Una vita
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Una vita

  1. 220 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

A diciassette anni, radiosa e pronta ad assaporare le gioie della vita, Jeanne lascia finalmente il convento. Di tutti i sogni che hanno riempito i suoi anni di solitario ritiro, il più pressante è quello dell'amore. Tanto spesso e con tale intensità ha immaginato i fremiti del proprio cuore, che già le pare di conoscerli. Così, non appena fa la conoscenza di Julien de Lamare, Jeanne non esita a riconoscerlo: è lui l'uomo a cui è destinata. Ma cosa può sapere una ragazzina dei segreti custoditi tra le pareti della camera da letto, delle passioni e dei desideri degli uomini? Il suo è un mondo di illusioni destinate ad appassire non appena dischiuse, a scomparire prima ancora di realizzarsi. Scritto nel 1883 su incoraggiamento di Flaubert, 'Una vita' è il primo romanzo di Guy de Maupassant. Pagine intense che possiedono il realismo crudo della vita vera, e nelle quali si avverte l'intima commozione dell'autore per la solitudine degli uomini e per la fugacità delle loro gioie.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2013
Print ISBN
9788817010573
eBook ISBN
9788858650882
UNA VITA
L’umile verità.
I
Finiti i suoi bauli, Jeanne si avvicinò alla finestra, la pioggia non era cessata.
L’acquazzone era scrosciato per tutta la notte contro i vetri e sui tetti. Il cielo, basso e greve d’acqua, pareva essersi rotto e riversarsi sulla terra, disfacendola in poltiglia, fondendola come zucchero. A tratti passavano raffiche cariche d’un pesante calore. Lo scroscio dei ruscelli straripanti riempiva le strade deserte, e le case come spugne assorbivano l’umidità che penetrava all’interno e faceva trasudare i muri, dalla cantina al granaio.
Jeanne, uscita il giorno prima dal convento, libera finalmente per sempre, e pronta a cogliere tutte le gioie della vita, le cose che da tanto tempo sognava, ora temeva che suo padre esitasse a partire, se il tempo non fosse migliorato: e, per la centesima volta da quella mattina, scrutava l’orizzonte.
Poi s’accorse che aveva dimenticato di mettere il calendario nella borsa da viaggio. Staccò dal muro il cartoncino diviso in mesi, che recava al centro di un fregio la data dell’anno in corso, 1819, in cifre dorate. Cancellò con tratti di matita le prime quattro colonne, coprendo tutti i nomi dei santi sino al 2 maggio, giorno dell’uscita dal convento.
Una voce, di là dalla porta, chiamò: «Jeannette!».
Jeanne rispose: «Entra, papà».
E apparve suo padre.
Il barone Simon-Jacques le Perthuis des Vauds era un gentiluomo maniaco e buono. Discepolo entusiasta di J.-J. Rousseau, nutriva un grande amore per la natura, i campi, i boschi, gli animali. Aristocratico di nascita, detestava per istinto il novantatré; ma, filosofo di temperamento, e liberale per educazione, esecrava la tirannia, con un odio inoffensivo e declamatorio. La sua grande forza e la sua gran debolezza era la bontà, una bontà che non aveva abbastanza mani per accarezzare, per donare, per stringere, una bontà da creatore, diffusa, senza resistenza, quasi un torpore dei nervi, della volontà, una lacuna nell’energia, quasi un vizio. Uomo teorico, egli meditava tutto un piano d’educazione per sua figlia, nel desiderio di renderla felice, buona, onesta e dolce.
La ragazza era rimasta in casa sino all’età di dodici anni, poi, nonostante le lacrime materne, venne mandata al Sacro Cuore.
Egli l’aveva tenuta là severamente rinchiusa, segregata, ignorata, e ignorante delle cose umane. Voleva che gliela restituissero casta a diciassette anni, per poi immergerla lui stesso in una specie di bagno di poesia ragionevole; e, in campagna, vicino alla terra feconda, aprire la sua anima, dissipare la sua ignoranza alla vista dell’amore ingenuo, delle semplici effusioni degli animali, delle leggi serene della vita.
