L'amore spezzato
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L'amore spezzato

  1. 250 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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L'amore spezzato

Informazioni su questo libro

Una favola d'altri tempi in pieni anni Novanta: è quella di Paola Franchi e Maurizio Gucci, raffinato delfino di una dinastia simbolo dell'eleganza italiana degli ultimi cinquant'anni. Un amore che sboccia in una serata tiepida e avvolgente e muove i primi passi tra Milano e la dolce vita internazionale, Portofino e Saint Tropez, barche e champagne. Ma sotto alla superficie patinata covano, ben più importanti, due realtà profonde. Una è quella appagata di un amore intenso e sincero, capace di ridare a Paola e Maurizio la serenità dopo periodi difficili: per lei il secondo divorzio, per lui un rapporto d'amore-odio con il padre, gli intrighi della vita aziendale, e la necessità di riconquistare l'affetto delle figlie rimaste con la ex moglie Patrizia Reggiani. La seconda realtà è quella inquietante delle invidie e dei rancori che porteranno quest'ultima, nell'ansia di danneggiare l'ex marito e la sua nuova compagna, prima alla magia nera e poi al delitto. Il 27 marzo 1995 Maurizio Gucci viene ucciso con quattro proiettili. Patrizia Reggiani, il 3 novembre 1998, verrà condannata a ventinove anni di carcere come mandante. Il racconto di Paola Franchi è la storia di una donna amante della bellezza – dalla passione per il suo lavoro di decoratrice di interni alla nuova vocazione di artista figurativa – e capace di spingersi al di là della sofferenza. Per quindici anni, dalla morte di Maurizio, Paola ha taciuto il suo dolore, aggravato pochi anni dopo dal suicidio del figlio Charly, appena adolescente. Oggi per la prima volta racconta a cuore aperto una giovinezza incantata, una storia d'amore splendida e tragica, la ritrovata serenità tra le meraviglie dell'Africa, le lezioni apprese in una vita toccata dal destino.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2013
Print ISBN
9788817043113
eBook ISBN
9788858653203

