Visioni di Gerard
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Visioni di Gerard

  1. 140 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

In Visioni di Gerard Jack Kerouac fa rivivere le scene e le sensazioni dei primi quattro anni di vita di Ti Jean Duluoz (pseudonimo di Kerouac stesso), che coincidono con la fine della vita del fratello Gerard, morto a nove anni. Gerard è un piccolo apostolo della non violenza, ha visioni celestiali al limite del misticismo, ma soprattutto è l'emblema di quella felicità che può esistere solo nell'infanzia, cristallizzata per sempre dalla morte in un'immagine di intatta perfezione. Il suo destino sembra infatti ribadire la convinzione che, dopo i primi anni, la vita è solo dolore, concetto che, rafforzato dall'avvicinarsi alle filosofie orientali, sarà costante in tutta l'opera di Kerouac.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2020
Print ISBN
9788804701392
eBook ISBN
9788835706236

Visioni di Gerard

Nel 1917 nasceva Gerard Duluoz, un bimbetto malaticcio con un cuore reumatico e varie altre complicazioni che ne fecero un malato per buona parte della sua vita, chiusasi nel luglio 1926, all’età di nove anni, mentre al suo capezzale le suore della scuola parrocchiale di St. Louis de France raccoglievano le sue ultime parole, dopo aver udito le sue stupefacenti rivelazioni sul paradiso, pronunciate nell’ora di catechismo per la semplice ragione che toccava a lui parlare— Quel santo di Gerard, dal volto puro e sereno, con quella sua espressione dolorosa e quel patetico velo di capelli morbidi che gli ricadeva sulla fronte e veniva spazzato via dalla mano sugli occhi seri, azzurri— Nessun anatema, nessuna maledizione scaglierei più contro questa mia dannata terra, ma solo implorazioni, se potessi decidermi a lasciar libero di fuggire da me il suo volto radicato nel mio ricordo. Nei primi quattro anni della mia esistenza, mentre lui era vivo, io non ero Ti Jean Duluoz, ero Gerard, e il mondo era il suo viso, quel fiore di viso, l’andatura curva e spenta, la santità struggente, i suoi insegnamenti di dolcezza, con mia madre che mi raccomandava costantemente di far tesoro della sua bontà e dei suoi consigli— Nei pomeriggi d’estate giaceva supino, in giardino, le mani sugli occhi, a contemplare bianche nuvole di passaggio, quei perfetti fantasmi taoisti che si materializzano e viaggiano e poi scompaiono, smaterializzati, in un immenso vuoto planetario, come anime umane, proprio come persone concrete in carne ed ossa addirittura, come quei ben concreti comignoli di mattoni rossi delle filande di Lowell lungo il fiume nei mesti pomeriggi rossi di sole della domenica quando il grosso e severo Emil Papà Duluoz nostro padre in maniche di camicia legge i fumetti in un angolo, accanto alla pianta del tempo e della casa— Carezza sulla testa il suo piccolo Gerard malaticcio: «Mon pauvre ti Loup, mio povero lupacchiotto, sei nato per soffrire» (lungi dall’immaginare quanto poco mancava alla fine delle sue sofferenze, quanto poco alla pioggia, l’incenso e la lacrimosa mestizia del funerale che doveva esser celebrato nella chiesa della cripta di St. Louis de France tanto simile a una cantina, all’angolo di Boisvert Street con la Sesta ovest, di fronte a casa nostra).
Per me i primi quattro anni di vita sono grigi e permeati del ricordo di un faccino serio e gentile chino su di me, fatto me stesso e benedicente— Il mondo intero una covata di Santità duluoziana e lui, Gerard, la grossa chioccia che mi ammoniva d’esser buono con gli animaletti e mi accompagnava tenendomi per mano lungo piccoli obliati sentieri.
