Racconti
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Racconti

  1. 336 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Eça de Queiroz sperimenta nei suoi racconti un ampio ventaglio di temi. A vicende più strettamente realistiche, di vita contemporanea, affianca, svolgendo una vena inventiva storico- fantastica, ambientazioni medievali, bibliche, mitologiche: tra i personaggi compaiono allora frate Ginepro, Gesù Cristo, Adamo ed Eva, Ulisse. Influenzato da Flaubert, Eça de Queiroz conferì una dimensione di attualità europea alla narrativa portoghese, rinnovandola nella tecnica compositiva, nel ritmo della frase, nel gioco di tempi e di prospettive. Vicende e passioni umane, forme d'amore così singolari da rasentare la follia sono indagate nei racconti con una costante attenzione ai segnali di ambiguità, e con risultati narrativi di suggestiva indeterminatezza. Proprio la scelta di lasciare aperto il giudizio su fatti e protagonisti dei racconti è uno dei tratti più moderni della scrittura queiroziana.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2013
Print ISBN
9788817172806
eBook ISBN
9788858650691

RACCONTI

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SINGOLARITÀ DI UNA RAGAZZA BIONDA

I

Cominciò col dirmi che il suo caso era semplice – e che si chiamava Macario...
Devo raccontare che conobbi quest’uomo in una locanda del Minho1. Era grande e grosso: aveva una pelata larga, lucida e liscia, con ciuffetti bianchi che gli si arricciavano in giro: e i suoi occhi neri, con la pelle attorno aggrinzita e ingiallita, e occhiaie rigonfie, avevano una singolare limpidezza e rettitudine – da dietro i suoi occhiali rotondi con montatura di tartaruga. Aveva la barba rasata, la mascella prominente e risoluta. Portava una cravatta di raso nero allacciata da dietro con una fibbia; una giacca lunga color pinolo, con le maniche strette e aderenti e i risvolti di vellutino. E attraverso la lunga apertura del suo panciotto di seta, dove riluceva una catena antica – uscivano le pieghe molli di una camicia ricamata.
Si era in settembre: già le notti venivano più presto, con un freddo fine e secco e una grandiosa oscurità. Ero sceso dalla diligenza, stanco, affamato, rabbrividendo, in una coperta da viaggio a strisce scarlatte.
Venivo dall’attraversare le montagne e i loro spettacoli grigi e deserti. Erano le otto di sera. I cieli erano pesanti e sporchi. E, o fosse un certo addormentamento cerebrale prodotto dal rotolare monotono della diligenza, o fosse la debolezza nervosa della stanchezza, o l’influenza del paesaggio scosceso e piatto, sotto il concavo silenzio notturno, o l’oppressione dell’elettricità che si addensava in alto – il fatto è – che io, che sono per natura positivo e realista – mi trovavo a essere tiranneggiato, dall’immaginazione e dalle chimere. Esiste, nel fondo di ciascuno di noi, è certo – per quanto freddamente siamo educati –, un resto di misticismo; e basta a volte un paesaggio lugubre, il vecchio muro di un cimitero, un eremo ascetico, le blandienti bianchezze di un chiaro di luna – perché quel fondo mistico salga a galla, si allarghi come una nebbia, riempia l’anima, la sensazione e l’idea, e si riduca così il più matematico, o il più critico – tanto triste, tanto visionario, tanto idealista –, come un vecchio monaco poeta. A me, ciò che mi aveva lanciato nella chimera e nel sogno, era stato lo spettacolo del Monastero del Rostelo, che avevo visto, nella luminosità soave e autunnale della sera, sulla sua dolce collina. Allora, mentre calava la notte, e la diligenza rotolava continuamente al trotto snello dei suoi magri cavalli bianchi, e il cocchiere, con il cappuccio del gabbano calcato sulla testa, ruminava la sua pipa – io mi misi elegiacamente, ridicolmente, a considerare la sterilità della vita: e desideravo essere un monaco, stare in un convento, tranquillo, tra boschi, o nella mormorante concavità di una valle, e mentre l’acqua della corte canta sonoramente nei bacini di pietra, leggere l’Imitazione, e udendo gli usignoli nei laureti provare nostalgia del Cielo. – Non si può essere più stupidi. Ma io ero in quello stato, e attribuisco a questa disposizione visionaria la mancanza di spirito – la sensazione – prodotte dalla storia di quell’uomo dai risvolti di vellutino. La mia curiosità cominciò alla cena, quando io facevo a pezzi il petto di una gallina affogata in riso bianco, con fette scarlatte di salame – e la serva, una grassa e piena di lentiggini, faceva spumare il vino verde2 nel bicchiere, facendolo cadere dall’alto da una brocca invetriata: l’uomo stava di fronte a me, mangiando tranquillamente la sua gelatina di frutta: gli domandai, con la bocca piena, il mio tovagliolo di lino di Guimarães sospeso tra le dita – se lui era di Vila Real.