E lei usciva adesso dal convento, raggiante, piena di linfa e di desideri di felicità, aperta a tutte le gioie, a tutte le occasioni seducenti che nell’inattività dei giorni e nelle lunghe notti, nella solitudine delle speranze il suo animo aveva già percorse.
Pareva un ritratto del Veronese, con i capelli di un biondo lucente che apparivano scoloriti sulla sua carne, una carne d’aristocratica appena soffusa di rosa, ombreggiata da una lieve peluria, una specie di pallido velluto che si scorgeva appena, quando il sole l’accarezzava. I suoi occhi erano azzurri, dell’azzurro opaco di quelli delle statuette di ceramica olandese.
Aveva sulla narice sinistra un piccolo neo, e un altro a destra, sul mento, ove si arricciavano alcuni peluzzi tanto simili al colore della pelle che si distinguevano appena. Era alta, forte di petto, agile di vita. La sua voce netta pareva a volte troppo acuta; ma la sua risata aperta diffondeva gioia intorno. Spesso, con gesto naturale, si portava le mani alle tempie, come per lisciarsi la capigliatura.
Corse incontro a suo padre, lo abbracciò e lo baciò. «Ebbene, partiamo?» domandò.
Egli sorrise, scosse i capelli già bianchi e che portava piuttosto lunghi, e disse, stendendo la mano verso la finestra:
«Come vuoi viaggiare con un tempo simile?».
Ma lei lo pregava, tenera e carezzevole: «Oh, papà, partiamo, te ne supplico. Farà bello, nel pomeriggio».
«Ma tua madre non acconsentirà mai.»
«Sì, te lo prometto, ci penso io.» «Se tu riesci a persuadere tua madre, io sono d’accordo.»
E lei si precipitò verso la camera della baronessa. Aveva infatti aspettato il giorno della partenza con trepidazione crescente.
Dopo il suo ingresso al Sacro Cuore, non aveva mai lasciato Rouen, poiché suo padre non le avrebbe permesso alcuna distrazione prima dell’età stabilita. Due volte soltanto l’avevano condotta per quindici giorni a Parigi, ma era sempre una città, e lei sognava solo la campagna.
Adesso sarebbe andata a passare l’estate nella loro proprietà dei Pioppi, vecchio castello di famiglia piantato sulla scogliera vicino a Yport; e si riprometteva infinita gioia da quella vita libera in riva al mare. Inoltre, era inteso che le avrebbero fatto dono di quel castello, che avrebbe abitato per sempre quando si fosse sposata. E la pioggia, che cadeva senza tregua dalla sera prima, era il primo gran dispiacere della sua vita.
Ma, tre minuti dopo, uscì di corsa dalla camera della madre, gridando per tutta la casa: «Papà, papà, la mamma ha detto di sì, fa attaccare i cavalli!».
Il diluvio non si placava; anzi, pareva persino raddoppiare d’intensità nel momento in cui il calesse avanzò verso la porta.
Jeanne era già pronta per salire in carrozza quando la baronessa scese le scale, sostenuta da una parte dal marito e dall’altra da una cameriera alta, forte e ben piantata come un giovanotto. Era una normanna del paese di Caux, che dimostrava almeno vent’anni, benché ne avesse solo diciotto. In famiglia era trattata quasi come una seconda figlia, perché era stata la sorella di latte di Jeanne. Si chiamava Rosalie. La sua principale funzione consisteva del resto nel guidare i passi della padrona, diventata enorme da qualche anno, in seguito a un’ipertrofia del cuore, di cui si lamentava incessantemente.
La baronessa raggiunse, sbuffando assai, la soglia del vecchio edificio, guardò il cortile allagato e mormorò: «Veramente non è una cosa ragionevole!».
Suo marito, sempre sorridente, rispose: «Lo avete voluto voi, signora Adélaïde».