1

Quindici anni dopo

«Paola, il posto è stupendo. Io e tuo padre abbiamo già trovato un terreno in vendita. Qui costa tutto meno. Perché non vieni a vederlo?»
Mia madre mi conosce bene: sa che ho la passione per le case. Una passione che ho potuto coltivare anche grazie al mio lavoro di arredatrice di interni.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di abitarne tante, di case, e tutte meravigliose; quasi sempre, poi, ho avuto carta bianca nel ripensarle e sistemarle a mio piacimento.
Una casa nuova significa tante cose. Per me ha sempre rappresentato l’inizio di qualcosa: chiudevo un capitolo e ne aprivo un altro.
Quel gennaio del 2005, a Milano, la città dove sono nata, cresciuta, dove mi sono sposata due volte e dove è nato mio figlio, non mi legava più niente.
Quello che mi proponeva mia madre con la sua telefonata era una casa in Africa.
Lei e mio padre erano andati lì per caso. Due coppie di loro amici, loro vicini di casa alla Pinetina, un quartiere residenziale della Brianza appena fuori Milano, trascorrono i mesi invernali a Kilifi, in Kenya, e da tempo li invitavano ad andarli a trovare. Quell’anno si erano decisi per le vacanze di Natale.
Sono due persone particolari, i miei genitori: ottantasette anni lui, ottantuno lei, hanno affrontato dieci ore d’aereo con due scali senza battere ciglio. A Kilifi hanno preso alloggio nell’albergo di un italiano, Ciro, che durante la nostra estate gestisce uno stabilimento balneare a Camaiore, vicino a Forte dei Marmi.
Quando li ho raggiunti mi aspettavo di trovarmi in un posto simile a Malindi, quel genere d’Africa dove italiani danarosi e dai gusti esotici hanno comprato casa per riprodurre vita e ritmi della Costa Smeralda. Invece Kilifi è diversa; è abitata quasi solo da inglesi che per indole tendono a mantenere i luoghi come li trovano e ad avere con la popolazione locale un rapporto improntato al vecchio colonialismo: distaccato e autorevole.
Il terreno in vendita da cui si erano lasciati conquistare affacciava su una spiaggia bianca lunga chilometri, dove puoi camminare per ore senza incontrare anima viva.
Oggi guardo la casa che ci sorge sopra, il suo tetto in makuti, gli spazi ampi e arieggiati: non avrei mai pensato di poter vivere in un posto del genere per più dello spazio di una vacanza.
Invece è già il terzo inverno che passo in Africa e mi sto quasi abituando ai ritmi quieti e indolenti di questo meraviglioso Paese. Qui nessuno bada a come sono vestita, se sono truccata, se sono ancora bella, se sto invecchiando. Alle sei del pomeriggio è già buio pesto e sulla testa ho solo una cappa di stelle; alle sei di mattina sorge l’alba.
È l’ora che preferisco per fare una passeggiata. E dire che una volta mi piaceva così tanto dormire. Era per questo che Maurizio mi chiamava Ghirotto. Io invece lo avevo soprannominato Fochina, perché aveva sempre il naso freddo.
«Fochina, vieni qui che dobbiamo fare la lista degli invitati» gli avevo detto quando la nostra casa di corso Venezia era finalmente pronta. Avevamo cercato a lungo un appartamento dove andare a vivere insieme e quando l’avevamo trovato, due piani di un palazzo nobiliare nel cuore di Milano, i lavori di ristrutturazione erano durati tre anni. Era arrivato il momento di inaugurarlo e, visto che Natale era vicino, volevo organizzare una festa memorabile.
Maurizio aveva risposto: «Voglio solo gli amici. Pochi ma buoni».
Una frase sibillina, considerato che era il dicembre del 1994. Tre mesi dopo l’avrebbero ucciso. E gli amici «buoni» si sarebbero rivelati davvero pochi.

