
- 324 pagine
- Italian
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eBook - ePub
La regina degli scacchi
Informazioni su questo libro
Finita in orfanotrofio all'età di otto anni, Beth Harmon sembra destinata a una vita grigia come le sottane che è costretta a indossare. Ma scopre presto due vie di fuga: le pillole verdi, distribuite a lei e alle altre ragazzine dell'orfanotrofio, e gli scacchi. Il suo talento prodigioso è subito lampante; una nuova famiglia e tornei sempre più glamour e avvincenti le permettono di intravedere una nuova vita. Se solo riuscisse a resistere alla tentazione di autodistruggersi... Perdere, vincere, cedere, resistere: imparare, grazie al gioco più solitario che ci sia, a chiedere aiuto, e a lasciarselo dare.
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Informazioni
Print ISBN
9788804740537eBook ISBN
9788835707233XIV
Erano dovuti rimanere seduti in una sala d’aspetto all’aeroporto di Orly per sette ore e quando venne il momento di salire sull’aereo dell’Aeroflot, una giovane donna con l’uniforme verde oliva timbrò a tutti il biglietto e studiò i passaporti uno per uno, e così Beth e il signor Booth dovettero aspettare in fondo alla fila per un’altra ora. Ma le fece piacere quando infine, arrivato il suo turno, la donna le disse: «La campionessa di scacchi!», e le fece un ampio sorriso, illuminandosi inaspettatamente in volto. Quando Beth le sorrise a sua volta, la donna disse: «Buona fortuna!», come se glielo volesse augurare davvero. La donna, ovviamente, era russa. Nessun funzionario in America avrebbe riconosciuto il cognome di Beth.
Il suo sedile era accanto al finestrino, vicino alla coda: era rivestito di plastica marrone scuro e aveva una foderina bianca su ogni bracciolo. Prese posto accanto al signor Booth. Guardò fuori dal finestrino il cielo grigio di Parigi con i pesanti veli di pioggia sulle piste e gli aerei che scintillavano nell’oscurità del pomeriggio umido. Sembrava che fossero già a Mosca. Dopo pochi minuti uno steward cominciò a distribuire bicchieri d’acqua. Il signor Booth ne bevve quasi metà e poi si infilò una mano nella tasca della giacca. Dopo aver frugato un po’ ne tirò fuori una piccola fiaschetta d’argento a cui tolse il tappo coi denti. Riempì il bicchiere di whisky, ci rimise il tappo e fece scivolare la fiaschetta nella tasca. Poi allungò il bicchiere a Beth come per offrirglielo, ma lei scosse la testa. Non era facile dir di no. Aveva proprio bisogno di bere qualcosa. Non le piaceva quell’aereo strano e non le piaceva l’uomo seduto accanto a lei.
Il signor Booth non le era piaciuto fin dal primo momento, quando si erano incontrati all’aeroporto Kennedy e le si era presentato. Assistente del sottosegretario. Responsabile degli Affari Culturali. Le sarebbe stato di aiuto a Mosca. Ma lei non voleva nessun aiuto, soprattutto non da quell’uomo anziano dalla voce rauca col completo nero, le sopracciglia inarcate e le frequenti risate teatrali. Quando le aveva detto spontaneamente che anche lui aveva giocato a scacchi, a Yale negli anni Quaranta, lei non gli aveva neanche risposto: Booth ne aveva parlato come se fosse una perversione in comune. L’unica cosa che Beth avrebbe voluto era viaggiare con Benny Watts. La sera prima non era nemmeno riuscita a mettersi in contatto con lui: le prime due volte che aveva fatto il numero aveva trovato occupato, e dopo non c’era stata risposta. Aveva ricevuto una lettera dal direttore della USCF con gli auguri e nient’altro.
Si appoggiò allo schienale, chiuse gli occhi e cercò di rilassarsi, eliminando le voci, in russo, tedesco e francese, che la circondavano. In una tasca del suo bagaglio a mano c’era una boccetta con trenta pillole verdi: erano sei mesi che non le toccava, ma ne avrebbe presa una durante il volo se fosse stato necessario. Sarebbe stato certamente meglio che bere. Aveva bisogno di riposare. La lunga attesa in aeroporto le aveva scombussolato i nervi. Aveva provato due volte a chiamare Jolene al telefono, ma non aveva risposto nessuno.