Siccome ella portava quel nome pomposo, egli lo faceva sempre precedere da quel «signora» con un certo tono di rispetto leggermente scherzoso. Poi lei si mosse e raggiunse la carrozza salendovi con molta fatica, e tutte le molle cigolarono. Il barone sedette di fianco a lei, Jeanne e Rosalie presero posto sul sedile posteriore.
La cuoca Ludivine portò un mucchio di mantelli che dispose sulle ginocchia dei passeggeri, e due panieri che vennero dissimulati sotto le loro gambe; poi si arrampicò sul sedile accanto al vecchio Simon, e s’avvolse in una gran coperta che la infagottava sino alla testa. Il portiere e sua moglie vennero a salutare e chiusero lo sportello, ricevettero le ultime raccomandazioni per i bauli che dovevano seguire su un carretto; poi la carrozza si mosse.
Il vecchio Simon, il cocchiere, con la testa china, la schiena curva sotto la pioggia, scompariva nel suo pastrano dal triplice colletto. La burrasca fischiava e batteva i vetri, inondava la strada. La berlina, tirata da due cavalli al gran trotto, scese girando sul lungomare e costeggiò la fila delle grandi navi, con i loro alberi, pennoni e sartie che s’alzavano tristemente nel cielo grondante, come alberi spogli; poi si avviò per il lungo viale del Monte Riboudet.
Poco dopo attraversarono le praterie; di tanto in tanto un salice piangente, i rami pendenti con l’abbandono di un cadavere, si profilava vagamente attraverso la nebbia d’acqua. I ferri dei cavalli guazzavano, e le quattro ruote irradiavano spruzzi di fango.
I passeggeri tacevano; anche gli animi parevano bagnati come la terra. Mammina si abbandonò all’indietro, appoggiò la testa e chiuse gli occhi. Il barone guardava con occhi spenti la campagna monotona e fradicia. Rosalie, con un pacco sulle ginocchia, sognava, con quel fantasticare quasi animalesco della gente del popolo. Ma Jeanne, sotto quel tiepido grondare, si sentiva rivivere come una pianta a lungo rinchiusa che venga esposta all’aria; e l’intensità della sua gioia, come un fitto fogliame, riparava il suo cuore dalla tristezza. Non parlava, ma aveva voglia di cantare, di sporgere una mano per riempirla d’acqua e bervi; era felice del trotto veloce dei cavalli, di vedere la desolazione dei paesaggi, e di sentirsi al riparo in mezzo a quell’inondazione.
E sotto la pioggia accanita le groppe lucenti delle due bestie esalavano un vapore d’acqua bollente.
La baronessa a poco a poco s’addormentava. Il suo volto, incorniciato da sei boccoli di capelli pendenti e regolari, si afflosciò a poco a poco, mollemente sostenuto dalle tre grosse onde del collo, le cui ultime ondulazioni si perdevano nel mare aperto del petto. La sua testa, che si sollevava a ogni inspirazione, ricadeva ogni volta; le gote si gonfiavano, mentre tra le labbra socchiuse passava un russare sonoro. Il marito si chinò verso di lei, e le pose piano piano tra le mani unite sull’ampiezza del ventre un piccolo portafogli di cuoio.
Quel tocco la destò; ella considerò l’oggetto con uno sguardo vacuo, con l’ottusità del sonno interrotto. Il portafogli cadde e si aprì. Monete d’oro e banconote si sparpagliarono nella carrozza. Lei si svegliò del tutto; e l’allegria di sua figlia proruppe in uno scoppio di risa.
Il barone raccolse il denaro, e, mettendoglielo sulle ginocchia, disse: «Ecco, mia cara, tutto quel che rimane della mia fattoria di Életot. L’ho venduta per far restaurare i Pioppi, ove abiteremo ormai spesso». La moglie contò seimila e quattrocento franchi, e se li mise tranquillamente in tasca.
Era la nona fattoria venduta così, su trentuno che i loro genitori avevano lasciato. Essi possedevano però ancora circa ventimila lire di rendita, in terre che, bene amministrate, avrebbero agevolmente reso trentamila franchi all’anno.