2

Quella la conosco

«Posso presentarti il mio amico Maurizio Gucci?» Appoggiata al bancone del bar al privé del Chesa Veglia, a Saint Moritz, sorseggiavo un drink chiacchierando con un conoscente quando Maurizio si era avvicinato a noi.
È iniziata così, con un incontro casuale, la nostra storia. Ed è andata avanti per cinque anni; cinque anni in cui avrei vissuto dentro una favola, troppo bella per essere vera. O per poter durare.
Era il febbraio del 1990. Avevo trentasette anni, un figlio di sei e un marito che, come tutte le sere da quando eravamo sposati, mi portava fuori a cena. Quel giorno eravamo usciti per il compleanno di un amico e avevamo festeggiato nel ristorante del Chesa Veglia, al piano di sopra. Poi eravamo scesi al bar per un ultimo bicchiere.
«Veramente ci conosciamo già» risposi esitante all’amico. Non ero certa che lui si ricordasse di me: dall’ultima volta che ci eravamo visti erano trascorsi quasi vent’anni.
In uno specchio mentale, intanto, controllavo il mio aspetto: non ero poi così diversa da allora e, anche se eravamo in montagna, quella sera ero piuttosto elegante. Indossavo una gonna corta e un corpetto ricamato; le scarpe con il tacco alto le avevo portate dall’albergo in una borsa, infilandomele poco prima di entrare al posto degli scarponcini da neve.
«È vero. Anche se ne è passato di tempo da quella famosa estate a Santa Margherita» disse Maurizio. Sembrava leggermente imbarazzato ma si era subito ripreso. «Ricordo le nostre uscite in motoscafo, quell’anno eravamo tutti impazziti per lo sci d’acqua e non facevamo altro che allenarci. Se non sbaglio insegnai anche a te.»
«Ho ancora in mente qualche clamorosa sederata e anche qualche bevuta» replicai ironica, e scoppiammo a ridere. Tentavamo di smorzare una strana tensione, una corrente che avevamo percepito tra noi fin dal primo sguardo.
Intanto davanti ai miei occhi scorrevano rapide le immagini di quell’estate. Era il 1972, lo sci d’acqua era molto di moda e Maurizio, da grande sportivo, ne aveva fatto una passione. Trascorrevamo le giornate nella baia di Portofino a bordo del motoscafo Riva Acquarama di un amico di entrambi. La nostra però era stata una conoscenza superficiale: Maurizio era già fidanzato con Patrizia Reggiani e di lì a pochi mesi si sarebbero sposati; dal canto mio, filavo con un ragazzo di Roma, molto carino. Fu grazie a lui che mi invitarono al matrimonio: Patrizia, nelle sue manie di grandezza, aveva voluto all’altare ben dieci «garçons d’honneur» e tutti bellissimi; tra questi c’era il mio fidanzato romano.
L’uomo che avevo di fronte quella sera era però molto diverso dal ragazzo sportivo e spensierato che ricordavo. I capelli biondi e folti e i vivaci occhi azzurri dietro le lenti spesse degli occhiali gli davano un aspetto ancora giovanile, ma l’espressione era fin troppo vissuta, quasi dolente.
Svanita l’eco delle nostre risate, Maurizio mi spiegò in tono serio: «Sono rientrato da poco a vivere a Milano perché, come probabilmente saprai, ho avuto problemi finanziari e di eredità con la mia famiglia; un processo mi ha costretto a un esilio forzato in Svizzera».
Cercai di fare mente locale su che cosa avessi letto o sentito riguardo ai Gucci negli ultimi tempi ma ricordavo solo che molti anni prima avevo saputo che lui e Patrizia si erano trasferiti a New York; per il resto avevo perso completamente le loro tracce.
«Magari un giorno ti racconto meglio. Potremmo rivederci a Milano per un aperitivo» propose Maurizio a quel punto.
«Perché no?» risposi. «Davvero molto volentieri.» Ero curiosa di scoprire cosa gli fosse successo in tutto quel tempo e molto lusingata dal suo invito.
«La prossima settimana non ci sono, vado a Malaga con un paio di amici in beauty farm, da Bobet. Voglio tornare in linea» mi spiegò. Non ne aveva certo bisogno, ma la cosa non mi stupì perché all’epoca erano già molti gli uomini, soprattutto di un certo livello sociale, che avevano l’abitudine di concedersi una settimana di remise en forme; era un modo per staccare dal lavoro e anche per disintossicarsi, dato che si mangiava quasi sempre al ristorante. Con un cenno della testa Maurizio indicò il tavolo da cui si era alzato poco prima. Tra gli amici che sarebbero partiti con lui, ci sarebbe stato anche il suo accompagnatore di quella sera, l’antiquario Toto Russo, un personaggio piuttosto noto a Milano.
Seppi in seguito che era stato lui a convincere Maurizio, così restio alle serate mondane, a uscire per venire al Chesa Veglia. E che in realtà era stato Maurizio il primo a riconoscermi: quando erano entrati nel locale mi aveva subito notata e aveva detto a Toto: «Quella bionda la conosco».
Continuammo a chiacchierare per una decina di minuti. Quando venne il momento di salutarci, buttai lì un generico: «Ci sentiamo al tuo ritorno, allora». Lui sorrise, ma non mi chiese il numero di telefono; scambiò ancora qualche parola con il nostro conoscente comune, poi tornò al suo tavolo, e poco dopo andò via.
Quella notte, quando Maurizio rincasò nella sua villa di Suvretta, la coppia di persone di servizio che viveva con lui e a cui era molto affezionato gli fece notare che lo vedeva insolitamente pimpante. E lui ammise che sì, in effetti aveva rivisto un’amica di tanti anni prima e gli aveva fatto piacere.
Quando me lo raccontò, molto tempo dopo, una cosa mi colpì: un uomo così importante e di successo aveva come confidenti e amici i suoi domestici.