Quello di cui avrebbe avuto davvero bisogno era che Benny Watts fosse con lei. Se solo non fosse stata così sciocca da restituire i soldi, prendendo posizione su qualcosa di cui non le importava affatto. Ma in fondo non era proprio così. Non era stato da sciocchi rifiutare di farsi mettere i piedi in testa, di stare al gioco di quella donna. Ma aveva bisogno di Benny. Per un attimo provò a immaginare di viaggiare con D.L. Townes, loro due da soli a Mosca. Ma non era la stessa cosa. Le mancava Benny, non Townes. Le mancava la mente razionale e rapida di Benny, il suo giudizio e la sua tenacia, la conoscenza degli scacchi e di lei stessa. Sarebbe stato seduto accanto a lei, avrebbero parlato di scacchi e a Mosca, dopo ogni partita, avrebbero analizzato le mosse e poi si sarebbero preparati per il prossimo avversario. Avrebbero mangiato insieme in hotel, come aveva fatto con la signora Wheatley. Avrebbero visitato la città e quando avessero voluto avrebbero potuto fare l’amore in albergo. Ma Benny era a New York e lei era in un aereo scuro che stava volando verso l’Europa dell’Est.
Quando cominciarono a scendere attraverso le pesanti nuvole, vedendo il primo scorcio di Russia, che da lassù sembrava molto simile al Kentucky, Beth aveva già preso tre pillole, aveva dormito a tratti per alcune ore e provava quel torpore da occhi vitrei che era solita sperimentare dopo un lungo viaggio su un pullman Greyhound. Si ricordava di aver preso le pillole nel cuore della notte. Aveva percorso il corridoio fra i sedili pieni di persone addormentate fino alla toilette e aveva messo l’acqua in uno strano bicchierino di plastica.
In effetti il signor Booth si rivelò di aiuto alla dogana. Parlava un buon russo e la fece mettere nella fila giusta per l’ispezione. La cosa sorprendente fu quanto tutto fosse facile: un signore gentile di una certa età, in uniforme, controllò con aria indifferente i suoi bagagli, aprì le due valigie, rovistò un poco e le chiuse. Tutto lì.
Quando uscirono dal terminal, ad aspettarli c’era una limousine dell’ambasciata. Passarono in mezzo a campi dove uomini e donne lavoravano nella prima luce del mattino e lungo la strada Beth vide tre trattori enormi, molto più grandi di quelli che avesse mai visto in America, che si muovevano lentamente su un campo esteso a perdita d’occhio. C’erano pochissimi altri veicoli per strada. La macchina cominciò a passare attraverso file di palazzi a sei o otto piani con le finestre minuscole, e dato che era una mattina di giugno, sebbene col cielo grigio, c’erano persone sedute sulle soglie. Poi la strada cominciò ad allargarsi e passarono davanti a un piccolo parco verde, a un altro più grande e ad alcuni caseggiati enormi più nuovi che sembravano costruiti come se dovessero durare per l’eternità. Il traffico era diventato più intenso e ora c’era gente in bicicletta su un lato della strada e un gran numero di pedoni sui marciapiedi.
Il signor Booth era appoggiato sul sedile con il completo sgualcito e gli occhi a mezz’asta. Beth era seduta rigidamente in fondo alla lunga macchina, e guardava fuori dal finestrino dal suo lato. A prima vista Mosca non aveva nulla di minaccioso: era come entrare in una città qualsiasi. Ma dentro di sé non riusciva a lasciarsi andare. Il torneo sarebbe cominciato il mattino seguente. Si sentì completamente sola e spaventata.