«Allò zig lèn -ziglèn -ziglùu—» diceva al nostro gatto, con un’assurda vocetta acuta da gattino e il gatto lo guardava a sua volta con occhi vuoti e atoni come se il linguaggio dei gatti fosse quello giusto, ma d’altra parte essi capivano che le parole significavano bontà e i loro occhi lo seguivano mentre lui s’aggirava per la nostra casa grigia e improvvisamente inaspettatamente lo ricompensavano saltandogli in grembo al crepuscolo, nell’ora quieta in cui l’acqua sul fornello ribolle con le farinose patate irlandesi e il sibilo del silenzio colma le orecchie nelle case annunciando la benedetta sempiterna presenza di Avalokitesvara che sorride nel brulicare d’ombre dietro le poltrone imbottite e i paralumi con le frange, Grembo di Fertilità Esuberante, col mondo e le sue mestizie tutte risibili, e Gerard ci scommetto sarebbe l’ultimo e il postremo a smentirlo se fosse qui a benedire la mia matita mentre prendo fiato e mi accingo a narrare la sua dolorosa storia al mondo che ha bisogno di esseri dolci e amorosi al pari di lui.
«Il cielo è tutto bianco» (le ciel yé tout blanc, nell’infantile patois con cui parlavamo il francese avito), «gli angeli sono come agnellini, e tutti i bimbi e i loro genitori sono uniti per sempre» mi diceva, e io: «Sont-ils content? Sono felici?»
«Non possono essere altro che felici—»
«Di che colore è Dio?—»
«Blanc d’or rouge noir pi toute— Bianco dorato rosso nero e tutto—» è la traduzione.
Arriva Micetta che si struscia coi dentini e il nasetto umido contro il dito proteso di Gerard: «Chevvuoi, Plù plì?»— Come vorrei ricordare l’affetto e gli abbracci di quei due poveri fratelli in un passato così remoto ormai dalla mia infelice visuale che non potrei attingerne le virtù risanatrici nemmeno se disponessi del ponte, avendo perduto tutte le mie molecole di allora senza il loro gusto d’illuminazione.
Lui mi infagotta nella giacca e nel cappello, poi mi farà vedere come si gioca in giardino— Nel frattempo il fumo lagrima dai tetti rossi al crepuscolo nell’inverno del New England e le nostre ombre nell’erba bruna e gelata sono come rimembranze di quanto dev’essere accaduto un milione di milioni di ere fa nella Stessa luce accecante Spenta-Accesa del Nirvana-Samsara.
Mi par proprio di ricordare la grigia mattina (dev’esser stato un sabato) in cui Gerard si presentò alla villetta di Burnaby Street (io avevo tre anni) col ragazzino di cui non posso dimenticare il nome né la consistenza, simile a tocchi di fango grigio, Plourdes— Palle di dolore è il suo nome— Gocciolando dal naso per soffiarsi il quale non aveva fazzoletto, sporco, con un maglioncino pieno di buchi, Gerard invece con le lunghe calze nere parrocchiali e le scarpe alte coi bottoni, stanno ritti in cortile accanto alla piccola tettoia di legno in fondo di lato dove si contemplano i prati della mestizia (con dietro i filari di pini rilucenti, sui quali nei giorni piovosi vedevo l’inizio della Nebbia dalla Faccia d’Indiano)— Gerard vuole che mamma Ange dia al piccolo Plourdes del pane e burro e delle banane. «Ya faim, ha fame»— Di famiglia povera e ignorante, probabilmente, e mai gli davano da mangiare se non a cena, oppure (forse) qualche panino con lo strutto ogni tanto, Gerard era abbastanza perspicace per rendersi conto che il piccino aveva fame e piangeva per via della fame e conosceva la generosità della casa materna e appunto per questo ce l’aveva portato e aveva chiesto cibo per lui— Cibo dato da mia madre al ragazzo che, ora, dopo tanti anni io vedo, o per meglio dire, ho appena visto, in una recente visita a Lowell, alto un metro e 80 e pesante 90 chili sicché un mucchio di pane e burro e banane e generosità infantile è andato a gonfiare il volume della sua montagna di carne in disfacimento— Forse un barlume di ricordo nel suo cervello di camionista dell’esile malatino che lagrimò per lui, lo cibò e lo benedisse nel lontano passato—Plourdes—Un nome canadese che per me racchiudeva tutta la disperazione, il crudo spettrale sconforto, il freddo e screpolato dolore di Lowell— Come l’ululo solitario di un cane e nessuno che gli apra la porta— Per Plourdes il suo destino, per me:—Gerard che lo schiude all’Amore di Dio, cosicché ora, trent’anni dopo, il mio cuore, risanato, è ancora caldo, salvo— Senza Gerard che fine avrebbe fatto Ti Jean?