3

La prima volta in via Montenapoleone

La telefonata arrivò di mattina sull’apparecchio di casa. «Signora, c’è la segretaria del dottor Gucci in linea» annunciò la mia donna di servizio. Mi sentii vacillare.
La consapevolezza di essere stata io a lanciargli un amo mostrandomi aperta alla possibilità di prendere un aperitivo insieme quando fosse rientrato a Milano, mi faceva sentire leggermente in colpa: ero eccitata dal fatto che mi avesse cercata ma nello stesso tempo mi domandavo se accettare di incontrarlo fosse davvero la cosa giusta.
Erano mesi che non stavo più bene nel mio matrimonio e in una situazione del genere, è inutile negarlo, una donna è più ricettiva verso nuovi incontri.
Maurizio Gucci mi aveva colpito. Avevo ripensato spesso, in quei giorni, al nostro incontro casuale, a quella strana vibrazione provata in sua presenza. Una reazione che mi aveva sorpresa perché quando ci eravamo conosciuti, a vent’anni, Maurizio non era certo il mio tipo: troppo ragazzino per una come me, a cui sono sempre piaciuti gli uomini più grandi.
Anch’io dovevo averlo colpito, perché in qualche modo si era procurato il mio numero e mi aveva chiamato.
«Ciao, come va?» esordì baldanzoso al telefono; sembrava a suo agio.
«Tu, piuttosto: come è andata la tua vacanza di dieta e relax?»
«Molto bene. Sono magrissimo e bellissimo.»
In seguito avrei sentito spesso Maurizio scherzare sul suo aspetto fisico; era piuttosto vanitoso e curava moltissimo sia la forma sia l’abbigliamento.
«Stavo pensando di invitarti a prendere quel famoso aperitivo, così parliamo un po’ dei vecchi tempi.»
«Mi piacerebbe.»
«Quando sei libera?»
«Potrei domani sera, se per te va bene.» Per una coincidenza galeotta mio marito partiva proprio quel giorno per trascorrere anche lui una settimana di benessere nel centro Chenot di Bolzano, quindi sarei stata libera di uscire e incontrare Maurizio senza bisogno di trovare scuse.
«Benissimo. Ti aspetto in Montenapoleone nel mio ufficio; è all’ultimo piano del palazzo dove c’è il negozio. Verso le sette ti va bene?»
«Perfetto. Allora a domani, ciao.» Misi giù con il batticuore, attenta che in casa nessuno notasse il mio turbamento. Passai tutto il giorno e quello dopo in preda a un’agitazione che col passare delle ore diventava sempre più difficile dissimulare. Non sapevo che cosa avrei detto, quella sera, come mi sarei comportata con lui; ma ero sicura che sarei andata a quell’appuntamento.
Quel giorno, erano i primi di marzo, faceva insolitamente caldo. Dopo vari ripensamenti decisi di indossare un vestito nero di crepella con le mezze maniche, piuttosto corto e con la parte superiore in seta bianca, un bolero e sulle spalle un mantello. Scesi dal taxi irrigidita dalla tensione e mentre l’ascensore saliva al piano del suo ufficio quasi mi mancava il respiro. Maurizio era lì, davanti alla porta, ad accogliermi: le braccia aperte come volesse avvolgermi in un abbraccio e sulla bocca un largo sorriso.
«Ciao, pensavo non venissi più» disse.
«Perché?»
«Ti aspettavo verso le sette e sono le già le sette e mezza.»
«Mi dispiace, devo aver fatto confusione sull’orario.» Ero in buona fede: a forza di pensare a quell’appuntamento mi ero completamente dimenticata se Maurizio mi avesse detto le sette o le sette e mezza.
«Non importa. Sei molto bella. E anche elegante.» Mi baciò sulla guancia.
