
- 128 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Informazioni su questo libro
Il più celebre e amato racconto natalizio in una nuova traduzione con le splendide illustrazione di Luca Caimmi. Ebenezer Scrooge è un vecchio avaro, bisbetico, scorbutico e senza cuore. I soldi sono la sua unica gioia, finché l'arrivo di tre spiriti non cambierà la sua esistenza. In una sola notte, dovrà fare i conti con il passato, il presente e il futuro, finendo così per scoprire il senso e la bellezza del Natale.
Domande frequenti
Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
- Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
- Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Canto di Natale (edizione illustrata) di Charles Dickens in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.
Informazioni
Print ISBN
9788804730361eBook ISBN
9788835705888Terza strofa
IL SECONDO DEI TRE SPIRITI
Quando si destò, nel bel mezzo di una ronfata incredibilmente corposa, e si tirò a sedere nel letto per riordinare un po’ i pensieri, Scrooge non ebbe bisogno di sentire il rintocco della campana per capire che era di nuovo l’una. Sapeva benissimo di essere stato sottratto al sonno a quell’ora esatta della notte allo scopo preciso di intrattenere un colloquio con il secondo messaggero inviatogli per intercessione di Jacob Marley. Ma, mentre si chiedeva quali tende avrebbe scostato questo nuovo spettro, cominciò ad avvertire la spiacevole morsa del freddo e decise di precederlo aprendole lui, a una a una; poi tornò a letto guardandosi attorno con occhio vigile. Voleva fronteggiare lo Spirito non appena gli fosse apparso, per evitare di essere colto di sorpresa e farsi subito saltare i nervi.
Certi tizi che fanno tanto i disinvolti e si vantano di essere uomini di mondo, capaci di affrontare in maniera pratica qualsiasi cosa la vita ponga loro dinanzi, per dimostrare le loro grandi capacità di cavarsela in ogni situazione, dichiarano di potersi cimentare in qualsiasi impresa, dal semplice testa o croce all’omicidio; fra questi due estremi esiste senza dubbio una gamma abbastanza ampia e completa di possibilità. Certo, nel caso di Scrooge non mi arrischierei in dichiarazioni così perentorie, ma mi sento di affermare, e vi inviterei a credermi, che era pronto a vedersela con un vasto campionario di apparizioni e che niente, dal fantasma di un neonato a quello di un rinoceronte, l’avrebbe sorpreso più di tanto.
Insomma, era preparato a tutto o quasi, ma di certo non era preparato al nulla, di conseguenza, quando la campana batté l’una e non apparve alcuno spettro, fu colto da un violento attacco di tremarella. Passarono cinque minuti, dieci, un quarto d’ora, ma non arrivava nessuno. Per tutto questo tempo Scrooge era rimasto disteso sul letto che, da quando l’orologio aveva annunciato l’ora, era divenuto il centro e il cuore di una fiammata di luce rossastra che lo avviluppava con le sue lingue guizzanti: era solo una luce, ma lo angosciava più di dieci fantasmi insieme, perché non riusciva a capire cosa significasse e che volesse da lui; e ogni tanto era perfino preso dall’angoscioso sospetto che il suo potesse essere un interessante caso di combustione umana spontanea, senza però avere la consolazione di saperlo per certo. Alla fine, tuttavia, cominciò a pensare – io e te l’avremmo pensato fin dall’inizio, perché chi vede il problema dall’esterno riesce a intuirne con più facilità la soluzione e senza dubbio lo risolve più in fretta –, alla fine, dico, cominciò a pensare che l’arcana sorgente di questa luce spettrale si trovasse nella stanza accanto, dalla quale, seguendone le tracce, sembrava irradiarsi. Quest’idea si fece strada nella sua mente fino a prenderne il pieno possesso e allora si alzò senza fare rumore e ciabattò a fatica verso la porta.
Nel preciso istante in cui le dita di Scrooge sfiorarono il saliscendi, una strana voce lo chiamò per nome invitandolo a entrare. Lui obbedì.
