La nostra ultima estate
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La nostra ultima estate

  1. 492 pagine
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La nostra ultima estate

Informazioni su questo libro

È una calda sera di giugno e come tutti gli anni gli studenti del liceo di Nantucket si ritrovano sulla spiaggia per festeggiare il diploma e l'inizio delle tanto sospirate ultime, vere vancanze. È la classica atmosfera da sogno, le stelle, il fuoco, l'aroma della salsedine e la musica delle onde. Il profumo della giovinezza. Ma è un sogno destinato presto a spezzarsi: quella sera stessa infatti la macchina guidata dalla giovane Penelope Alistair ha un tremendo incidente. Penny muore, il gemello Hobson cade in coma mentre gli altri due passeggeri, Jake, il fidanzato di Penny, e la sua amica Demeter, benché fisicamente illesi, rimarranno emotivamente traumatizzati. Ma cos'è successo davvero, prima che Penny si mettesse al volante? Perché era sconvolta? Piano piano, nel corso dell'estate, una sconvolgente verità viene alla luce: una verità fatta di segreti gelosamente custoditi, promesse infrante, sentimenti traditi. Fino a che, dalle ceneri ancora incandescenti di un dolore profondo, riuscirà a emergere il calore di un nuovo amore...

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2020
eBook ISBN
9788835706045
Print ISBN
9788804631774
Prima parte