Poiché essi vivevano con semplicità, questa rendita sarebbe stata sufficiente, se non vi fosse stato nella casa un buco senza fondo, sempre aperto: la bontà. E questa prosciugava il denaro nelle loro stesse mani, come il sole fa evaporare l’acqua negli stagni. Il denaro correva, fuggiva, scompariva. Come? Nessuno ne sapeva nulla. A ogni istante uno di loro diceva: «Non so come sia accaduto, ma oggi ho speso cento franchi senza comperare nulla d’importante».
La liberalità nel donare era, del resto, una delle grandi gioie della loro vita; e su questo punto erano meravigliosamente d’accordo, in un modo commovente.
Jeanne domandò: «È bello, adesso, il mio castello?».
Il barone rispose allegramente: «Vedrai bambina».
A poco a poco la violenza dell’acquazzone diminuiva; infine rimase soltanto una specie di nebbiolina un finissimo pulviscolo di pioggia sospesa. La calotta delle nubi pareva alzarsi, schiarirsi; e all’improvviso, attraverso uno spiraglio invisibile, un lungo raggio obliquo di sole scese sui prati.
Le nuvole si squarciarono e apparve il fondo azzurro del cielo; poi lo squarcio s’ingrandì come in un velo strappato, e si stese sul mondo un bel cielo puro, d’un azzurro limpido e profondo.
Un alito fresco e dolce passò, come un sospiro felice della terra; e costeggiando giardini e boschi si udiva a tratti il canto vivace d’un uccello che si asciugava le penne.
La sera scendeva. Tutti dormivano, adesso, nella carrozza, ad eccezione di Jeanne. Due volte si fermarono in qualche locanda, per lasciar riprendere fiato ai cavalli, e dar loro un poco di avena e d’acqua.
Il sole era tramontato; s’udiva un lontano suono di campane. In un piccolo paese s’accesero le lanterne; e anche il cielo s’illuminò di un formicolio di stelle. Ogni tanto apparivano case illuminate, che perforavano le tenebre di punti infuocati; e a un tratto, dietro un’altura, attraverso rami di pino, apparve la luna, rossa, enorme e quasi intorpidita di sonno.
L’aria era così tiepida che i vetri rimanevano abbassati. Jeanne, sfinita dal troppo sognare, sazia di visioni felici, ora riposava. A volte il torpore per una posizione prolungata le faceva riaprire gli occhi; allora guardava fuori, e vedeva nella notte luminosa passare gli alberi di una fattoria, oppure qualche vacca coricata qua o là in un campo, che alzava la testa. Poi lei cercava una nuova posizione, e tentava di riafferrare l’abbozzo di un sogno; ma il rumore continuo della carrozza in moto le riempiva le orecchie, le affaticava il pensiero; richiudeva gli occhi, sentendosi l’animo indolenzito come il corpo.
Adesso s’erano fermati. Uomini e donne stavano in piedi davanti agli sportelli, con lanterne in mano. Erano arrivati. Jeanne si destò di colpo e balzò dalla carrozza. Babbo e Rosalie, illuminati da un contadino, trasportarono quasi di peso la baronessa, del tutto estenuata, che gemeva di sconforto e ripeteva continuamente con una vocina esile e moribonda: «Ah, mio Dio, poveri figli miei». Non volle bere nulla, mangiare nulla, si coricò e si addormentò immediatamente.
Jeanne e il barone cenarono soli. Sorridevano e si guardavano, si stringevano la mano attraverso la tavola; poi, tutti e due in preda a una gioia infantile, si misero a visitare il castello restaurato.
Era una di quelle alte e vaste dimore normanne, un po’ fattoria un po’ castello, costruite in pietra bianca divenuta grigia, e tanto spaziose da poter alloggiare un reggimento.
