Una nave è un mondo che ha un’apparenza e una sostanza, come altre, infinite realtà. È un meccanismo preciso e inattaccabile, ciascuno di coloro che ci lavorano a bordo ha i propri compiti e contribuisce al funzionamento complessivo. Ma nel cuore di questo meccanismo, ogni giorno, anzi ogni minuto, si attiva una quota invisibile di pulsazioni anomale, qualcosa su cui non puoi mai smettere di vigilare e che devi essere pronto a riportare alla sua efficienza massima. È fatta così, in fondo, la vita di ciascuno di noi. Anche quando tutto funziona, anche quando riusciamo a organizzare ogni cosa secondo schemi rassicuranti e fruttuosi, dobbiamo comunque essere pronti a correggere le piccole deviazioni che continuamente intervengono sul nostro percorso.
Uno scarto dall’ordinario, un imprevisto, appartiene non solo al nostro lavoro abituale, ma addirittura a ciò che impariamo a gestire prima di tutto il resto. Perché è in quello scarto che si rendono indispensabili gli uomini, dove non bastano più le macchine. Per neutralizzarlo non puoi sempre fidarti della routine di un cervello meccanico e ripetitivo. È in quella deviazione dal percorso previsto che prevalgono le decisioni umane, le scelte di una mente che ha in dote l’elasticità per essere a volte rigorosamente logica, a volte opportunamente creativa. Inoltre, noi siamo in mare, e il mare è imprevisto che incombe, è l’inatteso col quale devi convivere. Col mare devi farti bastare ciò che hai già a bordo, poiché non puoi procurarti altro, devi saperti organizzare in un istante e riorganizzarti un istante dopo perché è già tutto cambiato. È il suo fascino perfido, al quale non si resiste.
In uno stallo come quello nel quale ci troviamo, che già procura problemi e altrettante incognite, non possiamo prevedere quale sarà il destino dei nostri dispositivi inceppati. È complicato anche figurarsi degli scenari, ma questo non deve fermarci. Così disegniamo orizzonti di soluzione immediata e anche possibili stati di crisi d’impatto e di durata più lunga. Devo spingermi in territori inesplorati, mi trovo costretto a immaginare quel che non è mai avvenuto, ma il mio lavoro prevede evidentemente anche questo. È una fase delicatissima. Ti muovi nel mistero, eppure sai che ogni mossa che riesci a pianificare potrà risultare decisiva più tardi. Su una nave non devi mai sbagliare nulla, adesso quest’obbligo è più spietato che mai.
Alcune settimane più tardi, qualcuno ha sostenuto e scritto che sarebbe stato opportuno andare in banchina e far sbarcare tutti i passeggeri, dal primo all’ultimo. Era quella l’unica cosa da fare, secondo certi osservatori. Chi ha detto questo forse ignora che, in casi del genere, la responsabilità di sbarchi e imbarchi è interamente presa in carico dalle autorità del posto; al loro fianco, i vertici della nave sono chiamati a badare a mille altri aspetti per garantire protezione a chiunque sia a bordo. Pochi probabilmente sospettano che il 3 e il 4 febbraio, i giorni in cui abbiamo avuto con noi al lavoro il team degli ispettori giapponesi, sono stati per me e per i miei ufficiali i più difficili di quella fase. Difficili per la sospensione assoluta nella quale abbiamo vissuto, difficili per la difficoltà di prendere decisioni operative, difficili perché nemmeno per un istante possiamo rinunciare alla necessità di amministrare e programmare la sicurezza totale di passeggeri ed equipaggio.
