Giorni con Padre Pio
«Scrivete tutto quello
che vi è successo.»
Tobia 12, 20
1940
Il fallimento dell’ospedaletto San Francesco1 rientra nel più grande disegno della Provvidenza poiché si sta delineando, via via più chiaramente, un altro miracolo di Padre Pio: la Casa Sollievo della Sofferenza.
Tutto è iniziato il pomeriggio del 9 gennaio di quest’anno quando si è costituito il comitato per la costruzione della «clinica» vagheggiata da Padre Pio. La riunione è avvenuta a San Giovanni Rotondo nel villino che il dottor Mario Sanvico, agronomo di Perugia, divide con un medico condotto originario di Firenze, Guglielmo Sanguinetti.
Si legge nel primo verbale: «Il giorno 9 gennaio 1940 XVIII E.F., alle ore 16,30, nella casa Sanvico-Sanguinetti, si sono riuniti i signori: signorina Ida Seitz, dottor Carlo Kisvarday, dottor Mario Sanvico, signora Maria Antonietta Sanvico, signora Mary Kisvarday per costituire un comitato per la fondazione di una clinica secondo le intenzioni di Padre Pio da Pietrelcina. I presenti, udito dal dottor Mario Sanvico quanto è nel desiderio del Padre, studiano grosso modo le direttive da prendere. Con l’ausilio della Provvidenza, il comitato sarà così costituito: Fondatore dell’Opera: Padre Pio da Pietrelcina (che momentaneamente desidera non essere nominato); segretario: dottor Mario Sanvico; cassiere contabile: dottor Carlo Kisvarday; tecnico-medico: dottor Guglielmo Sanguinetti; direttrice organizzazione interna: signorina Ida Seitz. Si conviene che tutto ciò che dovrà essere attuato dovrà essere sottoposto al consiglio del Padre. Farsi dare dal Padre il motto che dovrà essere la divisa del comitato».
Due ore dopo i promotori della erigenda clinica hanno raggiunto Padre Pio nella sua cella e gli hanno esposto il progetto. E lui: «Da questa sera ha inizio la mia opera terrena che sarà sempre più bella e più grande». Quindi, preso dalla tasca mezzo marengo d’oro del valore di dieci franchi ricevuto la mattina da una devota, ha aggiunto: «Voglio dare io la prima offerta». Già quella sera il cassiere, dottor Kisvarday, ha potuto annotare sul registro contributi per complessivi 40 franchi e 967 lire.
Due giorni dopo, Padre Pio si è intrattenuto con il dottor Sanvico sul futuro sviluppo della sua opera e gli ha spiegato che la vuole là sulla montagna, vicino al Convento, mentre la sera di domenica 14 gennaio gli ha dettato il nome: «Casa Sollievo della Sofferenza».
Maggio 1940
Alla fine di maggio ha iniziato a circolare fra i fedeli di Padre Pio un volantino dal titolo «Ai fratelli di fede», in cui si spiega il significato dell’opera che si sta per realizzare. In esso si legge che «in tutto il Gargano non c’è un ospedale e i poveri ammalati, quando è possibile, devono essere trasportati sino a Foggia, ma i più muoiono in casa privi delle cure più necessarie. Alcuni figli spirituali del Padre hanno vagheggiato da molto tempo il sogno di costruire in quella regione un grandioso ospedale, che fosse come l’espressione della carità di Cristo e potesse accogliere gratuitamente, come un nuovo Cottolengo, tutti gli ammalati. Più volte abbiamo raccolto dalle labbra e dal cuore sacerdotale di chi ci è Padre questo ardente desiderio e, fiduciosi nella Divina Provvidenza, abbiamo deciso di attuarlo. Sarà così un modo di mostrare a Dio la nostra riconoscenza per le grazie ricevute in quel lembo di nostra terra; sarà sopra tutto il ricambio dell’amore dei figli all’amore del Padre».
