Era il 1942 quando un’allegra e vivace ragazza di nome Pauline fu vittima di un’ingiustizia a Råset. Fu un episodio deplorevole, uno dei più tragici nella storia del paese. All’epoca le case erano più rade, ma la chiesa era già lì a dominare, come ha sempre fatto, con la canonica sul retro, la piccola sala per le riunioni dei fedeli e i campi della fattoria parrocchiale poco più sotto. Le grandi fattorie padronali e le vecchie case dei mezzadri erano sparse nei dintorni, esattamente come oggi. Nella zona più settentrionale della strada, quella che gli anziani ancora chiamano Tunskjæringa, l’abitato era più fitto, il centro per anziani era lì e fu lì che venne costruita la scuola elementare. Davanti a Midthagan aprirono la bottega di coloniali. Più giù, vicino all’insenatura, dove si trovavano gli insediamenti norreni che precedevano il Cristianesimo, il fiume Svartelva era un po’ più largo, c’era l’antico mulino, ora in rovina, ma che già nel 1942 non era più in uso.
Pauline era una sgualdrina che collaborava con i tedeschi? Nient’affatto, anzi, piuttosto il contrario. Circa un centinaio di prigionieri di guerra russi erano riusciti a spezzare il chiavistello di un vagone merci e a saltare dal treno che procedeva a rilento dalla capitale verso i campi di lavoro della Norvegia del Nord. I fuggitivi si gettarono fuori dal treno all’altezza di Grimerud e si sparpagliarono qua e là, aggirandosi congelati e affamati tra i boschi di tutta la regione. Le autorità pubblicarono avvisi sui quotidiani locali mettendo in guardia chiunque avesse intenzione di aiutare i fuggiaschi, mentre diedero il via a una “caccia grossa al russo” con gran dispiegamento di mezzi. Ogni tentativo di soccorso sarebbe stato punito nel più severo dei modi, come previsto dalla legge tedesca.
Il padre di Pauline, un agricoltore galantuomo di Østbygda, trovò tre russi fradici nel fienile e li portò in casa. Sua madre, Oline, preparò del porridge, e glielo servì con il mestolo. Ma la caccia si fece più accanita e presto i tre dovettero cercare nuovi nascondigli. Diedero al più anziano una pelle di renna e lo misero in un capanno verso Lerhus. Il secondo lo chiusero nella cantina di patate di un tizio di Ådalsbruk. All’ultimo russo, un giovane sulla ventina spaventato, consegnarono un paio di coperte di feltro prima di nasconderlo nel mulino abbandonato, alla foce del fiume Svartelva.
A Pauline venne assegnato il compito di scendere dal giovane un giorno sì e uno no (in segreto) con pane e sigarette. Qualche volta prendeva di nascosto un pezzetto di prosciutto avvolto nella stoffa, o magari un uovo o due; in fondo, nonostante la guerra, alla fattoria non mancavano i mezzi. Di acqua ce n’era in abbondanza nel fiume. Pauline non poteva conversare granché con il russo, non avevano una lingua in comune, ma il cibo fece la sua parte. Con l’avvicinarsi della primavera, mentre intorno a lui la neve si scioglieva, il ragazzo russo aveva sempre meno freddo. Pauline sorrideva raggiante ogni volta che scendeva a trovarlo, e a quel ragazzo doveva sembrare un angelo; non aveva mai visto una luce così intensa in una ragazza e una treccia di un biondo color grano come la sua: Pauline aveva i capelli d’oro.
Ma il padre di Pauline venne tradito. Una domenica all’alba arrivò una camionetta piena di membri del partito nazista locale, guidati dal capo della polizia del paese vicino, un uomo che tutti sapevano essere un nazista sfegatato. Il padre di Pauline venne trascinato fuori in cortile da un tagliaboschi di Rendalen e picchiato a sangue con la bandoliera che quel traditore si era sfilato per l’occasione. E Pauline? Venne portata fuori per i capelli, andarono a prendere le forbici per tosare le pecore e le tagliarono la treccia, lunga quasi un metro, fino al cuoio capelluto. La ragazza rimase distesa a terra con quel taglio ignominioso, singhiozzando sulla treccia che le avevano gettato accanto. Il padre venne scaraventato come un sacco sul pianale della camionetta e portato alla prigione locale, nel cui sottosuolo venne torturato fino allo strazio.
