I misteri di Udolpho
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I misteri di Udolpho

  1. 1,040 pagine
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I misteri di Udolpho

Informazioni su questo libro

Considerato l'archetipo del romanzo gotico, I misteri di Udolpho fu pubblicato nel 1794, anno dell'ascesa e della caduta di Robespierre. Sull'apparente struttura del racconto di formazione femminile, Ann Radcliffe modella un percorso attraverso gli spazi sublimi del terrore, nei quali l'eroina si smarrisce in una vertigine noir che la conduce oltre i limiti della ragione e della natura. Nella Francia del 1584 la giovane e sensibile Emily St. Aubert, rimasta orfana di entrambi i genitori, viene rinchiusa dalla zia Madame Cheron e dal suo compagno, il perverso zio Montoni, nel tenebroso castello di Udolpho, sugli Appennini. Solo dopo una convulsa serie di avvenimenti agghiaccianti Emily riesce a riacquistare la libertà e a ricongiungersi con il suo innamorato, Valancourt. L'introduzione al romanzo di Viola Papetti, oltre a definire il genere gotico, racconta come la "debole mano" di Ann Radcliffe sia riuscita a trasfigurare il castello di Udolpho in una perfetta e animata macchina del terrore.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2013
Print ISBN
9788817038515

Volume secondo

I

Ovunque mi aggiri, qualsiasi regno io veda
il mio cuore nuovo ai viaggi farà ancora
[ritorno a te.
Goldsmith18
Le carrozze erano in attesa al cancello di buon mattino; il trambusto dei domestici che andavano avanti e indietro nelle gallerie destò Emily da un sonno tormentoso: il suo spirito agitato le aveva presentato, durante la notte, immagini terrificanti e circostanze oscure relative al suo affetto e alla sua vita futura. Si adoperò ora per scacciare le impressioni lasciate dal sonno nella sua fantasia; ma dai mali immaginari si destò alla consapevolezza di quelli reali. Ricordando che si era separata da Valancourt, e forse per sempre, le si strinse il cuore col ritorno della memoria. Ma tentò di respingere i foschi presentimenti che le si affollavano alla mente e di contenere il dolore che non poteva vincere; e quegli sforzi diffusero un’espressione di temperata rassegnazione sulla costante malinconia del suo viso, proprio come un leggero velo, steso sui tratti della bellezza, li rende più attraenti nascondendoli parzialmente. Ma M.me Montoni non osservò alcunché su quel viso, tranne un pallore inconsueto che attirò le sue critiche. Disse alla nipote che si era abbandonata a dispiaceri immaginari e la pregò di occuparsi maggiormente della sua dignità, anziché consentire al mondo di vedere che non riusciva a rinunziare a un affetto sconveniente; al che le pallide guance di Emily si fecero scarlatte, ma di un rossore di orgoglio, e non rispose. Poco dopo Montoni entrò nella stanza della colazione, ma disse poco e apparve impaziente di partire.
Le finestre di quella stanza aprivano sul giardino. Passando davanti a esse, Emily vide il punto in cui si era separata da Valancourt la notte precedente: e fu un ricordo pieno di tristezza per il suo cuore, e allontanò rapidamente lo sguardo dall’oggetto che ne era stato la causa.
Quando il bagaglio fu infine sistemato, i viaggiatori salirono nelle carrozze, ed Emily avrebbe lasciato il castello senza un sospiro di rimpianto se questo non fosse stato situato nei pressi della residenza di Valancourt.
Da una piccola altura ella volse lo sguardo a Tolosa e alla lontana visione delle pianure della Guascogna, oltre le quali si mostravano nel lontano orizzonte le frastagliate cime dei Pirenei illuminate dal sole mattutino. “Care deliziose montagne!” ella disse a se stessa, “quanto tempo dovrà passare prima che vi veda di nuovo, e quante cose possono capitarmi per rendermi infelice nel frattempo! Oh, se ora potessi sapere che un giorno tornerò da voi e troverò Valancourt che vive ancora per me, me ne andrei tranquilla! Egli continuerà a contemplarvi, vi contemplerà quando sarò lontana!”
Gli alberi che sovrastavano gli alti margini della strada minacciavano ora di impedirle la vista; ma le montagne azzurrine si mostravano ancora al di là dell’oscuro fogliame, ed Emily continuò a sporgersi dal finestrino della carrozza, finché in ultimo l’infittirsi dei rami le sottrasse alla vista.
