VAGABONDAGGIO
(1887)
La raccolta fu pubblicata dall’editore fiorentino Barbèra, il 30 aprile 1887.
La novella che dà titolo al volume nasce dalla rifusione di testi precedentemente pubblicati: una parte, Come Nanni rimase orfano, sul «Fanfulla della domenica», 22 giugno 1884; un’altra nella medesima sede il 6 luglio successivo; una terza, Mondo piccino, sulla «Nuova Antologia», 1° ottobre 1884. Tali pezzi e il racconto che ne deriva sono legati alla elaborazione del Mastro-don Gesualdo: l’infanzia e l’adolescenza di Nanni-Gesualdo seguivano, secondo il progetto iniziale, lo schema del romanzo di formazione, e narravano le vicende del protagonista prima della sua irresistibile ascesa economico-sociale: parti poi resecate, con amputazione geniale, nella stesura ultima del romanzo che comincia con la storia di Gesualdo adulto e già affermato nella società paesana di Vizzini. Anche Nanni Volpe, comparso dapprima sulla «Illustrazione italiana», 17 aprile 1887, è legato alla genesi del Mastro: solo che il tema della roba vi ha esiti e risonanze ben diversi da quelli del romanzo.
Per le altre novelle indichiamo anche qui le date della prima pubblicazione, anteriori al 1887: Il maestro dei ragazzi, «Fanfulla della domenica», 28 marzo 1886; Un processo, «Fanfulla della domenica», 3 agosto 1884; La festa dei morti, «Strenna del Frou-Frou. Sport e letteratura», Genova, Armanino, dicembre 1883; Artisti da strapazzo, «Fanfulla della domenica», 11 gennaio 1885; Il segno d’amore, «Fanfulla della domenica», 1° marzo 1885; L’agonia d’un villaggio, «Imparziale. Indicatore politico commerciale quotidiano», Messina, 12 agosto 1886: (il testo ha una lontana origine nelle pagine di Un’altra inondazione, uscito nel 1880: fu composto in occasione della colata lavica che nel maggio 1886 raggiunse le case di Nicolosi);… e chi vive si dà pace, «Fanfulla della domenica», 2 gennaio 1887; Il bell’Armando, «Fanfulla della domenica», 6 dicembre 1885; Quelli del colèra, prima parzialmente in Auxilium, Milano, 1884, poi nell’almanacco Io Fanfulla, Roma,1887; Lacrymae rerum «Fanfulla della domenica», 14 dicembre 1884.
Anche Quelli del colèra è legato alla coeva elaborazione del Mastro: quasi un precedente della storia dell’epidemia nei capitoli II e III della Parte terza del romanzo. Ma retroattivamente si può riandare alla descrizione del contagio nei Malavoglia.
VAGABONDAGGIO
Nanni Lasca,1 da ragazzo, non si rammentava altro: suo padre, compare Cosimo, che tirava la fune della chiatta, sul Simeto,2 con Mangialerba, Ventura e l’Orbo; e lui a stendere la mano per riscuotere il pedaggio. Passavano carri, passavano vetturali, passava gente a piedi e a cavallo d’ogni paese, e se ne andavano pel mondo, di qua e di là del fiume.
Prima compare Cosimo aveva fatto il lettighiere. E Nanni aveva accompagnato il babbo nei suoi viaggi, per strade e sentieri, sempre coll’allegro scampanellio delle mule negli orecchi. Ma una volta, la vigilia di Natale – giorno segnalato – tornando a Licodia colla lettiga vuota, compare Cosimo trovò al Biviere la notizia che sua moglie stava per partorire. – Comare Menica stavolta vi fa una bella bambina, – gli dicevano tutti all’osteria. E lui, contento come una Pasqua, si affrettava ad attaccare i muli per arrivare a casa prima di sera. Il baio, birbante, che lo guardava di mal’occhio, per certe perticate che se l’era legate al dito, come lo vide spensierato, che si chinava ad affibbiargli il sottopancia canterellando, affilò le orecchie a tradimento – jjj! – e gli assestò un calcio secco.
Nanni era rimasto nella stalla, a scopare quel po’ d’orzo rimasto in fondo alla mangiatoia. Al vedere il babbo lungo disteso nell’aia, che si teneva il ginocchio colle due mani, e aveva la faccia bianca come un morto, volle mettersi a strillare. Ma compare Cosimo balbettava: – Va’ a pigliare dell’acqua fresca, piuttosto. Va’ a chiamare lo zio Carmine, che mi aiuti. – Accorse il ragazzo dell’osteria col fiato ai denti.
– O ch’è stato, compare Cosimo? – Niente, Misciu. Ho paura di aver la gamba rotta. Va’ a chiamare il tuo padrone piuttosto, che mi aiuti.
Lo zio Carmine andava in bestia ogni volta che lo chiamavano: – Che c’è? Cos’è successo? Non vi lasciano stare un momento, santo diavolone! – Finalmente comparve sulla porta, sbadigliando, col cappuccio sino agli occhi. – Cos’è stato? Ora che volete? Lasciate fare a me, compare Cosimo.
