Margini
Stilocapra scrutò la notte senza stelle. Il suo respiro velava il parabrezza. Il primo gelo aveva posato sul vino di Edelweiss una cialda di ghiaccio. Stilocapra contò tre rumori. Il crepitio della candela; la signora Crestina che si agitava nel sonno: «Perché… perché… Perché due non fa tre, Amaryllis Capodiscopa!»; e Pithecanthropus che russava nella sua amaca sospesa sotto il telaio. Il quarto rumore, il mormorio che Stilocapra stava aspettando, era ancora per strada, così lui rovistò in cerca dei suoi occhialetti prediletti, per sfogliare un libro di poesie composto dalla principessa Nukada nel nono secolo. Stilocapra aveva scovato il volume a Delhi, in un tempestoso giovedì di mezz’estate. E da quel giorno tutte le sere erano uguali. Il venerabile torpedone parcheggiava, Stilocapra si svegliava e niente riusciva a farlo riaddormentare. Uno, due, tre ore dopo ecco arrivare il mormorio. Stilocapra non parlò a nessuno della sua insonnia, nemmeno a Pithecanthropus, di certo non alla signora Crestina, che di sicuro avrebbe prescritto un orribile “rimedio” peggiore del male. All’inizio, Stilocapra credeva che il mormorio provenisse dalle vicine cascate di Aberdeen, ma questa ipotesi fu subito scartata quando il mormorio cominciò a spostarsi in altri luoghi. Come seconda ipotesi, Stilocapra pensò di essere pazzo. Ma poiché le altre facoltà mentali non erano compromesse, Stilocapra cominciò a credere che il mormorio avesse origine nella sua penna stilografica, la stessa penna con cui donna Shōnagon aveva scritto il suo romanzo da camera da letto, più di tredicimila lune addietro. Stilocapra ascoltò il silenzio, poi udì un fruscio, e il suo cuore prese a battere in fretta. Ripose la principessa Nukada nel suo scaffale, e premette l’orecchio contro la penna. Sì, pensò, ecco che arriva. Ma quella sera il mormorio era più chiaro del solito: ascolta! Un “quadro” qua, una “lancia” là, e dappertutto un bel po’ di “prosciutto”. Stilocapra impugnò la penna stilografica e cominciò a scrivere, dapprima piano piano, lasciando gocciolare le sillabe a una a una, ma ben presto le parole affluirono folte, fluide e fluenti.
«Oh, signore, qui siamo al limite della sconsideratezza!» La signora Crestina aprì le cortine del mattino. «Se vuole bighellonare fino a notte fonda, cerchi almeno di coprirsi per bene! Ricordi quel che le dico: se i reumatismi si rifanno vivi, il nostro troglodita sarà costretto a fare tutto il lavoro al posto suo.»
Stilocapra schiuse le palpebre appiccicose. «Sonni agitati, signora Crestina: ho sognato di localizzare m-metallo per gli enneagoni norvegesi in un delta dove era m-mercoledì mattina per l’eternità.»
La signora Crestina si legò il grembiule in vita. «Gliel’ho già detto novantanove volte, signore: “Birra d’orzo e pan frumento, sogni tanti e per divertimento”. Ma lei insiste con le sue cene del Devonshire. Bene, è ora di mettersi in piedi. La colazione è pronta. Earl Grey e aringhe di Zanzibar, arrostite come piace a lei.» La signora Crestina guardò il panorama. «Un posticino noioso, non c’è che dire.»
Stilocapra trovò il suo pince-nez sul «Giornale dell’Occhiale», e sbirciò fuori. Il venerabile torpedone si era condotto fino a una desolazione di lande desolate. «Paesaggio d’inchiostro, cielo pasta di carta. Il dubbio mi sovviene, signora Crestina, di essere capitati ai m-margini.» Biancastri banchi di biancospino occhieggiavano qui e là.
«Nome scialbo per un posto scialbo» sentenziò la signora Crestina.
«Il terreno è troppo acido perché il colore possa metter radici. Un duca m-marginale una volta tentò di far germogliar giunchiglie, m-ma il giallo scolorò via. I sempreverdi qui son m-maiverdi. Non si sentono uccelli cantare, né cornacchie basse volare.»
«Bene, signore. Le sue aringhe si freddano.»