Un altro oggetto colse ora la sua attenzione. Aveva a malapena volto uno sguardo a una persona che camminava lungo il margine della strada, col cappello piumato alla militare calato sugli occhi, quando questa si girò improvvisamente al rumore delle ruote, consentendole di vedere che si trattava dello stesso Valancourt, il quale salutò con la mano, balzò nella strada e le consegnò una lettera attraverso il finestrino della carrozza. Egli tentò di sorridere a onta della disperazione che aveva dipinta sul viso vedendola passare; e il ricordo di quel sorriso parve imprimersi per sempre nello spirito di Emily. Ella si affacciò al finestrino e lo vide, in piedi sul rialzo del margine dissestato della strada e appoggiato a un alto albero che ondeggiava su di lui, intento a seguire la carrozza con lo sguardo. Egli agitò la mano ed ella continuò a guardare finché la distanza rese confusa la sua figura, e in ultimo un’altra svolta si interpose completamente fra lei e i suoi occhi.
Dopo essersi fermati a un castello lungo il percorso per far salire il signor Cavigni, i viaggiatori, con Emily poco rispettosamente sistemata insieme alla cameriera di M.me Montoni in una seconda carrozza, proseguirono il loro viaggio attraverso le pianure della Linguadoca. La presenza di quella domestica trattenne Emily dal leggere la lettera di Valancourt, non volendo esporre a occhi estranei le emozioni che avrebbe potuto suscitare. Ma il suo desiderio di leggere quella sua ultima comunicazione era tale che la sua mano tremante era continuamente sul punto di rompere il suggello.
Alla fine raggiunsero un villaggio dove non si trattennero che per cambiare i cavalli, senza scendere, e fu solo quando si fermarono per il pranzo che Emily ebbe la possibilità di leggere la lettera. Benché non avesse mai dubitato della sincerità dell’affetto di Valancourt, le nuove assicurazioni che ora ricevette le diedero coraggio; pianse di tenerezza su quella lettera, e la mise da parte per ricorrere a essa quando si fosse sentita particolarmente giù di spirito, e da quel momento pensò a lui con minore angoscia di quanto non avesse fatto da quando si erano separati. Fra le sue richieste che la interessarono particolarmente perché esprimevano la sua tenerezza e perché adeguarsi a esse sembrava annullare per un po’ il dolore dell’assenza, ve n’era una che la supplicava di voler pensare a lui al tramonto. «Così vi incontrerete con me col pensiero» diceva; «guarderò sempre il tramonto e sarò felice di credere che i vostri occhi siano fissati sullo stesso oggetto e che i nostri spiriti discorrano insieme. Voi non immaginate, Emily, quale conforto mi riprometto da questi momenti; ma sono sicuro che lo sperimenterete voi stessa.»
È inutile dire con quale emozione Emily contemplò il calare del sole quella sera sull’ampia zona pianeggiante, fissandolo nella sua costante discesa, finché sprofondò in direzione della provincia abitata da Valancourt. Dopo quell’ora il suo spirito si fece molto più tranquillo e rassegnato di quanto lo fosse stato a partire dal matrimonio della zia con Montoni.
Per parecchi giorni i viaggiatori continuarono ad avanzare attraverso le pianure della Linguadoca; e poi, entrando nel Delfinato e aggirandosi per un certo tempo fra le montagne di quella romantica provincia, abbandonarono la carrozza e iniziarono l’ascensione delle Alpi. E qui si rivelarono ai loro occhi scene sublimi quali i colori del linguaggio non devono osare dipingere! Perfino lo spirito di Emily fu talmente preso dalle nuove meravigliose immagini, che queste a volte giunsero a escludere l’idea di Valancourt, benché si desse più di frequente il caso che valessero a richiamarglielo alla mente. Esse le ricordavano gli spettacoli offerti dai Pirenei e da loro ammirati insieme, convinti che nulla potesse superarne la grandiosità. Quante volte non fu colta dal desiderio di esprimergli le nuove emozioni suscitate da quell’incredibile scenario, dal desiderio che egli potesse partecipare ad esse! A volte, inoltre, tentava di anticipare le sue risposte e giungeva quasi a immaginarselo davanti. Era come se si fosse innalzata in un altro mondo e avesse lasciato ogni pensiero frivolo, ogni frivolo sentimento in quello sottostante; ora erano solo quelli relativi a ciò che è grandioso e sublime a dilatarle lo spirito e a elevare i suoi affetti e il suo cuore.
Con quali emozioni sublimi, addolcite dalla tenerezza, si incontrava col pensiero con Valancourt alla solita ora del tramonto quando, aggirandosi fra le Alpi, osservava la splendida sfera che sprofondava fra le loro cime, le sue ultime tinte che morivano sulle punte nevose e la solenne oscurità che si allargava in silenzio sulla scena! E quando l’ultimo barlume era scomparso, ella distoglieva lo sguardo dall’occidente con un che del malinconico rimpianto che si prova dopo la partenza di un amico beneamato; mentre quel sentimento di solitudine veniva intensificato dall’allargarsi delle tenebre e da quei piccoli rumori che si odono solo quando il buio riduce i limiti dell’attenzione, aumentando ancora l’effetto del silenzio generale, le foglie scosse dall’aria, l’ultimo sospiro della brezza che indugia dopo il tramonto o il mormorio dei lontani corsi d’acqua.