– Ci vivo. Da molti anni, – mi disse.
– Paese di belle donne, a quanto mi risulta, – dissi io.
L’uomo tacque.
– Eh? – ripresi.
L’uomo si chiuse in un silenzio vistoso. Fino a quel momento era stato allegro, ridendo largamente, loquace e pieno di bonomia. Ma allora bloccò il suo sorriso fine.
Compresi che avevo toccato la carne viva di un ricordo. C’era certamente nel destino di quel vecchio una donna. Lì stava il suo melodramma o la sua farsa, poiché inconsciamente mi fissai nell’idea che il fatto, il caso di quell’uomo, doveva essere stato grottesco, e tale da sollevare scherno.
Di modo che gli dissi:
– Mi dicono che le donne di Vila Real sono le più belle del Minho. Per gli occhi neri Guimarães, per i corpi Santo Aleixo, per le trecce gli Arcos: è là che si vedono i capelli chiari color del grano.
L’uomo stava silenzioso, mangiando, con gli occhi bassi.
– Per le vite sottili Viana, per le belle pelli Amarante – e per tutto questo Vila Real. Ho un amico che venne a sposarsi a Vila Real. Forse lo conosce. Il Peixoto, uno alto, con la barba bionda, baccelliere.
– Il Peixoto, sì, – mi disse egli, guardandomi gravemente.
– Venne a sposarsi a Vila Real come un tempo ci si andava a sposare in Andalusia – questione di ottenere il fior fiore della perfezione. – Alla sua salute.
Evidentemente io lo mettevo in imbarazzo, perché si alzò, andò alla finestra con un passo pesante, e io allora notai le sue grosse scarpe di casimira con solida suola e legacci di cuoio. E uscì.
Quando chiesi il mio candeliere, la serva mi portò una lucerna di ottone lucente e antico e disse:
– Lei sta con un altro. Nella numero tre.
Nelle locande del Minho, alle volte, ogni camera è un dormitorio impertinente.
– Va bene, – dissi.
La numero tre era al fondo del corridoio. Alle porte laterali i viaggiatori avevano messe le loro calzature per farle lustrare: c’erano un paio di grossi stivali per cavalcare, infangati, con speroni con correggia; le scarpe bianche di un cacciatore, stivali da proprietario, con alti gambali rossi; gli stivali di un prete, alti, con la loro nappa di vergola; gli stivaletti di vitello scalcagnati, di uno studente; e a una delle porte, la numero quindici, c’erano un paio di stivaletti da donna, di sargia, piccoli e fini, e accanto i piccoli stivali di un bambino, tutti lisi e consumati, e i loro gambali di capretto gli cadevano dai lati con le stringhe slacciate. Tutti dormivano. Davanti alla numero tre c’erano le scarpe di casimira con i legacci: e quando apersi la porta, vidi l’uomo dei risvolti di vellutino, che si annodava alla testa un fazzoletto di seta3: stava con un farsetto corto a ramages, con calze di lana, grosse e lunghe, e i piedi infilati in pantofole di cimosa.
– Non ci faccia caso, – disse.
– Stia pure comodo, – e per creare intimità mi tolsi la giacca.