Un immenso atrio divideva in due la casa e l’attraversava da parte a parte, aprendo le sue grandi porte sulle due facciate. Una doppia scala pareva scavalcare questo ingresso, lasciando vuoto il centro, congiungendo al primo piano le sue due rampe, alla maniera di un ponte.
Al piano terreno, a destra, si entrava nel salone vastissimo, dalla tappezzeria a fogliami e uccelli svolazzanti. Tutti i mobili, ricoperti in stoffa ricamata a piccolo punto, illustravano le favole di La Fontaine; e Jeanne trasalì di gioia ritrovando una sedia che aveva amata, da bimba, e che rappresentava la storia della Volpe e della Cicogna,
Accanto al salone s’aprivano la biblioteca, piena di libri antichi, e altre due stanze inutilizzate; a sinistra, la sala da pranzo tutta in legno nuovo, il guardaroba, i servizi, la cucina e un piccolo appartamento con annesso il bagno.
Un corridoio attraversava in lungo tutto il primo piano. Le porte delle dieci camere s’allineavano su questo passaggio. In fondo, a destra, si trovava l’appartamento di Jeanne. Vi entrarono. Il barone l’aveva appena fatto rimettere a nuovo, adoperando semplicemente tende e mobili rimasti inutilizzati nei granai.
Tappezzerie di origine fiamminga e molto antiche popolavano quel luogo di strani personaggi.
Ma quando vide il suo letto, la fanciulla gettò grida di gioia. Ai quattro angoli, quattro grandi uccelli in legno di quercia, tutti neri e lucenti di cera, reggevano il giaciglio e sembravano messi lì a guardia di esso. I fianchi del letto rappresentavano due grosse ghirlande di fiori e frutta scolpite; e quattro colonne finemente lavorate e terminanti in capitelli corinzi sostenevano un cornicione di rose e amorini intrecciati.
Il letto si ergeva monumentale e tuttavia molto aggraziato, nonostante la severità del legno scurito dal tempo.
Il copripiedi e i paramenti del baldacchino scintillavano come firmamenti. Erano in seta antica di un azzurro cupo, costellati qua e là da grandi gigli ricamati in oro.
Quando lo ebbe ammirato a dovere, Jeanne, alzando la lampada, esaminò le tappezzerie per capirne i soggetti. Un giovane signore e una giovane dama, in abiti verdi, rossi e gialli dalla foggia più strana, conversavano sotto un albero azzurro sul quale maturavano frutti bianchi. Un grosso coniglio dello stesso colore brucava un’erba grigiastra. Proprio sopra i personaggi, in una convenzionale lontananza, si scorgevano cinque casette rotonde dai tetti a punta; e lassù, quasi in cielo, un mulino a vento tutto rosso. Grandi tralci di fiori correvano per tutto il dipinto. Gli altri due pannelli somigliavano molto al primo, ma, in essi si vedevano uscire dalle case quattro uomini vestiti alla maniera fiamminga, che alzavano le braccia al cielo in segno di stupore e di collera estrema. E l’ultimo dei pannelli rappresentava un dramma. Accanto al coniglio, che brucava ancora, era disteso il giovane e pareva morto. La giovane dama, guardandolo, si trafiggeva il petto con una spada; e i frutti dell’albero eran divenuti neri.
Jeanne rinunciava a capire, quando scoprì in un angolo una bestiola microscopica, che il coniglio, se fosse stato vivo, avrebbe potuto mangiare come un filo d’erba. Eppure, si trattava di un leone.
Allora riconobbe le sventure di Piramo e Tisbe;1 e, pur sorridendo dell’ingenuità dei disegni, si sentì felice di rinchiudersi in mezzo a quell’avventura d’amore, che avrebbe parlato sempre alla sua fantasia delle speranze più care, e avrebbe fatto calare ogni notte sul suo sonno quell’amore antico e leggendario.
Tutto il resto d...

Indice dei contenuti

  1. Una vita
  2. Copyright
  3. Guy De Maupassant
  4. Cronologia Della Vita e Delle Opere
  5. BIbliografia Essenziale
  6. Una vita
  7. Sommario