Doppio sogno
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Doppio sogno

  1. 121 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Questa affascinante novella, dalla quale Stanley Kubrick ha tratto il suo ultimo film Eyes Wide Shut (1999), introduce il lettore nel mondo ovattato e sicuro di un giovane medico viennese e della moglie, improvvisamente coinvolti in una serie di tradimenti vissuti a livello puramente mentale. Un quieto ménage matrimoniale viene, così, vivacizzato e turbato sino ad attraversare una crisi profonda. Raccontandosi a vicenda le trasgressioni vissute o sognate, i due coniugi rivivranno consapevolmente la loro voglia di sincerità, ritrovando infine se stessi

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2011
Print ISBN
9788817127646
eBook ISBN
9788858619773

DOPPIO SOGNO

La traduzione italiana è stata condotta sulla base dell’edizione della Traumnovelle pubblicata nel 1961 dall’editore Samuel Fischer di Berlino.

1

«Ventiquattro schiavi mori spingevano a forza di remi la sontuosa galera che doveva condurre il principe Amgiad al palazzo del califfo. Ma il principe, avvolto nel suo mantello di porpora, se ne stava solo in coperta, sotto il cielo notturno di un azzurro cupo tempestato di stelle, e il suo sguardo…»
Fino a questo punto la piccola aveva letto ad alta voce; ora, quasi d’improvviso, gli occhi le si chiusero. I genitori si scambiarono uno sguardo sorridendo, Fridolin si chinò su di lei, la baciò sui capelli biondi e richiuse il libro che si trovava sulla tavola non ancora sparecchiata. La bambina alzò gli occhi, come colta di sorpresa.
«Le nove», disse il padre, «è ora di andare a dormire.» E poiché anche Albertine si era adesso piegata verso la bambina, le mani dei genitori si incontrarono su quella cara fronte, e i loro sguardi si incrociarono accompagnati da un sorriso affettuoso, non più rivolto, ora, soltanto alla figlia. Entrò la governante, invitando la piccola a dare la buonanotte ai genitori; lei si alzò obbediente, porse a papà e mamma le labbra per il bacio e si lasciò docilmente accompagnare dalla governante fuori dalla stanza. Ora Fridolin e Albertine, rimasti soli sotto il chiarore rossastro del lampadario, sentirono improvvisamente l’urgenza di riprendere il discorso, iniziato prima di cena, sugli avvenimenti del ballo mascherato svoltosi la sera precedente.
Era stato, quell’anno, il primo ballo al quale avevano deciso di partecipare, poco prima che terminasse il carnevale. Appena entrato nella sala, Fridolin si era sentito salutare come fosse un amico atteso con impazienza da due personaggi in domino rosso di cui non era riuscito a determinare l’identità, sebbene sembrassero saperla sorprendentemente lunga riguardo a svariate storielle sulla sua vita di studente e di praticante in ospedale. Si erano allontanati dal palco nel quale lo avevano invitato con una cordialità piena di promesse sottintese assicurando che sarebbero ben presto tornati, e senza maschera, ma la loro assenza era durata così a lungo che Fridolin, spazientitosi, aveva preferito scendere in platea, dove sperava di incontrare di nuovo le due enigmatiche figure. Per quanto si sforzasse di guardarsi attorno non era riuscito a scorgerle da nessuna parte; al posto loro, invece, lo aveva preso improvvisamente sottobraccio un’altra figura, femminile: sua moglie, che si era appena sottratta a uno sconosciuto il cui aspetto tra il malinconico e l’affettato e l’accento straniero, forse polacco, l’avevano all’inizio affascinata, ma che di punto in bianco, con una parola odiosamente sfrontata lasciata cadere di sorpresa, l’aveva offesa, anzi spaventata. Così marito e moglie, tutto sommato contenti di essere sfuggiti a un gioco di maschere di deludente banalità, si ritrovarono presto seduti nella sala del buffet, come due innamorati tra altre coppie di innamorati, alle prese con ostriche e champagne, chiacchierando divertiti, quasi avessero appena fatto conoscenza, e abbandonandosi a una commedia della galanteria, della riluttanza, della seduzione e dell’appagamento; e dopo un rapido viaggio in carrozza attraverso la bianca notte invernale, a casa caddero l’uno nelle braccia dell’altra in un’estasi amorosa così appassionata come non accadeva da tempo. Li svegliò, troppo presto, un mattino grigio. La professione chiamava il marito di buon’ora