Non dirò i motivi per i quali da lì a poco, già sdraiato, mi disse la sua storia. C’è un proverbio slavo della Galizia che dice: ciò che non racconti a tua moglie, ciò che non racconti al tuo amico, lo racconti a un estraneo, nella locanda. Ma alla sua ampia e sentita confidenza egli fu spinto da moti rabbiosi inattesi e prepotenti. Fu a proposito del mio amico, del Peixoto, che era andato a sposarsi a Vila Real. Lo vidi piangere, quel vecchio di quasi sessant’anni: forse la storia sarà giudicata banale: a me, che quella notte ero nervoso e sensibile, parve terribile, – ma la racconto solo come un singolare accidente della vita amorosa...
Cominciò dunque col dirmi che il suo caso era semplice – e che si chiamava Macario.
Gli domandai allora se era di una famiglia che io avevo conosciuto, che aveva il cognome di Macario. E come egli mi rispose che era loro cugino, io mi formai subito un’idea simpatica del suo carattere, perché i Macario erano un’antica famiglia, quasi una dinastia di commercianti, che conservavano con una severità religiosa la loro vecchia tradizione di onore e di scrupolo. Macario mi disse che in quel tempo, nel 1823 o 33, nella sua gioventù, suo zio Francesco aveva in Lisbona un negozio di stoffe, ed egli era uno dei commessi. Poi lo zio si era convinto di una certa istintiva intelligenza e del talento pratico e aritmetico di Macario, e gli affidò la scritturazione. Macario divenne il suo contabile.
Mi disse che essendo per natura linfatico e anche timido, la sua vita aveva a quell’epoca una grande concentrazione. Un lavoro scrupoloso e fedele, alcune rare merende in campagna, una spiccata lindezza di abito e di biancheria, era tutto l’interesse della sua vita. L’esistenza a quell’epoca era casalinga e ristretta. Una grande semplicità sociale rischiarava i costumi: gli spiriti erano più ingenui, i sentimenti meno complicati. Pranzare allegramente in un orto, sotto le viti, vedendo scorrere l’acqua d’irrigazione – piangere ai melodrammi che ruggivano tra gli scenari del Salitre4, illuminati a candele, erano piaceri che bastavano alla borghesia cautelosa. Oltre a ciò i tempi erano confusi e rivoluzionari5: e nulla rende l’uomo ritirato, raccolto intorno al focolare, semplice e facilmente felice – come la guerra. È la pace che, concedendo i vagabondaggi dell’immaginazione – causa le impazienze del desiderio.
Macario a ventidue anni non aveva ancora – come gli diceva una vecchia zia, che era stata amata dal magistrato Curvo Semedo, dell’Arcadia6provato Venere.
Ma a quell’epoca venne ad abitare di fronte al negozio dei Macario, a un terzo piano, una donna di quarant’anni, vestita a lutto, una pelle bianca e opaca, il busto ben fatto e rotondo, e un aspetto desiderabile. Macario aveva il suo scrittoio al primo piano sopra il negozio, vicino a un balcone, e da lì vide una mattina quella donna con i capelli neri sciolti e arricciati, una vestaglia bianca e braccia nude, accostarsi a una piccola finestra a parapetto, a scuotere un vestito. Macario si fece attento, e senza particolare intenzione si diceva mentalmente che quella donna, a vent’anni, doveva essere stata una persona seducente e piena di potere: perché i suoi capelli violenti e aspri, le sopracciglia spesse, le labbra forti, il profilo aquilino e fermo, rivelavano un temperamento attivo, e immaginazioni appassionate. Con tutto ciò, continuò serenamente ad allineare le sue cifre. Ma la sera stava seduto a fumare alla finestra della sua camera che si apriva sul cortile: era luglio e l’atmosfera era elettrica e amorosa: il violino di un vicino gemeva una xácara7 moresca, che allora commuoveva, e apparteneva a un melodramma; la camera era in una penombra dolce e piena di mistero – e Macario, che era in pantofole, cominciò a ricordarsi di quei capelli neri e forti e di quelle braccia che avevano il colore dei marmi pallidi: si stirò, rigirò mollemente la testa lungo lo schienale della seggiola di vimini, come i gatti sensibili che si sfregano, e decise sbadigliando che la sua vita era monotona. E il giorno dopo, ancora impressionato, si sedette al suo scrittoio con la finestra tutta aperta, e guardando il palazzo di fronte, dove vivevano quei grandi capelli – cominciò a temperare lentamente la sua penna d’oca. Ma nessuno si accostò alla finestra a parapetto, con cornici verdi. Macario era svogliato, inerte – e il lavoro scorse lento. Gli parve che ci fosse nella strada un sole allegro, e che nei campi le ombre dovevano essere deliziose e che vi si starebbe bene, guardando il palpitare delle farfalle bianche nelle madreselve! E quando chiuse lo scrittoio sentì di fronte scorrere i vetri; erano certamente i capelli neri. Ma apparvero dei capelli biondi. Oh! E Macario venne subito ostentatamente al balcone a temperare un lapis. Era una ragazza di vent’anni, forse, fine, fresca, bionda come una vignetta inglese: la bianchezza della pelle aveva qualcosa della trasparenza delle vecchie porcellane, e c’era nel suo profilo una linea pura come di una medaglia antica, e i vecchi poeti pittoreschi l’avrebbero chiamata – colomba, ermellino, neve e oro.