Verso la fine della guerra Pauline sparì e nessuno la vide più. “Sparita” era la parola che usavano tutti, ma in realtà doveva essersi suicidata. Comunque fosse, quella ragazza era stata il pilastro della famiglia, la prediletta di tutti a Råset, e le venne riservato il posto che meritava nelle cronache locali. La madre di Pauline, Oline, aveva conservato la treccia dorata che i traditori avevano tagliato dalla testa della figlia. Alla fine della guerra, in preda a un’insostenibile nostalgia, salì sulla Adler di famiglia (oggi malvista), con la treccia di Pauline in grembo e l’altra figlia, Randi, una ragazza più smorta, sul sedile del passeggero. E così andarono da Garve-Mattis il conciatore, che aveva una capanna a Frenningen dove imbottiva animali, era un tassidermista, o imbalsamatore, come si diceva più comunemente allora. Garve-Mattis in giovinezza aveva lavorato come produttore di parrucche per il Teatro Nazionale di Oslo ed era esperto di chiome posticce, oltre che di imbalsamazione: prese tra le mani la treccia scintillante e accettò senza esitazione alcuna di creare una parrucca con gli incredibili capelli di Pauline, per poter conservare una parte di lei, per sempre. La testa della sorella Randi (la più simile a quella di Pauline tra tutte le teste dei paraggi), venne misurata, per permettere a Garve-Mattis di preparare una calottina. Su quella calottina cucì con le sue sapienti dita gli eccezionali capelli di Pauline, partendo dalla nuca e proseguendo verso l’alto, in ciuffetti di dieci capelli o meno, in file fitte, e dopo tre mesi di lavoro aveva realizzato una parrucca di incomparabile bellezza. Come supporto, Garve-Mattis imbottì alla vecchia maniera una testa di manichino, o piuttosto un ovaloide, con filamenti di fibre di juta fatte arrivare da lontano. In quel modo la parrucca avrebbe conservato la forma e si sarebbe mantenuta gonfia e fiera. Fu così che quell’opera sublime realizzata con i capelli di Pauline giunse a casa e trovò il suo posto di spicco sulla credenza dell’anticamera. Da lì dispensò la sua luce sulla famiglia di agricoltori e su tutta la tenuta di Østbygda, e lì rimase per diversi decenni, troneggiante in tutta la sua nobiltà: un cimelio.
Randi, la sorella minore, un po’ più scialba, di Pauline, negli anni Cinquanta ebbe una bambina bella e sana, Linda, la cui figlia, nata nel 1981, fu Lisbeth. Lisbeth era la giovane magra che lavorava con Siv al salone. E in quel momento Lisbeth aveva tutti e cinque i polpastrelli posati sulla cocuzza di Siv, in uno stato di rapimento estatico.
«Sembra proprio che siano state risucchiate anche le radici» osservò, riferendosi ai bulbi vuoti di Siv. «Potranno mai rinascere dei capelli da qui?» Con la punta del naso quasi appiccicata al cuoio capelluto della collega, studiava la sua calotta cranica dalla distanza più vicina possibile. La testa era talmente lucida che si intravedevano persino le suture che correvano dalle ossa parietali a quelle temporali, dalla fronte all’occipite, tenendo insieme le ossa del cranio. Sulla cute si incrociavano solchi orizzontali e verticali quasi invisibili, simili ad avvallamenti su un desolato paesaggio lunare. A proposito di luna: la sera prima Tormod era rimasto seduto sul divano per tre ore, spaventato, sconvolto, confuso, osservandone la luce giocare a ritmo di danza sul cranio lucido della moglie in lacrime, mentre i suoi pensieri vagavano impazziti, senza controllo, sfrenati, rimbalzando in ogni direzione, un po’ come i raggi di luna riflessi dalla calotta pelata di Siv, la parrucchiera. Siv singhiozzava con il viso sepolto tra le mani e la testa lucente che sussultava su e giù come una palla da bowling appena lustrata.