al letto dei suoi pazienti; e i doveri di casalinga e di madre concedevano ad Albertine un riposo di poco più lungo. Così le ore erano trascorse uniformi e programmate nei compiti quotidiani e nel lavoro, mentre la notte precedente, dall’inizio alla conclusione, sbiadiva; e soltanto adesso, terminate per entrambi le incombenze giornaliere, dopo che la bambina era andata a dormire e non c’erano da aspettarsi interruzioni di alcun genere, le figure ingannevoli del ballo, lo sconosciuto malinconico e i due in domino rosso, tornarono ad essere reali; e d’improvviso quegli avvenimenti trascurabili furono magicamente e dolorosamente avvolti dal fallace riverbero di possibilità mancate. Domande innocenti eppure guardinghe, risposte scaltre, ambigue, si incrociarono nell’aria; a nessuno dei due sfuggì che l’altro non diceva fino in fondo la verità, e così entrambi si sentirono pronti a una blanda vendetta. Esagerarono le dimensioni dell’attrazione che gli sconosciuti compagni di ballo avevano esercitato su di loro, si fecero gioco dei moti di gelosia che l’altro lasciava scorgere e smentirono i propri. Pure, dalla conversazione leggera sulle avventure di nessun peso della notte prima passarono a un discorso più serio riguardante quei desideri nascosti e appena intuiti capaci di provocare vortici opachi e pericolosi anche nell’anima più limpida e pura, e parlarono delle regioni misteriose per le quali provavano una scarsa attrazione, e dove tuttavia l’indecifrabile vento del destino avrebbe un giorno o l’altro potuto spingerli, foss’anche soltanto in sogno. Perché, quantunque con sentimenti e sensi si appartenessero totalmente, sapevano che ieri, non per la prima volta, li aveva sfiorati un alito di avventura, libertà e pericolo; turbati, tormentandosi, cercavano di carpire confessioni vicendevoli con curiosità sleale e, facendosi timorosamente più vicini, ciascuno indagava dentro di sé alla ricerca di qualche avvenimento, per quanto inconsistente, di qualche esperienza, per quanto trascurabile, che potessero esprimere l’inesprimibile e la cui sincera ammissione li avrebbe forse sollevati da un’ansietà e da una diffidenza che cominciavano lentamente a diventare insopportabili. Fosse dei due la più impaziente, la più sincera o la più disponibile, Albertine trovò per prima il coraggio di aprirsi esplicitamente; e con voce un po’ malferma chiese a Fridolin se si ricordava di quel giovane che una sera dell’estate scorsa, sul litorale danese, era seduto con due ufficiali al tavolo vicino, aveva ricevuto un telegramma nel corso della cena e si era quindi congedato rapidamente dai suoi amici.
Fridolin annuì. «E cos’è successo, con lui?», chiese.
«L’avevo già visto al mattino», rispose Albertine, «mentre saliva in fretta le scale dell’albergo con la sua borsa gialla. Mi aveva lanciato una breve occhiata, ma dopo alcuni gradini si fermò, si girò verso di me e i nostri sguardi dovettero incontrarsi. Non sorrise, anzi, mi sembrò quasi che il suo volto si rabbuiasse, e lo stesso accadde anche a me, perché ero turbata come mai prima. Restai tutto il giorno sulla spiaggia, perduta nei miei sogni. Se mi avesse chiamata – così credevo con certezza – non avrei saputo resistere. Pensavo di essere disposta a tutto; fermamente decisa a sacrificare te, la bambina, il mio futuro, e al tempo stesso – riuscirai a capirlo? – tu mi eri più caro che mai. Proprio quel pomeriggio, te lo dovresti ricordare ancora, ci capitò di parlare di mille cose, anche del nostro futuro insieme, anche della bambina, con una confidenza come non accadeva da tempo. Al tramonto eravamo seduti sul balcone, tu e io, lui passò di sotto lungo la spiaggia, senza alzare lo sguardo, e io fui felice di vederlo. Ma ti accarezzai la fronte e ti baciai i capelli, mentre al mio amore per te si mescolava tanta dolorosa compassione. La sera ero bellissima, me lo hai detto tu stesso, e portavo una rosa bianca alla cintura. Forse non fu un caso che lo sconosciuto sedesse con i suoi amici accanto a noi. Non guardò verso di me, ma io mi baloccavo col pensiero di alzarmi, di avvicinarmi al suo tavolo e di dirgli: eccomi, mio atteso amante, prendimi. In quel momento gli portarono il telegramma, lo lesse, impallidì, sussurrò qualche parola al più giovane dei due ufficiali e sfiorandomi con uno sguardo enigmatico abbandonò la sala.»