Giugno/Luglio

Nantucket

Nantucket. Bastava il nome a evocare onde spumeggianti, vialetti lastricati di acciottolato, dimore storiche di capitani di baleniere, vecchie Jeep con una tavola da surf legata sul cofano, cocktail-party su prati lussureggianti, uomini d’affari in pantaloni di tela rossa sbiadita e mocassini da barca senza calzini, e bimbette bionde col ghiacciolo al succo d’uva che gocciola sul vestitino. Nantucket era il regno del benessere e del privilegio, il parco giochi estivo di coloro che potevano vantare un certo pedigree: scuole private, antichi patrimoni familiari, circoli sportivi esclusivi.
Erano dunque in pochi tra i forestieri (e per noi la parola “forestieri” comprendeva tutti, dal turista in gita da West Bridgewater a Monica Duncombe-Cabot, detta Muffy, che trascorreva l’estate sull’isola dal 1948, quand’era ancora nella pancia di sua madre) a rendersi conto del fatto che Nantucket fosse un luogo reale, abitato da gente reale. Come in qualsiasi altro posto, ci vivevano dottori e tassisti, un commissario della polizia, idraulici, lavapiatti e agenti assicurativi, meccanici e fisioterapisti, maestri di scuola e baristi. Erano loro, la vera Nantucket: i sacerdoti, gli operatori ecologici, le casalinghe e gli operai che riparavano le buche nell’asfalto di Surfside Road.
Il 16 giugno al liceo di Nantucket settantasette studenti avrebbero affrontato la cerimonia di diploma. Fu una delle prime giornate di bel tempo. Seduti nel campo da football, alcuni di noi rimpiansero di non essersi muniti, come aveva fatto la nonna di Garrick Murray, di un cappello di paglia a falde larghe.
Sul podio c’era Penelope Alistair. Avevano chiesto a lei di cantare l’inno nazionale, anche se era ancora al penultimo anno. La sua voce, con quel timbro così puro ed etereo da non necessitare di alcun accompagnamento, era la voce di Nantucket. Mormoravamo le parole insieme a lei, ma nessuno osava di più, perché l’unica voce che tutti volevano sentire era quella di Penny.
Quando Penny ebbe finito di cantare, ci fu un momento di silenzio commosso, dopodiché applaudimmo tutti. I diplomandi, seduti in file ordinate sul ponteggio montato per l’occasione dietro il palco, esultarono facendo rimbalzare le nappe del tocco.
Penny andò a sedersi in platea tra il fratello gemello, Hobson, e la madre, Zoe. Due posti più in là c’era il fidanzato di Penny, Jake Randolph, che assisteva alla cerimonia insieme al padre, Jordan Randolph, l’editore del «Nantucket Standard».
Salì sul podio Patrick Loom, il diplomando incaricato di tenere il discorso di commiato, e a qualcuno di noi vennero le lacrime agli occhi. Come dimenticare il piccolo Patrick, con la sua uniforme da scout, impegnato a raccogliere offerte per le vittime dell’uragano Katrina in un barattolo della maionese? Quelli erano i nostri ragazzi, i ragazzi di Nantucket. Quella cerimonia di consegna dei diplomi, come tutte le precedenti, faceva parte della nostra esperienza collettiva, della nostra splendida comunità.
Ventitré dei settantasette diplomandi avevano scritto una tesina dal titolo Crescere su un’isola a trenta miglia dalla costa. Quei ragazzi erano venuti al mondo al Cottage Hospital; nelle loro vene scorreva sabbia. Erano abituati alla nebbia e ai cicloni. Sapevano che il Nord era occupato dai Congregazionalisti e il Sud dagli Unitariani. Abitavano in case rivestite di assi grigie con decorazioni bianche. Erano in grado di distinguere le capesante della baia (piccole) da quelle del mare aperto (grandi). Avevano imparato a guidare lungo strade senza semafori, svincoli o uscite. Erano al sicuro da assassini armati di asce, rapitori, stupratori e ladri di auto, così come dai più insidiosi pericoli dei fast food, dei Walmart, della pornografia, degli usurai o dei poligoni di tiro.
Una parte di noi guardava con apprensione all’idea di mandare quei ragazzi fuori dall’isola. La maggior parte dei diplomati sarebbe andata all’università – alla Boston University o alla Holy Cross, oppure, come nel caso di Patrick Loom, a Georgetown –, mentre alcuni si sarebbero presi un anno sabbatico per andare a sciare a Stowe, e altri sarebbero rimasti a Nantucket, dove avrebbero trovato un impiego e avrebbero vissuto una vita non molto diversa da quella dei loro genitori. Ci preoccupava il fatto che i festeggiamenti della consegna dei diplomi avrebbero potuto spingere i ragazzi a bere troppo durante quel fine settimana, a fare sesso non protetto, a sperimentare droghe o a litigare con i genitori, perché ormai avevano diciott’anni, maledizione!, e potevano fare come gli pareva. Ci preoccupava l’idea che il lunedì mattina si sarebbero svegliati con la convinzione che gli anni migliori della loro vita erano alle loro spalle. Quella scossa che avevano provato ogni autunno, il venerdì sera della prima partita di football, quando tornavano a correre sul campo, sotto i fari, oppure a fare il tifo – quei bei momenti erano finiti per sempre. Il prossimo settembre i Nantucket Whalers sarebbero tornati a giocare, il tempo si sarebbe fatto di nuovo pungente, nell’aria si sarebbe sparso il profumo degli hot dog, ma i ragazzi dell’ultimo anno, che ora vedevamo attraversare il palco per ricevere il diploma, sarebbero stati acqua passata. Ci sarebbe stata una nuova guardia.
Erano ex studenti.
Il liceo era terminato.
La consegna dei diplomi, quel 16 giugno, aveva un che di agrodolce e, mentre ci allontanavamo dal campo alla fine della cerimonia, alcuni di noi dissero che non avrebbero mai dimenticato quel giorno, chi per via del tempo davvero spettacolare, chi per il commovente discorso di Patrick Loom.
Era vero che non avremmo più dimenticato la consegna dei diplomi di quell’anno, ma per tutt’altra ragione. Ce ne saremmo ricordati per sempre, perché fu proprio quella notte, la notte del 16 giugno, che Penelope Alistair morì.
“Cosa?” gridò sbigottito il mondo intero. Il mondo voleva continuare a vedere la Nantucket del suo immaginario: quella del gin tonic ghiacciato, del relax in veranda sulla sdraio, con i teli agitati dal vento, i pomodori maturi accatastati nel retro di un camion. Nessuno voleva pensare a una diciassettenne morta. Ma il mondo doveva sapere quello che per noi era già ovvio: Nantucket era un luogo reale.
Dove accadevano anche delle tragedie.