Il dépliant è girato in tutta Italia e all’estero e le offerte stanno arrivando cospicue: è stata raggiunta la somma di un milione e mezzo di lire.
Maggio 1944
Il volto di Padre Pio si fa ogni giorno più scuro: la sofferenza si centuplica, lasciando sfuggire espressioni amare. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale non lo ha colto di sorpresa, anzi l’aveva prevista. Non gli è bastato l’aver subito il peso terribile di quella del ’14-18, che lo ha visto sempre malaticcio, smunto, ridotto a un fuscello, a un pelo dall’orlo della tomba, goffamente vestito da fantaccino per cento giorni perché sempre in convalescenza (per un errore provvidenziale delle autorità militari) e infine stimmatizzato. Egli ora deve tener conto delle conseguenze di un conflitto ancora più rovinoso, delle sorti della Chiesa che sta attraversando un momento delicatissimo, del pianto delle madri e delle spose che si aggrappano a lui perché impetri per i loro cari al fronte, dei molti figliuoli in pericolo nelle città esposte alle devastazioni delle bombe…
Le strepitose vittorie di Hitler non lo hanno incantato: Padre Pio ha piuttosto sentenziato una solenne sconfitta per il dittatore nazista. La sua spiccata avversione per Hitler fa il paio con quella per Stalin: «Due corna dello stesso diavolo», al cui confronto Nerone è un «peccatorello qualunque». E dopo la caduta di Tobruk, Padre Pio aveva già preannunciato per il nostro esercito quello che è accaduto in seguito: una ritirata dietro l’altra «fino a Bengasi, e poi fino al deserto, e poi fino a Tripoli, e poi in Sicilia e poi in Italia».
Con lo sbarco in Italia e l’occupazione della Puglia (Mussolini è fuggiasco con un crocefisso di Padre Pio nei bagagli), molti degli Alleati di stanza nel Foggiano, per lo più statunitensi, sono approdati al romitorio garganico. Vittime essi stessi di una guerra crudele, non certo desiderata, si raccomandano alle sue preghiere. A tutti, specialmente a quelli che più rischiano la vita, il Padre dona una medaglina della Madonna Miracolosa. Spesso un graduato londinese della Royal Air Force, il professore Romild Glanville Cooper, gli serve la messa in uniforme militare. È questi tra i più assidui, insieme con un ufficiale americano, il musico Alfonso D’Artega, il quale conduce un’orchestra al seguito delle truppe del suo Paese.1
La Provvidenza ha profittato della contingenza bellica per diffondere il nome del Suo Servo nei Paesi dove questi è meno conosciuto e perché la Storia abbia a registrare un avvenimento mai accaduto prima, e al quale San Giovanni Rotondo, con i suoi circa 15.000 abitanti, deve la salvezza.2 Nel territorio della cittadina, a due minuti di aereo, alle falde meridionali del promontorio garganico, c’è un’importante miniera di bauxite, sfruttata dalla Montecatini per la produzione dell’alluminio. Il Comando americano, forse confondendo la localizzazione della miniera con l’abitato, o forse per paralizzarne l’attività eliminandone gli uomini che vi lavorano, tutti di San Giovanni Rotondo, nel luglio del 1943 aveva destinato a questo centro un bombardiere. Ebbene, l’apparecchio era prossimo al bersaglio, quando i piloti si sono visti davanti, librato nell’aria, luminoso e con le braccia spalancate, un uomo barbuto e vestito di saio. Spaventati, hanno invertito la rotta e rinunciato all’impresa.
Più tardi, occupata Foggia, essi si sono recati al Convento e hanno riconosciuto in Padre Pio l’uomo misterioso visto nel cielo del Gargano. Non è una favola. Il fatto è stato pubblicato dal quotidiano italiano «Il Tempo». Troppo inverosimile, non ha avuto alcuna eco sugli altri giornali. Esso è autentico, ha assicurato il musico D’Artega che dei piloti è amico di lunga data.
