  1. 140 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Stupida è la guerra

Informazioni su questo libro

Un vero uomo deve essere anche un combattente spietato: in circa 3000 anni di storia umana questa convinzione, più o meno largamente condivisa dalla società, non è mai venuta meno. Ma l'elogio della guerra che possiamo leggere nelle parole di Omero, nei pensieri di Sun-tzu, nell'esaltazione di Osama Bin Laden, nelle battute dei soldati americani in Vietnam, si scredita da sé: quanto più i portatori dei valori "eroici" si prendono sul serio, tanto più l'occhio di chi legge si fa distaccato, e ogni parola di lode si trasforma in un'aspra critica nel cuore di chi sta vivendo un'epoca densa di conflitti estremi e senza regole come, inaspettatamente e quindi ancor più duramente, si rivela essere l'epoca contemporanea.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2013
Print ISBN
9788817018623
eBook ISBN
9788858647431

Due testi per iniziare

Un’antologia che intende illuminare la vera natura della guerra non può che aprirsi con le parole dei due scrittori che più di tutti hanno contribuito a definirne la natura: Sun Tzu e Karl Von Clausewitz. Più di duemila anni e mezzo mondo dividono i due: Sun Tzu visse nella Cina del V secolo a.C., Clausewitz nacque in Prussia nel 1780 e conobbe personalmente gli eccessi della Rivoluzione Francese e l’epopea delle guerre napoleoniche. Gli eserciti dei tempi di Sun Tzu erano composti da fanti e cavalieri armati di spade e archi, i soldati di Clausewitz andavano all’attacco armati di moschetto sotto il fuoco dei cannoni. Eppure, malgrado i secoli e le migliaia di chilometri che li dividono, la loro analisi è simile. Per Sun Tzu il buon generale deve essere «rapido come il vento, maestoso come la foresta, avido come il fuoco»: deve saper programmare, minimizzare le perdite e massimizzare i danni inflitti al nemico. Per Clausewitz lo scopo della guerra è distruggere il nemico, piegare la sue resistenza in modo che sia completamente alla nostra mercé. La guerra è pura violenza: le leggi dei popoli, il diritto internazionale, i sentimenti di pietà giungono a volte a mitigarne la capacità distruttiva ma si tratta di interventi esterni che non modificano la natura della guerra. La guerra mira alla distruzione del nemico e chi tra i due contendenti avrà meno scrupoli nel far scorrere il sangue e nell’impiegare la violenza avrà un vantaggio decisivo sull’avversario. Nulla da dire: Clausewitz aveva ragione.

