NOVECENTO E POESIA CONTEMPORANEA
Sergio Corazzini, poeta scomparso giovanissimo (1886-1907) che fa tutt’uno della fine di una tradizione (quella culminante nel canto dannunziano) e della malattia che gli preannuncia una morte immatura, scrive spesso una poesia nutrita di pianto e di lamento, sebbene non priva di scatti argentini, di invenzioni. In Per musica, testo dall’impianto tradizionale, il poeta si duole, secondo un fortunato topos, del cuore rimasto all’amata. Ora ella non vuole più amarlo e intende restituirgli tutti i doni avuti: ma il cuore, il cuore del poeta, non può per questo cessare di essere suo.
È meritamente celebre, un vero classico della poesia novecentesca italiana, la sequenza di Giuseppe Ungaretti (1888-1970) dedicata, nella raccolta Il dolore (1947), alla morte a soli nove anni di età del figlio Antonietto, avvenuta durante il periodo trascorso dal poeta in Brasile come docente universitario. I diciassette brani fanno segnare una progressione dallo strazio, dal dolore lancinante, a una a poco a poco conquistata serenità nella perdita, perdita in cui torna a splendere la figura luminosa, fiabesca del bambino, trasfigurato in presenza protettrice sul cammino del padre.
Lo spagnolo Pedro Salinas (1892-1951) fissa la zona concentrata e pregnante dell’attesa di un ritorno: colei che se ne è appena andata non può che preparare il proprio nuovo avvento, annunciato e accompagnato da tutti i suoni e i movimenti del mondo: «Solo a me sei diretta, / e i tuoi passi si sentono / sempre come venissero / dall’assenza, quel lungo / volteggio / che fai per ritornare». Nell’addio, come si accenna in seguito, vibra già l’arrivo: la poesia coglie così il paradosso della presenza nell’assenza, dell’assenza come preparazione di nuova, immancabile, certa presenza, poiché nulla può andare, nell’intensificazione dell’amore, veramente perduto.
I tre testi prescelti di Federico García Lorca (1898-1936) si incentrano sul motivo del rimpianto di un tempo perduto, svanito quasi nelle nebbie della leggenda. Il brevissimo Bordone domanda, con struggente ansietà, se la creatura di cui non si conosce fino in fondo il cuore, l’intenzione, conservi «le risa di un tempo / e il cuore di allora» (l’«allora» allude appunto a una sorta di edenica favola perduta). In Madrigale la donna della «bianca / adolescenza» si incenerisce ora nel cuore maturo e può essere paragonata alla mitica figura di Melisendra, la figlia di Carlo Magno rapita dai Mori alla vigilia delle sue nozze. A fare i conti con la legge del tempo (che tanto differisce da quella del cuore) attraverso una paradossale invenzione è Canzone sotto le lacrime . Un aneddoto infantile, che fa ancora struggere il cuore del poeta, è risolto con il sovvertimento delle leggi temporali: non può darsi superamento o oblio, ma solo una seconda occasione di essere bambino, nello stesso luogo, nella stessa situazione, per cambiare il passato. A questa furiosa carica di desiderio Lorca arriva quasi di soppiatto, con tono sommesso, per poi farla esplodere in chiusa, con un moto di sorpresa e di rivelazione.
Le due serie di Xenia (doni funebri per la Mosca, la moglie Drusilla Tanzi) accolte da Eugenio Montale (1898-1981) in Satura (1971) rappresentano dei veri e propri archetipi novecenteschi del dialogo con l’amato scomparso, della segnaletica di presenza che ovunque si fa avvertibile nella scomparsa: insomma, dell’appartenersi anche al di là della morte (forse con maggiore anche se indecifrabile intensità proprio grazie a essa). Il testo numero 14 della prima serie enumera una serie di paradossi, incentrandosi sull’essere una sola cosa con chi non c’è più, eppure in forma di tensione dinamica, di inquietudine, di tormento. Un’appartenenza e una dialogicità, di qua e di là dal confine estremo, senza pacificazione.
Il neogreco Ghiorgos Seferis (1900-1971) riflette sulla permanenza in cuore di remoti segni e possibilità svanite. Mentre si discendono gli scalini della propria vita, del tempo, tutto ritorna a tratti vivo, compresente alla mente, all’animo che ausculta antiche parole, gesti dispersi nella nebbia, moniti di qualcosa che forse oscuramente potrebbe (o così sembra) ancora avverarsi.
Ne Le foglie morte Jacques Prévert (1900-1977) dice che «il mare cancella sulla sabbia / i passi degli amanti divisi» e mette a fronte due opposte constatazioni: il consumarsi e il morire delle cose e il loro conservare un’ombra di giovinezza e perennità. La vecchia canzone cantata un tempo, il tripudio di un amore perduto sono insieme morti e vividi per sempre, confusi nel tremore di una poesia accogliente entrambe le metà della melagrana.
In Confesso che ho vissuto Pablo Neruda (1904-1973) ricorda l’episodio che gli ispirò la composizione del Tango del vedovo (risalente al 1928). Durante il soggiorno a Rangoon, in Birmania, egli strinse una relazione intima con una nativa, di cui presto imparò a conoscere la furente gelosia, gli arcaici riti propiziatori, il parossistico sospetto del tradimento. Certo che la donna, per spirito di possesso esclusivo, avrebbe finito per ucciderlo, Neruda accolse con sollievo la comunicazione del suo trasferimento a Ceylon. Se ne andò dalla casa condivisa con la donna senza avvertirla della partenza e si imbarcò. Appena la nave cominciò a muoversi nel golfo del Bengala, prese a scrivere il Tango (unici termini da glossare nella poesia sono «coolies corringhis», che indicano gruppi di uomini di fatica indigeni): testo di un addio contrastato e contraddittorio, in cui brilla la decisione dell’abbandono e insieme il rimpianto e in cui si esprime lo spazio enorme della notte (della morte) che si apre tra due creature che già si amarono.
Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), teologo protestante, fu uno dei principali animatori della resistenza intellettuale e politica al nazismo. Per questo fu arrestato nel 1943 e infine impiccato nell’aprile 1945. La poesia Passato risente certamente anche del clima della prigionia, della chiusura degli orizzonti, storici e biografici, che egli si trovò a sperimentare. Il testo affronta il tema della perdita, della continua erosione, non tanto o non solo di una concreta figura, quanto della stessa vita passata, cui l’autore oppone una disperata volontà di recupero, di conoscenza, di comprensione. La volontà di t...