In poco tempo Padre Pio è diventato per gli americani di stanza a Foggia un amico e confidente. A San Giovanni Rotondo ci siamo abituati al crescente avvicendarsi delle folle dirette «ai Cappuccini». Sappiamo Padre Pio dedicarsi a lunghe ed estenuanti ore di confessione dei fedeli che sono sempre più numerosi.
La fama di santità di Padre Pio è testimoniata dallo stesso Padre Agostino da San Marco in Lamis, suo superiore e direttore spirituale, il quale fa notare che «tutti i giorni giungono lettere che annunziano grazie ricevute per intercessione del Padre» e «qualcuna di miracolo».
Le missive dirette a Padre Pio sono più di cinquanta al giorno. L’arrivo massiccio di fedeli fa sorgere i primi alberghi e le prime locande. Si aprono bar e ristoranti e chioschi per la vendita di souvenir e fotografie di Padre Pio. Qua e là vengono costruite villette o semplici casupole. Poco alla volta il Convento perde il suo isolamento e il silenzio secolare che lo circondavano.
1946
Passata la furia della guerra, una nuova vita ha investito la cittadella di Padre Pio. Il segno del risveglio, che già si avverte da qualche tempo, ormai ha trasformato la vita di San Giovanni Rotondo. Le sveglie degli orologi dei fedeli di Padre Pio sono regolate sulla sua messa delle cinque del mattino. Il resto della giornata è tutta dedicata alle confessioni, alla preghiera e alla sofferenza. Come sempre alimentazione e riposo sono scarsissimi, appena venti grammi di cibo e un paio di ore di sonno. È aumentata di molto la corrispondenza diretta al Convento: si contano quasi cento lettere al giorno, da ogni parte del mondo.
La fine del conflitto mondiale ha permesso a Padre Pio di riprendere con maggior impegno l’idea della costruzione della «clinica». Per prima cosa, lo scorso 5 ottobre è stata costituita una Società per azioni chiamata Immobiliare Casa Sollievo della Sofferenza, con un capitale di mille azioni da mille lire, pari a un milione. Le azioni sono state distribuite fra i fedeli più vicini a Padre Pio, con l’impegno formale che rinunceranno a qualsiasi beneficio personale.
Appena il giorno dopo, una torinese, Maria Basilio, ha offerto a Padre Pio il pezzo di terra limitrofo al Convento, lì dove Padre Pio ha indicato che sorgerà l’ospedale. La mattina seguente ecco arrivare una nuova donazione, questa volta dalla famiglia Serritelli di San Giovanni Rotondo, che ha lasciato un altro lembo di terreno per la futura Casa Sollievo della Sofferenza.
Dicembre 1947
Il 16 maggio scorso, con una semplice cerimonia Padre Pio ha benedetto la prima pietra del futuro grande ospedale. Dopo tre giorni, una ventina di operai senza un minimo di progetto hanno iniziato lo sbancamento per la costruzione della strada di accesso al cantiere. In cassa ci sono appena quattro milioni, ma Padre Pio ha voluto a ogni costo che partissero i lavori. Ve n’è a sufficienza per affibbiare a quei pionieri dell’Opera di Padre Pio l’appellativo di «pazzi megalomani». La direzione dello scavo è stata affidata a don Peppino Orlando, compaesano e amico di vecchia data del cappuccino stimmatizzato, uno dei più attivi del Comitato per la realizzazione della clinica.
La fiducia nell’aiuto della Provvidenza è stata presto ripagata. Una nota giornalista inglese del settimanale «Economist», Barbara Ward, era a San Giovanni Rotondo per chiedere a Padre Pio di pregare per la conversione al cattolicesimo del suo fidanzato, il comandante Jackson, amministratore delegato dell’UNRRA, l’istituto americano per la ricostruzione postbellica.