La guerra? Una scienza

Nel V secolo avanti Cristo, più di duemila anni prima che Galileo e Newton ponessero i fondamenti della scienza moderna, l’umanità aveva già raggiunto il meraviglioso traguardo di una matura scienza della guerra. Il merito di questo fondamentale progresso va ascritto a Sun Tzu: per lui il saggio comandante militare non si limita a mandare i suoi uomini a scannare i nemici ma valuta dove sia meglio procedere con la forza e dove con l’astuzia, prende in considerazione i costi e i ricavi, soppesa le risorse umane a sua disposizione, capisce quando si deve massacrare e quando è meglio andarci piano.
Sun-Tzu disse:
In linea di massima, l’applicazione di un modello strategico [richiede]: mille gruppi di veloci carri [da guerra], mille gruppi di carri da difesa, centomila drappelli corazzati, e approvvigionamenti da trasportare per [un percorso di] mille li.
[A ciò si aggiungano] le spese dall’interno [del paese], da utilizzare per gli alleati di altre guarnigioni, e materiali di colla e vernice, per mantenere carri e armature.
Si devono spendere mille monete d’oro al giorno, per provvedere a tutte le esigenze di un esercito di centomila unità.
Quando [si è ormai deciso] di impegnarsi in battaglia, se la vittoria richiede il prolungamento [delle ostilità], le truppe perdono vigore e lo spirito [combattivo] scema. Quando si attacca una fortezza, le energie vengono meno. Quando l’esercito viene esibito a lungo, la sua utilità nei confronti dello Stato si rivela inadeguata.
Quando le truppe perdono vigore e lo spirito [combattivo] scema, le energie vengono meno e si esauriscono le risorse, gli altri signori feudali insorgono, approfittando di un deterioramento delle cose. Nonostante la nostra intelligenza, non potremo rimediare alle conseguenze [della situazione]!
In effetti, ho sentito parlare di strategie goffe e sbrigative, le quali [però] non possono essere osservate, [laddove sia richiesto un uso] prolungato dell’ingegno. Sinora non è mai esistita una strategia che abbia richiesto il protrarsi della sua applicazione, e nel contempo sia risultata utile allo Stato.
Coloro che non sono del tutto consapevoli dei danni derivanti dall’applicazione delle strategie non possono essere neppure consapevoli dei vantaggi derivanti dalla loro applicazione.
Gli esperti di pratica strategica non raddoppiano le truppe, né triplicano l’aggravio fiscale.
Scelgono ciò che torna utile allo Stato, e tassano piuttosto il nemico, per consentire all’armata di ricevere approvvigionamenti a sufficienza.
[…]
Un comandante intelligente si sforza di sottrarre i viveri al nemico. Un solo contenitore di viveri del nemico equivale a venti dei nostri; un solo contenitore di foraggio, a venti dei nostri.
In effetti, chi uccide il nemico prova rancore. Chi invece lo prende prigioniero, trae vantaggio dalle risorse dell’avversario.
Durante una battaglia di carri, ricompensa colui che per primo ne cattura dieci o più. Cambia le bandiere e le insegne dei carri, e includili [nella tua armata]. Tratta bene i soldati prigionieri, e nutrili.
Ciò viene definito: «incrementare le proprie forze, vincendo il nemico».
La strategia bellica migliore [consente] rapidamente la vittoria.
I comandanti che conoscono la strategia presiedono le sorti del popolo, padroneggiando la quiete e i pericoli della dinastia statale.
Sun Tzu, L’arte della guerra, BUR, Milano, 2004