Jake

Dall’alto, tutto appariva diverso. Laggiù, sotto di lui, si stendeva l’isola di Nantucket, vale a dire casa. Si vedevano il Long Pond, e il Miacomet Golf Course, le macchie di colore dei terreni della Fattoria Bartlett, e la bianca insenatura della South Shore. C’erano già delle macchine parcheggiate fianco a fianco lungo la spiaggia. Jake aveva trascorso ogni domenica d’estate della sua vita su quella spiaggia, insieme ai suoi genitori e alle famiglie Alistair e Castle. Avevano fatto surf insieme e giocato a football; si erano nascosti tra le dune. Avevano costruito fortezze con le tavole da surf e i teli da mare, nel retro del camioncino del signor Castle. Jake ricordava l’odore del carbone, la bistecca marinata, le pannocchie grondanti di burro alle erbe. C’era sempre un falò su cui arrostire i marshmallow, e i fuochi d’artificio che il signor Castle comprava quando era in viaggio per affari.
Jake sentì la mano di suo padre posarsi sulla sua spalla e stringerla. Era successo già quattro o cinque volte in un’ora, che il padre lo toccasse senz’altra ragione se non rassicurare se stesso del fatto che il figlio fosse ancora lì.
Jake puntò lo sguardo su Hummock Pond Road, come un veggente che legga il palmo di una mano. Era una linea della vita inanimata, una linea dell’amore senza amore. La strada portava fuori città, in direzione sud. Vista dall’alto, era solo un sentiero che tagliava a metà la foresta di pini. Le macchine che la percorrevano parevano automobiline giocattolo.
Jake premette la fronte contro il finestrino che vibrava. L’aereo sorvolò Madaket ed Eel Point. Nantucket si allontanava. “No!” pensò Jake. Sentì le lacrime pizzicargli gli occhi. Stava abbandonando Nantucket. Ora sotto di lui c’era Tuckernuck, poi Muskegut, con le sue spiagge affollate di foche. Poi ancora lo Stretto di Nantucket, dello stesso blu scuro dello stemma dei New York Yankees. Se solo si fosse potuto tuffare, arrivare giù sano e salvo, riguadagnare la riva a nuoto... Erano successe così tante brutte cose nelle ultime quattro settimane, e una di queste era la soluzione a cui avevano pensato i suoi genitori: fuggire dalla loro stessa casa.

Jordan

Il telefono aveva squillato in piena notte. Nessuno vorrebbe mai essere svegliato da quel suono, e in particolare i genitori di un adolescente alla guida di una macchina. Ma Jordan era l’editore del quotidiano dell’isola, il «Nantucket Standard», e di conseguenza a casa Randolph il telefono squillava in piena notte più spesso di quanto non accadesse ad altre famiglie. La gente chiamava per comunicare una notizia, o ciò che considerava tale.
Anche Zoe chiamava a notte fonda, ma solo sul cellulare di Jordan, e lui aveva preso l’abitudine di spegnerlo prima di andare a letto per evitare inutili drammi. Qualsiasi cosa Zoe avesse voluto dirgli alle due del mattino, gli sarebbe apparsa sotto una luce migliore alle otto, mentre era al sicuro nella sua auto, diretto al giornale.
Avvenne la notte del sabato, anzi, per la precisione, la domenica mattina. Era l’una e 18. Jordan aveva un’idea abbastanza precisa di ciò che avveniva sull’isola a ogni ora del giorno e della notte. All’una e 18 di una domenica mattina di metà giugno, la folla si sarebbe riversata fuori dal Chicken Box in Dave Street. Un paio di taxi in attesa là davanti, e un’auto di pattuglia della polizia. Giù in centro ci sarebbe stata la calca davanti al ristorante Boarding House e al Pearl; come al solito qualche signorina si sarebbe azzardata a camminare sull’acciottolato con vertiginosi tacchi a spillo. Una clientela più calma e meno giovane sarebbe fuoriuscita dal Club Car dopo che il pianista avesse finito di suonare Sweet Caroline.
Jordan era stato al Car Club con Zoe, pochi anni prima, la notte in cui avevano vissuto ciò che chiamavano oggi “il loro momento”. Quello in cui entrambi avevano capito. Avevano capito, ma non avevano fatto nulla. Non avevano fatto nulla sino all’anno dopo, a Martha’s Vineyard.
Il telefono, il telefono. Jordan era sveglio. La sua mente fu subito all’erta, ma gli ci vollero alcuni secondi prima di riuscire a muoversi.
Mise i piedi giù dal letto. Ava dormiva nella cameretta di Ernie, con i tappi nelle orecchie, il generatore di rumore bianco in funzione, la porta chiusa, le persiane abbassate e il magico elisir del suo sedativo notturno a silenziare i suoi demoni. In caso di incendio, la sua salvezza sarebbe dipesa interamente da lui.
“Incendio?” pensò Jordan.
Poi ricordò: la cerimonia di consegna dei diplomi.
Corse verso il telefono. Sul display appariva la scritta “Comune di Nantucket”. Poteva quindi trattarsi della polizia, dell’ospedale o della scuola.
«Pronto?» Cercò di dare l’impressione di essere lucido ed efficiente.
«Papà?»
Fu quella l’unica parola che Jake riuscì a pronunciare. Dopodiché seguì un balbettio incomprensibile, ma almeno Jordan ebbe la certezza che suo figlio era vivo, in grado di parlare, e di ricordare il numero di casa.
Un poliziotto prese il ricevitore. Jordan conosceva molti agenti, ma non tutti, e soprattutto non quelli che venivano assunti per l’estate.
«Signor Randolph?» disse il poliziotto dalla voce sconosciuta. «Mi sente?»

