Joseph tiene alta la lampada, nonostante la burrasca. È sulla piattaforma della coffa di gabbia, fradicio, a metà albero, e ha passato un braccio intorno al fusto per non cadere. Il vento è forte. La pioggia frusta con violenza, obliqua, e lo gela fino alle ossa.
«Fammi luce, ragazzo. Luce!»
Jacques Poussin è sospeso nel vuoto, la borsa degli attrezzi appesa alla cintura. Joseph si sporge sempre di più. A tratti ha l’impressione di vedere dei minuscoli uccellini verdi dal becco d’argento che gli volano intorno, attirati dalla luce. Sono quattro ore che il carpentiere sta cercando di fare quella riparazione. Sopra di loro, la punta dell’albero oscilla nella notte come l’asta di un metronomo al rallentatore.
«Luce, diamine!»
Poussin ha visto la tempesta avvicinarsi durante tutta la giornata. Ha supplicato il capitano di lasciargli eseguire quei lavori, senza i quali La douce Amélie non sarebbe potuta ripartire. Ma Gardel aveva le sue priorità. Voleva che il carpentiere tendesse delle reti tutt’intorno al ponte per impedire ai prigionieri di buttarsi in mare quando li avessero finalmente lasciati uscire in coperta, appena arrivato il bel tempo. Molti tentano di saltare in acqua nel momento in cui la nave si allontana dalla costa, spinti inizialmente da una fragile speranza di fuga, poi soltanto dalla disperazione quando il loro mondo si cancella all’orizzonte.
«Non mi piace che la merce finisca fuoribordo» aveva detto Gardel. «Prima montate quelle reti. Riparerete il resto all’alba. E a mezzogiorno ce ne andremo.»
«Se si scatena la tempesta, capitano, non potrete nemmeno levare l’ancora per portare la nave al riparo.»
Ogni volta che gliel’ha detto, Gardel ha schernito Poussin indicando il cielo. «Una burrasca su questa costa il primo di gennaio? Mai successo! Dovrei avere imbarcato il diavolo in persona per meritarmi uno scherzo simile.»
E invece… Alle otto di sera la burrasca ha cominciato a ruggire. Quindi a bordo della nave c’era proprio il diavolo. E qualcuno pensava addirittura che si fosse messo addosso la redingote del capitano.
Ora, all’una del mattino, le due ancore arano il fondale di fango e conchiglie. La nave si avvicina sempre più pericolosamente alla costa. E Jacques Poussin lavora là in alto, appeso con una corda all’albero che balla nella notte.
A poppa, intanto, l’orgoglio del capitano gli impedisce di riconoscere l’errore commesso. Ha riunito gli uomini al riparo del castello. Con i pollici infilati nei taschini del gilet, illustra loro la manovra che si prospetta: levare le ancore appena Poussin, da lassù, avrà dato il segnale, poi issare tutte le vele e salpare in direzione sud-ovest.
Vaugelende si azzarda ad alzare la mano. Propone ancora una volta di non aspettare la fine della riparazione.
«Provvederemo in seguito al lavoro, capitano. Il resto delle vele sarà più che sufficiente. Anche solo con la vela di mezzana fileremo come minimo a quindici nodi…»
Gardel zittisce il suo secondo. Non intende partire con un bastimento “zoppo”. Vuole lasciare l’Africa in pompa magna, con tutte le vele issate, quando sarà il momento.
Davanti a lui, i marinai non aprono più bocca. Si potrebbe pensare che sia la tempesta a renderli così pallidi, invece l’onda che rivolta a tutti lo stomaco viene da sotto i loro piedi. È il suono che sale dalle viscere della nave. Perché né la voce di Gardel, né il fischio del vento, né gli scricchiolii del legno riescono a coprire i gemiti e i lamenti che provengono da sotto il ponte.
Al momento ci sono cinquecentocinquanta prigionieri chiusi nella stiva.
Tre per metro quadro di tavolato. Con i centocinquantamila litri di acqua dolce, oltre ai barili di piselli e riso per due mesi di vitto, lo scafo sprofonda nel mare fino ai cannoni.
Per evitare che il veliero imbarchi acqua sono state addirittura sigillate le aperture dei portelli di murata, uniche prese d’aria dell’interponte.
Non c’è nemmeno un prigioniero che abbia lo spazio per sdraiarsi sulla schiena. Stanno tutti stesi sul fianco oppure costretti a mettersi rannicchiati. Gardel conta sulla superficie che prima o poi libererà chi non sopravvivrà alla traversata.
«Ascoltate!» esclama a un tratto il capitano, sollevando il naso e alzando un dito in aria. «Aprite bene le orecchie!»
Si direbbe che abbia appena riconosciuto un’aria di clavicembalo suonata dalla piccola vicina del piano sotto. Il capitano scruta a uno a uno i suoi uomini.
È proprio per questo che li riunisce nel castello di poppa. Sono proprio quei lamenti e quei singhiozzi che Gardel vuole far sentire, una volta per tutte, al suo equipaggio. Non intende intenerirlo, né far sì che ci si abitui. No. Vuole che senta la forza di quella minaccia che durerà per tutto il viaggio. Bisogna stare in guardia. Il dolore e l’istinto alla rivolta rendono tutto possibile.