Illuminismo bellico

Clausewitz è l’ultimo prodotto della grande stagione dell’Illuminismo europeo. Ma mentre Voltaire usava la ragione per fugare le tenebre della superstizione, mentre Kant proponeva ai sovrani illuminati l’adozione di una pace perpetua, Clausewitz impiega la ragione per individuare in che modo – razionalmente e grazie all’impiego della ragione – un comandante militare può distruggere gli eserciti avversari.
Non daremo della guerra una grave definizione scientifica; ci atterremo alla sua forma elementare: il combattimento singolare, il duello. La guerra non è che un duello su vasta scala. La moltitudine di duelli particolari di cui si compone, considerata nel suo insieme, può rappresentarsi con l’azione di due lottatori. Ciascuno di essi vuole, a mezzo della propria forza fisica, costringere l’avversario a piegarsi alla propria volontà; suo scopo immediato è di abbatterlo e, con ciò, rendergli impossibile ogni ulteriore resistenza. La guerra è dunque un atto di forza che ha per iscopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà. La forza si arma delle invenzioni delle arti e delle scienze per misurarsi contro la forza. Essa è accompagnata da restrizioni insignificanti, che meritano appena di essere menzionate, alle quali si dà il nome di diritto delle genti, ma che non hanno capacità di affievolirne essenzialmente l’energia. La forza intesa nel suo senso fisico (poiché all’infuori dell’idea di Stato e di Legge non vi è forza morale) costituisce dunque il mezzo; lo scopo è di imporre la nostra volontà al nemico. Per raggiungere con sicurezza tale scopo occorre che il nemico sia posto nella impossibilità di difendersi; e questo è, per definizione, il vero obbiettivo dell’atto di guerra; esso rappresenta lo scopo, e lo respinge, in certo qual modo, come alcunché di non appartenente alla guerra propriamente detta.
Gli spiriti umanitarii potrebbero immaginare che esistano metodi tecnici per disarmare o abbattere l’avversario senza infliggergli troppe ferite e che sia questa la finalità autentica dell’arte militare. Per quanto seducente ne sia l’apparenza, occorre distruggere tale errore poiché, in questioni così pericolose come la guerra, sono appunto gli errori risultanti da bontà d’animo quelli maggiormente perniciosi. Poiché l’impiego della forza fisica in tutta la sua portata non esclude affatto la cooperazione dell’intelligenza, colui che impiega tale forza senza restrizione, senza risparmio di sangue, acquista il sopravvento sopra un avversario che non faccia altrettanto e gli detta in conseguenza la propria legge; ed entrambi i princìpi di azione tendono così verso l’assoluto, senza trovare altri limiti che nei contrappesi insiti in essi. È così che la questione dev’essere considerata: e rappresenta uno sforzo non solo vano, ma illogico, il lasciare da parte l’elemento forza per avversione ad esso. Se le guerre fra nazioni civili sono meno crudeli e devastatrici di quelle fra i selvaggi, ciò deriva dalle individue condizioni sociali degli Stati e da quelle degli Stati considerati nei reciproci rapporti. La guerra nasce da queste condizioni e da questi rapporti sociali che la determinano, la limitano, la moderano; ma tali modificazioni non sono inerenti alla guerra, costituiscono solo elementi contingenti: mai si potrà introdurre un principio moderatore nell’essenza stessa della guerra, senza commettere una vera assurdità.
La lotta fra gli uomini si fonda su due differenti elementi: il sentimento ostile e l’intenzione ostile. Nella nostra definizione della guerra ci siamo basati sul secondo perché più generale; non possiamo infatti pensare all’odio, anche il più selvaggio, quello che si avvicina all’istinto, separandolo dall’intenzione ostile, mentre esistono spesso intenzioni ostili non accompagnate, o almeno non essenzialmente accompagnate, da inimicizia preconcetta. Presso i popoli barbari predominano i progetti basati sull’istinto, presso quelli civili, per contro, i progetti basati sulla riflessione; ma questa differenza non deriva dalla natura intima della barbarie o della civiltà, bensì dalle circostanze, dalle istituzioni ecc. che l’accompagnano. Non esiste necessariamente in ogni singolo caso, ma la si riscontra nel maggior numero dei casi.
In una parola, le più violente passioni possono accendersi anche fra i popoli più civili. Si vede quindi come sia lungi dal vero il figurarsi la guerra fra Stati civili come un semplice e razionale atto di governo, e il considerarla come avulsa da ogni passione, sì che, in definitiva, non abbia bisogno dell’azione fisica delle masse di combattenti, e possa far calcolo soltanto sui loro rapporti astratti, sì da ridurre la guerra ad una specie di operazione algebrica.
La teoria cominciava però ad incamminarsi su questa strada, quando i fenomeni delle recenti guerre rettificarono le idee. La guerra, essendo atto di violenza, ha necessarie attinenze col sentimento; se essa non ne trae origine, vi farà capo tuttavia più o meno, a seconda non del grado di civiltà, ma della grandezza e durata degli interessi in conflitto.
È chiaro che se i popoli civili non uccidono i prigionieri, non distruggono città e villaggi, ciò deriva dal fatto che l’intelligenza ha in essi parte maggiore nella condotta della guerra ed ha loro rivelato l’esistenza di mezzi d’impiego della forza più efficaci di quelli derivanti dalle manifestazioni brutali dell’istinto.
L’invenzione della polvere, il perfezionamento costante delle armi da fuoco dimostrano già sufficientemente che la tendenza alla distruzione dell’avversario, insita nel concetto della guerra, non è stata in realtà stornata, o alterata, dal progresso civile. Confermiamo dunque: «La guerra è un atto di forza, all’impiego della quale non esistono limiti: i belligeranti si impongono legge mutualmente; ne risulta un’azione reciproca che logicamente deve condurre all’estremo».
K. von Clausewitz, Della guerra,
Mondadori, Milano, 1994

