Mi chiamavo Billy HD, e HD stava per Hoopdriver, il mio assurdo cognome. Quando sentii alla BBC che avevano ricoverato Boris Johnson, il nostro Primo Ministro, all’ospedale di Saint Andrew’s, capii che dovevo mettermi in strada il prima possibile per raggiungere mio nonno. Prima che fosse troppo tardi.
E pazienza se dovevamo starcene tutti chiusi in casa come le api operaie nelle loro cellette esagonali, perché là fuori la gente moriva… o la facevi morire.
Io non ne avrei incontrata tanta, di gente, di sicuro.
Se avevano ricoverato “quello”, continuavo a pensare, allora eravamo in un grossissimo casino. E in un grossissimo casino le regole cambiano. La BBC mica me lo sarebbe venuta a dire, se quella roba che c’era fuori si andava a prendere mio nonno e tutti gli altri vecchietti di quella specie di ospizio. Mio nonno non era più uno da promesse facili stile BBC, e io del resto ero un tipo a cui piaceva mantenere le promesse. Non a parole, né tanto per dire, come faceva papà. Io non volevo essere come lui.
Quindi dovevo farlo adesso o mai più, anche se stava calando il buio. E quindi forse non proprio adesso-adesso, ma presto. All’alba.
Cavolo.
Svegliarsi all’alba era una cosa difficile. Ma cos’altro potevo fare? Come dicevano in The Blues Brothers, quando il gioco si fa duro, i duri escono di casa e se ne sbattono. E pazienza se non dicevano proprio così. Non ho mai avuto una grande memoria per le frasi dei film. O per le frasi in generale. Ma mi piaceva usare parole efficaci.
Il concetto non cambiava. E poi in teoria The Blues Brothers nemmeno avrei dovuto vederlo, era un film vietato ai minori di sedici anni.
“Dio solo sa perché” aveva esclamato papà, la sera che l’aveva comprato al distributore per ficcarlo nel lettore della Play.
“Per blasfemia” gli avevo risposto io.
E lui aveva detto: “Cristo santo”. Ed era scoppiato a ridere. “E tu come lo sai?”
L’avevo cercato su Common Sense, un network di genitori che si segnalano a vicenda quando c’è qualcosa che non va in un film. Tipo se c’è uno che fuma, o beve, o picchia altre persone, impreca o parla a Gesù in un modo sconveniente. Il genere di cose che quel tipo di genitori non fa e che a genitori come mio padre invece non importano. E infatti il film l’avevamo guardato eccome, ed era stato grande.
Tra l’altro, quella era anche stata una delle sue ultime sere buone, prima che ripartisse con la bottiglia. Una sera buona alla fine di un periodo buono. Quando ci sei in mezzo non lo puoi mai sapere, che il periodo buono sta per finire. Te ne accorgi dopo. Ed è già troppo tardi.
Fino a quel momento papà si faceva la barba ogni giorno, e anche al lavoro tutto filava per il verso giusto, o così sembrava a me. Non rubava più nulla e nel weekend tirava a lucido il furgone. Aveva attaccato tutti gli adesivi della ditta al posto giusto, metteva il pieno di benzina e teneva la lista di consegne sul cruscotto. E gli piaceva. Una volta mi aveva anche portato a Coventry, non esattamente il posto che uno muore dalla voglia di visitare, ma era stato bello. Un po’ perché adoro guardare la strada che scorre fuori dal finestrino mentre gli insetti si spiaccicano sul parabrezza, e un po’ perché quando papà guida mette su una musica pazzesca, e la tiene altissima. Non come il padre di Lukas, con la radio che sembra che rantoli. Con mio papà è come essere sull’erba di Glastonbury, e non seduto nel suo pulciosissimo Vauxhall Vivaro 1800, anzi, “su quella cazzo di erba di Glastonbury” come la chiama lui, e non ho mai capito il perché.
So solo che la musica va, il Vivaro va e tu vai con tutti e due, e tieni il tempo con il pugno chiuso.