«Nei salotti di Parigi e Londra si discute per sapere se quelli che trasportiamo siano esseri umani. Ma vi assicuro che la loro rabbia sarà sovrumana quando si renderanno conto che ce ne stiamo andando.»
Fuori, il ponte è deserto. Soltanto Abel Bonhomme sta a cavalcioni dell’albero di bompresso, giusto sopra la polena. Deve sorvegliare le due ancore e la deriva del veliero. Sente il fremito delle funi anche senza toccarle. Le ancore da due tonnellate ciascuna non sono più aggrappate al fondale. Scivolano raschiando il fondo e fanno indietreggiare la nave.
Tra le onde, Abel non riesce a impedirsi di guardare la figura dipinta di giallo sotto di lui. Gli hanno detto che si tratta di Amélie, la ragazza di cui la nave porta il nome. Affronta il mare in burrasca senza mai lasciare il proprio posto. Lui pensa alla vera Amélie, che in quella notte del primo gennaio starà dormendo in un letto comodo, con coperte asciutte, la borsa dell’acqua calda e un sacchettino di lavanda sotto il cuscino.
Abel sussulta. Il colpo arrivava da tribordo, qualcosa ha urtato lo scafo. Troppo tardi per avvertire a poppa. Sporgendosi, vede un tronco che si allontana rotolando su se stesso fra le onde. Per un attimo gli è sembrato che fosse una piroga abbandonata.
Poi la sagoma è scomparsa nella notte, apparentemente senza far danni.
Abel ha freddo. La pioggia si mescola all’acqua di mare, intorno a lui. Si passa una mano sugli occhi. In quel breve istante che trascorre prima che la tolga, dietro di lui è apparsa un’ombra che il ragazzo non ha visto. Una piccola cometa nera. È rotolata sul ponte ed è sparita. Era Alma.
«Ehilà!»
Il richiamo arriva dall’albero maestro. Abel Bonhomme alza gli occhi. Ha riconosciuto la voce di Poussin. Joseph agita la lampada, ancora in alto. Hanno concluso il loro lavoro.
Abel lascia il suo posto di vedetta. Curvo per contrastare la forza del vento, risale verso poppa, scavalcando una dopo l’altra le sei zanne d’elefante posate sull’assito del castello di prua. Scende sul ponte. Bussa alla porta della barriera divisoria. Gli aprono. Raggiunge l’equipaggio riunito, alza le braccia e annuncia, battendo i denti: «È tutto pronto, capitano. Tutto pronto. Si salpa».
I marinai accolgono con sollievo quel messaggero sgocciolante.
Si salpa.
Poco dopo, i corpi di Jacques Poussin e di Joseph Mars si accasciano insieme sull’assito, al riparo del castello di prua. Sono riusciti a trovare un po’ di spazio nella zona dove è stata spostata la dispensa della cambusa.
Poussin geme, mentre si toglie l’incerata.
«Dormire…» dice. «Devo dormire un po’.»
Joseph ha posato la lampada. Sente l’odore nauseante dei viveri ammassati alle sue spalle. Il ricordo del vento continua a fischiargli nelle orecchie. Incapace di fare un qualsiasi movimento o di togliersi la roba bagnata, il ragazzo aspetta.
Le ancora sono state levate. La nave si piega a dritta. La douce Amélie ha smesso di resistere al vento e finalmente gli cede, lasciandosi spingere al largo.
Per qualche secondo i prigionieri non emettono più un suono.
«Stavolta partiamo davvero» dice Poussin.
Si appoggia su un gomito, ride pianissimo, come un ubriaco che si regge a malapena in piedi sul marciapiede. Staranno bene, lì. È il posto migliore per farsi dimenticare e avere qualche ora di pace. Fuori, tutti gli uomini sono in coperta, fra gli alberi, in piena attività.
«Ah, dormire!» sospira ancora Poussin. «Spegni la lampada, ragazzo…» Prostrato dalla burrasca, Joseph si guarda intorno. Quando hanno lasciato le coste dell’Europa, sei mesi prima, venti marinai potevano appendere le loro amache sotto quel castello, di notte. Ora c’è giusto lo spazio necessario per i loro due corpi malconci, in un angolo. Barili e sacchi sono accatastati dal pavimento al soffitto.
In cambusa, tutta a prua ma un piano sotto, nello spazio dove prima c’erano quelle provviste sono state gettate le ultime cinquanta donne imbarcate da Gardel sull’isola di Bonny. Aggiunte alle centocinquanta che si trovano a poppa, fanno duecento donne prigioniere per trecentocinquanta uomini.
La maggior parte delle navi negriere si accontentano di un terzo del carico formato da donne e bambini, ma il capitano ha fatto bene i suoi conti. La cambusa è ancora meno vivibile del resto dell’interponte. Gardel scommette sulla resistenza delle donne durante la traversata. È certo che il guadagno sarà maggiore così che non se avesse rinchiuso lì degli uomini, più costosi e meno resistenti.
«Spegni la lampada» ripete Poussin.
Joseph allunga la mano e solleva il vetro che protegge lo stoppino. Si chi...