Mi piace il tempo gaio di primavera

Che gli uomini siano attratti dalla violenza è cosa difficilmente negabile: se così non fosse la guerra sarebbe da tempo scomparsa dalla faccia della terra. Invece nella guerra c’è qualcosa che ci attrae in maniera irresistibile. Nel XII secolo il trovatore provenzale Bertran de Born lodava la primavera perché con la bella stagione si poteva tornare a guerreggiare: a riempire il cuor di Bertran non era solo il canto degli uccelli o il risvegliarsi della natura ma il sapere che di lì a poco avrebbe rivisto gli eserciti in marcia, i castelli cinti d’assedio, i fossati pieni di corpi. Soprattutto Bertran elogiava i combattenti perché «nessuno giammai è nel pregio / finché gran colpi non ha preso e dato». Descrivendo la sua gioia guerresca Bertran non faceva altro che riprendere motivi già allora vecchi di secoli: il coraggio, lo sprezzo della morte, la bellezza delle armi, il campo di battaglia come il luogo dove emergono quelle virtù che fanno un “vero uomo”.
Sono temi, abbiamo detto, che nel XII secolo erano già vecchi. Aggiungiamo ora che queste idee conosceranno una nuova fortuna nei decenni a cavallo tra Otto e Novecento. L’affermarsi della società borghese spingerà molti intellettuali a vedere la violenza e la guerra come gli antidoti alla placidità borghese tutta casa e lavoro. Poeti e scrittori contrapporranno al noioso tran-tran di ogni giorno la scossa di adrenalina che viene dal trovarsi faccia a faccia con la morte, guarderanno nostalgici alle cruente imprese dei cavalieri medioevali o faranno vela assieme a trucidi pirati tra le selvagge isole della Malesia. A inizio ’900 i futuristi italiani esalteranno «il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno».
Temi vecchi e che vorremmo superati una volta per sempre e che invece non sono mai venuti meno. La loro ultima incarnazione fa bella mostra di sé sugli scaffali delle librerie e dei supermarket sotto forma di best seller di successo scritti da veterani dei conflitti che hanno insanguinato gli ultimi decenni. Sono libri che, sotto una patina sottile sottile di condanna della guerra, sostengono la solita vecchia tesi: la guerra è bella, sul campo di battaglia emergono i veri uomini, uccidere è bello.

È primavera: scanniamoci allegramente

Bertran de Born (1140-1215), signore di Hautefort, fu tra i più importanti poeti occitanici. In lui l’amore per la poesia si univa a quello della guerra tanto che un suo biografo lo ricorda come «sempre in guerra con tutti i suoi vicini». Dopo aver combattuto contro il fratello per il possesso dell’eredità paterna, fu tra coloro che spinsero il figlio del re d’Inghilterra a ribellarsi contro il padre. Per questa ragione Dante lo colloca tra i seminatori di discordia nell’ottava cerchia dell’inferno (XXVIII 118-142), dove si aggira reggendo in mano la testa che ha separata dal corpo.
Mi piace il tempo gaio di primavera
che fa spuntare le foglie e i fiori,
e mi rallegra degli uccelli udire
il giubilo, che essi del loro canto
l’intero bosco fan risuonare;
e godo quando sui prati vedo
i padiglioni e le tende assestati,
e grande allegria a me ne viene
quando pei campi a schiere vedo
i cavalieri e i cavalli armati.
Mi piace quando gli esploratori
fanno la gente coi beni fuggire,
e godo quando dopo loro vedo
giungere fitti così tanti armati
e dentro il cuore mi dà diletto
i forti castelli vedere assediati
e le muraglie a pezzi e sfondate,
e sulla riva vedere l’armata
da ogni parte di fossati cinta
con palizzate a forti tronchi fitti.
Mi piace ancora quando il signore
sopra il cavallo è primo all’attacco
con le sue armi e senza timore,
dando così alla sua gente ardore
con la sua stessa bravura grande.
E nel momento che la mischia inizia,
allora ognuno dev’essere pronto
e di buon grado seguire costui,
giacché nessuno giammai è nel pregio
finché gran colpi non ha preso e dato.
Mazze con brandi ed elmi colorati
vedremo e scudi cadere a pezzi
al punto in cui comincia lo scontro
e tanti vassalli dar colpi insieme,
talché se ne andranno sbandate
cavalcature di morti e feriti.
E quando sarà nella zuffa entrato,
qualsiasi uomo che nobile sia
che braccia e teste pensi a mozzare,
che meglio è morte di vivere vinto.
Io v’assicuro che non mi soddisfa
mangiare o bere oppure dormire
come...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Introduzione
  5. 1. Due testi per iniziare
  6. 2. Mi piace il tempo gaio di primavera
  7. 3. Con la morte a paro a paro
  8. 4. Lo chiamavano Dottor Sesso
  9. 5. Quando il primo aereo colpì l’edificio
  10. 6. Che brutta cosa la pace
  11. Memento