E mentre miss Ward confessava il suo desiderio a Padre Pio, in Inghilterra il futuro sposo decideva di farsi battezzare.
Tutto questo è accaduto pochi giorni dopo l’inizio dei lavori di sbancamento. Incuriosita e interessata da quel progetto, la giornalista inglese in seguito ha fatto pressione sul marito perché venisse riconosciuto un contributo dell’UNRRA a favore della Casa Sollievo della Sofferenza. L’idea della donazione è stata sostenuta come un omaggio in memoria del sindaco di New York Fiorello La Guardia, originario della provincia di Foggia, di recente scomparso.
Dalla roccia del deserto assalita dalle mine e da cento picconi, ha cominciato così a germogliare uno dei fiori più belli e più profumati, irrorato dalla carità, dalla gratitudine e dalla sollecitudine affettuosa dei figliuoli, che crescono a dismisura: sta nascendo la Casa Sollievo della Sofferenza. E insieme con le mine esplodono boccioli odorosi d’incenso: prendono vita i primi gruppi di preghiera.
Su esplicito invito di Padre Pio, che ha raccolto il desiderio di papa Pio XII di vedere «falangi di uomini e di giovani» che almeno una volta al mese si riuniscano in preghiera e «ricevano il pane di vita e inducano altri a seguire il loro esempio», gruppi di fedeli di ogni parte d’Italia e del mondo spontaneamente hanno cominciato a incontrarsi sotto la guida di un sacerdote e la responsabilità di un capo gruppo. Le loro riunioni sono inoltre un modo per sentirsi legati al Padre Fondatore e di pregare secondo le intenzioni del Papa.
Assunto come impiegato negli uffici amministrativi della vicina miniera della Montecatini, sento forte il desiderio di portare ai minatori la gioia del perdono di Dio che ho di recente cominciato a sperimentare. Il ritorno alla Chiesa in quel 7 marzo, festa di San Tommaso d’Aquino, e la sempre più assidua frequentazione con Padre Pio mi stanno dando la forza e il coraggio di sfidare comunisti e anticlericali, che in quell’ambiente incattiviscono gli uomini costringendoli a vivere in un clima di ricatto e omertà. In un’occasione ho dovuto letteralmente salvare la vita a un giovane sacerdote del barese, don Domenico Labellarte, anche lui formatosi alla scuola di Padre Pio, che ha osato entrare in miniera per predicare la parola di Dio. Con lui e il sindaco Francesco Morcaldi c’è stata presto un’intesa. Ne abbiamo parlato a Padre Pio affinché benedisse la nostra idea: andare a Roma per cercare aiuti per la popolazione di San Giovanni Rotondo. Al termine di un viaggio avventuroso e dopo aver bussato invano a cento porte, in extremis – com’è nello stile di Padre Pio – quando ormai ci eravamo rassegnati a tornare a mani vuote, ecco incontrare la persona giusta: un funzionario del governo italiano incaricato alla distribuzione degli aiuti americani. Si trattava del conte Cantuti di Castelvetri, responsabile dell’Ente Nazionale dei Soccorsi in Italia. «Per Padre Pio, questo e altro» ci ha detto. Di lì a poco è arrivato a San Giovanni Rotondo un camion militare pieno di vestiti e aiuti alimentari e, dietro mia sollecitazione, anche un’ambulanza. I due automezzi sono stati poi regalati a Padre Pio per la nascente Casa Sollievo.
Settembre 1948
Per poter andare avanti nei lavori dell’ospedale, oltre i soldi, occorreva anche un progetto esecutivo del fabbricato da realizzare. Architetti e ingegneri, alcuni anche di fama, avevano elaborato idee di massima da sottoporre al Comitato. Fra i vari progetti presentati a Padre Pio piacque il disegno di un certo Angelo Lupi, «ingegnere» di Pescara. Egli pur non avendo né diploma né laurea partecipò al concorso per la realizzazione della Casa Sollievo della Sofferenza. La commissione scelse il suo lavoro, e quando si seppe che non aveva titoli per la progettazione né per la direzione dei lavori, Padre Pio gli confermò ugualmente l’incarico dicendo che «aveva ricevuto la laurea dal Signore».