Me ne sto sul portico infagottato di stracci e assisto al piccolo dramma sacro— Mia madre va in cucina, imburra del pane e sbuccia delle banane, con quelle lente, struggenti, brancolanti movenze delle madri del mondo, come una vecchia madre indiana che ha macinato tortille e bollito polenta per millenni di clangori e ulular di vento— Il mio cuore sta dove deve stare.
Mio padre torna a casa dal lavoro e sente la storia e dice «Che gran cuore ha quel ragazzo!» poi scuote la testa e si morde le labbra accanto al fornello.
Fu solo molti anni dopo, quando conobbi e compresi Savas Savakis che mi sovvenni dell’assoluto e immortale idealismo impartitomi dal mio santo fratello— E ancor più tardi con la scoperta (ovvero la stupita sbigottita boccheggiante folgorata ridestata riscoperta) del Buddismo, Ridestamento— Stupida reminiscenza che fin dall’inizio io, chiunque o qualunque cosa “Io” fossi, ero destinato, proprio destinato, a conoscere, imparare, capire Gerard e Savas e il Benedetto Signore Buddha (nonché il mio Dolce Cristo attraverso tutte le sue sovrastrutture paoliane e croci insanguinate di violenza pagana)— Svegliarsi alla fede pura nell’unica luminosa verità: Tutto è Bene, pratica la Bontà, il Cielo è Prossimo.
I primi a vaticinarlo furono i tristi occhi di Gerard— Nel sogno già finito, che altro non è tutto questo— Il suo viso così tranquillo e pietoso, avevamo diverse fotografie sue, soprattutto quella che mi sta ora davanti, che è stata presa (probabilmente) nel suo quinto anno di vita, sul portico della casa in Lupine Road la quale, durante una recente visita, mi rivelò (al mio antico sguardo di bambino) l’antica forma degli Inizi-del-Mondo nella forma di un globo-della-luce-nel-soffitto-del-portico scannellato che non mi stancavo di studiare con occhi infantili in lunghi pomeriggi di sole sonnolento o di caldo marzo, nella culla— Quando, vedendolo recentemente, anni 33, i suoi contorni mi ricongiunsero profondamente ai contorni del volto di Gerard da tempo dimenticati e ai suoi capelli straordinariamente soffici, e alla camiciola parrocchiale alla Raskolnik e le lunghe calze nere— E anzi, persino alle persiane marrone della casa accanto, e poi, ancor più e ancor peggio, al “castello” di pietra in cima al colle di là dal prato, che avevo completamente dimenticato nella mia memoria razionale e nella maturità vidi con sgomento quel che già avevo inconsciamente intuito nelle fantasticherie da adolescente del “Dottor Sax e il Castello del Gran Serpente del Mondo” tutte cose da spiegare preventivamente nella Leggenda dei Duluoz— Il suddetto portico è la scena della benedetta piccola foto da me conservata, Gerard seduto sulla balaustra con nostra sorella Nin (allora di tre anni), che lui tiene per mano, tutti e due con gli occhi socchiusi nel sole mentre una zia o un padrino paterno scatta la foto, la neve delle umane speranze da tempo dimenticata che sbiadisce in macchie più brune nella vecchia arte fotografica— Vedo qui negli occhi di Gerard la vera bontà adamantina e la paziente umiltà della Fratellanza Ideale propugnata da lungi negli eterni corridoi della Buddità e Pietosa Santità, nel Nirmana (apparenza) e Kaya (forma)— Il fratello mio, una goccia di santità negli infiniti Universi e Gelicosmi globulari— Il suo cuore sotto la camiciuola è grande come il sacro cuore di spine e sangue raffigurato in tutte le umili case della Lowell franco-canadese.