«Anche tu stai molto bene. Che meraviglia questo ufficio.» Era immenso, affacciato sul verde di un giardino pensile e arredato in stile; mi bastò un’occhiata per capire che era appassionato del periodo Impero russo.
«Vuoi una coppa di champagne?» chiese. Su un tavolino in un angolo era pronta la glacette con due calici.
«Volentieri. Allora, che cosa ti è successo in tutti questi anni? L’altra sera a Saint Moritz non abbiamo parlato molto. Non so se sai che sono sposata e ho un figlio di sei anni.»
«Sì, lo so» disse Maurizio. «Io invece sono ormai fuori casa da qualche anno, anche per via di tutti i problemi che ho avuto con la Gucci a cui ti accennavo in montagna. Praticamente ho vissuto per due anni da solo in Svizzera per potermi difendere meglio nel processo che hanno intentato contro di me i miei cugini: figurati che mi hanno accusato di aver falsificato le firme con cui mio padre mi girava le sue quote dell’azienda prima di morire.»
«Non sapevo niente» risposi.
«Sai qual è la cosa che più mi infastidisce? Che i giornali siano sempre pronti a distruggere la reputazione di una persona con titoloni e articoli a tutta pagina e poi, quando è il momento di riabilitarla, tutto il loro interesse svanisce di colpo. Con me è successo proprio così. Quando sono stato completamente scagionato, lo spazio che mi hanno dedicato è stato pochissimo. D’altronde» constatò amareggiato, «fa più notizia un Gucci delinquente che innocente.»
Per un attimo nei suoi occhi da buono colsi un’espressione diversa, di rabbia o forse di stanchezza. Era chiaro che quella storia l’aveva molto provato, e ci teneva a farmi capire che, nonostante quello che potevo aver letto o sentito, era una persona perbene.
Da parte mia non avevo pregiudizi di sorta nei suoi confronti: non avendo seguito la vicenda giudiziaria, legavo ancora la sua immagine e il suo nome al ragazzone ingenuo e un po’ timido che avevo conosciuto da giovane.
Verso le dieci ci accorgemmo che il tempo era volato; erano più di due ore che parlavamo, e Maurizio mi aveva raccontato gran parte della sua vita. La tensione iniziale, ormai, si era sciolta in una piacevole sensazione di benessere.
«Hai fame?» mi domandò. E subito dopo, quasi pentito di essere stato troppo precipitoso rischiando di mettermi in imbarazzo: «Forse devi tornare a casa».
«No, mi sono organizzata. Giorgio, mio marito, è via e mio figlio è affidato alla coppia spagnola che...

Indice dei contenuti

  1. L'amore spezzato
  2. Copyright
  3. Prefazione
  4. Prologo
  5. 1. Quindici anni dopo
  6. 2. Quella la conosco
  7. 3. La prima volta in via Montenapoleone
  8. 4. Fuga in Costa Azzurra
  9. 5. A «raccattar cugitt» in Sudafrica
  10. 6. Padre padrone
  11. 7. Sul Creole
  12. 8. Vita da clan a Sumirago
  13. 9. La Milano da bere
  14. 10. Dolce vita a Portofino
  15. 11. 18 dicembre 2000
  16. 12. I sensi di colpa
  17. 13. L’amico Charly
  18. 14. Una vita da ricominciare
  19. 15. Addio alla Gucci
  20. 16. La pagherai
  21. 17. Dodici spilloni nel cuscino
  22. 18. Una casa tutta nostra
  23. 19. Happy Birthday
  24. 20. L’ultimo Capodanno
  25. 21. La vigilia
  26. 22. Il delitto
  27. 23. Due donne in guerra
  28. 24. «Lei non ha nessun diritto»
  29. 25. Le indagini
  30. 26. Dietro le sbarre
  31. 27. Due cuori nella neve
  32. Indice