Nulla si può muovere, nulla che non sia l’arrivo dei pochi altri tecnici che si sono aggiunti al team, e lo sbarco delle borse in cui sono contenuti i tamponi effettuati. A mano a mano che vengono raccolti, i test sono affidati a una lancia che, immediatamente, li trasporta a terra. Quando le operazioni di indagine sono terminate, quasi tutta l’unità inviata dal dipartimento della Salute del Giappone lascia la nave. È praticamente sera, ormai. Si trattengono a bordo solo pochi ufficiali incaricati, come fissato dal protocollo, visto che in ogni caso restiamo «Under Quarantine Inspection». Un’altra strana notte, l’ennesima in cui siamo in bilico, in cui il nostro romanzo riserva ancora tante pagine non lette. Su quei tamponi c’è il nostro futuro, com’era già in quell’ospedale di Hong Kong e in chissà quante altre pieghe della nostra navigazione di questi strani giorni. Mi rifugio piuttosto tardi in cabina. Chiamo mia madre: è preoccupata. Sento mio figlio e mia moglie, anche lei preoccupata. Le tranquillizzo, un po’ per dovere, un po’ perché in fondo sento di avere davvero tutto sotto controllo. «Sto bene» dico a entrambe. Da quando le notizie che ci riguardano sono pubbliche, il tono di queste telefonate ha assunto un aspetto diverso. Al di là dei saluti e delle comunicazioni private, prima riferivo loro le novità che io trovavo opportuno riferire, solo quelle, adesso sono costretto a rassicurarle anche su informazioni varie che apprendono da stampa e telegiornali: «Hanno detto che la Diamond Princess…». Sì, immagino che abbiano detto, e detto tanto. E qualche volta avranno esagerato, qualche volta equivocato, qualche volta avranno invece raccontato ciò che esattamente accade. «In ogni caso potete credermi, sto bene.»
Vorrei che il sonno mi raggiungesse in fretta. Ho bisogno di riposo, più che di sciami di pensieri. Non mi va di restare vittima della trappola del bivio. Di qua c’è l’ipotesi peggiore, e di là c’è che i tamponi sono tutti negativi e noi domani entriamo in porto, guadagniamo la banchina e lì finalmente riusciamo a rivedere in faccia il nostro domani. Tutto questo ci ha lasciato infinite seccature, certo, ma il pericolo è scampato. Vorrei almeno sbarcare i passeggeri, per consentire loro di far ritorno a casa. Ma no, si tratta solo di una trappola, la realtà non è fatta di strade che si biforcano, non è a porte girevoli, è la nostra mente a rappresentarla così, per sfidare l’attesa, per esorcizzare le angosce legate a ogni vigilia della nostra esistenza. Tutto è perfidamente più asciutto, più diretto, la realtà è soltanto una e io, per ora, non ne conosco la direzione.
Cerco il sonno, ma è forse proprio la stanchezza a spingermi verso altri labirinti, altre giostre di pensieri. E allora mi tocca indirizzarli, dare loro un senso che sia utile al mio lavoro. E il mio lavoro impone di riflettere su scenari nei quali un’emergenza non procura disagi, o ne procura in quantità controllata, poiché è stata da noi prevista e disinnescata. La differenza è che qui non applichiamo procedure o protocolli, non abbiamo manuali che ci indichino il da farsi. Qui esploriamo l’inedito, un universo di evenienze, di azioni e reazioni del tutto sconosciute. Ma è proprio questo il punto, bisogna essere così calibrati, così penetranti, da riuscire a prevedere anche l’imprevedibile. Questa proiezione mi mette quasi fretta, è una specie di onnipotenza dettata da un soprassalto di adrenalina. Non sono spaventato, qualsiasi risposta avremo sono pronto a fronteggiarla. Dico a me stesso che le circostanze sono comunque lo sfondo. In primo piano ci sono le persone, gli stati d’animo delle donne e degli uomini che sono qui con noi, e che adesso nelle rispettive cabine riposano o sono tenuti svegli dalle proprie paure. Ed è sull’obiettivo di badare a loro, semplicemente, al loro benessere, alla loro sicurezza, che devo restare. La nave è ferma, non c’è rotta da seguire, non c’è andatura da scegliere, il mio vero compito di comandante ora è l’equilibrio mentale che saprò conservare a bordo, la capacità di vivere e far vivere questo scorcio di esistenza che potrebbe toccarci come un destino collettivo, nel quale sarà comunque utile aiutarsi, ciascuno come può. Il demone che devo tenere lontano è la disperazione.
Le immagini sbiadiscono, il frammento di un ultimo pensiero somiglia a quello che di solito mi accompagna al sonno più profondo. Ma non è lo stesso, non è uguale. Stavolta affiorano in me mondi che sono costretto a prefigurare, a progettare, a presumere, a ipotizzare. Non si dorme, viaggiamo verso un domani che è cruciale.