Il suo insegnante all’università le aveva raccontato che i russi bevevano il tè dal bicchiere, facendolo passare attraverso una zolletta di zucchero tenuta tra i denti, ma in quel grande salotto scuro il tè era servito in tazze di porcellana sottile con una greca dorata. Era seduta con le ginocchia unite su una poltroncina vittoriana dallo schienale alto, tenendo in mano il piatto con sopra la tazza e un piccolo panino, e tentava di ascoltare con attenzione il direttore di gara. L’uomo disse prima qualche frase in inglese e poi in francese. Poi tornò all’inglese: gli ospiti erano benvenuti in Unione Sovietica; le partite sarebbero cominciate puntualmente ogni mattina alle dieci, sarebbe stato assegnato un arbitro a ogni scacchiera per poterlo consultare in caso di irregolarità. Non si sarebbe potuto fumare o mangiare durante il gioco. Un cameriere avrebbe accompagnato i giocatori alle toilette qualora se ne fosse presentato il bisogno. In quel caso sarebbe bastato alzare la mano destra.
Le poltroncine erano messe in circolo e il direttore di gara era alla destra di Beth.
Di fronte a lei erano seduti Dmitrij Lučenko, Viktor Laev e Leonid Šapkin, tutti vestiti con dei completi di alta sartoria, con la camicia bianca e la cravatta scura. Il signor Booth le aveva detto che i vestiti dei russi sembravano usciti da un catalogo Montgomery Ward degli anni Trenta, ma questi erano di un’eleganza sobria, in costosa lana pettinata e gabardine grigia. Quei tre da soli, Lučenko, Laev e Šapkin, erano un piccolo pantheon accanto a cui tutta la Federazione Scacchistica degli Stati Uniti avrebbe balbettato mortificata. E alla sua sinistra, Beth aveva Vasilij Borgov. Non riusciva a guardarlo, ma sentiva il profumo della sua colonia. Fra lui e gli altri tre russi c’era un pantheon solo di poco inferiore, Jorge Flento dal Brasile, Bernt Hellström dalla Finlandia e Jean-Paul Duhamel dal Belgio, anche loro con indosso completi classici. Beth sorseggiò il tè e tentò di apparire calma. C’erano delle pesanti tende bordeaux alle alte finestre e le sedie erano rivestite di velluto bordeaux ricamato d’oro. Erano le nove e mezzo del mattino e fuori la giornata estiva era stupenda, ma le tende erano ben chiuse. Il tappeto orientale sul pavimento sembrava un’opera d’arte da museo. Le pareti erano ricoperte da una boiserie in palissandro.
Una scorta di due donne l’aveva condotta lì dall’hotel: aveva stretto la mano agli altri giocatori ed era seduta in quella posizione da una mezz’ora. Nella sua enorme e strana camera d’albergo, la notte prima, aveva sentito costantemente un rubinetto che gocciolava ed era riuscita a dormire a malapena. Aveva indosso il suo costoso vestito blu navy di sartoria dalle sette e mezzo e sentiva che stava sudando, con le calze di nylon che le rivestivano le gambe in una calda morsa. Difficilmente si sarebbe potuta sentire più fuori posto. Ogni volta che guardava gli uomini intorno a lei, questi le sorridevano appena. Si sentiva come un bambino a una cerimonia di adulti. Le faceva male la testa. Avrebbe chiesto al direttore di gara un’aspirina.
Poi quasi improvvisamente il direttore di gara finì il suo discorso e gli uomini si alzarono. Beth saltò in piedi facendo tintinnare la tazzina sul piatto. Il cameriere con la bianca camicia alla cosacca che le aveva servito il tè corse da lei per prendergliela. Borgov, che fino a quel momento l’aveva ignorata, se non per la stretta di mano di circostanza all’inizio, la ignorò ancora passandole davanti e uscendo dalla porta che aveva aperto il direttore di gara. Gli altri lo seguirono, Beth dietro Šapkin e davanti a Hellström. Mentre uscivano uno dopo l’altro su un corridoio rivestito di moquette, Lučenko si fermò per un attimo e si rivolse a lei. «Sono felice che sia qui» disse. «Spero vivamente che giocheremo insieme.» Aveva dei lunghi capelli bianchi da direttore d’orchestra e un’impeccabile cravatta color argento, perfettamente annodata sotto il colletto bianco inamidato. La cordialità sul suo volto era fuori questione. «Grazie» gli rispose lei. Aveva letto di Lučenko quando era ancora alla Fairfield: «Chess Review» scriveva di lui con lo stesso timore reverenziale che Beth provava in quel momento. All’epoca era campione del mondo, poi aveva ceduto il titolo a Borgov in un lungo match diversi anni prima.