«Dunque?», chiese Fridolin in tono asciutto quando lei tacque.
«Nient’altro. So soltanto che il mattino seguente mi svegliai con una certa ansietà. Di cosa avessi timore – se del fatto che fosse partito o che potesse essere ancora là – non lo so, e non lo sapevo neanche allora. Ma quando non comparve neppure a mezzogiorno, respirai di sollievo. Non chiedermi altro, Fridolin, ti ho detto tutta la verità. – E anche tu hai avuto qualche esperienza del genere su quella spiaggia, lo so.»
Fridolin si alzò, camminò un paio di volte su e giù per la stanza, poi disse: «Hai ragione». Si era fermato vicino alla finestra, il volto in ombra. «Al mattino», cominciò con voce velata, quasi ostile, «talvolta ancora molto presto, prima che tu fossi alzata, ero solito passeggiare lungo la riva, spingendomi oltre i margini del paese; e nonostante l’ora mattutina, il sole splendeva sempre sul mare in tutta la sua luminosità. Là, sulla spiaggia, c’erano piccole case di campagna, come ben sai, ognuna formava un piccolo mondo a sé, alcune con giardini recintati, altre circondate soltanto dal bosco, la strada e un tratto di spiaggia separavano le cabine dalle case. A quell’ora non mi capitava di incontrare quasi nessuno; e di bagnanti non c’era neppure l’ombra. Ma una mattina notai improvvisamente una figura femminile che, invisibile fino a un attimo prima, avanzava cauta sullo stretto terrazzino di uno dei capanni piantati nella sabbia, mettendo un piede davanti all’altro, le braccia tese all’indietro lungo la parete di legno. Era una ragazza molto giovane, di forse quindici anni, con i capelli biondi che le cadevano sciolti sulle spalle e, da un lato, sul piccolo seno. Guardava davanti a sé, verso l’acqua, continuando a scivolare lentamente, addossata alla parete, in direzione dell’angolo opposto, con gli occhi abbassati, e d’improvviso mi fu davanti, proprio di fronte; le braccia si allungarono ancora, quasi volesse aggrapparsi più saldamente, alzò lo sguardo e subito mi scorse. Un tremito le scosse il corpo, come se dovesse cadere o fuggire. Ma poiché su quello stretto assito avrebbe potuto avanzare solo molto lentamente, decise di fermarsi – e rimase lì, dapprima con un’espressione di spavento, poi di irritazione e infine di imbarazzo. E di colpo sorrise, un sorriso meraviglioso; negli occhi c’era un saluto, anzi un ammiccamento, – e al tempo stesso una sottile derisione, mentre sfioravano fuggevoli l’acqua ai suoi piedi che la separava da me. Poi stirò il giovane corpo flessuoso, quasi felice della sua bellezza e, lo si poteva facilmente notare, fiera e gradevolmente eccitata dallo scintillio del mio sguardo, che sentiva su di sé. Restammo così l’uno di fronte all’altra, forse per dieci secondi, con le labbra semiaperte e gli occhi che brillavano. D’istinto tesi le braccia verso di lei, nel suo sguardo c’erano trasporto e gioia. Ma d’un tratto scosse energicamente la testa, staccò un braccio dalla parete, con cenni imperiosi mi intimò di allontanarmi; e poiché non sapevo decidermi ad obbedire subito, nei suoi occhi infantili apparve una così intensa espressione di preghiera e di supplica che non mi rimase altro che volgerle le spalle. Ripresi il mio cammino con la maggiore rapidità possibile; non mi girai neppure una volta verso di lei, non certo per riguardo, obbedienza o cavalleria, ma perché sotto la sua ultima occhiata avevo avvertito un’emozione che oltrepassava tutte le esperienze vissute al punto da farmi quasi mancare i sensi.» E qui tacque.