Macario si disse: – è la figlia. L’altra vestiva a lutto, ma questa, la bionda, aveva un vestito di mussolina a pois blu, un fazzoletto di batista attraversato sul petto, le maniche con merletti pendenti, e tutto ciò era lindo, giovanile, fresco, flessibile e tenero.
Macario a quel tempo era biondo, con la barba corta. I capelli erano arricciati e la sua figura doveva avere quell’aria asciutta e nervosa che dopo il secolo XVIII e la rivoluzione – era tanto comune nelle classi popolari.
La ragazza bionda notò naturalmente Macario, ma naturalmente abbassò il vetro, facendo scorrere dietro una tenda di mussolina ricamata. Queste tendine datano da Goethe8 e hanno nella vita amorosa un interessante destino – rivelano: sollevarne un angolo e spiare, incresparle soavemente, rivela un intento; farle scorrere, appuntarvi un fiore, agitarle facendo sentire che dietro un viso attento si muove e spera – sono vecchie maniere con le quali nella realtà o nell’arte comincia il romanzo. La tenda si sollevò lentamente e il viso biondo spiò.
Macario non mi raccontò pulsazione per pulsazione – la storia minuziosa del suo cuore. Disse semplicemente che da lì a cinque giorni – era matto di lei. Il suo lavoro si fece lento e impreciso e il suo bel corsivo inglese, fermo e ampio, acquistò curve, ganci, scarabocchi, ove era tutto il romanzo impaziente dei suoi nervi. Non la poteva vedere di mattina: il sole pungente di luglio colpiva e scaldava la piccola finestra a parapetto. Solo nel pomeriggio, la tenda si arricciava, veniva fatto scorrere il vetro, e lei, stendendo un cuscinetto sopra il bordo del parapetto, veniva ad appoggiarsi delicata e fresca con il suo ventaglio. Ventaglio che preoccupò Macario: era una ventarola cinese, rotonda, di seta bianca con draghi scarlatti ricamati a penna, un orlo di piumaggio blu, sottile e tremulo come una lanugine e la sua impugnatura d’avorio, di dove pendevano due nappe di filo d’oro, aveva incrostazioni di madreperla all’elegante maniera persiana.
Era un ventaglio magnifico e in quell’epoca inatteso nelle mani plebee di una ragazza vestita di mussolina. Ma dato che ella era bionda e la madre tanto meridionale, Macario, con quella intuizione interpretativa degli innamorati, disse alla sua curiosità: sarà figlia di un inglese. L’Inglese va in Cina, in Persia, a Ormuz, in Australia, e viene carico di quei gioielli del lusso esotico, e neppure Macario sapeva perché accadesse che quella ventarola da mandarina lo preoccupasse così: ma come mi disse – quella cosa lo intrigò.
Era passata una settimana, quando un giorno Macario vide, dal suo scrittoio, che lei, la bionda, usciva con la madre, perché si era abituato a considerare madre di lei quella magnifica persona, magnificamente pallida e vestita a lutto.