Zoe

Lei aveva delle colpe, è chiaro. Tralasciando per un attimo quella più ovvia, qual era la più grave? Ripensò alla sua vita, prima della storia con Jordan Randolph. Quali erano state le sue colpe, allora? Era stata egoista, concentrata su se stessa, egocentrica, ma non lo erano forse tutti? A volte, ma solo a volte, aveva anteposto la propria felicità a quella dei gemelli. Come per esempio quando aveva lasciato Hobby e Penny dai Castle, e aveva preso l’aereo per trascorrere una settimana a Cabo San Lucas. Si era autoconvinta – e aveva persuaso della cosa Al e Lynne Castle – di soffrire di “disordine affettivo stagionale”. Aveva mentito a Lynne, sostenendo che un dottore americano, il mitico “dottor Jones” le avesse “diagnosticato” quella patologia e “prescritto” il viaggio a Cabo. Era stata una bugia inutile: l’amica aveva detto che la capiva, che Zoe si meritava una settimana di vacanza, e che per lei non era un problema occuparsi dei gemelli. Lynne si era sempre chiesta come facesse Zoe a crescerli da sola.
Il viaggio a Cabo era stato un caso eccezionale. (Alcuni frammenti le balenarono nella memoria: il lettino sul bordo della piscina a sfioro, il ceviche di capesante e il daiquiri al mango, e infine il receptionist ventisettenne dell’albergo, che era riuscita a sedurre senza difficoltà e con cui aveva passato cinque notti su sette.) Si era sentita in colpa per aver lasciato i figli quella settimana? Se era così, non lo ricordava. Eppure, nel momento in cui le erano corsi entrambi tra le braccia, gridando di gioia per il suo ritorno, aveva giurato di non lasciarli mai più. E aveva mantenuto la promessa.
In effetti però, c’erano state delle sere in cui Zoe aveva stappato una bottiglia di buon bianco di Borgogna e aveva guardato sei episodi de I Soprano di fila, mentre i bambini mangiavano cereali per cena e si mettevano a letto da soli. C’erano state altre occasioni in cui Zoe aveva perso la pazienza con i gemelli, senza un motivo preciso se non che erano due bambini difficili e che ogni tanto lei si sentiva impotente e incapace di gestirli. Zoe aveva dilapidato gran parte dell’eredità lasciatale dai genitori in un cottage vista mare, una scelta poco pratica per tirare su una famiglia. Non faceva mai esercizio fisico, ed era dipendente dalla caffeina. Aveva pronunciato la frase “mio marito è morto” per farsi compatire da alcune persone (per esempio, il poliziotto che l’aveva fermata per eccesso di velocità sulla Route 3.)
Aveva tantissime debolezze.
Zoe amava pensare che per la maggior parte fossero ben nascoste, ma si rendeva conto che gli abitanti d...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La nostra ultima estate
  4. Prima parte. Giugno/Luglio
  5. Seconda parte. Agosto
  6. Terza parte. Settembre
  7. Ringraziamenti
  8. Copyright