Aminatou, una bambina che vive nei Campi Profughi sahrawi di Tindouf, in Algeria, trova nella sabbia del deserto una conchiglia che arriva dal mare. Chi può averla portata fin lì? E a chi appartengono la collanina e i fiori di garofano nascosti dentro la sua cavità di madreperla? Aminatou scrive a Bakita, un'amica italiana, e le chiede di raggiungerla nei Campi per aiutarla a cercare la proprietaria della conchiglia. Ha così inizio un viaggio che porterà le due bambine a ripercorrere la storia dei sahrawi, un popolo senza terra costretto a vivere lontano dal mare…

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La bambina delle nuvole
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Capitolo 23
Sreser Dahbu
Dopo avere accompagnato Ami da Fatma, Aminatou e Bakita si avviarono verso la loro khaima.
Si sentivano stanchissime. Era stato un pomeriggio così intenso e carico di emozioni da prosciugarle di tutte le loro energie. Lungo il cammino avvistarono il nonno che stava tornando alla khaima dopo la partita di dama. Si diedero l’ultima spinta della giornata e lo raggiunsero di corsa: erano troppo impazienti di raccontargli di Muluma e di Sultana.
Alla notizia che la proprietaria della Conchiglia della Memoria era Sultana la Cammella, il nonno prima rise, credendo che lo prendessero in giro, poi sgranò gli occhi, quando capì che dicevano sul serio. Aveva sentito anche lui i racconti sulla Cammella e si era sempre tenuto alla larga dalla sua khaima.
«Siete state molto coraggiose. Sono fiero di voi.»
«La Grande Aminatou ci ha accompagnato nell’impresa. Dobbiamo ringraziare lei.»
«E non solo. Dobbiamo ringraziare molte altre persone che abbiamo incontrato lungo il nostro cammino. Anche Jamila.»
Raccontarono al nonno tutta la storia di Sultana, come l’avevano ascoltata quel pomeriggio da Muluma. Gli dissero che Sultana non aveva mai accettato di aver abbandonato suo fratello Ahmed la notte della Fuga e che Muluma, nonostante fosse la sua più grande amica, nonostante fosse come una sorella, non era mai riuscita a rimpiazzare quel fratello, sangue del suo sangue.
Piansero, mentre raccontavano.
Il nonno ascoltò e sospirò. Alla fine, con gli occhi lucidi, disse:
«I legami di sangue con i fratelli certe volte complicano la vita. Ne conosco un’altra che si è complicata la vita a causa dei fratelli.»
«Chi?» domandarono Natou e Baki.
«Sreser Dahbu.»
«Hai ragione! Sreser Dahbu!» disse Natou illuminandosi. «E anche Sreser Dahbu aveva un fratello che si chiama Ahmed…»
«E chi è Sreser Dahbu?» domandò Baki.
«È la sfortunata protagonista di una storia di fratelli. Nacque un giorno in un frig, un accampamento nomade…» disse il nonno.
«Ce la racconti stasera, nonno? Dopo cena, sotto le stelle?»
«Va bene. Stasera ceniamo in fretta. Indovinate cosa c’è?»
«Di nuovo cuscus e lenticchie?» rispose Baki con un mezzo sorriso.
Il nonno sollevò le spalle e disse.
«Proprio così. Ringraziando Allah.»
«Yagbad fik malhna! Que te guste nuestra sal! Che ti piaccia la nostra cena!» rise Natou.
In realtà fu una cena lentissima, per assaporare meglio il cibo. Nonostante fosse sempre lo stesso, a Baki e Natou quella sera sembrò infinitamente più buono, perché si sentivano piene di gratitudine per la giornata appena trascorsa. Ogni tanto il vento sollevava la tenda, facendo entrare la sabbia. Anche la tenda dentro la khaima si muoveva e danzava accompagnando l’ululato del vento.
«Si sta alzando l’irifi, il vento dell’est. Forse viene una guetma, una tempesta di sabbia. Se volete che vi racconti la storia di Sreser Dahbu senza interruzioni, meglio restare qui» disse il nonno.
«Aiuto» mormorò Baki, preoccupata. «E se viene una guetma che facciamo?»
«Niente» disse ridendo Natou. «Aspettiamo che passi.»
Dopo cena, mentre Natou e Baki sparecchiavano e mettevano in ordine la sala, il nonno si allontanò un attimo.