E si ritrovò in camera sua, proprio così. Non c’era alcun dubbio. Ma aveva subìto una sorprendente trasformazione. Le pareti e il soffitto erano invasi dai sempreverdi, tanto che la stanza ora sembrava un rigoglioso boschetto che risplendeva, da ogni parte, di vivaci bacche scintillanti. Le foglie dentellate dell’agrifoglio, del vischio e dell’edera riflettevano la luce, quasi fossero rivestite di tanti piccoli specchi, e lungo la canna fumaria saliva, ruggendo, una poderosa fiamma, una di quelle fiamme che le pietre smorte del focolare non avevano mai conosciuto ai tempi di Scrooge o di Marley o negli innumerevoli inverni passati. Ammucchiati sul pavimento a formare una specie di trono c’erano tacchini, oche, selvaggina, pollame, soppressata di cinghiale, grossi pezzi di carne, maialini da latte, lunghe ghirlande di salsicce, pasticci di carne, pudding natalizi, barili di ostriche, caldarroste, mele dalle guance rosse, arance polpose, pere succulente, torte dei Magi e fumanti tazze di ponce, che annebbiavano la camera con i loro vapori deliziosi. Su questo divano di manicaretti stava comodamente seduto un allegro Gigante, magnifico a vedersi: in mano teneva una torcia fiammante di forma simile a una cornucopia e, appena Scrooge fece capolino dall’uscio socchiuso, la levò in alto così che la luce potesse inondarlo.

Le pareti e il soffitto erano invasi dai sempreverdi, tanto che la stanza ora sembrava un rigoglioso boschetto
«Entra!» esclamò il Fantasma. «Entra! Vieni più vicino… ehi dico a te!»
Scrooge entrò timoroso e chinò la testa davanti allo Spirito. Non era più lo Scrooge caparbio di una volta e, benché gli occhi del Gigante fossero limpidi e benevoli, evitava di incontrarli.
«Sono il Fantasma del Natale Presente» disse lo Spirito. «Guardami!»
Scrooge obbedì deferente. Lo Spirito indossava una comunissima veste, o forse era un mantello, verde scuro, bordata di pelliccia bianca. Quella specie di tunica gli ricadeva mollemente sul corpo, tanto che il largo petto restava nudo, come se disdegnasse di essere protetto o nascosto da un qualche artificio. Nudi erano anche i piedi, che spuntavano da sotto le ampie pieghe della veste, e a cingergli il capo non aveva altro che una corona d’agrifoglio, impreziosita qua e là da lucenti ghiaccioli. I lunghi riccioli castano scuro ondeggiavano sulla fronte con libera scompostezza, la stessa libertà che ispiravano il volto affabile, gli occhi scintillanti, le mani protese, la voce allegra, i modi spontanei e l’aria serafica. Dalla cintura gli pendeva un antico fodero, ma dentro non c’era nessuna spada e la vecchia guaina era consunta dalla ruggine.
«Uno come me non l’hai mai visto, vero?» esclamò lo Spirito.
«Mai!» rispose Scrooge.
«Hai mai frequentato i membri più giovani della mia famiglia? Intendo i miei fratelli maggiori (sono molto giovane, sai), nati in questi ultimi anni…» proseguì lo Spettro.
«No, non mi pare» disse Scrooge. «Temo proprio di no. Hai molti fratelli, Spirito?»
«Più di milleottocento» disse il Fantasma.
«Una famiglia bella numerosa da mantenere!» borbottò Scrooge.
Il Fantasma del Natale Presente si alzò.
«Spirito,» disse Scrooge in tono remissivo «portami dove vuoi. L’altra notte sono uscito perché mi hanno costretto, ma ho appreso una lezione che comincia a dare i suoi frutti. Stanotte, se hai qualcosa da insegnarmi, ne approfitterò volentieri.»
«Tocca la mia veste!»
Scrooge fece quanto gli aveva ordinato: l’afferrò e vi si tenne stretto.
Agrifoglio, vischio, bacche rosse, edera, tacchini, oche, selvaggina, pollame, soppressata di cinghiale, carne, maialini, salsicce, ostriche, pasticci, pudding, frutta e ponce: sparì tutto all’istante. E così pure la camera, il fuoco, il bagliore rossastro, l’ora tarda della notte. Si ritrovarono per le vie della città, il mattino di Natale. Il tempo era rigido, la gente che spalava la neve dal selciato davanti all’uscio e da sopra i tetti riempiva l’aria d’una specie di melodia, un po’ grezza, forse, ma assai vivace e niente affatto spiacevole, e per i ragazzi era uno spasso incredibile vedere la neve cadere dagli spioventi in tante piccole bufere artificiali e poi sparpagliarsi a terra.