L’arrivo di Lupi ha segnato l’avvio della costruzione dell’ospedale. La sua presenza è come un turbine che scuote la quiete del borgo dei cappuccini. Istintivo e brusco nei modi ma geniale nelle sue soluzioni, in breve tempo ha trasformato i contadini di San Giovanni Rotondo in operai specializzati, elettricisti, falegnami, carpentieri, piastrellisti e meccanici.
In un luogo dove mancava tutto, dall’acqua alle strade, dall’energia elettrica al telefono, Lupi ha portato tutto ciò che era indispensabile per il buon andamento dei lavori, creando autonome strutture a servizio del cantiere.
Grazie all’interessamento della giornalista Barbara Ward presso l’UNRRA e le sollecitazioni del professor Matteo Mangiacotti, un funzionario sangiovannese in servizio presso il Consolato italiano a New York, è stato destinato a San Giovanni Rotondo un contributo di quattrocento milioni di lire, dei quali però solo duecentocinquanta sono giunti a destinazione per un precedente «prelievo» da parte del governo italiano. L’arrivo dei fondi americani ha permesso di organizzare meglio il lavoro. Il numero degli operai è passato a trecento, inquadrati in squadre come un esercito. A colpi di mine e di piccone sono stati sbancati centomila metri cubi di roccia per scavare le fondamenta e livellare trentacinquemila metri quadrati di terreno.
Il 2 settembre è stata finalmente posata la prima copertura, benedetta da Padre Pio alla presenza di autorità del governo americano.
Ma l’estate del 1948 sarà anche ricordata per una serie di forti scosse di terremoto avvenute tra il 18 e il 21 agosto, seguite da un interminabile sciame sismico, che hanno interessato il Gargano e parte della Capitanata lesionando gravemente molte abitazioni. In tanti ci siamo adattati a dormire all’aperto, sotto le tende o altri ricoveri improvvisati, per timore di restare intrappolati sotto le macerie. Anche Padre Pio ha deciso come altri confratelli di passare le notti nell’orto del Convento, riparato da una semplice coperta, forse per condividere con noi il disagio di dormire all’addiaccio. Mi ha confessato che ciò che gli dava più fastidio era il prurito provocato dalla polvere e dalle pagliuzze che il vento gli infilava nella barba. E ce ne è voluto per convincerlo a fargli trascorrere le ore della notte nell’ambulanza, quella stessa donata l’anno prima dal governo americano. Ogni volta che la terra ha sussultato ci siamo rivolti a lui preoccupati per sapere quando tutto questo sarebbe terminato. «Non moriremo sotto le macerie» ha continuato a ripeterci cercando di tranquillizzarci. Con questa riposta si è preso inoltre la responsabilità di far rientrare in casa un’anziana coppia di Foggia che non sapeva se abbandonare per qualche tempo la città per trasferirsi in campagna.
Ottobre 1948
Ho operato le mie scelte politiche e non manco di manifestarle apertamente anche sul posto di lavoro. Tutto questo rende precaria la mia situazione in miniera, e i miei cominciano seriamente a preoccuparsi per certe voci che parlano di un attentato nei miei confronti. In effetti, ho calpestato i piedi a più di una persona. Giocando d’anticipo sui fatti che sono accaduti a Roma all’indomani dell’attentato al segretario del PCI, Palmiro Togliatti, con Morcaldi abbiamo aperto una sede CISL a San Giovanni Rotondo raccogliendo l’adesione di duecento operai della Montecatini già iscritti alla CGIL. Con questa operazione, nel nostro piccolo abbiamo di fatto decretato la fine dell’esperienza sindacale unitaria, poi sancita lo scorso 17 ottobre da G...