Al mattino presto l’atmosfera è calma, ha quasi l’aria di essere serena, non c’è vento come non ce n’è mai prima e dopo una burrasca. E noi siamo appena usciti dalla burrasca del blocco e dell’investigazione. Pare che non si debba aspettare troppo, al massimo nel giro di qualche ora sapremo se dobbiamo prepararci ad affrontarne altre. È davvero presto, l’alba comincia timidamente a farsi viva. Mi passano già una chiamata, ma orari e routine sono saltati da un po’, nulla riesce a sorprendermi. In linea da Tokyo c’è Horikawa-san, il responsabile della Carnival Japan – la corporation proprietaria della nostra compagnia – appena avvertito dal ministero della Salute del governo giapponese che una lancia sta raggiungendo la Diamond Princess: trasporta il dottor Tokuaki Shobayashi e un suo collaboratore. Shobayashi è incaricato direttamente dal ministro Katsunobu Kato di occuparsi della nostra vicenda. Hanno l’ordine di riferire in via riservata al comandante i risultati rilasciati dal laboratorio a cui sono stati affidati i tamponi effettuati sulla nave. Si stanno avvicinando, dunque, e con loro anche l’istante della verità, nel quale è contenuto l’avvenire di questa crociera e di noi tutti che siamo in attesa.
Indosso la divisa e mi dirigo nella stanza accanto, dove riposa la macchinetta del caffè. È un gesto rituale, in fondo, appartiene alla mia sequenza di comportamenti di ogni mattina, ma da un po’ quell’automatismo è diventato meno meccanico, ha acquisito qualcosa di consapevole. A quel caffè non chiedo più soltanto di far parte della mia mattinata, di darmi un aroma e un sapore, gli chiedo di offrirmi una parentesi che duri tre-quattro minuti, di rassicurarmi, di rendere più trasparenti alcuni pensieri notturni. Quel caffè filtra il groviglio di riflessioni e mi lascia le più opportune, scarta ogni rumore, ogni confusione che limiti la mia capacità di essere preciso, il più preciso possibile, è come se quei pochi minuti depurassero tutto il materiale superfluo che mi ha fatto visita durante la notte, lasciando a mia disposizione esclusivamente le soluzioni più accurate e funzionali. Mi aiuta col puzzle, mi fa riconoscere qualche tessera, mi aiuta a sistemarla.
Torno in ufficio e raggiungo la mia scrivania. Ho l’abitudine di conservarla in buon ordine, perché gli ospiti che ricevo sono frequenti. Visto che un comandante ha l’obbligo di avere sempre le idee in ordine, mi pare il caso che mostri di saper mantenere ordinata anche la sua scrivania. Tento di dare a quel ripiano un aspetto impeccabile, continuo a rimuovere e spostare fogli e oggetti. Vivo un istante di attesa, di vigilia, e nello stato d’animo di tante vigilie c’è il bisogno di rivedere ogni dettaglio, è l’esigenza impetuosa di farsi trovare preparati. Dal ponte di comando mi comunicano che una lancia è arrivata al pontone, e che i suoi occupanti sono pronti a raggiungermi. Due uomini vengono introdotti nel mio ufficio. Indossano entrambi una mascherina, la metto anch’io. Avevo chiesto a Matthew, il nostro medico, di procurarmene una, e la uso quando sono in presenza degli ufficiali che hanno effettuato sopralluoghi e tamponi. Questi le indossano regolarmente durante tutte le fasi di lavoro e ogni volta che si trovano a contatto con altri, quindi per una forma di rispetto nei loro confronti mi è sembrato giusto regolarmi allo stesso modo. Fino a questo momento l’adozione di dispositivi di protezione individuale non è ancora consigliata dall’OMS e non è ritenuta obbligatoria da alcun organismo governativo o amministrativo, fatta eccezione per l’area di Wuhan. Fin qui, soltanto gli operatori sanitari ne fanno uso.