«E quante volte», chiese Albertine guardando davanti a sé e con voce piatta, «hai rifatto ancora quel percorso?»
«Quanto ti ho raccontato», rispose Fridolin, «è accaduto per caso l’ultimo giorno della nostra permanenza in Danimarca. Neppure io so come sarebbe andata in circostanze diverse. Non chiedere altro neanche tu, Albertine.»
Era ancora accanto alla finestra, immobile. Albertine si alzò, gli venne vicino, i suoi occhi erano umidi e cupi, la fronte lievemente aggrottata. «D’ora in poi ci racconteremo sempre queste cose, subito», disse.
Egli annuì in silenzio.
«Promettimelo.»
L’attirò a sé. «Non ne sei sicura?», chiese; ma la sua voce suonava ancora aspra.
La moglie gli prese le mani, le accarezzò e lo fissò con occhi velati sul cui fondo egli poteva leggere i suoi pensieri. Ora Albertine stava ricordando le altre avventure giovanili di Fridolin, più reali, quelle di cui era stata messa a parte perché, cedendo troppo prontamente alla sua gelosa curiosità, egli le aveva confidato qualcosa nei primi anni di matrimonio, anzi, così a volte gli sembrava, aveva rivelato cose che sarebbe stato meglio tenere per sé. In quel momento, lo sapeva bene, qualche ricordo si insinuava in lei incoercibilmente, e quasi non si meravigliò quando, come parlando in sogno, Albertine pronunciò il nome ormai sbiadito di una delle sue amanti di un tempo. Eppure quel suono si ripercosse in lui come un rimprovero, anzi, come una velata minaccia.
Attirò le mani di Albertine alle labbra.
«In ogni creatura – credimi, anche se potrà sembrare una dichiarazione a buon mercato – in ogni creatura che pensavo di amare ho cercato sempre soltanto te. Lo so meglio di quanto tu possa capire, Albertine.»
Lei ebbe un sorriso opaco. «E se anch’io avessi preferito cercare prima di trovarti?», disse. Il suo sguardo mutò, divenne freddo e impenetrabile. Egli lasciò le mani, che scivolarono fuori dalle sue, quasi l’avesse colta nell’istante di una menzogna o di un tradimento; ma lei disse soltanto: «Ah, se sapeste», e poi tacque.
«Se sapessimo? Cosa vuoi dire con questo?»
La risposta fu di una strana durezza: «Più o meno quello che immagini, mio caro».
«Albertine, dunque c’è qualcosa che mi hai taciuto?»
Lei annuì, fissando nel vuoto con un sorriso singolare. Dubbi inconcepibili, assurdi, si affacciarono alla mente di Fridolin.
«Non riesco a capire», disse. «Avevi appena diciassette anni quando ci siamo fidanzati.»
«Sedici passati, già, Fridolin. Eppure», e lo guardò negli occhi con espressione penetrante, «non dipese da me se divenni tua moglie ancora vergine.»
«Albertine!»
E lei raccontò:
«Fu sul Wörthersee, pochissimo tempo prima del nostro fidanzamento, Fridolin, e una bella sera d’estate un uomo giovane e molto attraente era appoggiato alla mia finestra che guardava sul grande prato aperto, discorrevamo insieme, e nel corso di quella conversazione io pensai, beh, senti un po’ cosa pensai: che caro, affascinante giovane è questo… ora dovrebbe dire soltanto una parola, naturalmente la parola giusta, ed io uscirei con lui sul prato e passeggerei con lui dovunque gli piacesse, forse dentro al bosco; – o sarebbe ancora più bello allontanarci insieme in barca sul lago – e lui potrebbe avere da me tutto ciò che desidera, questa notte. Già, così pensavo. Ma non la pronunciò, la parola, il giovane uomo affascinante; mi baciò soltanto la mano con delicatezza, – e il mattino seguente mi chiese… se volessi diventare sua moglie. Ed io dissi sì».