Le facciate delle case apparivano piuttosto nere e le finestre ancor più nere, in contrasto con l’immacolata coltre di neve candida che copriva le tegole e con quella un po’ sporca ammucchiata a terra: quest’ultima, in superficie, mostrava i profondi solchi scavati dalle ruote pesanti di carretti e barrocci, solchi che si intersecavano centinaia di volte ai crocicchi delle vie principali, formando intricati canali difficili da seguire nella densa mota giallognola e nell’acqua ghiacciata. Il cielo era plumbeo e le vie più strette erano soffocate da una bruma livida, in parte acquosa e in parte gelata, le cui particelle più pesanti cadevano in una pioggia di atomi fuligginosi, come se i comignoli della Gran Bretagna, di comune accordo, avessero deciso di prendere fuoco tutti nel medesimo istante e di continuare a bruciare finché ne avessero avuto voglia. Non c’era niente di particolarmente allegro nel clima o nella città, eppure in giro si respirava un’aria di festa che nemmeno il cielo più terso e il più splendente sole d’estate sarebbero riusciti a sprigionare.
Sì, perché le persone che spalavano via la neve dai tetti delle case erano gioviali e piene di contentezza; si chiamavano l’un l’altro dai cornicioni e ogni tanto, per celia, si prendevano a pallate – le palle di neve erano proiettili molto più innocui di certe frecciatine verbali – ridendo di gusto se il colpo andava a segno, e non meno di gusto se mancava il bersaglio. Le botteghe dei pollivendoli erano ancora mezzo aperte, e quelle dei verdurai rifulgevano in tutto il loro splendore. C’erano grosse ceste rotonde e belle panciute di castagne che ricordavano, nella forma, i panciotti di certi allegri vecchi signori, che ciondolano sull’uscio di casa e poi ruzzolano in strada con tutta la loro apoplettica corpulenza. C’erano rubiconde cipolle di Spagna, brune di pelle e larghe di vita, lustre, mature e pingui come frati spagnoli, che dalle loro scansie strizzavano l’occhio con sfacciata malizia alle ragazze che passavano di lì, lanciando subito dopo un pudico sguardo al vischio appeso al soffitto. C’erano pere e mele, ammonticchiate in alte piramidi rigogliose; c’erano grappoli d’uva che i negozianti, in uno slancio di autentica benevolenza, facevano penzolare da uncini bene in vista, così che gli avventori potessero avere l’acquolina in bocca… gratis; c’erano mucchi di nocciole, brune e muscose, che con la loro fragranza richiamavano alla mente lontane passeggiate nei boschi e il gusto di camminare affondando i piedi, fino alle caviglie, nello spesso tappeto di foglie fruscianti; c’erano le mele Beefing di Norfolk, paffute e bruno-rossastre, che facevano risaltare il giallo delle arance e dei limoni e, con la soda compattezza della loro polpa sugosa, chiedevano e supplicavano, con una certa insistenza, di essere portate a casa dentro sacchetti di carta e mangiate dopo pranzo. Persino i pesci rossi e i pesciolini d’argento, messi in bella mostra all’interno di bocce di vetro tra quei frutti pregiati, benché appartenessero a una razza ottusa dalla circolazione sanguigna molto lenta, sembravano rendersi conto che stava succedendo qualcosa e, seguendo il loro istinto ittico, giravano boccheggiando torno torno al loro piccolo mondo, con indolente e apatica trepidazione.
E le drogherie! Oh, le drogherie! Quasi chiuse, oramai, con solo due imposte ancora abbassate o al massimo una, ma quali meravigliose visioni da quelle aperture! Non erano soltanto i piatti della bilancia che, ricadendo sul banco, producevano un suono gioioso, o lo spago e il rullo che si separavano in modo tanto energico, o i barattoli sbatacchiati su e giù come attrezzi di un giocoliere, e neppure gli aromi miscelati del tè e del caffè, così gradevoli all’olfatto, e neppure gli acini d’uva passa, così abbondanti e rari, le mandorle bianchissime, le stecche di cannella lunghe e dritte, le altre spezie deliziose, la frutta candita così bene essiccata e cosparsa di zucchero fuso a mandare in deliquio anche il più tiepido degli avventori, facendogli rodere il fegato. E non erano neppure i fichi, umidi e polposi, o le prugne francesi arrossite di pudica asprezza dalle loro scatole finemente decorate, o il fatto che ogni cosa, là dentro, fosse buona da mangiare e ancor più bella nella sua veste natalizia: erano i clienti, piuttosto, tutti così affannati e impazienti, in quel giorno carico di promesse e speranze, da scontrarsi sulla porta, urtandosi con i cesti di vimini, dimenticando gli acquisti sul banco per poi tornare di corsa a riprenderseli, e commettendo così mille altre sbadataggini con il massimo del buonumore, mentre il droghiere e i suoi commessi erano così franchi e gioviali che i lucidi fermagli a forma di cuore con cui si assicuravano i grembiuli sul dorso avrebbero potuto essere i loro stessi cuori, messi lì in bella mostra perché tutti potessero vederli e perché le taccole, numerose a Natale, potessero beccarli a loro piacimento.