Il poveraccio lasciava fare, colla gamba ciondoloni, come se non fosse stata più roba sua. – Questa è roba della Gagliana, – conchiuse lo zio Carmine, posandolo di nuovo in terra adagio adagio. Allora compare Cosimo sbigottì, e si abbandonò sul ciglione, stralunato.
– Sta’ zitto, malannaggia! che gli fai la jettatura, a tuo padre! – esclamò lo zio Carmine, seccato dal piagnucolare che faceva Nanni, seduto sulle calcagna.
Cadeva la sera, smorta, in un gran silenzio. Poi si udirono lontano le chiese di Francofonte, che scampanavano.
– La bella vigilia di Natale che mi mandò Domeneddio! – balbettò compare Cosimo, colla lingua grossa dallo spasimo.
– Sentite, amico mio, – disse infine lo zio Carmine, che sentiva l’umidità del Biviere3 penetrargli nelle ossa. – Qui non possiamo farvi nulla. Per farvi muovere come siete adesso ci vorrebbe un paio di buoi.
– Che mi lasciate così, in mezzo alla strada? – si mise a lamentarsi compare Cosimo.
– No, no, siamo cristiani, compare Cosimo. Bisogna aspettare lo zio Mommu per darci una mano. Intanto vi manderò un fascio di fieno, e anche la coperta della mula, se volete. Il fresco della sera è traditore, qui nel lago, amico mio. Tredici anni che compro medicine!
– Ha la malaria nella testa il padrone, – disse poi Misciu, il ragazzo della stalla, tornando col fieno e la coperta. – Non fa altro che dormire, tutto il giorno.
Intanto sopra i monti spuntava la prima stella; poi un’altra, poi un’altra. Compare Cosimo, sudando freddo, col naso in aria, le contava ad una ad una, e tornava a lamentarsi:
– Che non giunge mai compare Mommu? Che mi lasciate qui stanotte, come un cane?
– Tornerà, tornerà, non dubitate. – Rispondeva Misciu accoccolato su di un sasso, col mento nelle mani.
– È andato a caccia nel Biviere. Alle volte passano mesi e settimane senza che lo veda anima viva. Ma ora ch’è Natale deve venire per prendere la sua roba.
E il ragazzo, mentre ciaramellava,4 s’andava appisolando anche lui, col mento sulle mani, raggomitolato nei suoi cenci.
– Viene di notte, viene di giorno, secondo va la caccia. Quando si mette alla posta delle anatre, lo zio Carmine gli lascia la chiave sotto l’uscio. Poi dorme di giorno, o va a vendere la selvaggina di qua e di là; ma la sua roba l’ha sempre qui, nella stalla, appesa al capezzale: il cavicchio pel fucile, il cavicchio per la carniera,5 un cavicchio per ogni cosa. Tanti anni che sta qui. Lo zio Carmine dice ch’era ancora giovane…
Quando compare Cosimo tornava a lamentarsi, il ragazzo trasaliva, quasi lo svegliassero, e poi tornava a borbottare, come in sogno. Nanni, stanco di singhiozzare, sbarrava gli occhi nel buio. Tutt’a un tratto scappò una gallinella, schiamazzando.
– O zio Mommu! – si mise a chiamare Nanni ad alta voce. Dopo si spandeva un gran silenzio, nella notte.
– So io! – disse infine Misciu. – Non risponde per non spaventar le anatre. Poi ci ha fatta l’abitudine, a quella vita, e non parla mai.
Però si udiva già il fruscío dei giunchi secchi, e il tonfo degli scarponi dello zio Mommu, che sfangava nel greto.
– Qua, zio Mommu! C’è compare Cosimo che gli è successo un accidente.6
Lo zio Mommu stava a guardare, al barlume che faceva la lanterna di compare Carmine, tutto intirizzito e battendo le palpebre, con quel naso a becco di jettatore. Poi sollevarono il lettighiere al modo che diceva lo zio Carmine, uno sotto le ascelle e l’altro pei piedi.
– Cristo! come vi pesano le ossa, compare Cosimo! – sbuffava l’oste, per fargli animo con una barzelletta. E lo zio Mommu, mingherlino, barellava7 davvero come un ubbriaco, sotto quel peso.
– Ah, che vigilia di Natale mi ha mandato Domeneddio! – tornava a dire compare Cosimo, steso alfine nello strapunto come un morto.
– Non ci pensate, compare Cosimo, che ora la Gagliana vi guarisce in un batter d’occhio. Bisogna andare a chiamarla, compare Mommu, nel tempo stesso che andate a Lentini per vendere la vostra roba.
Il vecchietto acconsentì con un cenno del capo, e mentre si preparava a partire, legandosi in testa il fazzoletto, e assettandosi la bisaccia in spalla, l’oste continuava:
– È meglio di un cerusico la Gagliana! Vedrete che vi guarirà in meno di dire un’avemaria. State allegro, compare Cosimo; e se non avete bisogno d’altro, vado a far la vigilia di Natale anch’io con quei quattro maccheroni.