Durante i primi giorni di quel viaggio nelle Alpi lo scenario presentò un incredibile miscuglio di solitudine e di presenza di abitanti, di coltivazione e di sterilità. Sull’orlo di tremendi precipizi e protetti da dirupi al di sotto dei quali spesso si muovevano le nuvole, si potevano vedere villaggi, campanili e torri di conventi; mentre i verdi pascoli e i vigneti allargavano le loro tinte ai piedi di perpendicolari rocce di marmo o di granito, con punte ornate di arboscelli alpini o facenti unicamente mostra di massicci dirupi, che si levavano le une al di sopra delle altre sino a confluire nella montagna la cui cima era coperta di neve e dalla quale scendeva a precipizio il torrente che rumoreggiava lungo la valle.
La neve non si era ancora sciolta sulla vetta del Moncenisio per cui passarono i viaggiatori; ma Emily, guardando le acque chiare del suo lago e la vasta pianura circondata da dirupi frastagliati, vide con l’immaginazione la bellezza verdeggiante che si sarebbe rivelata quando fossero scomparse le nevi e quando i pastori a mezza estate, guidando al pascolo le greggi del Piemonte verso la sua sommità fiorita, avrebbero aggiunto figure arcadiche a un paesaggio arcadico.
Scendendo verso il versante italiano, i precipizi si fecero ancora più paurosi e i panorami più selvaggi e maestosi, con tutta la pompa e il colore impartiti dai giochi di luce. Emily era incantata osservando le cime nevose delle montagne sotto i vari influssi del giorno, rosse al mattino, fiammeggianti se esposte allo splendore del mezzogiorno e appena colorate dalle tinte purpuree della sera. Le tracce dell’uomo potevano riconoscersi nella semplice capanna del pastore o del cacciatore, o nel rozzo ponte fatto con tronchi di pino e gettato attraverso il torrente per essere di aiuto nella caccia al camoscio fra dirupi sui quali, se non fosse stato di quella traccia dell’uomo, si sarebbe dovuto pensare che solo il camoscio o il lupo osassero avventurarsi. Mentre Emily osservava uno di quei ponti pericolosi con la cateratta che spumeggiava al di sotto di esso, le vennero alla mente delle immagini che in seguito mise insieme nel seguente
SONETTO NARRATIVO
Lo stanco viaggiatore che per l’intera notte
si è inerpicato per i tremendi cammini delle Alpi,
rasentando in assenza di sentiero i precipizi, ove
[innumerevoli sono
le tremende forme di pericolo; se per caso, mentre avanza
strisciando, il suo occhio ansioso scorge a distanza
la solitaria casa del pastore montanaro,
che spunta in mezzo agli alberi illuminati dalla luna,
quale improvvisa gioia non riempie il suo cuore!
Ma, se in mezzo si frappone un qualche orrendo abisso
su cui un pino spaccato fa da rischioso ponte,
in pauroso silenzio, sull’orlo, sconsolato
egli sta, e osserva in fondo, lontano lontano, alla luce
del debole raggio l’agitarsi tumultuoso delle acque
[del torrente,
e porge ascolto all’impetuoso scatenato frastuono;
e ancora osserva la profondità, ancora rabbrividisce
[fermo sull’orlo,
teme il ritorno, ma non osa arrischiarsi a traversare.
Disperato infine tenta la traballante asse,
il debole piede sdrucciola, egli urla, precipita, muore!
Spesso Emily, viaggiando circondata dalle nuvole, osservava con silenzioso timore il dilatarsi più in basso delle loro masse in movimento; chiudendo a volte completamente la scena, si presentavano come il mondo del caos, e a volte, allargandosi e facendosi sottili, si aprivano e consentivano parziali visioni del paesaggio: il torrente, il cui incredibile frastuono si era mantenuto incessante e che precipitava fra le rocce dell’abisso, enormi rupi bianche di neve, o le oscure sommità delle foreste di pini che si estendevano fino a mezza costa giù per le montagne. Ma chi potrà descrivere il suo rapimento quando, essendo passata attraverso un mare di vapori, ebbe la prima visione dell’Italia; quando dalla cima di una di quelle tremende pareti scoscese che si trovano nel Moncenisio e stanno a guardia all’ingresso di quell’incantevole Paese, guardò sotto di sé attraverso le nuvole più basse e, mentre queste si spostavano, vide le erbose valli del Piemonte ai suoi piedi e, più in là, l’estendersi per un’enorme distanza delle pianure della Lombardia, mentre apparivano incerte, nell’indistinto orizzonte, le torri di Torino?