A insegnargli qualcosa di musica era stato il nonno, ma non ne potevamo parlare. Se solo provavo ad accennarglielo papà si arrabbiava di brutto. E di solito si arrabbiava molto di più per le cose vere che per tutte le altre. Il nonno era stato un grande, ai suoi tempi. Suonava la chitarra e aveva fatto delle serate con musicisti veri, come i Gentle Giant o Robert Wyatt quando non si era ancora rotto la schiena. E questa era un’altra cosa che faceva arrabbiare tantissimo papà, che Wyatt fosse caduto dal quarto piano a una festa perché era strafatto. Altrimenti chissà come l’avrebbe potuta suonare, la batteria, con ancora tutte e due le gambe funzionanti. Chissà.
Noi, per fortuna, abitavamo in una casa di un piano solo, e quindi non c’era il rischio che papà facesse lo stesso. Secondo lui, poi, il nonno non aveva mai suonato con tutta quella gente famosa.
“Il nonno ha fatto un album negli anni Settanta” era la versione di papà. “Poi si è spaventato, ed è scappato. Il resto sono tutte balle, Billy. Tutte balle, chiaro?”
Chiarissimo.
Tranne il fatto che su Spotify o su Apple Music o su Amazon, dove secondo Lukas c’è tutto di tutto, questo album non si trovava, e avevo scritto Jim Hoopdriver in ogni modo in cui si può scrivere, cioè anche Jimmy e Jimmie, ma non era uscito niente. Forse anche quella era una balla.
Magari era una balla anche il ricovero di Boris Johnson. O la pandemia. E la colpa dei cinesi. Come si faceva a capirlo, a esserne sicuri, voglio dire?
Non si può essere sicuri di niente.
Questa era l’unica cosa che mi era chiarissima, anche se avevo tredici anni: non puoi fidarti di nessuno. Puoi solo pedalare più veloce prima che tutte le loro bugie ti raggiungano.
Così eccomi al punto di partenza.
Tenevo la mia Breezer color carta da zucchero parcheggiata dentro casa, appena sotto alle giacche, perché avevo paura che a lasciarla fuori me l’avrebbero fregata. Insomma, anche non capendo niente di mountain bike o di biciclette in generale, è facile innamorarsi di lei. L’avevo chiamata Azzurra per via del colore, che le avevo dato io. Così come le avevo montato due Continental Country sui cerchi della Swiss RR 1.2, roba forte, altro che working class. Raggi Sapim Strong, nippli standard in ottone, un gruppo Campagnolo a diciotto rapporti che scintillava come un diamante appena sotto alla sella, una Brooks B17 di cuoio, che aveva già la forma delle mie chiappe. Ci avevo messo due anni ad assemblarla, pezzo per pezzo, comprandoli da quelli che non ne capiscono niente e pensano che le bici siano tutte uguali. Come no, come le birre, come tutti i sunday roast e tutti i papà che ti portano al pub di domenica.
Accarezzai il manubrio, un tubo d’alluminio di un modello italiano di mountain bike, Cinelli, e sentii il telaio che mi rispondeva, piano, e mi sussurrava, come ormai faceva da mesi: “Andiamo, Billy. Andiamocene da qui”.
Guardavo fuori dalla finestra sudicia. Non avevo più voglia di essere l’unico in casa che ogni quindici giorni si metteva lì a pulirla, anche solo per vedere se arrivavano la polizia o i servizi sociali e poter gridare a papà di scappare, come avevo già fatto una volta (e infatti non l’avevano preso). I lampioni di Grinfield Street spandevano una luce color minestrina fino al bordo del marciapiede. E fino all’angolo dell’unica attrazione del quartiere, i tunnel di Williamson. Liverpool, dove vivo, è più o meno in mezzo all’Inghilterra, e Kewstoke, a sud, è un paesino talmente di merda che bisogna ingrandire dieci volte la finestra di Google Maps per trovarlo. In linea d’aria, sono duecentodieci miglia di distanza (che in chilometri, come ho contato più volte, fa trecentoventi), cinquanta miglia in più per arrivarci in furgone. Quasi il doppio in bici. Chilometri o miglia, qualsiasi fosse la misura, erano comunque tanti. Ma non troppi.