Macario andò alla finestra e le vide attraversare la strada, e entrare nel negozio. Nel suo negozio! Scese subito tremante, avido, innamorato e con il cuore palpitante. Esse erano già vicine al banco e un commesso spiegava davanti a loro pezze di casimira nera. Questo turbò Macario. Egli stesso me lo disse:
– Perché alla fine, mio caro, non era naturale che esse venissero a comprare, per loro, pezze di casimira nera.
E no: esse non portavano amazzoni, certamente non volevano rivestire sedie di casimira nera, non c’erano uomini in casa loro, dunque quella venuta al negozio era un mezzo delicato per vederlo da vicino, per parlargli, e aveva l’incanto penetrante di una menzogna sentimentale. Io dissi a Macario: che stando così le cose, egli doveva guardare con sospetto quell’iniziativa amorosa, perché denotava nella madre una complicità equivoca. Egli mi confessò che neppure gli passò per la testa questo. Ciò che fece fu accostarsi al banco e dire scioccamente:
– Sì, signore, si troveranno bene, queste pezze di casimira non si ritirano.
E la bionda alzò verso di lui il suo sguardo azzurro e fu come se Macario si sentisse immerso nella dolcezza di un cielo.
Ma quando egli si accingeva a dirle una parola rivelatrice e veemente, apparve al fondo del negozio lo zio Francesco, con la sua lunga giacca color pinolo, con bottoni gialli. Siccome era singolare e inusuale che il signor contabile si trovasse a vendere al banco, e siccome lo zio Francesco con il suo criterio rigido e da scapolone si sarebbe scandalizzato, Macario cominciò a salire lentamente la scala a chiocciola che portava all’ufficio, e ancora udì la voce delicata della bionda dire soavemente:
– Ora vorrei vedere fazzoletti di indiana.
E il commesso andò a cercare un piccolo fardello di quei fazzoletti, disposti a strati e legati con una striscia di carta dorata.
Macario che aveva visto in quella visita una rivelazione d’amore, quasi una dichiarazione, stette tutto il giorno in preda alle impazienze amare della passione. Era distratto, assente, puerile, non prestò attenzione alla scritturazione, pranzò in silenzio, senza ascoltare lo zio Francesco che esaltava le polpette, non badò al suo stipendio, che gli fu pagato in pintos9 alle tre, e non capì bene le raccomandazioni dello zio e la preoccupazione dei commessi riguardo alla sparizione di un fardello di fazzoletti di indiana.
– È l’abitudine di lasciar entrare poveri nel negozio, – aveva detto nel suo laconismo maestoso lo zio Francesco; – sono dodicimila réis di fazzoletti. Li metta sul mio conto.

Macario nel frattempo ruminava segretamente una lettera, ma successe che il giorno dopo, mentre egli stava al balcone, la madre, quella dai capelli neri, venne ad appoggiarsi al parapetto della finestra, e in quel momento, passava per la strada un ragazzo amico di Macario, che vedendo quella signora si protese e si tolse, con una riverenza tutta allegra, il suo cappello di paglia. Macario divenne radioso: subito quella sera cercò il suo amico, e di colpo, senza giri di parole:
– Chi è quella donna alla quale tu oggi hai reso omaggio di fronte al negozio?
– È la Vilaça. Bella donna.
– E la figlia?
– La figlia!
– Sì, una bionda, di carnagione chiara, con un ventaglio cinese.
– Ah! sì. È sua figlia.
– È quello che dicevo...
– Sì, e allora?
– È bella.
– È bella.
– È gente per bene, eh?
– Sì, gente per bene.
– Buona cosa! Tu le conosci bene?
– Le conosco. Bene no. Le incontravo prima in casa di donna Claudia.
– Bene, ascolta.
E Macario, raccontando la storia del suo cuore ridestatosi ed esigente, e parlando dell’amore con le esaltazioni di allora, gli chiese quale culmine glorioso della sua vita che trovasse un mezzo di introdurlo da loro. Non era difficile. Le Vilaças avevano l’abitudine di andare il sabato a casa di un notaio molto ricc...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. INTRODUZIONE
  4. CRONOLOGIA DELLA VITA E DELLE OPERE
  5. BIBLIOGRAFIA
  6. RACCONTI
  7. APPENDICE