Mirate:— Un giorno trovò un topo chiuso nella trappola di Scoop davanti al mercato del pesce nella Sesta Strada Ovest— Facce più perfide d’un ragno velenoso, quelle di coloro che inventarono le trappole per i topi, e alle cui porte insanguinate menano ottusi sentieri di grano avvelenato e gracidar di corvi sui davanzali— A proposito, in questo grigio mattino, ricordo benissimo le facce dei canucchi di Lowell, i piccoli commercianti, macellai, venditori di burro e uova, pescatori, bottai, mendicanti sulle panchine (niente panchine ma i vecchi catarrosi seduti sul marciapiede, accanto al deposito dell’immondezza, vicino a bucce di banana fumanti nella calura del mezzogiorno)— Le facce ottuse e boccheggianti degli adulti cresciuti che non avevano parole di lode o gentilezza per quei piccoli angioli volonterosi come Gerard che si davano da fare per salvare un topo dalla trappola— Ma si limitavano a fissare a bocca aperta e con occhi vacui ed erano sciocchi della più bell’acqua— Il topino, annaspante sul cemento, venne liberato da Gerard— Scappò balzelloni verso il chiusino insieme all’umor di pesce e allo sputo, per morirvi— Lui lo raccolse teneramente e nella tasca seminò la bontà— Se lo portò a casa e lo curò, lo fasciò persino, se lo tenne in braccio, se l’accarezzò, gli preparò un piccolo cestino, mentre la mamma osservava allibita e gli uomini camminavano per le strade “facendo del bene a se stessi” e mettendo al sicuro i loro dollari— Pezzenti! Tutti!— Un pensiero più piccolo d’una fatta di topo rivolto al dovere della messa domenicale, e anche quello normalmente contaminato da calcoli mentali sull’ammontare da buttare nella borsa delle elemosine— Non ricordo razionalmente ma nell’anima e nella mente Sì c’è un topo, che squittisce, e Gerard, e il cestino, e la cucina, teatro di quel piccolo ospedale di cuori teneri—«Quel grosso arnese t’ha fatto male quando t’è caduto sulla zampetta» (perché Gerard era davvero capace di immedesimarsi appieno in quel dolore, dolore che aveva saggiato abbastanza da non essere più un apprendista in quella materia e nel suo spasimo)— Sentiva la molla di ferro stritolare i propri teneri ossicini immaginari da uccello schiacciando stritolando e premendo sempre più forte in un tormento-di-vita-peggiore-della-morte— Poiché non è l’innocente candida natura che fa apparire tristi e dolenti le colline, ma gli uomini, con le loro orribili menti— La loro ignoranza, grossolanità, i loro trucchi meschini, gli intrighi, le tendenze all’ipocrisia, sempre a piangere sulle perdite, a gongolare sui guadagni— Sguatteri, scheletri ambulanti, direttori di pompe funebri, portatori di guanti, respiratori di nebbia, produttori di sterco, pisciatori, lordatori, puzzolenti, grassi divoratori di vitelli, autentiche macchie e pustole sulla faccia della terra— “Un topo? Chi se ne cura di un maledetto topo— Iddio deve averli fatti apposta per riempire le nostre trappole”—Pensiero tipico— Preferirei rovesciare un barile di quel-che-sapete sul tetto di casa mia, piuttosto che passeggiare per un miglio conversando con uno di loro— Non metto Gerard fra quella manica di miserabili, quella banda di buoi— Quel particolare tipo d’uomo franco-canadese dalle guance grigie e gli occhi smorti gramo viscido pavido, col suo negozio nero, i suoi sacchi di granaglie, la sua malvagia cantina segreta senza fondo, le sue aringhe nel barile, i suoi anelli d’oro nascosti, la...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. VISIONI DI GERARD
  4. Postfazione. di Vincenzo Mantovani
  5. Nota biobibliografica
  6. Copyright