La solitaria grandiosità degli oggetti che la circondavano da vicino, la regione montuosa che troneggiava più in alto, i profondi abissi che si spalancavano in basso, l’ondeggiare delle nere foreste di pini e di querce che ne sfioravano i piedi o ne coprivano i recessi, i precipitosi torrenti che, lanciandosi di mezzo alle rupi, si presentavano a volte come nuvole di nebbia e a volte come lastroni di ghiaccio: erano questi i tratti che ricavavano un carattere più elevato di sublimità dalla riposante bellezza del paesaggio italiano che si allargava più in basso fino al lontano orizzonte, ove il fondersi della stessa tinta azzurra pareva unire il cielo e la terra.
M.me Montoni si limitava a rabbrividire guardando i precipizi lungo i quali trottavano gli uomini addetti alla portantina con una leggerezza e una velocità pari quasi a quella del camoscio; dei precipizi la cui vista faceva indietreggiare la stessa Emily, benché ai timori di quest’ultima si sommassero emozioni varie procurate dal piacere, dall’ammirazione, la meraviglia e lo sgomento, quali non aveva mai provato prima di allora.
Nel frattempo gli uomini delle portantine, essendo giunti su un terreno pianeggiante, si fermarono per riposare, e mentre i viaggiatori se ne stavano seduti in cima a una rupe, Montoni e Cavigni ripresero la disputa sulla traversata delle Alpi da parte di Annibale, con Montoni che sosteneva che era entrato in Italia dal Moncenisio, mentre Cavigni voleva che fosse passato dal San Bernardo. L’argomento da loro trattato portò Emily a immaginare i disastri da lui sofferti in quell’audace e pericolosa avventura. Vedeva le grandi armate che serpeggiavano nelle gole e superavano le tremende rupi delle montagne illuminate a notte dai suoi fuochi o dalle torce che faceva portare accese mentre procedeva nella sua instancabile marcia. Con l’occhio della fantasia scorgeva il luccichio delle armi nell’oscurità della notte, lo scintillare delle lance e degli elmi e gli stendardi che svolazzavano indistinti nella luce crepuscolare; mentre ogni tanto il suono di una tromba lontana echeggiava nella gola, e al segnale veniva risposto con un momentaneo frastuono di armi. Guardava con orrore i montanari, inerpicati sulle rupi più alte, intenti ad attaccare le truppe al di sotto di loro lanciando frammenti della montagna; guardava i soldati e gli elefanti che precipitavano a capofitto nei precipizi sottostanti; e, mentre ascoltava il rimbombo fra le rocce a seguito della loro caduta, i terrori della fantasia cedettero a quelli della realtà, e rabbrividì accorgendosi di trovarsi lei stessa a quell’altezza vertiginosa da cui aveva immaginato la calata degli altri.
Intanto M.me Montoni, guardando l’Italia, contemplava con l’immaginazione lo splendore dei palazzi e la grandiosità dei castelli dei quali si aspettava di essere padrona a Venezia e negli Appennini, sì che divenne, nella sua fantasia, poco meno di una principessa. Non essendo più nello stato di allarme che l’aveva trattenuta dall’offrire ricevimenti alle belle di Tolosa che erano state nominate da Montoni con più éclat per la sua vanità che con elogio per la loro prudenza o rispetto della verità, ella decise di organizzare dei concerti, pur non avendo orecchio e non amando la musica, e delle conversazioni, pur non avendo talento per la conversazione; e di superare, ove possibile, tutta la nobiltà veneziana con l’animazione dei suoi ricevimenti e la magnificenza delle sue livree. Il sogno felice fu un po’ oscurato quando si ricordò del suo signor marito, il quale, pur non essendo avverso al profitto che talvolta deriva da simili ricevimenti, aveva sempre mostrato disprezzo per la frivola ostentazione che a volte li accompagna; ma poi le venne in mente che il suo orgoglio avrebbe potuto essere gratificato dallo sfoggio fatto tra i suoi amici, nella sua città natale, della ricchezza da lui tenuta in poco conto in Francia; ed ella riprese ad accarezzare le splendide illusioni che già prima l’avevano incantata.
I viaggiatori, nella discesa, passarono gradatamente dalla regione invernale al piacevole calore e alla bellezza della primavera. Il cielo incominciò ad assumere la serenità e la bella tinta proprie del clima italiano; delle chiazze di verde novello, dei profumati arbusti e dei fiori si affacciavano tra le rocce, facendo spesso da frangia ai loro ruvidi contorni o pendendo a ciuffi dai loro la...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. One woman show. di Matteo Strukul
  5. I MISTERI DI UDOLPHO
  6. Volume primo
  7. Volume secondo
  8. Volume terzo
  9. Volume quarto