Stilocapra corrugò la fronte. «Strano a dirsi, signora Crestina, però l’appetito al momento mi difetta. Forse dovrei chiederle di m-metter via l’aringa finché non mi lusinga. La mangerò più tardi. Per ora, un goccio di tè potrà bastare…» Stilocapra perse il filo del discorso. «Che cosa seccante! Questa notte ho scritto decine di pagine… e adesso dove sono finite?» Guardò sopra e sotto il suo scrittoio, ma le pagine erano scomparse. «È un vero disastro! Avevo scritto frammenti di un autentico racconto m-mai raccontato!»
Malgrado anni e anni di servizio, la signora Crestina era irritata per le aringhe. «Mi permetta di dirle, signore, che per me deve aver fatto un altro dei suoi sogni di scrittura. Ricorda quando ha sognato di aver scritto I miserabili? Al suo editore occorse una settimana per convincerla a non citare Hugo per plagio.» D’un tratto la porta si spalancò e la stanza fu invasa dal vento. Una temibile creatura preistorica occupava lo specchio della porta con il peloso e infangato torace. L’essere grugnì più volte nella sua lingua di argilla e di sangue, ma la signora Crestina lo trapassò con un’occhiata feroce: «Non penserai di ormeggiare quelle luride barche cariche di fango sul mio lindo tappeto?».
«Un gradevole buongiorno a te, Pithecanthropus.» Stilocapra dimenticò le pagine perdute. «Che cos’hai portato di bello, m-mio caro amico?»
Pithecanthropus aprì le mani unite a coppa davanti alla signora Crestina. Da una zolla di terra spuntava un delicato fiore bianco. «Caspiterina!» esclamò Stilocapra. «Un niveo bucaneve! A settembre! Quale raffinatezza! Quale rarità!»
La signora Crestina era meno impressionata. «Ti sarò molto grata se vorrai trapiantare altrove le tue sudice erbacce! Mai visto tanto luridume! E mentre esci chiudi la porta! O non vorrai per caso che io e il nostro signore ci buschiamo un malanno?»
Pithecanthropus grugnì il suo sconforto e chiuse la porta.
«Nient’altro che un peloso selvaggio, ecco cos’è.» La signora Crestina sfregò la padella delle aringhe. «Un selvaggio!» Stilocapra si dispiacque per il suo amico, ma sapeva bene che non era il caso di interferire tra la signora Crestina e la sua irritazione.
E così mi sveglio fissando un altro soffitto sconosciuto, e m’infilo nel mio giochino dell’amnesia. Sono disorientato e così voglio rimanere. È un gioco che ho inventato dopo che Anju se n’è andata, quando ho iniziato i miei nove anni di pellegrinaggio da uno zio all’altro, tra stanze degli ospiti e futon galletta di riso – «Questo mese Eiji sta qui da noi» – e i cugini che infilavano le testate atomiche in ogni possibile discussione – «Se qui non ti piace, torna a casa di tua nonna!». Comunque… scopo del gioco è di conservare la sensazione di non sapere dove mi trovo il più a lungo possibile. Conto fino a dieci e ancora non ne ho idea. Ho dormito su un divano al centro di una stanza, di fronte a un grande bovindo schermato da tendine chiare. In bocca ho un’ulcerazione grossa come l’impronta di uno zoccolo. Bang! La bomba della memoria è esplosa. Le teste nella sala da bowling. Morino illuminato dal sigaro. Il Mongolo sul ponte in costruzione. Distendo i muscoli indolenziti. Naso e gola tappati, nella fase che precede un brutto raffreddore; il corpo che cerca di rimettersi in sesto incurante del suo stupido cervello. Per quanto tempo ho dormito? Chi ha dato da mangiare a Gatta? Un pacchetto di Lark sul tavolino. Ne restano solo tre, e le fumo una dopo l’altra, accendendole con i fiammiferi. Mi sembra di avere i denti avvolti nell’isolante termico. La stanza è calda. Ho dormito vestito, ascelle e inguine stanno bollendo. Dovrei aprire la finestra, ma non ho ancora voglia di alzarmi. Mentre rimango sdraiato non può succedere niente di nuovo, e la distanza tra me e la morte di trenta, quaranta uomini aumenta. Un gemito. Non posso non vedere quel che ho visto. La notizia avrà fatto il giro del paese, se non del mondo. Guerre di yakuza, da qui all’inizio del nuovo anno. Un altro gemito. I medici legali staranno strisciando sul campo di battaglia armati di pinzette. La Squadra Stragi e Attentati starà intervistando gli acquirenti di Xanadu. Una ragazza impiegata presso l’ormai famigerata sala pachinko starà raccontando ai cronisti di un impostore che sosteneva di essere il figlio del direttore Ozaki qualche attimo prima che lo stesso fosse scaraventato dal falso specchio del secondo piano. I disegnatori della polizia staranno tracciando schizzi a carboncino. E io che faccio? Che cosa mi vorrà fare l’invisibile signor Tsuru? Che fine hanno fatto la mama-san e il Regina di Picche? Ho finito i piani. Ho finito le sigarette. Non ho fazzolettini per sturarmi il naso. Mi sforzo di ascoltare e riesco a sentire… assolutamente nulla.