C’era stato un baccano senza uguali per tutta la sera. I bambini, al primo piano, avevano urlato in preda al panico quando l’argilla aveva schiaffeggiato Helene. E Siv, be’, si può solo immaginare. Per non parlare della faccia dei suoi figli quando l’avevano vista, con i capelli “risucchiati”. E di quella di Tormod, quando aveva capito che razza di pasticcio aveva combinato. Inutile dirlo. Era stata davvero la peggiore serata nella storia e non c’erano scusanti, comunque la si rigirasse. Tormod era convinto che ogni cosa sarebbe andata in pezzi e, come temeva, verso mezzanotte Siv a un tratto aveva ritrovato il contegno, si era sfregata il viso e si era alzata in piedi nel pieno della sua autorità. Tormod poteva restare a casa, aveva ordinato (si era offerto di uscire a cercare il coso, ma no), ai suoi casini ci avrebbe pensato il giorno dopo, aveva intimato Siv. «Nessuno uscirà nel mezzo della notte per andare a cercare quel maledetto affare.Tu devi occuparti dei bambini, io me ne vado.» «Siv, dài» aveva protestato Tormod, ma era stato respinto categoricamente ed era dovuto restare a guardare la moglie calarsi un berretto verde e arancione fatto a maglia dalla madre fin sulle orecchie, varcare la porta e schizzare via in macchina a tutto gas. Per andare dove? Al povero Tormod non fu mai dato di saperlo, ma Siv si era recata innanzitutto da Anita, dove aveva trascorso un dormiveglia inquieto nella stanza degli ospiti, per poi, alle prime ore del mattino, raggiungere il salone con la sua auto rombante. Lì era rimasta seduta incredula per quasi due ore su una delle poltroncine, finché non era arrivata Merete con la sua tazza termica e subito dietro di lei la scheletrica Lisbeth.
«Dici che i bulbi non ci sono più?» domandò Siv con il labbro inferiore tremolante e il mento scosso dai fremiti.
«Sembrerebbe proprio di no» confermò seria Lisbeth annuendo.
«Che Dio mi aiuti.»
Le donne del salone concordarono di restare chiuse per cercare di capire insieme come affrontare quella che definirono una disgrazia, e cioè la perdita, o strappo, o risucchio se vogliamo, dei capelli di Siv. L’anziana signora Kleppe di Vidarshov si presentò alle dieci e cinque con la sua permanente opaca e appiattita e abbassò la maniglia, ma non venne fatta entrare, così come le altre che avevano appuntamento quel giorno. Dopo alcune discussioni sulle lozioni per capelli, Aminexil, Crescina, Rigenforte, Tricogen e altre “cure miracolose”, incluso il fieno greco, il Minoxidil e iniezioni concentrate di vitamina B (trattamenti che le quattro parrucchiere, in tutta sincerità, sapevano bene non avere effetti duraturi sulla produzione dei capelli, fatta forse eccezione per il Minoxidil), concordarono che i capelli sintetici rappresentavano l’unica soluzione a breve termine, poiché Siv non poteva certo andare in giro conciata in quel modo. Passare da lì alla fattoria di Østbygda, dove Lisbeth era cresciuta, il passo fu breve. La giovane aveva completamente scordato la superba chioma della vecchia Pauline, che, com’è stato detto, troneggiava ancora sulla credenza, benché fosse stata spostata e rimontata in mansarda, dato che la madre di Lisbeth, nipote di Pauline (che Pauline non aveva mai conosciuto), trovava quella parrucca un po’ inquietante, o “ripugnante”, come aveva l’abitudine di definirla, motivo per cui l’aveva trasferita lontano dalla vista quando aveva ereditato la fattoria, ma ora Lisbeth si ricordò di quei capelli ed espose la sua idea.
«Ma possiamo prenderli?» chiese Siv. Sia lei che Merete sapevano della parrucca, quasi tutti a Råset ne avevano sentito parlare, Pauline era una celebrità.
«Alla mamma non importa» rispose Lisbeth. «Aveva comunque intenzione di disfarsene.»
«Ma davvero?» si stupì Siv.
«Almeno provala» consigliò Lisbeth. «Non esiste parrucca più bella al mondo.»
«Così dicono» disse Siv.
Senza por tempo in mezzo, Lisbeth montò sulla sua bicicletta e, spingendo sui duri pedali, percorse i tre chilometri necessari a raggiungere fattoria di Østbygda, la casa della sua infanzia.