Ma ben presto il campanile richiamò in chiesa e alle cappelle quella brava gente, ed eccola riversarsi a frotte sulla via, con i vestiti della festa e i visi raggianti di felicità. Nello stesso momento, da un groviglio di strade secondarie, viuzze e traverse senza nome sbucò una impressionante fiumana di gente che portava a cuocere dal panettiere il proprio pranzo. A quanto pare la vista di quei poveretti pronti a festeggiare il Natale aveva destato nello Spirito un forte interesse, dal momento che aveva deciso di fermarsi sull’uscio di una panetteria, con Scrooge al suo fianco, e alzare tutti i coperchi dei recipienti che gli sfilavano davanti per cospargere d’incenso le pietanze con la sua torcia. E la sua era davvero una torcia fuori dal comune perché in un paio di occasioni, quando erano volate parole stizzite fra alcuni di questi poveretti che per sbaglio si erano urtati, lo Spirito li aveva aspersi con alcune gocce d’acqua uscite dalla torcia e subito fra loro era tornato il buonumore. Era un’assoluta vergogna mettersi a litigare il giorno di Natale, avevano detto un attimo dopo. E avevano ragione! Che Dio li benedica, era proprio così!
Dopo un po’ le campane smisero di suonare e i panettieri chiusero bottega, tuttavia, dalla chiazza di condensa sopra ogni forno, la cui muratura fumava come se anche le pietre stessero cuocendo, si poteva capire a che punto fosse la cottura di quei pranzetti prelibati.
«C’è qualche aroma speciale nelle gocce che spruzzi dalla torcia?» chiese Scrooge.
«Come no, il mio!»
«E starebbe bene su qualsiasi tipo di pranzo natalizio?»
«Su qualsiasi pranzo, purché sia preparato con il cuore. Meglio se è quello di un povero.»
«Perché meglio se è di un povero?»
«Perché ne ha più bisogno.»
«Spirito,» disse Scrooge dopo averci pensato un istante «non riesco a capire come mai, fra tutti gli abitanti dei numerosi mondi che ci circondano, sia proprio tu a voler negare a questa gente la possibilità di godersi certe piccole gioie innocenti.»
«Io?!» esclamò lo Spirito.
«Già, fosse per te, il settimo giorno non dovrebbero proprio mangiare, ché poi la domenica è l’unico giorno in cui si può dire che pranzino davvero» disse Scrooge. «E non venirmi a raccontare che non è così!»
«Ma chi, io?» esclamò di nuovo lo Spirito.
«Non sei tu a batterti perché il settimo giorno questi posti rimangano chiusi?» disse Scrooge. «Girala come ti pare, tanto il risultato non cambia.»
«Io? Battermi per cosa?» domandò lo Spettro.
«Perdonami se sbaglio. Ma quei posti li hanno chiusi in nome tuo o perlomeno in quello della tua famiglia» disse Scrooge.
«C’è gente, su questa terra,» rispose lo Spirito «che sostiene di conoscerci e di operare in nostro nome, quando invece è mossa soltanto dalle proprie passioni, che siano orgoglio, malanimo, astio, invidia, fanatismo o interesse personale; in verità queste persone ci sono del tutto estranee – per me e i miei cari è come se non fossero mai esistite. Ricordatelo, e del loro operato chiedi conto ai diretti responsabili, non certo a noi.»
Scrooge promise che l’avrebbe fatto e insieme proseguirono, invisibili come sempre, verso i sobborghi della città. A dispetto della sua gigantesca mole, il Fantasma era dotato della straordinaria capacità, che Scrooge aveva potuto saggiare poc’anzi dal fornaio, di riuscire a adattarsi con grande disinvoltura a qualsiasi luogo, perciò poteva starsene in un cantuccio basso e angusto con lo stesso contegno soprannaturale che avrebbe tenuto in un regio salone.
E forse fu l’intima compiacenza con cui quello Spirito buono sfoggiava q...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Canto di Natale
- PREMESSA
- Prima strofa. IL FANTASMA DI MARLEY
- Seconda strofa. IL PRIMO DEI TRE SPIRITI
- Terza strofa. IL SECONDO DEI TRE SPIRITI
- Quarta strofa. L’ULTIMO DEGLI SPIRITI
- Quinta strofa. FINE DELLA STORIA
- Copyright