Come potrei espellere la mia zavorra mattutina se smettessi di fumare? La contrazione delle budella è un benefico effetto delle sigarette che le pubblicità tutte sole e abbronzatura non citano mai. Non mi piace dormire con i jeans, ma ho avuto paura a dormire svestito, casomai mi fossi svegliato con qualcuno che tentava di sfondare la porta e avessi dovuto darmi a una fuga precipitosa. E ho ancora paura. È peggio che aspettare l’arrivo di un terremoto. Ma che cosa faccio se mi sembra di sentire qualcuno? Mi nascondo? E dove? Non ho nemmeno idea di quanti piani abbia la casa. Mi alzo: prima fermata, gabinetto. Accovacciato, stile giapponese, con un pot-pourri di erbe profumate. Un bel parto pulito: i gabinetti occidentali aumentano il rischio di complicazioni. Sciacquone stile cascate del Niagara. La cucina è in cotto, e immacolata: a giudicare dal ricettario sporco di farina il proprietario ama cucinare. Ogni utensile è appeso al suo gancio. Fuori dalla finestra vedo una tettoia per l’auto, vuota, e un giardino. Rose, erbacce, e il trespolo per la mangiatoia degli uccelli. Un’alta siepe di ligustro nasconde la casa al mondo esterno. L’armadietto delle scope è ben fornito ma è un posto troppo ovvio per nascondersi. Il soggiorno è in stile giapponese: tatami, un altare buddista con le fotografie dei parenti scomparsi, vicini e lontani, una nicchia per l’ikebana e sulla parete una pergamena fitta di kanji che se solo cercassi di leggerli mi verrebbe il mal di testa. Non c’è televisore, niente stereo, niente telefono; solo un fax senza ricevitore appoggiato su una capace libreria. I libri sono vecchie collezioni di racconti illustrati. Principessa Luna, Urashima Tarō, Gon la volpe. Ma questa casa è troppo ordinata perché ci vivano dei bambini. Scosto le tende. Il giardino sul retro dev’essere la gioia e l’orgoglio di qualcuno. Il laghetto è più grande di quello della nonna: noto delle carpe nascoste nel verde. Tardive libellule sfiorano le lenticchie d’acqua. Su un’isoletta scorgo una lanterna di pietra. Ciotole di lavanda, un boschetto di bambù, abbastanza folto per potersi nascondere. Un nido dentro una cassetta per le lettere arancione fissata su un’argentea betulla. Si potrebbe osservare questo giardino per ore intere. Si svela piano piano. Non sorprende che non ci sia il televisore. Salgo al piano di sopra. Sotto i piedi nudi una moquette folta, candida come neve. Un bagno sontuoso con rubinetti a forma di cavalluccio marino. Una camera matrimoniale: l’arredamento suggerisce una coppia di mezz’età. La cameretta è destinata solo agli ospiti. Bene. Non ci sono posti per nascondermi. Nelle case normali bisogna avere nove anni per trovare un buon nascondiglio. Una volta Anju ha vinto nascondendosi nella lavatrice. Suppongo che il mio giro sia finito, ma poi in fondo al pianerottolo noto la porta in legno di un armadio a muro. Il pomo della maniglia gira a vuoto, però riesco ugualmente ad aprire. I ripiani non sono ripiani, ma i gradini di una scala ripida. Una corda con dei nodi aiuta a inerpicarsi. Al terzo gradino urto il soffitto con la testa, e lo sento muovere. Spingo e una lama di luce filtra mentre sollevo una botola di compensato. Mi sono sbagliato. Questo è meglio di un nascondiglio. Emergo in uno studio-biblioteca con la più alta densità di libri mai incontrata. Pareti di libri, torri di libri, viali di libri, vicoli di libri. Rivoli di libri, macerie di libri. Libri tascabili, libri di lusso, atlanti, manuali, almanacchi. Nove vite di libri. Libri sufficienti a costruire un igloo e poi nascondersi dentro. Una stanza senziente di libri. Gli specchi raddoppiano e moltiplicano i libri. Libri per ...