Appena i due uomini valicano la soglia del mio ufficio, colui che suppongo sia il dottor Shobayashi mi rivolge un lieve inchino, poi mi chiede: «Comandante, posso chiudere la porta?». È molto più di una domanda, ha piuttosto l’aria di essere una risposta, la risposta preventiva a ogni mia successiva domanda. So bene che non devi fidarti troppo degli indizi, so che spesso ti conducono fuori strada, ma intanto non li fermi, non li tieni a bada, sono belve lanciate sulla preda per catturarla, non puoi evitare che fiutino la traccia, che anticipino la piega che il tuo destino sta prendendo. Non può avermi chiesto di chiudere la porta per restare al riparo da rumori o schiamazzi, è mattina presto, in giro non c’è ancora nessuno, il corridoio sul quale si affaccia la porta è praticamente deserto. Prima che il dottor Shobayashi si accomodi sulla sedia che gli ho indicato, e mi riferisca il risultato del laboratorio, ho ormai la sensazione di sapere già tutto: ciò che un attimo fa era un bivio, adesso è una strada a senso unico, una direzione già presa.
Intanto il medico solleva la sua cartella da cui estrae alcuni documenti che è facile supporre siano la stampa dei risultati dei tamponi. Li posa sulla scrivania, mi rivolge lo sguardo e annuncia: «L’esito del laboratorio dice che avete a bordo dieci positivi al test del coronavirus». So di essere rimasto impassibile, ma ricordo bene che il suono di quelle parole mi ha dato la sensazione del sangue che si ghiaccia. Ora siamo al di là di ogni ipotesi, di ogni probabilità, siamo oltre ogni scongiuro e ogni speranza, adesso è ufficiale, la nostra realtà è da questo momento orientata sul fronte della lotta. Siamo all’ancora e a questo punto è chiaro che qui resteremo. Non so ancora bene per affrontare e sconfiggere che cosa, eppure so che dovrò farlo. È strano come per giorni ti posizioni sulla notizia peggiore, ti fai guidare da una specie di doveroso pessimismo professionale, e con quello ti pare di avere ormai risolto tutto, di aver fatto i conti con ogni tua successiva reazione emotiva. Non ci riuscirai: quando il mondo nel quale ti muovi è il tuo, quando ciò che hai intorno ti sta a cuore davvero, finisci comunque col sentire il colpo. Quella notizia è una spada e ti si conficca dentro, non è bastato averla immaginata, averla trattata come un male che non può spaventarti perché già ti affligge, il dolore lo avverti comunque. Il mio cervello ha lavorato nei giorni scorsi come un architetto, ha creato edifici e panorami anche cupi, purché contenessero soluzioni, ma è evidente che resta qualcosa che non puoi neutralizzare, qualcosa che somiglia alla speranza. Finché hai un dubbio, finché il tuo scenario non è una certezza indiscutibile, quella cifra di speranza continua a respirare, non la ammazzi, non puoi. Quella speranza è una fiamma, e il documento che il dottor Shobayashi ha con sé l’ha appena spenta.
C’è un dettaglio ulteriore, su quel foglio. Dei dieci positivi, nove sono passeggeri, uno è un membro dell’equipaggio. Sul momento non potrei dire quanto questo elemento cambi la questione, ma lo accolgo come un’aggravante, sono coinvolti anche quelli che sulla nave sono al lavoro. Significa ancora di più che nessuno è immune, significa rischio di fare più fatica per chiunque sarà impegnato nel lavoro di assistenza ai nostri ospiti. Il dottor Shobayashi ora tace, del suo volto seminascosto sotto la mascherina vedo solo due occhi che a me sembrano sbarrati. Aveva l’obbligo rigoroso di comunicare in via riservata al comandante prima che a chiunque altro, dunque nessun altro sa. È il momento che io ne parli con la compagnia e con il team di bordo, ci saranno un bel po’ di decisioni da prendere e strategie da preparare. Anche se non sappiamo di preciso che cosa fare, direi che non abbiamo tempo da perdere. Un’intera macchina che sia pronta a misurarsi con questo avversario mai incontrato va subito messa in moto.