Nei giorni seguenti successero diverse cose. Nei pressi di Lerkesvingen la commessa Guro Holtet stava sradicando in ginocchio la gramigna e l’avena selvatica che avevano infestato un’aiuola nonostante l’avesse coperta con le cortecce a inizio primavera. In quel mentre il figlio di dieci anni tornò dall’allenamento di calcio. Guro gli gridò «Ciao» da sopra la siepe, ma stranamente Alan – così si chiamava il bambino – si comportava in modo strano ed entrò in casa con le mani infilate sotto le ascelle. Dov’era la sua bicicletta? Guro si tolse i guanti a fiori da giardino e, incuriosita, gli corse dietro, con la schiena leggermente curva. Trovò Alan nella sua stanza in lacrime, seduto sotto i tre poster che aveva appeso al muro, due foto di calciatori e una moto da cross sospesa in aria in un volo pazzesco.
Perché non le diceva cosa non andava? Guro cercò di tentarlo con “una leccornia” come ricompensa. No, Alan scosse la testa mentre grosse lacrime gli scendevano lungo il naso. «Qualcuno ti ha trattato male?» Alan disse di no. Si cingeva il corpo con le braccia. Stava nascondendo qualcosa? No, per niente. «Ma che cos’hai in mano, Alan?» «Guarda da sola!» sbottò infine il bambino mostrando le mani. Le dita sembravano dei salsicciotti, morbidi su tutti i lati, era rimasta solo la pelle, non aveva più nemmeno un’unghia.
All’estremo opposto, a nord, verso Utbygda, un vecchio scapolo pieno di acciacchi viveva nella sua piccola fattoria. Aveva delle galline, un maiale, cinque pecore e un vecchio caprone afflitto dai reumatismi come lui. Il caprone era legato a un palo in mezzo al prato. Brucava ciuffi d’erba o ruminava il fieno dalla mangiatoia. Ogni tanto conficcava le corna ricurve nel terreno; a parte questo fissava il vuoto attraverso le sue pupille orizzontali che, come a tutti i caproni, non lo facevano sembrare particolarmente mansueto. Lo scapolo quella mattina stava dipingendo una parete del suo capanno. All’ora del caffè, attraversò l’aia, entrò in cucina, riempì d’acqua la caffettiera ammaccata e la mise sul fuoco. All’improvviso da fuori giunsero dei belati strazianti. Il vecchio sbuffò, brontolando tra sé «Amadeus», che era il nome del caprone. Ma poi ci fu un belato più lancinante che si prolungò in uno strido acuto. «Quanto chiasso» borbottò il vecchio, poi guardò fuori dalla finestra. Ma cos’era successo? Amadeus era sparito e legata al palo c’era un’altra capra. Sembrava una femmina. “Sto impazzendo?” Dimenticando il caffè sul fornello, il vecchio riattraversò l’aia svelto come una lepre. Raggiunto il palo, si chinò in avanti con le mani sulle cosce. Ma sì che era Amadeus. Solo senza le corna, che erano state rasate fino alla base del nodulo osseo al di sotto del derma. Era un fatto davvero scioccante, nonché tragico, ma perdio, che aria stupida aveva senza corna, venne subito da pensare al vecchio, accorgendosi che anche il mento era glabro, altra ragione per cui il vecchio maschio aveva assunto un aspetto giovanile e femmineo.
E poi accadde che Ragnhild Westad e il marito Bent andarono a fare una camminata – il “giro lungo”, come lo chiamavano – a passo veloce e con i bastoni da trekking. Il dottore aveva suggerito a Bent di pompare il cuore per aumentare il battito cardiaco una volta al giorno, che era quello che stava facendo, trascinato per stradine sterrate dall’energica moglie. Il percorso si snodava tra pascoli ombrosi e sentieri attraverso i campi. Il grano era già abbastanza alto, ovunque si stendevano tappeti verde brillante screziato di giallo: avena, frumento, orzo. Ai margini dei campi, nello spazio tra le spighe e l’erba, i Westad vedevano delle fagiane circondate da nugoli di pulcini appena usciti dal guscio, che quando si avvicinavano troppo sobbalzavano e fuggivano terrorizzati. Era divertente ogni volta, e la vista di una pollastra orientale nelle pianure norvegesi non cessava di affascinarli. Ne videro uno anche quel giorno, ma non la femmina con i piccini, quello che spuntò sul sentiero davanti a loro era un maschio, con una superba coda marrone striata. «Fai piano» disse Ragnhild, dando un colpetto a Bent con una delle bacchette. Voleva avvicinarsi il più possibile. Data la loro intelligenza limitata, spesso i fagiani corrono via da quello che per...