Percorsero il corridoio per un bel pezzo prima che il direttore di gara si fermasse davanti a un’altra porta e l’aprisse. Borgov entrò per primo e gli altri lo seguirono.
Erano in una specie di anticamera con una porta chiusa in fondo. Beth sentì in lontananza del rumore e quando il direttore di gara si diresse alla porta e la aprì, il suono divenne più forte. Non si vedeva nulla eccetto una tenda scura, ma quando Beth si affacciò oltre, le si fermò il respiro. Era davanti a un vasto auditorium pieno di gente. Era come vedere dal palcoscenico del Radio City Music Hall la sala con tutti i posti occupati. La folla si stendeva per centinaia di metri e nei corridoi fra le poltrone c’erano sedie pieghevoli con piccoli gruppi di persone raccolte a parlare. Appena i giocatori uscirono sul grande palco ricoperto di moquette, il rumore si smorzò. Tutti li stavano fissando. Sopra la platea c’era un’ampia balconata, adorna di una bandiera rossa, su cui c’erano ancora file su file di facce.
Sul palco c’erano quattro tavoli larghi, ognuno delle dimensioni di una scrivania, nuovissimi, con una larga scacchiera intarsiata e i pezzi già pronti. Su ogni tavolo alla destra del nero c’era un enorme orologio da torneo in legno e alla destra del bianco una grande caraffa d’acqua con due bicchieri. Le sedie girevoli con l’alto schienale erano disposte in modo che ogni giocatore fosse visibile di profilo dal pubblico. Dietro a ogni tavolo c’era un arbitro in camicia bianca e papillon nero e ancora dietro una scacchiera murale con i pezzi nelle posizioni di partenza. La luce era forte ma indiretta: veniva da un soffitto luminoso sopra l’area di gioco.
Il direttore di gara sorrise a Beth, la prese per mano e la portò al centro del palco. Nell’auditorium non volava una mosca. Il direttore di gara parlò in un microfono vecchio stile attaccato a un’asta in mezzo al palco. Sebbene stesse parlando in russo, Beth riconobbe le parole “scacchi” e “Stati Uniti” e alla fine il suo nome: Elizabeth Harmon. L’applauso fu immediato, caloroso e scrosciante: lo sentì fisicamente. Il direttore di gara la accompagnò a un tavolo dall’altro lato del palco e la fece sedere davanti ai pezzi neri. Beth lo osservò mentre faceva avanzare ogni giocatore straniero per una breve presentazione e l’applauso. Poi vennero i russi, cominciando da Laev. L’applauso divenne assordante e quando arrivò all’ultimo di loro, Vasilij Borgov, non smetteva più.
Il suo avversario nella prima partita era Laev. Era seduto davanti a lei durante l’ovazione per Borgov, e Beth l’aveva osservato mentre il pubblico applaudiva. Laev aveva una ventina d’anni. C’era un sorriso teso sul suo volto giovane e magro, aveva la fronte appesantita dal disappunto e con le dita di una mano sottile stava tamburellando impercettibilmente sul tavolo.
Quando l’applauso scemò, il direttore di gara, col volto in fiamme per l’eccitazione, si recò al tavolo dove Borgov giocava col bianco e premette rapidamente il pulsante. Poi passò al tavolo accanto e fece la stessa cosa, e poi al seguente. Arrivato a Beth fece un sorriso solenne a entrambi e premette rapidamente il pulsante dalla parte di Beth, azionando l’orologio di Laev.