L’avviso successivo che il dottore mi fornisce è la diretta conseguenza di tutto ciò: «The ship is under quarantine, of course». Naturalmente, la nave è sottoposta a uno stato di quarantena. Ma non è la quarantena provvisoria che ci è toccata finora, non è quella temporanea che scatta in concomitanza con un’ispezione, si parla della quarantena vera, quella che ti tiene paralizzato per un periodo di almeno due settimane in condizioni di isolamento totale.
Il mattino del 5 febbraio 2020, due notizie scioccanti sono appena salite a bordo della Diamond Princess: abbiamo dieci positivi al test del coronavirus, e l’obbligo di osservare una quarantena. I miei pensieri rimbalzano tra l’una e l’altra novità, sento che viaggiano velocissimi, che tentano di riempire spazi enormi di mistero nel giro di un attimo. Contro che cosa lotteremo? Quale sarà il disagio più grosso da fronteggiare? Di che cosa dovremo preoccuparci più che di tutto il resto? Come reagiranno i nostri ospiti? E lo stato d’animo dell’equipaggio?
E poi ancora mille domande più spicciole, più concrete, interrogativi dal sapore più quotidiano. Come dovremo regolarci con le provviste? E il bunker, come andrà organizzato? Quattordici giorni. Rifletto con me stesso mentre il dottor Shobayashi ancora siede al di là della scrivania, ci attendono due settimane da preparare fin nei dettagli più minimi, devo saper prevedere anche ciò che non appare, o che ora rischia di sembrare troppo minuzioso. Il documento del laboratorio è il passato, ormai, io invece sono chiamato a lavorare già su presente e futuro. Lui continua a scrutarmi con gli occhi sbarrati, non può vedere i miei pensieri, sta forse immaginando che la notizia mi abbia reso assente, che mi abbia disorientato. Sono alle prese con le mie domande, invece, e ne ho anche per lui.
«Dal punto di vista del protocollo sanitario qual è il prossimo passo da compiere?» gli chiedo.
«Il primo sarà comunicare a tutti i passeggeri che da questo momento non potranno lasciare le loro cabine, e che dovranno quindi osservare un sostanziale isolamento.»
«Questa disposizione va ritenuta valida per l’intero periodo di blocco?»
«Sì, comandante, per ciascuno dei quattordici giorni previsti dalla quarantena. Più sarete rigorosi, meglio potrete uscirne.»
«Lei crede che ci sia qualcosa che posso fare per la sicurezza di tutti già a partire da questo momento?»
Mi osserva, medita per alcuni secondi. «Le mascherine. Inviti il suo equipaggio a usarle. Sono un’ottima misura igienica.»
«La ringrazio, lo farò.» Ho nella testa la chiamata da fare a Santa Clarita, e anche un’immediata riunione con capo commissario e medico.
«Dottore, chi ha il compito di avvertire i passeggeri che sono risultati positivi?» aggiungo.
«Di questo ci occupiamo noi, comandante.»
«Se il protocollo prevede così, va bene, preferirei in ogni caso che tutto si svolgesse in presenza del nostro medico. Lo conoscono, per i nostri ospiti e per l’equipaggio è certamente una presenza rassicurante.»
Non ho bisogno di chiederlo, è fin troppo evidente che da questo istante qualsiasi passo sia necessario muovere sul piano sanitario sarà il ministero del governo di Tokyo a disporlo. Lo capisco, ma voglio che la Diamond Princess ci sia, non ne faccio una questione di orgoglio e ancor meno di potere, soprattutto in questo momento non possono, non devono avere alcun valore né l’uno né l’altro. Penso alla protezione di chiunque sia sulla nave, al loro stato d’animo, col quale avremo a che fare attimo dopo attimo, penso alle loro esigenze quotidiane, alle loro domande, alle loro paure. So che ce ne saranno, e ho fin da ora la presunzione di credere che il mio equipaggio e io siamo in grado di assisterli meglio di quanto possa fare un ministero. La richiesta che ci sia il dottor Matthew al loro fianco quando parleranno ai passeggeri risultati positivi è soprattutto un messaggio: avrete naturalmente tutta la nostra collaborazione, ma noi ci siamo, dobbiamo esserci, i miei passeggeri si aspettano che siamo noi, noi della Diamond, il...