Fridolin le lasciò le mani, irritato. «E se per caso quella sera», disse poi, «ci fosse stato un altro alla tua finestra, e gli fosse venuta alle labbra la parola giusta, ad esempio…», e rifletté sul nome che doveva pronunciare, mentre lei già tendeva le braccia quasi in atteggiamento di difesa.
«Un altro, chiunque altro, avrebbe potuto dire ciò che voleva,… gli sarebbe servito ben poco. E se non ci fossi stato tu lì davanti alla finestra», gli sorrise, «anche la sera d’estate non sarebbe certo stata così bella.»
Fridolin storse beffardamente la bocca. «Lo dici adesso, in questo momento, forse ci credi anche, in questo momento. Ma…»
Bussarono. Entrò la cameriera, annunciando che la portinaia della Schreyvogelgasse era venuta a chiamare il signor dottore per il consigliere, che stava di nuovo molto male. Fridolin uscì in anticamera e apprese dalla donna che il consigliere aveva avuto un attacco di cuore ed era in cattive condizioni; promise che sarebbe arrivato immediatamente.
«Te ne vai?», chiese Albertine mentre il marito si preparava in fretta, in un tono così stizzito da sembrare quasi che le stesse facendo un torto premeditato.
Fridolin rispose, un po’ stupito: «Ci devo andare».
Lei ebbe un lieve sospiro.
«Speriamo che non sia così grave», disse Fridolin, «finora tre centigrammi di morfina lo hanno sempre aiutato a superare l’attacco.»
La cameriera aveva portato la pelliccia, Fridolin baciò Albertine sulla fronte e sulla bocca un po’ distrattamente, come se il colloquio dell’ora precedente fosse già stato cancellato dalla sua memoria, e uscì a passi veloci.

2

In strada dovette aprire la pelliccia. Il disgelo era arrivato all’improvviso, la neve sul marciapiede si era quasi sciolta e nell’aria c’era un sentore di primavera vicina. La casa di Fridolin nella Josefstadt, vicino al Policlinico, distava meno di un quarto d’ora dalla Schreyvogelgasse; e così poco dopo Fridolin già saliva le giravolte male illuminate della scala nella vecchia casa, fino al secondo piano, dove tirò il cordone del campanello; ma prima ancora che quel suono venerando si facesse sentire, notò che la porta era solo accostata; entrò nel soggiorno passando per l’anticamera buia e si accorse subito di essere arrivato troppo tardi. La lampada a petrolio velata da un panno verde che pendeva dal basso soffitto gettava un riflesso opaco sulla coperta del letto, sotto la quale si allungava immobile un corpo sottile. Il viso del morto restava in ombra, ma Fridolin lo conosceva così bene che gli parve di vederlo con tutta chiarezza… magro, rugoso, la fronte alta, la corta barba bianca, le orecchie che colpivano per la bruttezza, coperte di peli bianchi. Marianne, la figlia del consigliere, sedeva ai piedi del letto con le braccia che penzolavano inerti, come per una sconfinata stanchezza. C’era odore di vecchi mobili, medicinali, petrolio, roba da mangiare; e insieme un lieve sentore di acqua di Colonia e sapone alla rosa, e a Fridolin parve anche di avvertire il profumo dolciastro e stantio di quella ragazza pallida, ancora giovane, che da mesi, da anni sfioriva lentamente tra gravosi lavori domestici, faticosa assistenza all’ammalato e veglie notturne.
Quando il dottore era entrato aveva rivolto lo sguardo su di lui, ma nella poca luce non era riuscito a notare se le guance si fossero coperte di rossore, come solitamente accadeva al suo apparire. Fece l’atto di alzarsi, Fridolin glielo impedì con un gesto, lei accennò un saluto con i grandi occhi cupi. Il dottore si avvicinò alla testata del letto, sfiorò meccanicamente la fronte del morto, le cui braccia giacevano sopra la coperta nelle larghe maniche sbottonate della camicia, abbassò quindi le spalle con un lieve moto di rincrescimento, infilò le mani nelle tasche della pelliccia, lasciò vagare lo sguardo pe...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. BUR
  3. Frontespizio
  4. Copyright
  5. Tra sogno e nevrosi
  6. Cronologia della vita e delle opere
  7. Testimonianze e giudizi critici
  8. Bibliografia
  9. Doppio sogno