Laev sospirò leggermente e mosse il pedone di re in e4. Senza esitazione Beth mosse il pedone c, sollevata di dover solo giocare a scacchi. I pezzi erano grossi e solidi: risaltavano bene sulla scacchiera, ognuno di loro perfettamente centrato sulla propria casa madre, ognuno con i suoi contorni netti e la sua forma pulita, lucidato a puntino. La scacchiera aveva una verniciatura opaca e un intarsio in ottone attorno al perimetro esterno. La sedia era massiccia e morbida, ma stabile: aggiustandocisi sopra, sentendone la comodità, Beth osservò Laev giocare il cavallo di re in f3. Lei prese il cavallo di donna, apprezzando la pesantezza del pezzo, e lo mise in c6. Laev fece avanzare il pedone in d4, lei prese il pedone, poggiandolo a destra dell’orologio. L’arbitro, dando loro le spalle, ripeteva ogni mossa sulla grande scacchiera murale. Beth aveva ancora un po’ di tensione nelle spalle, ma cominciò a rilassarsi. Era in Russia e in una situazione strana, ma erano comunque scacchi.
Conosceva lo stile di Laev dai «Bjulletin» che aveva studiato ed era certa che se lei avesse giocato il pedone in e5 alla sesta mossa, lui avrebbe seguito la Variante Boleslavskij col cavallo in c3 e poi avrebbe arroccato corto. L’aveva fatto sia contro Petrosjan che contro Tal nel 1965. A volte i giocatori se ne uscivano con strane linee nuove nei tornei importanti, linee che magari si erano preparati settimane prima, ma era convinta che i russi non si sarebbero presi questa briga per lei. Per quel che ne potevano sapere, il suo livello di gioco era approssimativamente quello di Benny Watts, e uno scacchista come Laev non avrebbe dedicato molto tempo a prepararsi per Benny. Lei non era un giocatore importante per i loro standard: l’unica cosa insolita riguardava il suo sesso, e nemmeno quello era una rarità in Russia. C’era Nona Gaprindašvili, che pur non essendo al livello di quel torneo aveva incontrato tutti quei Grandi Maestri russi molte volte. Laev si sarebbe aspettato una vittoria facile. Fece avanzare il cavallo e arroccò come lei aveva immaginato. Grazie alle letture fatte nei sei mesi precedenti, Beth si sentiva ottimista: era bello sapere cosa aspettarsi. Arroccò anche lei.
Il gioco cominciò piano piano a rallentare, passando dall’apertura senza errori a un equilibrato mediogioco, in cui ognuno di loro perse un cavallo e un alfiere, coi re ben protetti e nessun buco nella posizione. Alla diciottesima mossa la scacchiera era in un pericoloso equilibrio. Non era il gioco aggressivo con cui Beth si era fatta una reputazione in America: era il corrispondente scacchistico della musica da camera, sottile e intricato.
Giocando col bianco, Laev aveva ancora il vantaggio. Le sue mosse nascondevano trappole ingegnose, ma lei le eludeva senza perdere il ritmo o la posizione. Alla ventiquattresima Beth trovò un’opportunità per una finezza, aprendo una colonna per la torre di donna e costringendolo nello stesso tempo a far arretrare un alfiere e, una volta che lei ebbe mosso, Laev studiò a lungo la scacchiera e poi guardò Beth in una maniera nuova, come se la vedesse per la prima volta. Lei ebbe un brivido di piacere. Laev studiò di nuovo la scacchiera prima di far arretrare l’alfiere. Beth fece avanzare la torre. Adesso erano pari.
Cinque mosse dopo Beth trovò il modo di passare in vantaggio. Spinse un pedone nella quinta traversa, sacrificandolo. Con questa mossa, la più raffinata di tutte quelle che Beth aveva fatto finora, Laev fu costretto a mettersi sulla difensiva. Non prese il pedone, ma fu obbligato a ritirare il cavallo attaccato nella casa di fronte alla sua donna. Beth portò la torre nella terza traversa e lui dovette risponde...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- I
- II
- III
- IV
- V
- VI
- VII
- VIII
- IX
- X
- XI
- XII
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- XIV
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