Insomma, mio nonno viveva in una comunità per pensionati di Kewstoke, una specie di quartiere fatto apposta per gli anziani ancora in forma. Be’, in realtà con questa cosa che girava, per quanto ne sapevo, potevano già essere tutti morti. Come mai così distante? Papà diceva che il nonno aveva scelto di stare a Kewstoke solo per il gusto di darci fastidio, dato che era un posto così lontano. Ma il nonno aveva dei ricordi lì. Anche lì. Comunque poteva pure darsi che avesse ragione mio padre, nel senso che loro due non erano mai andati molto d’accordo.
Ma nemmeno io. Cioè, sarei andato d’accordo con il nonno, potendo scegliere, ma mi era toccato restare con papà, almeno fino a quando…
Fino a quando?
«Fino a quando non ce ne andiamo» sussurrai ad Azzurra. Stringevo i freni e li lasciavo andare, ancora e ancora, immaginandomi già là fuori, con il vento che ci mordeva il culo, i passeri che si sollevavano in volo al nostro passaggio e lo sterrato che cantava sotto le gomme. Diretti a sud, per cinquanta, cento, duecento miglia, solo per il gusto di arrivare dal nonno e dirgli: «Ehi, guarda che io non mi sono dimenticato».
Stavo sognando?
Ero matto?
Forse.
Anzi, sì, per forza. Ma a sentire la BBC non mi sembrava di essere l’unico.
Aprii il frigo e tirai fuori tre foglie di lattuga, contai le uova e ne ruppi quattro in una ciotola. Decisi che a papà sarebbero bastate le altre due, sempre che trovasse la forza di scendere di sotto. Nella frittata aggiunsi tutto quello che trovai: il cheddar rimasto, una manciata di dadini di bacon e mezza zucchina. La lasciai in padella fino a che si formò una crosta croccante e la ficcai in tre strati di pane in cassetta. Poi li tagliai in due metà e riposi i sandwich in frigo, con l’intenzione di recuperarli la mattina dopo. Secondo i miei esperimenti un panino alla frittata poteva restare commestibile al massimo per due giorni, per cui non serviva farmene di più.
Poi controllai lo zaino e ripassai l’elenco delle cose da portare con me. Gli elenchi sono un trucco che ho imparato per non perdere la concentrazione, né la calma. Soprattutto la calma. Da giorni avevo messo da parte una borraccia, quattro confezioni di mandorle e frutta secca. Li avevo presi da Waitrose, il supermercato dei ricchi, quando papà si era comprato due bottiglie di Jameson. Il suo modo per calmarsi, al posto degli elenchi. E lì avrei dovuto capirlo, che il periodo di buona stava finendo, e infatti la sera mi aveva detto: “Mi han sbattuto fuori, Billy. Niente consegne fino a che non finisce tutta questa roba. Ma non ti preoccupare, adesso trovo qualcos’altro”.
Però con tutti costretti a stare chiusi in casa, papà avrebbe potuto fare il doppio di consegne. Quindi in realtà doveva aver ripreso a rubare. Insomma, si capiva lontano anni luce che era una balla, dovevano averlo licenziato, ma non gli avevo detto niente.
Nello zaino avevo infilato anche il sacco a pelo, una felpa, una bussola semiprofessionale fregata a Lukas, una borraccia di rame, tre barattoli di fagioli, un fornellino a gas, i fiammiferi, una piccola pentola che avevo recuperato dal cassonetto dietro Lakeland, il mio fidatissimo coltellino svizzero, una guida, le mappe e l’itinerario dei sentieri, trascritto a mano dal telefono su un taccuino Rite in the Rain, fatto apposta per poterci scrivere anche sotto la pioggia.
C’era tutto.
Mancava solo il mio portafoglio floscio, lo buttai dentro insieme al resto, poi presi un lungo sospiro e salii di sopra.
Papà dormiva nella camera in fondo, gli potevo vedere i piedi: non si era nemmeno tolto i calzini.
In bagno c’era un odore terribile, che non se ne andò nemmeno tirando due volte lo sciacquone e facendo scorrere l’acqua della doccia. Mi lavai i denti in una nuvola di vapore, selvaggiamente, come se fosse l’ultima volta che potevo farlo. Poi misi tutto, spazzolino, dentifricio, ago, filo e forbicine in un sacchettino, e mi guardai allo specchio. I capelli lunghi, le l...