– E tu che non vuoi mangiare un boccone? – chiese il lettighiere, voltandosi al suo ragazzo che non si moveva di lì, smorto, colle mani in tasca, e il viso sudicio dal piangere che aveva fatto.
– No, – rispose Nanni. – No, non ho più fame.
– Povero figlio mio! che vigilia di Natale è venuta anche per te!
La Gagliana venne a giorno fatto, che lo zio Cosimo aveva il viso acceso, e la gamba gonfia come un otre, talché bisognò tagliargli le brache per cavargliele, mentre la Gagliana, per modestia, si voltava dall’altra parte, cogli occhi bassi, preparando intanto ogni cosa lesta lesta: bende, stecche, empiastri, con certe erbe miracolose che sapeva lei. Poi si mise a tirare la gamba come un boia. Da principio compare Cosimo non diceva nulla, sudando a grosse gocce, e ansimando quasi facesse una gran fatica. Ma poi, tutt’a un tratto, gli scappò un grande urlo, che fece drizzare a tutti i capelli in testa.
– Lasciatelo gridare, che gli fa bene!
Compare Cosimo faceva proprio come una bestia quando le si dà il fuoco.8 Talché lo zio Carmine s’era alzato per vedere anche lui coi suoi occhioni assonnati. E Nanni strillava che pareva l’ammazzassero.
– Sembrate un ragazzo, compare Cosimo, – gli diceva l’oste. – Non vi hanno detto di star tranquillo? Foste in mano di qualche cerusico,9 pazienza!
– Stava fresco, Dio liberi! – saltò su la vecchia, come se l’avessero punta. – Per lo meno gli avrebbero tagliata la gamba a questo poveretto. Io non ho mai tagliato neppure un pelo in vita mia, grazie a Dio! Tutta grazia che mi dà il Signore! Ora state tranquillo, compare Cosimo, che non avete più bisogno di nulla.
Ella sputava sul ginocchio enfiato l’empiastro che andava masticando; metteva le stecche e stringeva forte le bende, senza badare agli – ohi! – ciarlando sempre come una gazza. E quand’ebbe terminato si nettò le mani nella criniera ispida e grigia, che le faceva come una cuffia sporca sulla testa.
– Sembra un diavolo quella strega! – ammiccava l’oste allo zio Mommu, il quale stava a guardare col naso malinconico, seduto sullo strapunto, le gambe penzoloni, e sgretolando a poco a poco il suo pane nero.
Lo zio Cosimo s’era lasciato andare di nuovo supino, col viso stralunato e lucente di sudore, accarezzando colla mano il suo ragazzo, e balbettando che non era nulla.
– Ora chi mi paga? – domandò infine la Gagliana.
– Non dubitate, che sarete pagata, – rispose il poveraccio più morto che vivo. – Venderò il mulo, se così vorrà Dio, e vi pagherò, sorella mia!
Com’era un bel giorno di Natale, col sole che veniva fin dentro la stalla, e le galline pure, a beccare qualche briciola di pane, la gente che era stata a sentir messa a Primosole si fermava a bere un sorso a metà strada, e vedendo compare Cosimo sul pagliericcio dello stallatico,10 volevano sapere il come ed il perché. Poi davano un’occhiata ai muli in fondo alla stalla. L’oste li faceva vedere fiutando la senseria:
– Belle e buone bestie! Quiete come il pane! Un affare d’oro per chi li compra, se compare Cosimo, Dio liberi, rimane storpio.
Il baio voltava indietro il capo come se capisse, colla sua boccata di fieno in aria.
– No, no, ancora non sono in questo stato! – lagnavasi compare Cosimo dal fondo del suo giaciglio.
– Diciamo così per dire, compare Cosimo, state tranquillo. Nessuno vi vuol toccare la roba vostra, se non volete voi. Qui c’è paglia e fieno pei vostri muli, e potete tenerceli cent’anni.
Lo sventurato pensava a quello che si sarebbero mangiato i muli, di fieno e di stallaggio, e lamentavasi:
– Stavolta non gliela faccio più la dote per la mia bambina che mi è nata adesso!
– Ora gli si manda la notizia a vostra moglie. La prima volta che lo zio Mommu andrà a Licodia per vendere la sua roba.
Così lo zio Mommu portò la brutta notizia alla moglie di compare Cosimo, masticando le parole, e dondolandosi ora su di una gamba e ora sull’altra, che alla prima non si capiva nulla, nella casa piena di vicine, mentre si aspettava il marito pel battesimo. Comare Menica, poveretta, nella prima furia voleva balzare dal letto, in camicia com’era, e correre al Biviere, se non era il medico, che si mise a sgridarla:
– Come le bestie, voialtri villani! Non sapete cosa vuol dire una febbre puerperale!
– Signore don Battista! Come posso fare a lasciare quel ...