Ritornò con tutto l’occorrente per preparare il tè. Era un bellissimo servizio d’argento dall’aria antica, formato da una teiera grande, una teiera piccola, una zuccheriera, un recipiente per il tè, un piccolo vassoio con sei bicchierini e un vassoio grande a tre gambe, da appoggiare a terra. E poi c’era il mechmar, il piccolo braciere di ferro dove veniva scaldata l’acqua, e il soffietto per tenere acceso il fuoco sotto i carboni. Il nonno si mise a sedere, sistemò tutte le cose al loro posto e, mentre preparava il tè, cominciò a declamare i suoi versi.
Qui comincio a raccontare
Di una bimba da aspettare
Sreser Dahbu si chiamava
E dei figli era l’ottava.
Tutti maschi erano gli altri
Scalmanati e un poco scaltri
E la mamma poverina
Lei voleva una bambina.
Dalla tenda d’ingresso si affacciò timidamente una bambina. Il nonno interruppe il racconto e le sorrise.
«Lei è Dayesmus, la bambina della nostra vicina. Thali! Vieni!» disse Natou invitandola a entrare.
Dayesmus entrò, portando con sé un po’ di sabbia del deserto, poi si accoccolò per terra tra Baki e Natou. Il nonno riprese a raccontare.
Quando il parto si avvicina
I fratelli cosa fanno?
Se non nasce la bambina
Scelgono che se ne vanno.
Con la serva fanno un patto
Stabiliscono un segnale
Ma il segnale esce distratto
Ed il patto riesce male.
Si affacciò una donna. Lanciò un’occhiata a Dayesmus, come se la stesse cercando, poi scostò il telo della tenda all’ingresso ed entrò senza dire nulla. Il nonno continuò a raccontare, questa volta senza distrarsi dalla preparazione lenta e cerimoniosa del tè. Era un’arte difficile, quella del tè, difficile come l’arte di mettere in fila le rime, e ci voleva molta concentrazione per fare entrambe le cose insieme.
E dal frig sette fratelli
Senza farsi mai più vivi
Se ne vanno, brutti e belli
Come nei preparativi.
Con il passo lieve e svelto di un’ombra, la donna attraversò lo spazio che si era creato tra il nonno e le bambine. Poi prese un cuscino, si distese per terra su un fianco e sistemò il cuscino sotto un gomito, finché non trovò la posizione più comoda per ascoltare.
«È Safiya, la mamma di Dayesmus» disse sottovoce Natou a Baki.
Il nonno cominciò a declamare a gran voce. Per dare più enfasi ai versi assunse un’espressione melodrammatica e sollevò il braccio sinistro verso il soffitto, come la sera in cui aveva recitato sotto le stelle.
Sreser Dahbu Sreser Dahbu
Ma che vita complicata
Sreser Dahbu Sreser Dahbu
Penso al giorno in cui sei nata.
La piccola platea di donne sospirò e annuì, come se sostenesse in quel momento tutto il peso della vita di Sreser Dahbu. Bakita unì il suo sospiro al loro.
Il nonno riprese a declamare con voce più bassa, sempre sottolineando i versi con le espressioni del viso. Quando il senso del verso era lieve, il suo volto si distendeva e il nonno accennava un sorriso.
Gli anni passano sereni
Sreser Dahbu non sa niente
Di allegria ha i giorni pieni
La tristezza qui è assente.
Il nonno fece una piccola pausa e assaggiò il tè. Prese la zuccheriera e aggiunse un po’ di zucchero. Poi cambiò di nuovo tono ed espressione, per dare voce a un nuovo sentimento e a un nuovo personaggio.
Poi un giorno, per dispetto
Un bambino, che sa tutto
Le racconta, diav...
Indice dei contenuti
- Cover
- Frontespizio
- Copyright
- Dedica
- Tindouf
- L’arrivo di Bakita
- La Conchiglia della Memoria
- La prima notte
- Il mattino dopo
- Sulle tracce della bambina
- La Piccola, la Media e la Grande Aminatou
- Henné
- L’Unione Nazionale delle Donne Sahrawi
- Il Museo della Guerra
- Tornando a Smara
- Ali Salem, il nonno e il futuro sulla sabbia
- Il codardo che divenne coraggioso
- La preghiera e la scuola Castilla la Mancha
- La rivoluzione dei bambini speciali
- Benvenuto El Ouali
- Rabuni
- Il Museo Nazionale Sahrawi e Muhlad
- Il matrimonio
- I bambini delle nuvole e le tribù
- Il racconto della Fuga e le gocce dal cielo
- La restituzione della Conchiglia
- Sreser Dahbu
- Granelli in carovana nel deserto
- Il Muro
- Il Club de las mujercitas de Tindouf
- Ultima notte, Hajla e partenza
- Italia
- Nota dell’autrice sui Sahrawi
- Nota sui personaggi
- Glossario
- El Ouali, fondatore del Fronte Polisario
- Per saperne di più
- Ringraziamenti